Piero Ambrosio

"In nome del popolo italiano"
La sentenza contro Zuccari e altri ufficiali della legione "Tagliamento"



Il 19 dicembre 1943, in seguito alle ripetute richieste di rinforzi avanzate dal capo della provincia, Michele Morsero ai vertici della Repubblica sociale, giunse a Vercelli, proveniente da Chiari (Brescia), il 63o battaglione "Tagliamento". Questo reparto, che aveva fatto parte della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, sciolta dopo il 25 luglio, era comandato da Merico Zuccari. Dopo l'8 settembre, questi, prima ancora della costituzione della Rsi, si era messo, con i suoi uomini, a disposizione dei tedeschi. Quando, nel mese di dicembre, era stata costituita la Guardia nazionale repubblicana (che inquadrò i reparti della ex Milizia e i carabinieri), il battaglione era stato incorporato in essa.
Il capo della provincia inviò subito il battaglione in Valsesia e in Valsessera con l'ordine di stroncare il nascente "ribellismo". Il 1 marzo 1944, con la fusione del 63o battaglione e del battaglione giovanile "Camilluccia", venne costituita la legione "Tagliamento", articolata in due battaglioni, rispettivamente agli ordini del maggiore Giuseppe Ragonese e del maggiore Oreste Menegozzo.
La "Tagliamento" operò prevalentemente a Vercelli, in Valsesia e Valsessera; compì tuttavia operazioni anche in Valstrona (Novara) e nella valle di Gressoney (Aosta). In tutte queste zone compì una serie raccapricciante di delitti e di atrocità.
Il 6 giugno 1944, dopo esser sfilata il giorno prima a Vercelli davanti al generale Ricci, comandante della Gnr, la legione partì per il fronte adriatico (provincia di Pesaro). In seguito operò in Emilia, nel Veneto e in Lombardia, dove, ancora, si distinse per ogni genere di efferatezze. Il reparto si arrese il 3 maggio 1945, in provincia di Trento, dopo che il suo comandante era partito, inosservato, verso il confine svizzero1.
Dopo la liberazione delle varie zone in cui la legione aveva operato, in seguito alla presentazione di "numerose denunce relative ai fatti di sangue, ai saccheggi, alle violenze di ogni genere perpetrate dai legionari" ed ai rapporti inviati agli uffici giudiziari dalle stazioni dei carabinieri e dalle questure, iniziarono procedimenti penali nei confronti di appartenenti alla legione stessa.
Il primo procedimento fu avviato nella provincia di Pesaro, liberata nell'inverno del 1944, mentre, dopo la liberazione di Bologna, venne iniziata un'azione penale contro il comandante della legione, Zuccari, e sessantacinque suoi dipendenti, presso il Tribunale militare territoriale di quella città. Altri procedimenti vennero aperti presso le sezioni speciali delle corti di assise di Vercelli, Bergamo, Vicenza e Brescia. Tutti i procedimenti (ad eccezione di quello relativo ai fatti commessi in provincia di Pesaro, per i quali procedeva ad istruttoria formale il giudice istruttore del Tribunale militare di Bologna) vennero unificati dinanzi al pubblico ministero presso la Corte di assise, sezione speciale, di Brescia, poiché gli ultimi atti di cui erano accusati Zuccari e i suoi erano appunto stati compiuti nel territorio di questa provincia.
Il Tribunale di Brescia, essendo emerse nel corso dell'istruttoria "questioni di carattere militare influenti nel giudizio", l'8 novembre 1947 dichiarò la propria incompetenza per materia e ordinò la trasmissione degli atti al Tribunale militare territoriale di Milano. Il 9 dicembre il giudice istruttore del Tribunale militare di Bologna dichiarò la propria incompetenza per territorio, rimettendo gli atti alla Procura militare presso il Tribunale militare di Milano. Il procedimento nei confronti di Zuccari e degli altri imputati venne pertanto radicato presso questo Tribunale.
Il giudice istruttore proseguì e completò la complessa istruttoria, pronunciando numerose sentenze di proscioglimento per amnistia e rinviando a giudizio, mediante stralcio degli atti, alcuni imputati, che vennero giudicati nel 1949. Con sentenza del 30 maggio 1952 dichiarò quindi chiusa la formale istruttoria e rinviò a giudizio gli imputati, revocando inoltre il beneficio della libertà provvisoria nei confronti di alcuni di essi.
Alla prima udienza, il 25 giugno 1952, comparve in stato di detenzione solo l'imputato Guido Alimonda. Il Tribunale ordinò di procedere in legittima contumacia degli imputati latitanti, uno dei quali, Oreste Menegozzo, si costituì nel corso del dibattimento, il 7 agosto.
Il 26 luglio, essendo emersi nuovi gravi fatti a carico di Giuseppe Ragonese, il Tribunale ordinò lo stralcio degli atti e la separazione del procedimento nei confronti di questo imputato.
Nel corso dell'istruttoria dibattimentale vennero uditi trecentodiciassette testimoni.
Il 28 agosto 1952, dopo che la corte si era ritirata in camera di consiglio per la decisione, venne pronunciata la sentenza2. Ne pubblichiamo i passi (della parte cosiddetta "in fatto") relativi agli episodi avvenuti nella nostra provincia3.


Il Tribunale militare territoriale di Milano, composto dai signori: gen. brig. Ferrari Gino, presidente, dr. Olivi Beniamino, giudice relatore, col. ftr. Nuzzi Savino, giudice, t. col. Cannata Vincenzo, giudice, t. col. Bruna G. Battista, giudice, ha pronunciato la seguente sentenza nella causa contro:
1 - Zuccari Merico, nato a San Vetra (Argentina) il 4-11-1906, ultimo domicilio in Montefasano (Macerata), 1o seniore comandante la legione Gnr "Tagliamento", latitante;
2 - Ravaglia Silvio, nato a Cesena (Forli) il 20-1-1906 e residente in Genova, impiegato bancario, s. ten. di fanteria di complemento ed ex seniore della legione Gnr "Tagliamento", latitante;
3 - Menegozzo Oreste, nato il 20-1-1910 a Pordenone (Udine) e residente ad Azzano Decimo (Udine), seniore comandante di battaglione della legione "Tagliamento", detenuto dal 7 agosto 1952;
4 - Ragonese Giuseppe, nato a Tusa il 7-3-1909 e residente a Genova, tenente art. compl. ex seniore comandante il 63o btg. della legione Gnr "Tagliamento", latitante;
5 - Rastelli Nello, nato il 30-10-1914 a Roma ed ivi residente, già centurione comandante di comp. della Gnr "Tagliamento", latitante;
6 - Alimonda Guido, nato a Cagliari il 23-4-1911 ed ivi residente già centurione comandante di compagnia della legione Gnr "Tagliamento", detenuto dal 5-1-1952;
7 - Fabbri Antonio nato a Trieste il 28-7-1915 ed ivi domiciliato, già centurione comandante di compagnia della legione Gnr "Tagliamento", latitante;
8 - Silvestri Enrico, nato a Bevagna (Perugia) il 10-8-1918, residente in Torre di Barattano (Perugia), tenente fanteria complemento ex c. manipolo comandante int. di compagnia della legione Gnr "Tagliamento", latitante;
9 - De Mattei Carlo, nato a Tortona il 16-10-1906 ed ivi domiciliato, capo manipolo della legione Gnr "Tagliamento", latitante;
10 - Sardo Enrico, nato a Ferrara il 30-1-1919 ed ivi residente, sottotenente di complemento ed ex c. manipolo della legione Gnr "Tagliamento", libero;
11 - Cavaterra Ennio, nato a Nemi il 5-6-1916 ed ivi residente, ex c. manipolo della legione Gnr "Tagliamento", latitante;
12 - Muzzi Pietro, nato il 26-6-1914 a Siena ed ivi residente, ex capo manipolo della legione Gnr "Tagliamento", latitante;
13 - De Filippis Alfonso, nato il 7-2-1921 a Roma ed ivi residente, ex capo manipolo della legione Gnr "Tagliamento", latitante;
14 - Agostini Dante, nato a Roma il 18-11-1923 ed ivi residente, ex capo manipolo della legione Gnr "Tagliamento", latitante;
15 - Boidi Federico, nato a Torino il 26-6-1902 e residente a Padova, ex capo manipolo capo dell'Ufficio politico della legione Gnr "Tagliamento", latitante;
16 - Cavallazzi Arrigo, nato il 4-8-1903 a Bologna già domiciliato a Ferrara, ex sergente addetto all'Ufficio politico della legione Gnr "Tagliamento", latitante;
17 - Leo Goffredo, nato il 22-11-1924 a Roma ed ivi domiciliato, ex sergente addetto all'Ufficio politico della legione Gnr "Tagliamento", latitante.
Imputati:
Zuccari Merico:
aiuto al nemico (art. 5 d.l.l. 27-7-1944 n. 159 in rel. artt. 51 e 110 c.p. per avere: tra il settembre 1943 ed il maggio 1945, in territorio dello Stato italiano, quale comandante di un reparto della Gnr delle forze armate della pseudo repubblica sociale italiana (prima 63o battaglione "M" e poi legione "Tagliamento") con azione diretta, o con ordini ed istruzioni a propri dipendenti, e col consentire l'azione di questi in tal senso, commesso fatti intesi a favorire le operazioni militari ed i disegni politici del tedesco nemico invasore, a nuocere alle operazioni delle forze armate del legittimo Stato italiano, ed a menomare la fedeltà dei cittadini dello Stato stesso: partecipando alla lotta contro i partigiani per la guerra di liberazione; attuando e facendo attuare, anche contro le popolazioni civili, rastrellamenti, sevizie, uccisioni, saccheggi, incendi e distruzioni, sequestri di persona ed arbitrarie perquisizioni [...]4.
Tutti gli altri:
di aiuto al nemico (art. 5 d.l.l. 27-7-1944 n. 159 in rel. agli artt. 51 c.p.m.g., 110 c.p.) per avere, fra il settembre 1943 ed il maggio 1945, in territorio dello Stato italiano, quali componenti il 63o btg. "M" Tagliamento e la legione d'assalto della Gnr "Tagliamento", compiuto atti diretti a favorire le operazioni militari ed i disegni politici del tedesco nemico invasore, a nuocere alle operazioni delle forze armate del legittimo Stato italiano ed a menomare la fedeltà dei cittadini dello Stato stesso. [...]5.
In pubblica udienza sentito il p.m. e gli imputati che col loro difensore hanno avuto per ultimi la parola [...]6.
L'8 settembre 1943 l'imputato Zuccari Merico trovavasi in servizio alle armi quale seniore della Mvsn: comandava il 63o btg. Camicie nere, incorporato nella divisione "Centauro" che, al comando del generale Calvi di Bergolo, era attestata nelle immediate vicinanze di Roma, schierata a difesa della capitale.
Come è noto la divisione Centauro non fu impegnata in combattimenti di qualche entità contro le truppe tedesche dirette all'occupazione di Roma; ed una delle cause dell'inazione di questo importante raggruppamento di forze militari risultò poi essere, come emerse dalle inchieste e dai procedimenti penali cui dette luogo la mancata difesa di Roma, l'atteggiamento dei reparti della Milizia volontaria sicurezza nazionale in essa divisione incorporati. Invero dopo il colpo di Stato del 25-7-1943 la Milizia aveva cessato praticamente di esistere come corpo armato autonomo ed era stata incorporata nei reparti del Regio Esercito, assumendo pure gli esteriori distintivi comuni alle altre armi. Tali provvedimenti presi nei confronti di un organismo militare che per anni aveva fruito di particolari privilegi e dell'autonomia, non mancò di suscitare negli elementi più fanatici e meno adusati alla comune disciplina dell'Esercito, un particolare risentimento, che il breve decorso di tempo ed i tumultuosi avvenimenti susseguitisi contribuirono ad aumentare. Merico Zuccari non tardò, immediatamente dopo l'8 settembre 1943, a prendere posizione con gran parte del suo reparto contro il legittimo governo.
Infatti già il 12 settembre 1943 egli era in contatto con i comandi tedeschi, onde ottenere l'incorporazione del suo reparto nelle forze armate tedesche, ancor prima della fondazione della Repubblica sociale italiana, che ponendosi come organismo antitetico e antagonista rispetto al Regno d'Italia, volle esigere riconoscimento e servizio dai militari italiani.
Il seniore Zuccari non attese pertanto il ripristino nel territorio occupato dalle truppe tedesche di una parvenza di governo retto da italiani ed immediatamente si pose ai loro servizi.
Il 63o battaglione non cessò mai pertanto di esistere, e riorganizzato con l'immissione di nuovi effettivi fu presto in condizioni di servire agli scopi militari del tedesco invasore.
L'inchiesta giudiziaria e la successiva istruttoria condotta da numerosi giudici, stabilì come primo episodio di collaborazionismo militare quello che alla rubrica di Zuccari Merico porta il numero uno e cioè l'uccisione di Fava Frera Remo avvenuta il 22 dicembre 1943 in Crevacuore: ma l'inizio dell'attività bellica a sostegno dei tedeschi da parte del 63o btg. risale a parecchie settimane prima.
Non a caso il battaglione era stato trasferito dalle vicinanze di Roma a Vercelli. Il Piemonte era stata la prima regione d'Italia in cui l'appello alla resistenza contro gli invasori tedeschi, lanciato dal governo legittimo del re, era stato accolto, ed in conseguenza erano immediatamente sorte organizzazioni a carattere militare, alcune delle quali comandate e dirette da ufficiali del Regio Esercito, non arresisi ai tedeschi. In tutta la regione la resistenza all'occupazione tedesca era vivissima in tutti gli strati della popolazione; in alcune zone del Piemonte la stessa occupazione tedesca non poteva considerarsi realmente avvenuta ed il controllo delle autorità germaniche realmente efficace.
Non a caso pertanto il reparto comandato dallo Zuccari fu inviato a Vercelli, essendosi rivelato pronto e fedele servitore dell'invasore.
[...]7

Primo episodio figurante nel capo di imputazione di Merico Zuccari, quale ipotesi di causa ostativa all'applicazione dell'amnistia a carico dello stesso, è dunque la già ricordata uccisione di Fava Frera Remo. Il fatto fu denunziato dai Carabinieri di Crevacuore alla Procura del Regno presso la Corte di assise speciale di Vercelli in data 23 aprile 1946. Nel corso dell'istruttoria e del dibattimento furono uditi alcuni testimoni oculari, tra cui Bussi Gabriele, Bussi Pier Carlo e Piazzale Teresa.
Dagli atti di causa si rileva che il Fava Frera Remo era un pacifico commerciante di Torino, sfollato in Crevacuore a causa dei bombardamenti. Nulla è risultato che potesse giustificare l'accusa con la quale fu portato a morte, secondo cui egli dovesse essere comunista ed ebreo.
Un reparto del 63o btg. giunse verso le ore 15 del 22 dicembre 1943 in Crevacuore al comando dello Zuccari.
Egli immediatamente si insediò nello stabile del Municipio, dove lo raggiunse, perché chiamato, l'avv. Gabriele Bussi, allora in funzione di delegato del podestà del paese.
Intanto un gruppo di militi, ai quali erasi aggiunto un tal Ciceri, che risultò essere spia del luogo e che successivamente venne giustiziato dai partigiani, si presentò all'abitazione del Fava Frera ed ivi, dopo aver devastato il magazzino di antiquariato che il commerciante teneva presso l'abitazione e prelevato valori e libretti di banca, trascinarono il disgraziato per le vie del paese: la teste Piazzale Teresa vide passare il triste corteo dalla finestra della sua abitazione.
Il Fava veniva spinto avanti a scudisciate e calci e condotto nel cortile del Municipio. Ivi lo Zuccari aveva dato ordine al Bussi Gabriele di radunare gli industriali del paese; quando arrivarono i militi con il Fava Frera, lo Zuccari si presentò all'ingresso del Municipio che dava sul cortile, e lanciò l'ordine ai suoi uomini di fucilare il Fava, ordine che i militi immediatamente posero in esecuzione. I testi Bussi Pier Carlo e Bussi Gabriele dichiararono all'udienza di aver personalmente udito e visto lo Zuccari dare l'ordine di morte e presentata a loro dal presidente una fotografia dell'imputato latitante Zuccari esistente agli atti del processo immediatamente lo riconobbero.

Ma l'incursione tragica di Crevacuore doveva ancora avvenire quando già a Borgosesia i cadaveri di dieci fucilati giacevano sul selciato della piazza ed un altro giovane era spirato in seguito a ferite e sevizie all'ospedale. La città di Borgosesia è un centro operoso della provincia di Vercelli che domina gli ingressi alle vallate che si dirigono verso l'alto corso del fiume Sesia. In questa zona impervia ed abitata da una rude popolazione di montanari era da mesi in corso l'organizzazione di un forte nucleo di partigiani, i quali si avvalevano del generale appoggio della popolazione, onde resistere ai tentativi più volte effettuati in precedenza dalle truppe tedesche e dai fascisti di stabilire un efficiente controllo sulla regione.
In Borgosesia era il centro di rifornimento di tale nucleo di partigiani, comandato da Cino Moscatelli.
La spedizione di Borgosesia era stata concertata appunto allo scopo di stroncare, nel cuore della regione valsesiana, il movimento armato dei partigiani di Moscatelli. Invero il 63o btg. giunse improvviso e inaspettato a Borgosesia nella mattinata del 21 dicembre 1943: immediatamente furono instaurati posti di blocco alle uscite della città, venne occupato il Municipio, venne effettuato un rastrellamento in grande stile nel centro e nelle frazioni, e tutti gli uomini trovati sul posto, e particolarmente le persone più cospicue della città nonché gli individui particolarmente indiziati, vennero trascinati in Municipio dove lo Zuccari immediatamente insediò il suo quartier generale, iniziando gli interrogatori dei fermati in una ininterrotta successione. Nel frattempo i partigiani di Moscatelli si erano fatti vivi e, come lo stesso teste Moscatelli ebbe a dichiarare in udienza, ebbero luogo due scontri nei dintorni di Borgosesia. Nella frazione Agnona i contendenti lasciarono sul terreno un morto ciascuno e ad Aranco, altra frazione di Borgosesia, i militi ebbero uno dei loro ucciso nello scontro. Queste perdite valsero a maggiormente irritare lo Zuccari il quale fece intensificare gli arresti ed iniziò le investigazioni. I fermati venivano radunati nel salone centrale del Municipio, scortati dai militi, e tra di loro venivano a volta a volta chiamati coloro che dovevano essere interrogati. I maggiori indiziati venivano rinchiusi nell'ufficio del segretario comunale, dove verso le ore 15 del giorno 21 dicembre venne portato un partigiano ferito al ventre, certo Toniol Virginio, che pur ferito sanguinante venne lasciato in detta stanza per diverse ore, quindi interrogato e percosso durante l'interrogatorio, ed infine portato all'ospedale dove poco dopo venne a morte. Tra i fermati nel pomeriggio del 21 dicembre vi fu il podestà di Varallo Sesia Osella Giuseppe. Era costui un cospicuo industriale del luogo, che i fascisti accusavano di essere sovvenzionatore dei partigiani, come infatti era. Egli venne prelevato nella sua abitazione, interrogato dallo Zuccari, quindi lasciato libero, ed ancora arrestato durante la notte tra il 21 e il 22 e fucilato con altri 9 la mattina del 22 dicembre.
Quanto successe nel Municipio di Borgosesia il 21 dicembre nel pomeriggio ed il 22 mattina, nonché la tragica notte tra i due giorni citati, è stato narrato diffusamente al Tribunale da numerosissimi testi oculari. Merico Zuccari ed i suoi uomini erano decisi a stroncare il movimento di resistenza della città e a tal fine usarono tutti i mezzi. L'Osella, quando fu nuovamente arrestato fu percosso e schernito dai militi in presenza di tutti i fermati, affinché costoro potessero rendersi conto di quanto era riservato agli avversari dei fascisti, anche ai più rispettabili e cospicui. Gli fu messo in testa un casco coloniale e additato ai presenti con le parole: "Ecco il vostro podestà". L'Osella mantenne, nonostante le percosse subite durante la notte e le minacce, un contegno di dignità e di fierezza. Tutti i testi presenti e non presenti ai fatti dal Moscatelli al Franceschini Gilberto, a Godio Riccardo, a Buratti Giuseppe, confermarono dinanzi al Tribunale questo contegno dell'Osella ed i maltrattamenti che egli ebbe a subire.
La notte trascorse nel Municipio di Borgosesia in mezzo alla tragica apprensione dei fermati, al continuo andirivieni di ufficiali e di militi: molti dei fermati affermano che durante gli interrogatori furono udite grida strazianti provenire dalla stanza in cui venivano effettuati gli interrogatori.
Ad essi presiedeva lo Zuccari, circondato da suoi ufficiali, e pare anche da alcuni tedeschi. Verso l'alba, nella stanza del segretario rimanevano una diecina di persone particolarmente indiziate: tra cui l'Osella ed il teste Franceschini Gilberto.
Quest'ultimo venne liberato all'ultimo momento, poco prima della fucilazione dell'Osella e di nove altri. La fucilazione avvenne verso le ore 11 del 22 dicembre 1943: ai morituri venne negata l'assistenza religiosa, come ebbe a dichiarare il parroco di Borgosesia all'udienza, monsignor Mario Longo Dorni.
La fucilazione avvenne per ordine e sotto la direzione di Zuccari, come tutti i testi ebbero a confermare. Il plotone di esecuzione fu formato da militi del btg., ed il comando del plotone fu affidato ad un ufficiale inferiore del battaglione sul cui nome vi furono contrastanti deposizioni, sulle quali il Collegio intende in seguito soffermarsi. Intanto gli altri fermati vennero, dopo l'ammonizione dello Zuccari, posti in libertà.
Il teste Moscatelli che ebbe a conoscere bene i fucilati afferma che l'Osella aveva favorito effettivamente con varie contribuzioni il movimento partigiano da lui capeggiato; e il Canova era una staffetta dell'intendenza partigiana, il Topini era un giovane partigiano combattente, mentre il Fontana era stato catturato in sostituzione del figlio che non era stato trovato in casa. Comunque sembra che quasi tutti i fucilati fossero in contatto con il movimento di resistenza più o meno attivamente partecipandovi. È convincimento del Collegio che la fucilazione di Borgosesia sia avvenuta non tanto allo scopo di effettuare una rappresaglia per l'uccisione dei militi avvenuta il giorno prima in combattimento, ma allo scopo di stroncare, con l'uccisione di coloro che le delazioni avevano indicato come attivi resistenti o comunque favoreggiatori, le forze partigiane della zona, intimidendo i sopravvissuti.
La presenza del delatore Ciceri, detto "maschera di ferro" perché portava un passamontagna per non farsi riconoscere è prova di quanto sopra. Quanto all'uccisione del Toniol, 11a vittima di Borgosesia, che non figura tra coloro che sono indicati al numero due delle ipotesi ostative all'amnistia nel capo di imputazione di Zuccari Merico, e cioè i dieci soprannominati, è chiaramente stabilito che essa pure avvenne ad opera dei militi della "Tagliamento". Al proposito è da osservare che, su richiesta del pubblico ministero è stata ordinata la legazione agli atti della cartella clinica al nome di Toniol Virginio, esistente all'ospedale dei Poveri Infermi di Borgosesia. Dicesi nella parte dedicata all'anamnesi che nel pomeriggio del giorno 21 dicembre 1943 alle ore 18 venne trasportato in quell'ospedale il Toniol Virginio da militi della Tagliamento. Le condizioni del Toniol apparivano gravissime: a stento il ferito ha potuto riferire quanto segue: "Ritornavo dal mio lavoro e cioè dalla Cartiera italiana di Serravalle verso le ore 15.30; giunto nei pressi di Aranco venni fermato da due militi che mi chiesero la carta di identità. Mentre mi accingevo ad estrarre il portafoglio dalla tasca dei pantaloni uno dei militi mi sparò un colpo al basso ventre e subito dopo venni portato alla sede del comando nel Municipio di Borgosesia, ove venni interrogato da un ufficiale che credo sia stato il comandante. Volevano sapere da me il nome del partigiano che aveva ucciso un fascista, ma io non sapevo nulla. Allora venni percosso a pugni e a calci in un modo violento tanto che svenni e non ricordo più nulla fin dopo il mio ingresso all'ospedale".
All'esame obbiettivo, dicesi nella cartella clinica: "Omissis. Esaminando l'addome si vede una ferita d'arma da fuoco situata sulla linea mediana poco sopra al pube. Tutta la pelle dell'addome è tumefatta e arrossata. Anche la faccia è gonfia e la regione orbitale destra presenta una tumefazione con ecchimosi verosimilmente causata da percosse. Si è pure notata perdita di sangue dal naso. Omissis".
In effetti il Toniol fu trattenuto ferito e sanguinante, in condizioni gravissime, nel Municipio di Borgosesia per molte ore, ed interrogato e percosso. Ciò è confermato dal teste Franceschini Gilberto che fu rinchiuso nella stessa stanza con il Toniol che a detta del teste, venne costretto a camminare colle mani legate nonostante egli chiedesse di essere slegato per comprimersi il ventre. Solo per l'intervento di un tedesco egli venne portato all'ospedale.
Questo episodio, di particolare gravità e ferocia, il Collegio ha ritenuto di rilevare poiché, pur non essendo previsto, come qui sopra accennato, nella contestazione riferentesi all'episodio di Borgosesia, ben può rientrare nell'ipotesi più ampia e meno determinata che figura al capo di imputazione relativamente alle sevizie particolarmente efferate che lo Zuccari avrebbe inferto agli arrestati, genericamente indicati, tra i quali il capo di imputazione prevede solo alcuni nominativi. La generalità e l'indeterminatezza della contestazione relativa alle sevizie particolarmente efferate permette pertanto al Collegio di non violare le precise norme di legge che impediscono la condanna per fatti non contestati includendo il Toniol Virginio, come nelle richieste del pubblico ministero, tra le vittime di sevizie particolarmente efferate ad opera dell'imputato Zuccari. Invero il Toniol, dopo il ferimento e l'arresto, fu percosso con calci e pugni, fu tenuto legato e fu portato all'ospedale solo dopo molte ore, sì da comprometterne definitivamente l'esistenza. Se i calci e i pugni non possono evidentemente costituire sevizie particolarmente efferate quando il soggetto offeso è in normali condizioni fisiche, ben possono essere considerati tali quando comminati ad un soggetto già minorato da grave ferita, secondo l'interpretazione più accreditata del Supremo collegio (cass. pen. II, 17-9-46 n. 1431).
Di tali sevizie particolarmente efferate è responsabile primo lo Zuccari, e a lui vanno addebitate come causa ostativa per l'applicazione dell'amnistia. Infatti egli dirigeva gli interrogatori, egli interrogò il Toniol, egli fu quindi a conoscenza delle sue condizioni e la stessa omissione nell'ordinarne l'immediato ricovero, lasciandolo legato e senza assistenza, costituisce di per sé sevizia.
La difesa dello Zuccari ha cercato di dimostrare, a parziale discarico dell'imputato, che l'ospedale di Borgosesia era in una zona infestata dai partigiani, e che quindi i militi non avrebbero potuto accedervi senza grave pericolo. La circostanza è inesatta, in quanto l'edificio dell'ospedale trovavasi nella zona chiusa dai posti di blocco dei militi, come ebbe a dichiarare il direttore dell'ospedale. Ma basta a dimostrare l'inesattezza dell'asserto la considerazione relativa al fatto che il Toniol venne trasportato finalmente all'ospedale verso le ore 18.30 dai militi, ora in cui d'inverno sono già calate le tenebre. Ben poteva quindi essere trasportato prima all'ospedale il Toniol, che venne ferito e catturato verso le ore 15.30, ora in cui la luce diurna avrebbe permesso ai militi una miglior difesa, se veramente la zona fosse stata minacciata dai loro avversari.
L'episodio di Borgosesia, come sopra si è detto, figura al numero due dell'ipotesi ostative dell'amnistia a carico di Merico Zuccari, Muzzi Pietro e Ravaglia Silvio. Per quanto attiene alla responsabilità dello Zuccari, essa è chiaramente provata da quanto già esposto, come responsabilità preminente nel concerto criminoso, direttiva e determinante. Con lo Zuccari erano a Borgosesia parecchi ufficiali del battaglione, tra i quali il Ravaglia, il Muzzi, l'Alimonda ed altri degli attuali imputati. Al Ravaglia si fa carico di aver contribuito efficacemente in complotto con lo Zuccari alla fucilazione dei dieci arrestati: invero il Ravaglia era aiutante maggiore di battaglione, e per la natura delle sue funzioni è molto probabile che egli abbia avuto parte attiva negli interrogatori ed in quanto successe a Borgosesia in quei giorni. Ma in questo come in altri episodi l'attività dello Zuccari, se questi presente, risulta determinante ed assorbente. D'altro canto nessuna prova è emersa a carico del Ravaglia circa un suo effettivo e determinante concorso nell'uccisione dei dieci martiri di Borgosesia, anche se è poco probabile quanto da lui dichiarato in sede di interrogatorio istruttorio, che cioè egli si sia allontanato dal Municipio perché non gli reggeva l'animo di assistere a quanto stava succedendo.
Per quanto riguarda il Muzzi egli venne indicato come comandante del plotone di esecuzione che fucilò i dieci soprannominati dal suo ex commilitone tenente Socco Pietro, nel corso di un interrogatorio che questi ebbe a subire in data 10 marzo 1946, nel corso di una seduta nel palazzo comunale di Borgosesia, dal Comitato di liberazione di Borgosesia. Questo interrogatorio, il cui originale verbale figura agli atti, venne confermato come avvenuto veramente e senza intimidazioni dai membri del Comitato anzidetto, sentiti all'udienza quali testi. Nessun valore peraltro di prova può essere dato a questo verbale e quindi alle dichiarazioni del Socco, il quale può aver dichiarato quanto in esso contenuto perché spinto da personale desiderio di discarico, visto che nei suoi confronti era pendente pure procedimento penale per collaborazionismo.
Altro indizio, e questo seriamente rilevabile, è quello contenuto nelle dichiarazioni rese in udienza dal fratello di Giuseppe Osella, teste Osella Augusto. Questi disse che aveva sentito in paese, da voci ivi circolanti, che il comandante del plotone di esecuzione era stato l'imputato Muzzi. Per quanto grave possa essere considerato questo indizio, proveniente da dichiarazioni di un teste ineccepibile, il Collegio non ritiene che esso solo possa costituire prova concreta circa la responsabilità del Muzzi. Vero è che in quel tragico giorno fu difficile che gli abitanti di Borgosesia si preoccupassero di venire a conoscenza del nominativo del comandante del plotone di esecuzione, mentre ancor c'erano i cadaveri distesi sulla piazza. Né al Muzzi né al Ravaglia può essere riconosciuta responsabilità di concorso con lo Zuccari per l'uccisione di Borgosesia.
Quanto alle sevizie particolarmente efferate che sarebbero state inferte ai fucilandi nella stanza del segretario comunale ed in quella del podestà di Borgosesia, così come risulta nella stessa ipotesi ostativa alla amnistia per i tre imputati sopra nominati, il Collegio ritiene che forti indizi siano emersi a carico degli imputati ed in particolare dell'imputato Zuccari Merico, che indicherebbero che tali sevizie sono state effettivamente inferte ad alcuni degli arrestati poi fucilati. Parecchi testi hanno narrato che nel corso della notte furono uditi gemiti ed urla di dolore provenienti dalla stanza degli interrogatori; tracce di sangue e di capelli strappati furono rinvenute dal segretario comunale quando la tempesta fu cessata ed il reparto si allontanò dalla città; il cavalier Osella fu percosso, a detta soprattutto del teste Franceschini Gilberto, con un pendolo d'orologio, e secondo altri testi torturato con acuminati coltelli ma gli stessi familiari dell'Osella hanno riferito all'udienza di non aver riscontrato alcuna traccia di sevizie sul corpo del loro congiunto quando vennero a prelevarlo dopo la fucilazione. Pertanto il Collegio ritiene che non sia stata raggiunta prova sufficiente circa le sevizie particolarmente efferate, come la dizione della legge e l'interpretazione costante della Suprema corte ritengono debbano verificarsi, pur nel convincimento, convalidato da quanto emerso e provato nel caso Toniol, che la crudeltà dello Zuccari e dei suoi uomini non sia stata inferiore in questa occasione a quella che in altri episodi essi dimostreranno, come nel corso della presente narrativa sarà dimostrato.

La giornata del 22 dicembre 1943 non vide solamente la morte ad opera del 63° btg. del Fava Frera a Crevacuore e dei dieci martiri di Borgosesia, ma portò la morte anche nel paese di Cossato, centro della provincia di Vercelli a poca distanza da Borgosesia. Quivi furono uccisi, su ordine dello Zuccari, nella piazza di Cossato Boschetti Ivo e Pizzorno Giovan Battista. L'episodio figura al numero 4 della rubrica8 a carico di Zuccari, nonché figurava a carico del Ragonese Giuseppe, la cui posizione venne stralciata dal presente procedimento con ordinanza di questo Tribunale. La sera del 22 dicembre il 63o btg. arrivò in forze a Cossato, al comando dello Zuccari, e mentre i militi trovavansi schierati per le vie del paese, il comandante Zuccari, insieme con il Ragonese si insediò nel Municipio. Quivi convocarono il podestà Gallo Giovanni, che svillaneggiarono, mentre pattuglie di militi irrompevano in alcune case del paese, arrestando il Boschetti ed il Pizzorno che, a dire del Ragonese, erano stati trovati in possesso di armi, circostanza questa che il padre del Pizzorno, udito quale teste all'udienza, fermamente esclude. Comunque i due vennero trucidati sul posto, nella piazza di Cossato, per ordine dello Zuccari, da un plotone di esecuzione formato di militi, al comando, pare, del tenente Melloni, poscia deceduto.
La responsabilità di tale grave fatto di sangue risale allo Zuccari, indicato da tutti i testi come colui che comandava il reparto e che ordinò la fucilazione, ed a lui tale fatto va imputato come causa ostativa all'applicazione dell'amnistia.

I numeri cinque, sei della rubrica Zuccari riguardano due episodi di devastazioni e saccheggi compiuti ai danni, il primo di Ballarati Aldo, il secondo di Scaramiglia Luigi. A proposito osserva il Collegio che per quel che riguarda la devastazione del caffé ristorante della stazione di Quarona avvenuta l'11 aprile 1944 ai danni di Ballarati Aldo, si tratta di un episodio avvenuto ad opera di militi comandati dal sottotenente Pucci e dal capitano Agostini, come deducesi dalla deposizione di Ballarati Aldo. Costui era stato indicato ai militi come favoreggiatore di partigiani e perciò, secondo gli ordini e le direttive generali e costanti dello Zuccari, soffrì sui suoi beni la vendetta dei militi. Quanto all'episodio n. 6, e cioè il saccheggio di danaro, titoli oggetti d'oro ed abbigliamento per un valore totale dichiarato di L. 180.000, avvenuto in Roccapietra di Varallo Sesia in danno di Scaramiglia Luigi fu Rocco in data 17-1-1943, esiste agli atti la sola denuncia del danneggiato, denuncia da lui inviata al capo della provincia di Vercelli in data 3-11-1944. La denuncia accusa genericamente i militari del 63o btg. M. Tagliamento, e di tale denuncia non vi è conferma giurata da parte del danneggiato, il quale è deceduto.

In data 1o marzo 1944 un importante avvenimento ebbe luogo a Vercelli: il 63o btg. M. Tagliamento si unì al 1o btg. Camilluccia, comandato dal capitano Aldo D'Agostini, e da questa unione nacque la prima legione d'assalto "M. Tagliamento". Il btg. Camilluccia, che d'ora in poi seguirà la sorte e le vicende del 63o btg., era stato formato dall'entusiastica iniziativa del D'Agostini con giovani pressoché adolescenti nativi per lo più del Lazio, tanto che, prima della fusione chiamavasi battaglione giovanile Camilluccia. D'Agostini, che risulta peraltro essere stato prosciolto per amnistia dall'accusa di collaborazionismo, era un ufficiale permeato di fanatico idealismo, ma non pertanto portato ai limiti ossessivi che si riscontrano nello Zuccari. Prova ne è quanto già rilevato dal p.m. nella sua requisitoria, e si desume principalmente dagli atti esistenti in proposito, riflettenti l'insanabile dissidio di metodo esistente tra lo Zuccari e D'Agostini che finì in seguito per essere privato del comando del btg., ormai plasmato ai sistemi di ferocia e di terrore dal comandante Zuccari. Comunque codesta fusione portò lo Zuccari al comando di una forza militare considerevole, che gli permise di moltiplicare i presidi nella Valsesia e di iniziare azioni a vasto raggio tendenti al rastrellamento radicale della Valsesia, fin nelle più riposte vallate montane. Tutto ciò agevolmente può rilevarsi dall'esame degli atti del presente procedimento, e tutto ciò è chiaramente emerso nel corso delle udienze di escussione dei testimoni uditi in dibattimento relativamente agli episodi dal numero sette al numero diciannove compreso della rubrica di Merico Zuccari.
In questo vasto complesso di azioni militari, condotte dalla legione Tagliamento così formatasi, si riscontra, ad avviso del Collegio una unitarietà di metodi, nella condotta delle azioni militari e nel comportamento dei comandanti dei presidi, che deve attribuirsi alle direttive dello Zuccari ed all'entusiasta collaborazione dei subalterni, tra i quali sono degni di memoria, per l'importanza del loro concorso nelle più importanti azioni di sangue, gli imputati Rastelli Nello, Fabbri Antonio ed Alimonda Guido. Il Rastelli Nello apparteneva al btg. Camilluccia sin dal settembre 1943 e nel marzo 1944 assumeva il comando della 1a compagnia dello stesso battaglione, contemporaneamente assumendo il comando del Presidio di Varallo Sesia. Quivi ebbe luogo, il giorno 3 aprile 1944, l'uccisione dei due giovani Crespi Carlo Alberto e Berardelli Pier Celestino. Di tale fatto di sangue esiste agli atti denuncia sottoscritta dal padre del Crespi Angelo Crespi, inviata al Comando carabinieri di Varallo Sesia in data 13 maggio 1946. L'Angelo Crespi venne udito quale teste al dibattimento in data 1o luglio 1952 e nel corso della sua deposizione presentò al Tribunale l'originale di una missiva arrecante tutti gli esteriori requisiti dell'autenticità, nella quale il comandante del Presidio di Varallo Sesia comunicava all'ufficiale dello stato civile di Varallo il decesso dei due giovani con le seguenti parole: "Oggi alle ore 19 è stata eseguita la fucilazione alla schiena di Berardelli Pier Celestino di Michele e di Gilardi Elena nato a Torino il 27-5-1919, celibe, residente in Torino, via Cristoforo Colombo n. 3, capo banda e organizzatore di ribelli (trovato in possesso di armi ed esplosivi) e di Crespi Carlo Alberto nato a Vigevano, via Guglielmo Oberdan n. 15, direttore, ribelle, rapinatore (trovato in possesso di armi). Firmato: il comandante del distaccamento tenente Rastelli Nello".
Il teste Angelo Crespi narrava quindi al Tribunale interessanti particolari circa l'uccisione del figlio. Il 4 aprile 1944 egli era stato avvertito che il figlio era stato ucciso a Varallo e ivi, da Vigevano, s'era immediatamente recato. Alla fine della Messa al campo che si stava celebrando nella piazza per i militari egli s'era rivolto al Rastelli per conoscere i motivi dell'uccisione del figlio. Questi gli rispose che i due giovani erano stati fucilati dal plotone di esecuzione comandato dal tenente Colombo, presente al colloquio, chiosando la narrazione del fatto con la frase: "Cosa volete, oggi a me domani a te", frase che pare sia stata pronunciata anche dal Colombo. Il Rastelli gli mostrò inoltre la somma di L. 160.000 che egli aveva trovato addosso al Crespi Carlo Alberto e che non restituì più alla famiglia e con la quale sembra che si sia acquistato una motocicletta. In effetti il Crespi Carlo Alberto, come il padre ebbe a precisare, era stato inviato dalla famiglia presso la villa dell'amico Berardelli per sottrarsi alle chiamate fasciste. Quivi i due amici erano rimasti, aiutando i partigiani di Moscatelli: il Crespi, figlio di un industriale, era con tutta evidenza in possesso di ingenti somme ed è convincimento del Collegio che questa circostanza sia stata non ultimo motivo della sua morte.
Comunque dalle risultanze di causa, il Collegio si è formato il convincimento che la morte dei due poveri giovani sia stata determinata dal concorso del Rastelli con il Colombo, pure essendo responsabile in concorso l'imputato Zuccari, che senza dubbio da Vercelli diede ordine di fucilazione.
Il Crespi ed il Berardelli vennero fucilati a ridosso del muro del cimitero di Varallo Sesia: in quello stesso punto fu fucilato il giovane Cereda Alberto. Costui venne ucciso in data 25 aprile 1944, ed il teste Crespi Angelo lo seppe dai guardiani del cimitero, che gli riferirono che il Cereda era stato arrestato alla stazione di Varallo mentre scendeva dal treno con l'accusa di essersi arbitrariamente allontanato dal reparto. Il teste si incaricò di avvertire la famiglia e di provvedere alla tumulazione del cadavere. Anche di questa uccisione deve essere ritenuta la responsabilità in concorso dello Zuccari e del Rastelli.
Il teste Michele Berardelli ha affermato all'udienza che il 3 aprile 1944 il Rastelli fece pubblicare ed affiggere sui muri della città un manifesto così concepito: "Legione Tagliamento Distaccamento di Varallo comunicato: quest'oggi sono stati fucilati i banditi Berardelli Piero di Torino, Crespi Carlo di Vigevano, organizzatori di bande ribelli, rapinatori a mano armata trovati in possesso di armi e di esplosivi. Traditori della Patria. Varallo 3 aprile 1944. Il Comandante del Distaccamento Nello Rastelli". Lo sdegno dei familiari per tali inaudite frasi nei confronti dei loro poveri congiunti ben è compreso dal Collegio, che non può non rilevare che in questa come in altre occasioni, il cinismo e la menzogna, a copertura delle proprie malefatte, costituirono l'esecrabile metodo in particolare degli imputati Zuccari e Rastelli.

L'uccisione del giovane partigiano Foglia Attilio, nato a Scopa Sesia il 2-11-1921, di cui al n. 9 della rubrica Zuccari è stata denunciata alla Questura di Vercelli dal comandante la Tenenza di Varallo Sesia in data 20 gennaio 1947. Nessuno dei testi citati relativamente a questo episodio si è presentato all'udienza, salvo il firmatario della denuncia capitano Arturo Bellini, il quale non ha potuto se non confermare il rapporto stesso senza aggiungere ulteriori particolari. Pare che l'uccisione del Foglia sia avvenuta nel corso del grande rastrellamento compiuto dalla Tagliamento nella settimana di Pasqua 1944 nella Valsesia e di cui sarà parola qui appresso. Comunque, non esistendo altra prova sull'episodio, la denuncia di per sé deve essere considerata prova insufficiente e pertanto l'episodio non può essere considerato quale causa ostativa all'applicazione dell'amnistia per Merico Zuccari.

Il n. 10 della rubrica Zuccari, addebitato quale causa ostativa all'applicazione della amnistia anche al nominato Rastelli, riflette le conseguenze tragiche e disastrose dei rastrellamenti che la legione Tagliamento ebbe a compiere nell'alta Valsesia tra il dicembre 1943 ed il giugno 1944. In particolare la più gran parte di distruzioni, saccheggi e ruberie effettuati dalla Tagliamento in quella zona ebbero a verificarsi nel grande rastrellamento di cui è già stata fatta memoria, e che ebbe luogo nella settimana precedente alla Pasqua 1944. Di questa vasta azione militare, che lo Zuccari impostò per ordine diretto dei tedeschi e sotto il loro controllo, sono rimaste larghe tracce agli atti di causa e particolarmente nel diario storico del 63o btg. Partendo dalle basi operative di Varallo Sesia, di Boccioleto e di Bannio Anzino, il 63o btg. articolato in 3 compagnie iniziava il 5 aprile 1944 il rastrellamento. Una colonna raggiungeva il passo di Baranca, un'altra si dirigeva attraverso la Valstrona a Fobello e la terza da Varallo, lungo la strada per Pray, si dirigeva verso Quarona.
Le valli della Valsesia non erano ancora del tutto sgombre dalla neve recente: il 5 aprile la villa Lancia, l'albergo Baranca erano saccheggiati e dati alle fiamme. Diecine e diecine di abitazioni in alta montagna, le cosiddette "casere", che il più delle volte contenevano la quasi totalità dei beni che l'arida terra montana fornisce ai suoi abitatori, venivano date alle fiamme.
Dinanzi al Tribunale sono sfilati per oltre tre udienze, e precisamente nelle udienze del 1-2-3 luglio 1952, circa cinquanta testi, i quali hanno narrato, con i sinceri accenti dei montanari, le terribili vicende che essi ebbero a soffrire, nei beni e nelle persone, da parte dei militi della legione Tagliamento. Non vi è dubbio che i sistemi usati nel corso dei rastrellamenti sono stati fra i più feroci e inumani che mai le forze tedesche e fasciste abbiano usato nei confronti dell'inerme popolazione: il teste Strambo Giuseppe ha riferito che egli ebbe incendiata la casera in montagna completamente arredata e provvista di legna da ardere e di foraggi; in paese gli fu saccheggiata la sua casa di abitazione, gli fu requisita una manza, che i militi macellarono e mangiarono, ed egli stesso fu tratto in arresto con tutta la famiglia perché suo figlio non si era presentato alle armi. Dallo stesso Zuccari egli fu interrogato, nel Municipio di Rimella, dove era insediato il quartier generale della Tagliamento la sera del 5 aprile.
Dago Attilio ebbe anche lui la casera incendiata e fu arrestato come ostaggio. Fu interrogato dallo Zuccari e frustato dallo Zuccari in persona: prima dell'arresto poté assistere all'incendio sistematico di tutte le case lungo il percorso da Campello Monti a Rimella. Calzino Bernardo ebbe incendiate tre baite ed i militi gli rapinarono una capra. Giacobino Orsola ebbe incendiata una casa di otto locali, tutti arredati, ed egual danno ebbe a soffrire la sorella. Bigliotti Delfina ebbe la casa incendiata in frazione Piana S. Maria di Fobello, perché suo figlio Paolo che militava fra le file partigiane non si era presentato. Le fu impedito da Zuccari e dall'imputato Fabbri di salvare qualche suppellettile della casa, ed anzi fu tratta in arresto, e rinchiusa nell'Albergo della Posta di Fobello ed ivi selvaggiamente percossa. Pure la casa bruciata ebbe Sfardini Enrico, perché il figlio Ubaldo non si era presentato. Lo Sfardini venne arrestato e successivamente rilasciato perché il figlio Ubaldo era stato catturato e fucilato, sempre dai militi della Tagliamento. Falcione Piero fu arrestato con tre figlie e con loro portato a Varallo Sesia. La casa gli fu bruciata e niente poté salvare. Bigliotti Giuseppina ha narrato al Tribunale il caratteristico metodo usato dai militi della Tagliamento per incendiare le case. Il giorno 8 aprile, e cioè il sabato santo, i militi entrarono in casa sua, cacciarono gli abitanti e posero una bomba incendiaria all'interno. Niente fu potuto salvare, salvo quattro mucche. Sua figlia e la domestica furono arrestate e condotte a Varallo.
Giacobini Giustina ebbe bruciata la casa, catturati i due figli che furono deportati in Germania. E così, oltre ai testi citati, decine di altri hanno deposto dinanzi al Tribunale circa le terribili malefatte della Tagliamento in quel periodo. L'azione di incendi e saccheggi era stata chiaramente preordinata e prevista in tutti i punti di appoggio che il Moscatelli ed i suoi partigiani potevano avere in Valsesia; si trattava di intimidire una volta per tutte le popolazioni del luogo, sviluppando peraltro una situazione di permanente allarme sociale, che potesse determinare una assoluta sottomissione alle autorità fasciste di tutti i cittadini della regione. Allo scopo di ottenere questo risultato i metodi usati dallo Zuccari e dai suoi uomini non differivano alcunché, e forse li superavano per l'intensità e per la molteplicità degli episodi, da quelli usati dalle truppe tedesche in situazioni analoghe, ma in territorio straniero.
La tipicità del comportamento dello Zuccari e dei suoi uomini in queste occasioni deriva dal fatto obiettivamente rilevabile che si trattava di azioni svolte contro cittadini italiani e contro beni di cittadini italiani, nei confronti dei quali lo Zuccari usava gli atroci sistemi dei comandanti di truppe coloniali contro gli indigeni in rivolta.
La responsabilità dei fatti di cui al numero dieci della rubrica Zuccari va addebitata anzitutto ad esso Zuccari, come colui che personalmente diresse ed ordinò tutte le imprese di cui a quel numero del capo di imputazione. Le stesse imprese figurano al capo "c" della rubrica Rastelli: l'imputato Rastelli Nello è stato rinviato a giudizio dal giudice istruttore per rispondere anche di queste azioni criminose, come fatti ostativi, evidentemente perché, nella sua qualità di comandante del Presidio di Varallo, che come si è detto fu una delle basi di operazioni per il grande rastrellamento di aprile, era il presunto efficace collaboratore alle azioni stesse in concorso con il suo comandante. Di tutti i testi uditi sull'argomento uno solo, certo Zanoletti Giacomo, ha fatto specificamente il nome di Rastelli, mentre diciannove hanno con insistenza ripetuto il nome del Fabbri come di colui che, insieme allo Zuccari è additato dal pubblico riconoscimento come presente a Fobello, presente ed emanante ordini precisi sul luogo degli incendi e degli arresti. Di tutto ciò il Collegio terrà conto quando, in sede di valutazione della figura del collaborazionista Fabbri Antonio dovrà esprimere il suo giudizio. Per ora non può che escludere qualsiasi obbiettiva imputabilità per questi fatti a carico dell'imputato Rastelli Nello.
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Il dodicesimo episodio della rubrica Zuccari riguarda il ferimento seguito da morte di Rasario Giuseppe, avvenuto il 13 aprile 1944 in Valduggia. Di questo episodio esiste denuncia a pag. 55 del volume A esami testimoniali, a firma del padre Rasario Leone fu Carlo.
Il povero Rasario Giuseppe era un operaio della ditta F.lli Conti di Valduggia. Il giorno 13 aprile 1944 verso le ore 1.30 si trovava all'ingresso dello stabilimento in procinto di iniziare il suo turno di lavoro. Ad un tratto scorse arrivare un camion di militi della Tagliamento che, fermatisi, circondarono la fabbrica al solito scopo di affettuare le loro arbitrarie ed illegittime perquisizioni ed arresti. Come quasi tutti i suoi colleghi, il Rasario fuggì preso dal terrore: i militi entrarono nello stabilimento sparando all'impazzata, ed uno di essi, scorto il Rasario che fuggiva in cortile, gli sparò addosso ferendolo gravemente.
Poco dopo, raccolto in casa dai proprietari della fabbrica, il Rasario decedeva. Del fatto è stata data testimonianza all'udienza dal padre Rasario Leone, da Buratti Vincenzo e da Crevola Giovanni: nessuno dei testi ha potuto dare notizia circa l'identità dello sparatore, che comunque era un milite che nel momento in cui sparava a Rasario Giuseppe eseguiva fedelmente gli ordini e le direttive di Merico Zuccari, che considerava tutti coloro che non appoggiavano l'invasore come suoi personali nemici.

La denuncia relativa al tredicesimo episodio trovasi al foglio 45 rapporti e denuncie, a firma del maresciallo comandante la stazione di Varallo Sesia in data 8 luglio 1949 diretta all'ufficio istruzione militare di Milano. In essa si denunciava l'uccisione effettuata in data 15 aprile 1944 alle ore 12.30 presso il cimitero di Varallo Sesia, da parte di un reparto della Tagliamento di Scotti Giovanni, Gagliardi Natale, Moretti Mario, Gallizia Carlo, Ferraris Fedele, Pellegatti Nicola, e dei prigionieri inglesi evasi Miller Fred William, Brown William di William, Mac Kraken di Camphel. L'uccisione di questi infelici è addebitata quale causa ostativa all'applicazione della amnistia a carico di Zuccari e di Rastelli. Quest'ultimo in quel periodo, come già si è visto, fu comandante del Presidio di Varallo, ed ivi compì queste ed altre imprese. Dell'episodio hanno parlato dinanzi al Tribunale i testi Falcione Delfina, Ferraris Giuseppe, Gallizia Teresa, i genitori di tre vittime. La teste Falcione Delfina, madre di Moretti Mario, ha narrato che il figlio si era sbandato all'8 settembre e non aveva collaborato né con i partigiani né con i fascisti. Insieme ad un altro figlio egli fu arrestato dai militi della Tagliamento e fucilato a Varallo insieme con gli altri otto. Il teste Ferraris Giuseppe, padre di Ferraris Fedele ha dichiarato che il figlio fu preso dai militi a Cravagliana mentre si trovava a passeggio con la fidanzata. Fu portato a Varallo nell'edificio scolastico requisito dal Rastelli e ivi interrogato e trattenuto una quindicina di giorni. Il teste e sua figlia si interessarono presso lo Zuccari per ottenere la liberazione del Fedele; la figlia arrivò anche ad offrire allo Zuccari la somma di 120.000 lire per ottenere la liberazione del fratello. Lo Zuccari rifiutò la somma, aggiungendo che il Ferraris Fedele era un "pessimo delinquente". La teste Gallizia Teresa, sorella di Gallizia Carlo, ha dichiarato al Tribunale che l'8 aprile 1944 i militi vennero a casa sua ad arrestare il fratello, in Fobello. Il fratello non era partigiano. Di lui non ebbe più notizie.
Le deposizioni di questi tre testimoni, ad avviso del Collegio, sono sufficienti per chiarire l'episodio dei nove fucilati. Invero la fucilazione avvenuta il 15 aprile 1944 presso il cimitero di Varallo Sesia rappresentava una delle dirette conseguenze del rastrellamento in grande stile effettuato nei giorni precedenti dalla legione Tagliamento. Anche la presenza dei tre ex prigionieri inglesi è con tutta evidenza dovuta alla "ripulitura della Valsesia". La diretta partecipazione è stata chiaramente provata dalle dichiarazioni del teste Ferraris Giuseppe, il quale si è rivolto ad impetrare per il figlio al Rastelli e allo Zuccari, ricevendone la risposta già citata. È agevole dedurre pertanto che se lo Zuccari e il Rastelli erano a conoscenza e avevano già deciso in merito alla sorte del povero Fedele Ferraris, così pure delle altre otto vittime essi sono responsabili, ed esse vanno ad aggiungersi al loro già pesante fardello.

Il 6 maggio 1944, alle ore 14.30, vennero fucilati nel cimitero di Varallo Sesia altri due partigiani: Varalli Silvio e Strepponi Giovanni Battista. La denuncia di tale fatto è contenuta nel rapporto già citato dei carabinieri di Varallo Sesia in data 8 luglio 1949. Di essi hanno parlato diffusamente all'udienza i testi don Giuseppe Del Signore, Cravaroli Gaudenzio. Don Giuseppe Del Signore, parroco di un piccolo paese vicino a Varallo, Locarno Sesia, ricevette ai primi di maggio 1944 la visita di un partigiano nella casa parrocchiale, il quale gli chiese se poteva ospitare un altro partigiano gravemente ferito. Non essendo sicura la casa parrocchiale lo fece ospitare nella sua casa paterna. Dopo due o tre giorni si presentarono alla parrocchia il tenente Pucci della Tagliamento con alcuni militi, i quali perquisirono la canonica e la chiesa e il campanile alla ricerca dei due partigiani. Viste vane le ricerche, i militi si sparsero per il paese compiendo violenze sino a che il Del Signore, visto che minacciavano di bruciare l'intero paese, si decise a rivelare il nascondiglio. Il tenente Pucci lo colpì con pugni e schiaffi e quindi lo fece salire sul camion assieme al ferito che era il nominato Varalli Silvio e al compagno che l'assisteva, Strepponi Giovanni Battista. Li portarono a Varallo e qui, mentre egli veniva interrogato, il Varalli e lo Strepponi vennero fucilati. Il teste dovette soffrire ancora per molto tempo delle angherie ad opera della Tagliamento. Nel corso di interrogatori fu percosso dall'imputato Rastelli e minacciato.
Quindi fu sottoposto a procedimento penale da parte del Tribunale speciale per la difesa dello Stato di Torino e prosciolto. Il teste Cravaroli Gaudenzio vide arrivare il camion con i due partigiani e il prete, mentre trovavasi detenuto all'albergo Italia. Il teste Cesare Moscone, giudice del Tribunale di Biella, trovavasi detenuto all'albergo Italia, in quei giorni, ed aveva già assaggiato la brutalità del Rastelli e dei suoi uomini. Egli era in una stanza del predetto albergo, legato mani e piedi, quando furono introdotti nella stanza il Del Signore e i due partigiani. Dopo una mezz'ora circa, e dopo che don Del Signore ebbe subito le invettive del suo indegno confratello padre Intreccialaghi, cappellano della Tagliamento, i partigiani vennero fatti scendere e portati al cimitero dove furono fucilati. Aggiungeva il teste di non sapere chi ordinò il fuoco alla fucilazione dei due: sicuramente poteva dire però che in quel giorno a Varallo c'erano solo due ufficiali: il Rastelli, comandante, ed il sottotenente Colombo.
Questo episodio in cui venne fucilato un povero partigiano ferito ed un altro suo compagno dimostra, se ve ne fosse ancor bisogno, i metodi spicci e crudeli del nominato Rastelli, del quale va riconosciuta la responsabilità di questo ulteriore fatto di sangue unitamente al suo comandante Zuccari Merico.

Gli episodi 15o e 16o della rubrica Zuccari concernono i fatti di sangue intervenuti in S. Maria di Curino l'8 e 9 maggio 1944, per i quali non esiste denuncia agli atti, fatti che sono emersi nel corso degli interrogatori istruttori e convalidati dalla diffusa narrazione che in essi è contenuta nel citato diario storico del 63o btg.
L'azione di S. Maria di Curino venne condotta dalla prima compagnia del 63o btg., di cui, dal 24 aprile 1944, aveva assunto il comando l'allora capo manipolo Carlo De Mattei. L'8 maggio 1944, dopo una serie di perlustrazioni di pattuglie in abito civile nella zona intorno a Pray, sede del Comando di compagnia, che nei giorni precedenti il De Mattei aveva disposto tentando di mettersi in contatto con i partigiani del luogo per condurli in una imboscata, un plotone al comando del tenente Mazzoni, come testualmente dice il diario storico "decide di perlustrare la località di S. Maria di Curino sempre molto frequentata dai banditi. Bloccate tutte le strade del paese, il sottocapo manipolo Schianchi che già conosceva la località si porta all'altezza dell'osteria sulla quale vigila un bandito contro il quale l'ufficiale apre il fuoco uccidendolo. Nasce una violenta sparatoria fra i legionari ed il gruppo di tredici banditi comandati dal Gemisto che si trovano nell'osteria. Al rumore della sparatoria anche il sottocapo manipolo Mazzoni si porta sotto con i suoi uomini. Dopo mezz'ora di ostinata violentissima lotta la resistenza viene domata ed i banditi lasciano sul terreno 11 morti, un altro viene fatto prigioniero, mentre il Gemisto benché ferito riesce a fuggire. Viene pure tratto in arresto il magazziniere del Consorzio locale, favoreggiatore dei ribelli e detentore abusivo di armi. Da parte nostra si contano le seguenti perdite: un morto: serg. Baraldi Renzo. All'arrivo del capo manipolo De Mattei viene passato per le armi il magazziniere".
Il teste Foglia Noè fu fermato la sera dell'8 maggio 1944 a circa un chilometro da S. Maria di Curino dai militi della Tagliamento. Questi gli chiesero se aveva visto dei partigiani e alla sua risposta negativa lo lasciarono andare. Mentre stava giungendo a casa, dopo circa un quarto d'ora, udì una sparatoria. Il mattino dopo, verso le sei, vide il cadavere di Pagliazzo Giovanni, steso sulla piazza. Gli dissero che il Pagliazzo era stato ucciso da un ufficiale venuto di fuori dopo il conflitto.
Il teste Locca Silvio riferiva che la sera dell'8 maggio 1944 arrivò nel suo esercizio un gruppetto di partigiani che sedutosi ad un tavolo ordinò tre aranciate. Il teste si avviò assieme ad un partigiano, che pare fosse il Gemisto alias Moranino, verso la cantina, mentre uno dei partigiani si alzò dal tavolo per montare la guardia davanti alla porta dell'esercizio. Appena fu sulla soglia, il partigiano venne colpito da una raffica di mitra e ucciso. Da ogni parte, dalla porta e dalle finestre furono sparati colpi di mitra contro i partigiani che ben presto, pur reagendo al fuoco, furono sopraffatti. Nel conflitto furono uccisi 9 partigiani e 2 vennero feriti, mentre tra i militi ci furono 1 morto e 7 feriti circa, tra cui il tenente Schianchi, il quale per tal motivo cedette il comando al tenente Mazzoni. Tutti i feriti vennero portati alla casa del parroco. Il tenente Mazzoni scrisse un biglietto, che mandò al Comando di compagnia di Pray: in seguito giunsero due camion sopra uno dei quali furono posti i militi feriti, mentre sopra l'altro vennero fatti montare il teste Locca, un partigiano prigioniero e certo Pagliazzo Giovanni. Questi era il locale magazziniere del Consorzio agrario, che era stato catturato dai militi, sembra, perché sospetto favoreggiatore dei partigiani.
Verso l'alba giunse, proveniente dalla strada di Pray, una macchina da cui scese un ufficiale che i militi dissero chiamarsi De Mattei, il quale chiese ai militi chi fossero i prigionieri, e perché vi fosse un prigioniero di più e cioè il Pagliazzo Giovanni. Il De Mattei era accompagnato da un civile, il quale, evidentemente al corrente di quanto era avvenuto a S. Maria di Curino, lo informò che si trattava del magazziniere. Al che il De Mattei si rivolse al Pagliazzo, dicendo: "Ah, vigliacco, sei tu il magazziniere?" e contemporaneamente estrasse la pistola sparando tre colpi contro il Pagliazzo, uccidendolo. Il teste Locca Silvio si trovava in quel momento accanto al Pagliazzo; egli aggiungeva che non aveva conosciuto il De Mattei fino a quel momento, ma che in seguito aveva potuto identificare con assoluta certezza l'ufficiale che aveva sparato al Pagliazzo nella persona del De Mattei, in quanto era stato prigioniero nelle scuole di Pray, in mano ai militi della Tagliamento comandati dal De Mattei, per parecchi giorni ed ivi aveva più volte visto il De Mattei, udito i militi chiamarlo con tal nome, aggiungendo che al momento dell'uccisione del Pagliazzo il De Mattei zoppicava.
Il teste Settia don Antonio, parroco di S. Maria di Curino, dichiarava all'udienza che la sera dell'8 maggio 1944, dopo una sparatoria proveniente dal retro della casa parrocchiale, gli furono portati in casa dai militi parecchi feriti e tra questi un ufficiale che sentì chiamare "Schiano". Nella canonica trascorse la notte anche il prigioniero Pagliazzo, ma non era presente nel momento in cui il Pagliazzo venne portato fuori dalla canonica. Egli però, verso l'alba, udì una scarica che non sapeva precisare se fosse provenuta "da arma automatica oppure da pistola". Poco dopo vide il Pagliazzo cadavere che presentava sul capo i segni di vari colpi di arma da fuoco. In paese sentì dire che l'ufficiale che aveva ucciso il Pagliazzo rispondeva al nome di De Mattei.
A domanda del difensore dell'imputato De Mattei rispondeva di non aver sentito in paese discussioni sul nome dell'ufficiale che aveva ucciso il Pagliazzo. Sempre a richiesta della difesa del De Mattei, rispondeva che dopo l'uccisione del Pagliazzo aveva presentato la moglie e la figlia di questi ad un ufficiale con un braccio anchilosato, al quale disse di sbrigarsela con i parenti della vittima, aggiungendo: "Avete ucciso uno dei vostri", intendendo dire che il Pagliazzo era un simpatizzante fascista, al che il tenente rispose: "Fate che sia un eroe, lo iscriveremo nell'albo d'oro".
Ciò avvenne qualche ora dopo l'uccisione. Durante la notte nella canonica egli aveva visto due ufficiali, ma non quello con cui parlò in quell'occasione. Aggiungeva, sempre a richiesta, di non sapere se il Pagliazzo era stato ucciso sopra il camion oppure a terra; il cadavere l'aveva visto a terra. Aveva notato che i colpi sulla testa del Pagliazzo erano più di tre, ma non sapeva se si trattasse di fori d'entrata o d'uscita.
L'uccisione del Pagliazzo Giovanni figura al n. 16 del capo di imputazione di Zuccari Merico, nonché quale unico fatto costituente ipotesi di causa ostativa per l'applicazione dell'amnistia a carico dell'imputato Carlo De Mattei. Il difensore del De Mattei ha proposto una vigorosa difesa tendente a dimostrare la non responsabilità del suo difeso in ordine alla uccisione di cui è parola per i seguenti motivi, e per le seguenti circostanze emergenti:
1 - il teste Locca non sarebbe testimone degno di fede, sia per il decorso del tempo sia per le contraddizioni in cui è caduto riscontrabili nel raffronto della deposizione resa da lui in istruttoria con quella resa all udienza;
2 - l'identificazione dell'ufficiale che sparò al Pagliazzo nella persona del De Mattei è stata, da parte del Locca, arbitraria ed incerta;
3 - esiste la prova che il De Mattei a quel tempo non zoppicava, ed è falso che il De Mattei avesse l'accento "centrale" e non piemontese come asserisce il Locca, risultando il De Mattei nativo e dimorante nella città piemontese di Tortona.
Il Collegio in verità si è riproposto tutti questi quesiti in omaggio alla ricerca della verità, che è suo dovere, ed anche alla appassionata difesa che il latitante De Mattei ha ricevuto ad opera della sorella, che più volte ha deposto all'udienza, nonché ad opera di altri testi non conferenti alla materia di causa, che la difesa ha fatto udire in udienza.
Innanzitutto il Collegio ritiene che il teste Locca sia testimone assolutamente attendibile, sia per le circostanze che lo videro presente ed in condizioni di poter perfettamente udire e vedere, sia per il nesso logico e la continuità complessiva e sostanziale delle testimonianze da lui rese anche a distanza di anni, sia infine perché non è emerso in causa alcun motivo previsto dalla legge che giustifichi un'invalidazione della sua testimonianza. Né peraltro le contraddizioni in cui egli sarebbe caduto all'udienza, rispetto alla deposizione istruttoria sono tali, se pur esistono, da poter comunque porre in dubbio l'accusa che il teste formula, in modo preciso e incontrovertibile, nei confronti dell'imputato De Mattei, come l'uccisore del Pagliazzo.
Si tratterebbe anzitutto, a detta della difesa, della circostanza secondo la quale il Pagliazzo sarebbe stato ucciso mentre era a terra, così ha dichiarato il Locca all'udienza, e non sul camion, come il Locca avrebbe dichiarato dinanzi al giudice istruttore in data 29 settembre 1948. Il Collegio ha voluto a questo proposito eseguire un diligente raffronto dei due verbali di interrogatorio del Locca, dal quale ha rilevato che non è affatto vero che il Locca abbia dichiarato dinanzi al giudice istruttore che il Pagliazzo è stato ucciso mentre era sopra il camion anziché a terra; in verità il Locca in istruttoria non ha detto nulla a questo proposito, e la mancata precisazione della circostanza non può indurre il Collegio a ritenere che il teste intendesse dire ciò che in effetti non ha detto. D'altra parte le ragioni con le quali il Locca ha spiegato al Tribunale la identificazione dell'ufficiale da lui effettuata sono quanto mai attendibili, dato che non è controversia in causa circa la detenzione sofferta dal Locca a Pray e altrettanto è certo, perché risulta dal diario storico, che il Comando della prima compagnia del 63° btg. era in quei giorni a Pray, e che il comandante della compagnia era l'imputato De Mattei.
Per quanto attiene all'asserzione del teste circa il fatto che il De Mattei era zoppicante risulta in causa, perché l'ha dichiarato l'imputato presente Alimonda, che il De Mattei rimase ferito in combattimento nei primi di dicembre 1943 e, secondo 1'Alimonda, avrebbe zoppicato per un paio di mesi.
La difesa dell'imputato De Mattei ha richiesto la citazione quale teste del medico che ebbe a curare il De Mattei per la ferita riportata, il quale, udito all'udienza, dichiarava che pur trattandosi di ferita comminuta era impossibile che alla distanza di sei mesi il De Mattei zoppicasse ancora. Senonché, ad avviso del Collegio, è quantomeno sorprendente che nella prima compagnia del 63o btg. ci fosse un solo ufficiale che zoppicasse, e che quello venga indicato essere il De Mattei di cui risulta la ferita recente. Comunque è convincimento del Collegio che questa circostanza non possa ritenersi valida come prova di una erronea identificazione da parte del teste Locca, come pure non sia da tener in alcun conto l'evidente errore del Locca che ha asserito che l'accento dell'ufficiale che sparò al Pagliazzo era un accento "centrale" e non piemontese, in quanto non si può pretendere da un oste di un paese di montagna che riesca di primo acchito a distinguere i vari accenti regionali e che di un fenomeno auditivo labile ed incerto possa ritenere memoria per un lungo decorso di anni.
In verità, oltre la deposizione del Locca, sono emerse a carico del De Mattei altre prove ed indizi collaterali che confortano il convincimento del Collegio circa la responsabilità del De Mattei relativamente alla uccisione del Pagliazzo. Tra questi la frase già riportata più sopra del diario storico: "All'arrivo del capo manipolo De Mattei viene passato per le armi il magazziniere", circa la quale è da osservare che esiste indubbiamente un nesso logico tra la morte del magazziniere e l'arrivo del De Mattei a S. Maria di Curino, tale che il compilatore del diario ha accomunato le due circostanze in un unico rilievo; e cioè che non può essere avvenuto se non in conseguenza di un avvenimento che colpisce la memoria e le facoltà riproduttive del compilatore stesso con immediato vigore. Inoltre, e veramente "ad abundantiam" il teste don Settia non ha esitato ad affermare all'udienza che in paese si faceva il nome del De Mattei quale autore del crimine e che nel paese stesso non era mai sorta discussione alcuna circa l'identità dello sparatore. Quanto poi al rilievo della difesa circa il numero dei colpi riscontrati dal Settia sulla faccia del Pagliazzo, è di comune conoscenza che tre colpi di pistola sparati a bruciapelo sulla faccia di un uomo non possono lasciare tracce ben definite e circoscritte. La testa, si sa, non è una massa muscolare dove le pallottole possono delineare i fori precisi, ma è un complesso di ossa, cartilagini e materia molle in cui le pallottole producono certamente molto scompiglio.
Per quanto precede il Collegio esprime il proprio pieno convincimento che esista prova completa e tranquillante della responsabilità del De Mattei in ordine al fatto a lui contestato come causa ostativa alla applicazione dell'amnistia nei suoi confronti.

Il 17o episodio che figura alla rubrica di Zuccari, concerne l'uccisione dei partigiani dott. Casaburro Vito, Gastaldi Giovanni "Marco", Meneghini Bruno, Meneghini Gino, De Micheli Piero, De Micheli Lino, Corà Adriano, Comolli Luigino e Godi Amelio, avvenuta il 9 maggio 1944 a Forno di Valstrona, episodio che è pure contestato, come causa ostativa all'applicazione dell'amnistia, agli imputati latitanti Fabbri Antonio e De Filippis Alfonso. Il grave fatto di sangue venne denunciato in data 20-6-1946 dalla Questura di Novara al pubblico ministero presso la Corte di assise speciale di Novara, a firma del questore dott. Di Guglielmo. Nella primavera del 1944, come risulta dalla denuncia, le formazioni partigiane della zona avevano organizzato in Forno di Valstrona un ospedaletto in cui venivano ricoverati i partigiani feriti e ammalati che non potevano più oltre sopportare la dura vita d'alta montagna. L'infermeria era situata in una casa nel centro del paese ed ivi prestava servizio in qualità di medico il dott. Vito Casaburro, mentre il Godi fungeva da infermiere. All'alba del 9 maggio 1943, racconta il teste don Giulio Zolla parroco del paese, i militi, sopraggiunti in paese, iniziarono una sparatoria contro l'infermeria. Si trattava di un reparto della 4a compagnia del 63o btg., comandato dal Fabbri e dal De Filippis, i quali, fruendo della sorpresa, fecero immediatamente prigionieri i partigiani che si trovavano nell'infermeria, dopo averne ucciso uno all'atto dell'irruzione. Il buon parroco si affrettò ad andare sul luogo e quivi ebbe un colloquio con il Fabbri ed il De Filippis, impetrando per la salvezza dei superstiti. Rassicurato dal Fabbri, egli andò a celebrare la messa ed aveva appena finito che si sentì chiamare in piazza dove il sottotenente De Filippis lo aspettava.
Nella piazza erano gli otto giovani colle mani legate dietro la schiena e addossati ad una palizzata: il De Filippis ordinò a don Zolla di confessarli e questi procedette alla confessione, ancora tre volte impetrando per la salvezza dei fucilandi, due volte recandosi dal De Filippis perché il Casaburro l'aveva pregato di far presente la sua qualità di medico estraneo alle parti contendenti, ed una volta per i fratelli Meneghini che chiedevano che di loro fosse risparmiato almeno uno, affinché potesse ritornare dalla mamma sola e bisognosa. Il don Zolla ricevette per tutta risposta l'ordine di De Filippis di far presto e di non seccarlo e poco dopo vide l'esecuzione degli otto giovani, comandata dallo stesso De Filippis, il quale finì con un colpo di grazia alla nuca uno dei giovani che si contorceva. Il teste seppe poi che il tenente Fabbri aveva telefonato ad un suo superiore dal telefono presso l'albergo Leone, e che allo sconosciuto interlocutore egli aveva detto che non aveva il coraggio di eseguire l'ordine di fucilazione e che gli stato risposto di eseguirlo. Dopo l'esecuzione il teste parlò con il Fabbri, il quale non gli volle fornire alcuna spiegazione dell'accaduto e chiesto dal sacerdote se poteva fare i funerali rispose che dei cadaveri non gli importava niente.
La teste Artemisia Meneghini, madre dei due fratelli Meneghini Bruno e Gino uccisi in quell'occasione, dichiarava all'udienza che da quanto aveva sentito in paese dopo l'uccisione era voce che i partigiani non si fossero difesi, circostanza questa affermata anche dal teste Calletti Albino, che era il capo partigiano che aveva provveduto all'organizzazione dell'infermeria e che vi era stato ricoverato sino all'8 maggio 1944. Questi affermava che il Godi fu ucciso subito perché si era affacciato alla finestra al rumore dei primi spari. Precisava quindi che uno dei due fratelli De Micheli era ferito, che il Corà era ammalato di pleurite e il Comoli affetto da un male simile. Degli altri, i due Meneghini si erano recati all'infermeria per salutare il Casaburro ed ivi avevano pernottato e l'altro De Micheli si trovava colà per assistere il fratello, mentre il Godi fungeva da infermiere. Altrettanto dichiarava il teste Coppo Giuseppe, anch'egli capo partigiano della zona, il quale aggiungeva che all'infermeria di Forno c'erano un paio di mitra tenuti inattivi presso l'ingresso in conformità agli ordini che egli aveva impartito affinché l'infermeria stessa venisse rispettata dagli avversari.
Osservava il Collegio che in verità i partigiani della zona dimostrarono in questa occasione troppa confidenza nella cavalleria e nel sentimento d'onore militare e nell'umanità dei loro avversari. L'episodio di Forno di Valstrona è uno dei più feroci e dei più inutilmente spietati di quelli che figurano nel capo di accusa degli attuali imputati. La fucilazione di medici e feriti costituisce, ad avviso del Collegio, un delitto di tali enormi proporzioni, che il fermarsi a ulteriormente considerarlo significherebbe prolungare vieppiù un commento che scaturisce dalla natura stessa del fatto. All'imputato Zuccari Merico, che con le sue direttive e i suoi ordini rese possibile un tale fatto, e agli imputati Fabbri Antonio e De Filippis Alfonso che con tanta criminosa solerzia adempirono a tali ordini, il fatto di cui è parola deve attribuirsi in responsabilità concorsuale e deve essere ritenuto quale causa ostativa all'applicazione dell'amnistia nei loro confronti.

Al numero 18 della rubrica Zuccari figura un episodio di requisizione arbitraria mediante minaccia a mano armata di 2.407 di tessuto ai danni di Ballarini Tarcisio, avvenuto il 19 maggio 1944 in Piode di Scopello.
Figura agli atti una domanda del danneggiato diretta all'ill.mo sig. procuratore della Repubblica in Vercelli in data 4-3-1948, denuncia che il Ballarini ha confermato in udienza, significando che il tessuto di cui è parola si trovava in un magazzino sito nella casa parrocchiale di Piode di Valsesia. Quivi il 10 maggio 1944 giunsero i militi della Tagliamento, comandati da un ufficiale sconosciuto, requisirono la stoffa e bastonarono il parroco. La stoffa fu portata a Varallo e quindi usata in pagamento di manifattura di divise. Dette circostanze vennero confemate dai testi Guidotti e Monte Corradino.
Osserva che questo episodio non può essere ritenuto come costituente uno dei fatti previsti dall'art. 3 del d.l. 22-6-1946 come ostativi all'amnistia in esso decreto regolata. Comunque esso è uno dei tanti episodi che valgono a confortare l'opinione di questo Collegio circa i metodi usati dagli ufficiali e dai militi della Tagliamento nei confronti dei beni dei cittadini italiani e rientra comunque nel quadro d'assieme delle attività illegali da questo reparto compiute nel corso dell'occupazione nazifascista del territorio italiano a sostegno del nemico tedesco invasore.

Con rapporto in data 10-12-1947 il comando della Stazione dei carabinieri di Mottalciata denunciava al giudice istruttore militare presso il Tribunale militare di Bologna l'eccidio di 20 partigiani fucilati in quel comune il 17 maggio 1944, ad opera di un reparto della legione Tagliamento. Tre di costoro erano stati uccisi in combattimento presso la cascina Caprera e la cascina Mondovà, mentre i rimanenti diciassette erano stati fucilati ad opera dello stesso reparto presso il cimitero di Mottalciata.
Questo episodio figura al n. 19 del capo di imputazione di Zuccari Merico ed altresì come unica causa ostativa per l'applicazione dell'amnistia nei confronti dell'imputato Guido Alimonda. Questi, presente in stato di detenzione fin dall'inizio del dibattimento, dichiarava in sede di interrogatorio che nella notte tra il 16 e il 17 maggio 1944 egli aveva ricevuto l'ordine direttamente dal comando di legione di recarsi con la sua compagnia, la terza del 63o btg., nella zona di Mottalciata, e precisamente nei pressi delle cascine Caprera e Mondovà, dove si trovavano delle formazioni partigiane. Così infatti era avvenuto, ed egli, col suo reparto, aveva assalito di sorpresa i partigiani rinchiusi nelle cascine, i quali dopo breve resistenza, e dopo aver avuto la perdita di tre uomini, si erano arresi ed erano stati fatti prigionieri. Il suo reparto ebbe una sola perdita. Ufficiali subalterni in quell'azione erano stati il tenente Poggi e il sottotenente Pompili.
Da Mottalciata, all'alba del 17, 1'Alimonda telefonò all'imputato Zuccari, il quale gli ordinò di disporre per la fucilazione in Mottalciata di tutti i catturati.
Egli eseguì l'ordine, ed incaricò del comando del plotone di esecuzione uno dei due subalterni, quale dei due egli ben non ricordava. Verso le 12.30 i 17 sopravvissuti venivano fucilati presso il cimitero di Mottalciata, alla presenza dell'Alimonda e del maggiore Giuseppe Ragonese, comandante del 63o btg. nonché dell'aiutante maggiore di btg. tenente Sardo.
Il teste don Giovanni Rizzollo, parroco di Mottalciata, dichiarava all'udienza di aver assistito spiritualmente i morituri prima dell'esecuzione e di aver assistito alla esecuzione stessa; altrettanto dichiarava il teste don Flavio Bobbola, parroco di Cossato, il quale affermava altresì, che trovandosi con don Rizzollo nel Municipio di Mottalciata, aveva parlato con un capitano della Tagliamento, che non riconosceva nell'imputato presente Alimonda, scongiurando di salvare la vita ai partigiani, magari facendoli deportare in Germania. Nuovamente interrogato il capitano Alimonda dichiarava che era stato lui stesso a convocare il parroco in Municipio per l'assistenza ai prigionieri, ma che non ricordava se il sacerdote gli avesse chiesto di mandare i giovani in Germania anziché fucilarli; che comunque egli avrebbe risposto in ogni caso che la decisione non dipendeva da lui ma dal comandante della legione.
Oltre a questi testi è sfilata dinanzi al Tribunale nelle udienze dedicate all'istruttoria di tale episodio la dolorosa teoria dei parenti delle vittime, i quali peraltro nulla potevano aggiungere alle risultanze dei fatti, essendo per la maggior parte assenti da Mottalciata ed avendo rinvenuto i propri parenti fucilati ammucchiati presso il cimitero, a cui mancavano per la maggior parte le scarpe e i portafogli, mentre l'imputato Alimonda, interrogato, escludeva che ai cadaveri dei fucilati fossero state tolte le scarpe, mentre i portafogli, secondo le istruzioni da lui avute in proposito dal Comando della Legione erano stati requisiti ed inviati al predetto Comando.
L'aperta confessione dell'imputato Guido Alimonda, circa la sua attiva e diretta partecipazione all'eccidio di Mottalciata, in cui trovarono la morte 17 giovani di cui alla rubrica, ha di molto facilitato al Collegio il convincimento relativamente alle modalità ed alle circostanze dell'episodio. Peraltro il difensore dell'imputato Alimonda ha prospettato al Collegio una diversa versione dei fatti dalla quale scaturirebbero differenti conseguenze in ordine alla responsabilità dell'Alimonda. È stato detto che il maggiore Ragonese era stato inviato sul posto dal comandante Zuccari onde riuscire a vincere, con il proprio intervento di superiore gerarchico, la presunta riluttanza dell'Alimonda a porre in esecuzione l'ordine sanguinario. Come già si è detto, il Tribunale si è spogliato dell'azione penale nei confronti del Ragonese Giuseppe, rimettendo gli atti relativi al p.m. ai sensi dell'art. 477 c.p.p. In questa sede pertanto il Collegio esamina la posizione del Ragonese nei fatti di Mottalciata unicamente per i riflessi che da essa possono sorgere nei riguardi dell'imputato Alimonda. Questi, nota il Collegio, non ha mai sostenuto una simile versione negli interrogatori cui è stato sottoposto ed il Collegio opina che, con la franchezza che gli si deve riconoscere, egli l'avrebbe apertamente dichiarato, qualora ne fosse stato a conoscenza. È francamente impensabile che l'imputato, a suo parziale discarico, non abbia prospettato al Tribunale le circostanze relative alle sue manifestazioni di riluttanza, qualora queste ci fossero state. La verità è che l'Alimonda nulla fece per sottrarsi all'ordine a lui impartito ed anzi lo assolse con la rigidità che gli è caratteristica. Il maggiore Ragonese, secondo il convincimento del Collegio, non giunse a Mottalciata il mattino del 17 maggio 1944 per presiedere alla fucilazione dei 17 partigiani, ma per commemorare dinanzi ai militi della compagnia la morte del commilitone caduto nei combattimenti svoltisi la notte precedente, e comunque il suo intervento sarebbe stato superfluo. Invero nel registro fonogrammi del 63o btg., del cui originale il Collegio è venuto in possesso a mezzo del consigliere di Stato Lionello Levi, si legge alla pag. 27 nel fonogramma diretto da Curino alle ore 20.30 del 17-5-1944 dal Comando 3a compagnia al Comando di legione: "come da autorizzazione del superiore Comando di legione i 17 superstiti furono passati per le armi a Mottalciata".
Il valore dell'espressione "autorizzazione" contenuta nel fonogramma non deriva dall'attribuzione ad esso di un significato attinente alla definizione giuridico-amministrativa della parola stessa, ma da quell'interpretazione più comune e meno tecnica che ad essa possono dare individui che non l'usano per comunicazioni di giuridico rilievo. E cioè il Collegio opina che tale parola sia stata usata dall'Alimonda in considerazione della prassi dei reparti dipendenti dalla Tagliamento in simili occasioni: catturati dei prigionieri partigiani o sospetti tali la fucilazione di essi derivava come legittima conseguenza, secondo le direttive, dal fatto obbiettivo della loro cattura. Comunicata la notizia al comandante di legione, l'assenso di questi costituiva un avvenimento sicuro e previsto, così che, nelle comunicazioni di servizio, era naturale che ad esso corrispondesse un termine significante l'adesione del comandante la legione ad un fatto normale, come era quello della fucilazione dei partigiani catturati.
Niente pertanto è emerso in causa che giustifichi delle conclusioni di attenuazione della responsabilità dell'Alimonda in ordine al fatto contestato. Il suo concorso, con il suo comandante di legione, nell'uccisione dei 17 partigiani risulta pertanto decisivo e determinante e pertanto il Collegio opina che tale fatto costituisca una causa ostativa alla applicazione dell'amnistia nei di lui confronti, come nei confronti del coimputato Zuccari Merico.

Il Collegio ha ritenuto di dover trattare unitariamente i fatti ascritti alla rubrica degli imputati Boidi Federico, Cavallazzi Arrigo e Leo Goffredo, in quanto costoro facevano parte di quell'Ufficio politico investigativo che, nell'ambito della legione Tagliamento, aveva un'organizzazione a sé stante, un'attività peculiare per metodi e finalità. Queste caratteristiche dell'organismo di cui è parola si riscontrano con tutta evidenza dai documenti esistenti agli atti, e di cui è indubbia l'autenticità, di cui è stata data lettura nel corso del dibattimento, in ispecie dal pubblico ministero nella sua requisitoria, nonché dalle deposizioni dei numerosi testi che ebbero ad esperimentare i metodi dei componenti del predetto ufficio. La legione Tagliamento si considerava anzitutto un organismo di polizia a carattere militare e, dipendendo gerarchicamente dalle S.S. tedesche, aveva finito per imitare in parecchi particolari quell'efficiente organizzazione germanica. Invero l'ufficio politico investigativo è una novità per dei reparti italiani, anche di polizia: in effetti le S.S. tedesche avevano sempre dato molta importanza ad uffici di informazione che potessero fornire adeguati aggiornamenti sulle attività dei ribelli nei paesi occupati, e che potessero indirizzare e guidare le formazioni militari nei rastrellamenti.
Nel fascicolo "Documenti presentati dal Cons. di Stato Lionello Levi" alla pag. 31 e segg. figura l'originale di una circolare a firma dello Zuccari con cui, in data 7 luglio 1944, questi disponeva il riordinamento degli uffici del Comando di legione. Sotto la voce "Ufficio politico investigativo" la circolare diceva: "è alle dirette ed esclusive dipendenze del comandante la legione che ne è il capo. Onde dirimere dubbi e chiarire false interpretazioni è opportuno far presente che la funzione ed i compiti dell'Upi sono esclusivamente e squisitamente politici. Suoi campi d'azione sono quindi le organizzazioni antifasciste o comunque antinazionali, le associazioni sovversive, la propaganda disfattista o comunista, l'attività nemica (spionaggio, sabotaggi, propaganda ecc.) e tutti i reati in genere a sfondo politico. A nessun altro organo o reparto in seno alla legione è concessa la prerogativa dello svolgimento della predetta attività - quanto mai delicata e speciale - e pertanto ogni emergenza, ogni avvenimento, ogni segnalazione o sospetto del genere dovranno essere urgentemente comunicati al competente Upi legionale per il di più a praticarsi".
Questa circolare, di cui è stata data lettura dal pubblico ministero nel corso della requisitoria, delinea assai chiaramente le caratteristiche di questo importante organo della legione Tagliamento, che lo Zuccari considerava con tutta evidenza il più importante e prediletto. Ma già prima della data della circolare l'Ufficio politico era efficiente e funzionante. A Vercelli esso aveva sede al Comando della legione, era diretto dal s. ten. Federico Boidi il quale, nonostante la giovanissima età, disimpegnava con serietà e con zelo il suo compito.
Ai predetti membri dell'Ufficio politico della Tagliamento sono invero addebitate, in concorso con lo Zuccari, le sevizie particolarmente efferate a cui sarebbero stati sottoposti i dieci fucilati di Borgosesia, tra cui l'Osella Giuseppe, già considerate non sussistenti o comunque non sufficientemente provate dal Collegio in sede di trattazione dell'episodio relativo. Primo episodio, quindi, prima serie di episodi, che il Collegio ritiene di dover prendere in considerazione, è quello relativo alle sevizie particolarmente efferate a cui furono sottoposti Mossotti Pietro, Bellotti Francesco, prof. Ermenegildo Bertola e certo Barbero fra il dicembre 1943 ed il febbraio 1944. Tali sevizie sono addebitate allo Zuccari in concorso con il Boidi, il Cavallazzi ed il Leo. Di questi fatti esiste agli atti una denuncia a firma di Mossotti Pietro, presentata dallo stesso alla Stazione dei carabinieri di Varallo Sesia in data 13-4-1946, inoltrata alla Corte di assise straordinaria di Vercelli. In detta denuncia il Mosso diffusamente raccontava quanto da lui sofferto nelle carceri della Tagliamento in Vercelli, dove rimase dal dicembre 1943 al 19 gennaio 1944: il teste non ebbe a subire particolari torture, mentre queste a dir suo, subirono certi Francesco Bellotti, prof. Ermenegildo Bertola e Barbero. Nella denuncia significava come autori delle sevizie il Boidi ed alcuni militi.
La denuncia veniva confermata dal Mossotti all'udienza del 27 giugno mentre all'udienza del 10 giugno deponeva il teste Barbero Giacomo Oreste, che sarebbe "certo Barbero" del capo di imputazione. Egli dichiarava che era stato arrestato il gennaio 1944 mentre si trovava in negozio a Vercelli e portato alla caserma della Tagliamento, nella stessa Vercelli, dove fu interrogato per una prima volta da certo capitano Pignotti, dal tenente Boidi e dai militi Spada e Nardo: i militi lo percossero con cinghie, calci di rivoltella e pugni, mentre il Boidi e il Pignotti lo ingiuriavano. Quindi fu trasportato in cortile dove fu legato ad una panca con una catena e così legato fu trasportato alla cascina Uccellone, vicino al paese di Caresana, dove furono trovati dieci inglesi colà nascosti.
La sera stessa fu riportato in caserma dove subì un nuovo interrogatorio, questa volta presieduto dal solo Boidi, nella stessa stanza e con gli stessi sistemi e percosse del primo. Riportato in cella, verso l'una e trenta del giorno sei, nel cuore della notte fu ricondotto nella stanza dell'ufficio politico, insieme al condetenuto Bellotti.
Quivi furono legati ognuno su di una sedia in due stanze intercomunicanti, a torso nudo. Cominciarono gli interrogatori diretti da Boidi e le continue fortissime percosse inferte dai militi con nerbi di bue, cinghie di giberne e calci di pistole finché il teste fu ridotto coperto di sangue: perde sangue dalla bocca, dagli occhi e dalle orecchie, tanto che temeva di essere leso internamente. Questo durà fino alle 4.30 ed il teste era ridotto in tale stato pietoso che per rianimarlo gli buttarono addosso un secchio di acqua. Consimile trattamento subiva alternativamente il Bellotti, che il teste poteva vedere dal posto in cui era.
Ad un certo momento il Bellotti, che era meno robusto del Barbero e già da 25 giorni subiva un simile trattamento cadde svenuto con la sedia cui era legato ed un milite di cui il teste non conosceva il nome gli calpestò con calci la bocca. Gli ruppe i denti provocandogli perdita di sangue mentre il Bellotti permaneva svenuto. Successivamente, verso le ore 6 del mattino, fu messo a confronto, in presenza dello Zuccari, con i dieci prigionieri inglesi ed il giorno 7, dalle 11 di sera alle 4.30 del giorno 8 subì insieme col Bellotti un altro interrogatorio con le medesime sevizie e torture.
Il teste era sicurissimo che tali sedute fossero presiedute dal Boidi. Invero dopo la liberazione, egli si era informato sul Boidi e sulla sua famiglia e sua moglie si era recata a Torino dal padre del Boidi, perché voleva intentare causa civile contro il Boidi per rifusione di danni patrimoniali subiti nella vicenda. Infatti la moglie del Barbero, Zucco Ester in Barbero, citata a comparire quale teste, dichiarava all'udienza del 26 luglio 1952 che aveva conosciuto l'imputato Boidi perché fu lui stesso a dirle, nella caserma della Tagliamento in Vercelli, che suo marito sarebbe stato fucilato.
Affermava che aveva potuto ben constatare che si trattava del Boidi, come di quello che arrestò e trattenne suo marito nella caserma in Vercelli, perché sentì bene quando questi declinò le sue generalità nell'udienza del 30-3-1944 al Tribunale militare di Torino durante il processo che fu celebrato a carico di suo marito accusato di aver nascosto i prigionieri inglesi.
Ricordava di aver parlato con il Boidi fuori dal Tribunale e di averlo chiamato col suo nome. A Vercelli aveva visto suo marito dopo che era stato arrestato e dopo il primo interrogatorio: era in condizioni pietose per le percosse ricevute, nero in faccia tanto che al momento non lo riconosceva. Confermava di essere stata a Torino, dopo la liberazione, a parlare con l'avvocato Boidi, padre di Federico Boidi, ivi residente in corso Vinzaglio 5 bis, per poter conoscere il nome del denunciante che aveva fatto arrestare dal Boidi suo marito. L'avv. Boidi gli aveva risposto che non sapeva più dove si trovava il figlio.
Il teste on.le Bertola Ermenegildo dichiarava che era stato arrestato nel gennaio 1944 dai militi della Tagliamento, in seguito alla confessione, resa sotto tortura, di uno dei componenti la formazione di salvataggio dei prigionieri inglesi dal teste capeggiata.
Fu catturato di notte e portato alla caserma della Tagliamento. Fu sottoposto a sevizie per costringerlo a rivelare i particolari dell'organizzazione. Le sevizie consistevano in violente fustigazioni con nerbo di bue sulla schiena, in percosse con calcio della pistola alla faccia e alla testa ed in escavazione del palmo della mano con un coltello acuminato. Gli interrogatori e le relative torture venivano eseguiti in una stanza denominata "Ufficio politico", il teste non conosceva il nome del capo. Ricordava, tra coloro che furono ristretti in quel carcere e sui quali constatò i segni delle torture: Bellotti Francesco, successivamente fucilato, un certo Ivan di nazionalità bulgara ed un suo concittadino di nome Barbero. Poté constatare sulle parti visibili del corpo dei suoi compagni i segni evidenti delle bruciature provocate da sigarette accese: i connotati facciali del Bellotti e dell'Ivan erano deformati per le percosse ricevute. Anche colui che ebbe a rivelare il suo nome sotto tortura, certo Mastrovitti, presentava segni evidenti di torture subite.
La storia del povero Bellotti è stata raccontata anche da altri testi, e particolarmente dal teste Moscatelli, che ebbe a narrare, all'udienza, come il giovane Bellotti fosse stato liberato dal carcere in seguito ad uno scambio di prigionieri intercorso tra il Moscatelli ed il Comando tedesco, che si era fatto consegnare i prigionieri partigiani in mano della Tagliamento con la forza, e li aveva ricondotti a casa con garanzia di vita salva. Invece il Bellotti era stato ucciso nel suo domicilio da elementi della Tagliamento, in spregio alla promessa fatta dal Comando tedesco.
Il Collegio osserva che le testimonianze sopra riportate meritano piena fede: che il Boidi presiedesse agli interrogatori e alle relative torture è circostanza assolutamente certa; invero, oltre alla testimonianza del Barbero e di sua moglie, il Collegio ha potuto prendere visione non verbalizzata del fascicolo processuale relativo al processo svoltosi a Torino il 30 marzo 1944 dinanzi al Tribunale militare del tempo, in cui furono sottoposti a giudizio il Barbero, il Mastrovitti e il Bertola. Il Boidi fu il teste principale di quel processo.
Piena fede merita la testimonianza del teste Barbero, per quel che riguarda le sevizie da lui sofferte e quelle sofferte dal giovane Bellotti. Che si tratti di sevizie particolarmente efferate, e come tali debbano costituire causa ostativa all'applicazione dell'amnistia, appare chiaramente sulla scorta della giurisprudenza della Suprema corte di cassazione. Il percuotere l'arrestato con un nerbo di bue, con violenza tale fino a farlo svenire, nonché nel caso del Bellotti, il calcio finale sui denti, costituiscono, ad avviso del Collegio sevizie particolarmente efferate.
Così pure, nel caso del Barbero, costituiscono sevizie particolarmente efferate le percosse con nerbo di bue e calcio di pistola alla faccia sino a provocare fuoriuscita del sangue dalla bocca, dagli occhi e dalle orecchie. Tanto più se si tenga conto che tali sevizie vennero inferte a più riprese, chiaramente indicando negli autori un animo meditatamente malvagio.
Si pensi che il Bellotti fu sottoposto a quel trattamento per 25 giorni, che il Barbero vi fu sottoposto una notte dopo l'altra, e così pure il Bertola.
Quanto all'aspetto subbiettivo non vi è dubbio che il Boidi ed i suoi aiutanti dettero prova di crudeltà, insensibilità, mancanza di ogni sentimento di umanità, con l'effetto di scemare grandemente la resistenza delle vittime.
La presenza del Boidi agli interrogatori non può ovviamente essere considerata come una semplice assistenza senza partecipazione attiva. Risulta agli atti che egli era il capo dell'Ufficio politico, dicono i testi che egli presiedeva gli interrogatori, egli menò vanto della felice riuscita dell'operazione di polizia che condusse all'arresto dei componenti l'organizzazione di assistenza ai prigionieri; perciò tali sevizie devono considerarsi da lui volute e determinate, in concorso con il suo comandante di legione, colonnello Zuccari, della cui corresponsabilità non vi può essere dubbio, dal momento che lo stesso teste Barbero ha riferito che dopo le torture venne interrogato dallo Zuccari, che peraltro era superiore diretto del Boidi, e che quindi non può che esserne stato a conoscenza, e aveva approvato e istigato alla commissione dei gravi delitti che nell'ufficio politico si commettevano.
In data 6 giugno 1944 la legione Tagliamento lasciava la zona del Vercellese, nella quale aveva stazionato sin dal settembre 1943, per essere inviata nelle Marche, e precisamente nella provincia di Pesaro e Urbino, nelle lontane retrovie del fronte, che allora trovavasi in movimento nella zona di Ancona. In verità i militi della Tagliamento, e con essi i loro ufficiali, ritenevano di essere inviati direttamente al fronte, onde poter combattere contro gli Alleati: ma il comando tedesco, da cui la legione Tagliamento sempre dipese per l'impiego, riteneva evidentemente che questo reparto fosse ben più utile nell'esecuzione di compiti di polizia militare, in attività di presidio e di sorveglianza di zone particolarmente delicate, come già aveva dimostrato nei lunghi mesi trascorsi nel Vercellese dove la sua azione, se pur aveva dato frutti precari, aveva lasciato larghe tracce e solchi profondi.


Dopo l'esposizione degli episodi, il giudice relatore passò (nella parte della sentenza cosiddetta "in diritto") ad esaminare e motivare la competenza, per materia e territorio, del Tribunale militare di Milano a giudicare gli imputati: ritenne opportuno innanzi tutto considerare la natura militare dei reati contestati (tutti gli imputati, tranne il Cavallazzi, alla data dell'8 settembre 1943 prestavano servizio militare nei ranghi delle Forze armate italiane) e illustrò la giurisprudenza in proposito.
La sentenza proseguì con l'illustrazione delle valutazioni del Collegio sulla "natura giuridica della Repubblica sociale sia riguardo al diritto internazionale, sia riguardo al diritto positivo italiano", contestando e rigettando teorie esposte da difensori degli imputati: i giudici si soffermarono ampiamente sugli aspetti che avevano fatto della Rsi un "ente" alle dipendenze dell'occupante tedesco ("un peculiare modo di esercitare l'occupazione del territorio italiano da parte dello Stato germanico") e, dal punto di vista dell'ordinamento italiano, "un organismo con nessuna veste giuridica", concludendo che alla Rsi non poteva "essere riconosciuta legittimità alcuna, né ai suoi atti, né agli ordini dell'autorità da essa costituita".
Il Collegio ritenne poi di esporre alcune considerazioni relative ai partigiani, dimostrandone la qualità di legittimi belligeranti, sia per quanto riguarda l'ordinamento internazionale sia nell'ambito dell'ordinamento italiano.
La sentenza affrontò quindi alcune questioni sollevate dalla difesa (errata composizione del Consiglio, improcedibilità dell'azione penale nei confronti di alcuni imputati, rifiuto di citazione di testi) motivando il rigetto delle richieste.
Passando all'esame delle singole responsabilità degli imputati "il Collegio, fornendo il giudizio logico su ciascuno di essi, ricono[bbe] la sussistenza di cause ostative all'applicazione dell'amnistia" nei confronti di Zuccari "per la sua responsabilità diretta o in concorso con i suoi dipendenti" in trentadue episodi, dieci dei quali avvenuti in provincia di Vercelli e uno in provincia di Novara. Provata "la responsabilità dello Zuccari in tutti gli omicidi perpetrati su suo diretto ordine" e affermato il concorso "con i suoi subalterni in tutti i casi in cui costoro applicavano alla lettera gli ordini riferentisi al trattamento dei partigiani catturati, o di coloro ritenuti tali" (fucilazione immediata) con il ricorso a numerosi documenti provenienti dall'archivio della legione, nella sentenza venne sottolineato, in risposta all'arringa della difesa (secondo cui lo Zuccari sarebbe stato portato a commettere i reati ascrittigli "perché determinato dal fine di conseguire la vittoria e difendere l'onore della Patria") che nessuna circostanza poteva attenuare le responsabilità dell'imputato essendo stata "ampiamente dimostrata la particolare intensità del tradimento operato dallo Zuccari ai danni del legittimo governo".
Esaminando la posizione di Silvio Ravaglia, il Collegio ritenne che non fosse stata raggiunta "prova sufficiente del suo concorso", ma di non poterlo prosciogliere "con formula assolutoria, ritenendo che le sue funzioni non erano [state] di lieve importanza".
La responsabilità, in concorso con Zuccari, venne invece riconosciuta nei confronti di Nello Rastelli ("comune delinquente il quale ha trovato nella legione Tagliamento e nel periodo eccezionale in cui ebbe a servire in essa la propizia occasione per mettere in pratica e sfogare le proprie negative attitudini") e le richieste della difesa di concessione di attenuanti furono respinte.
Lunga e complessa fu la trattazione delle responsabilità di Guido Alimonda: la difesa aveva infatti proposto, gradatamente, un gran numero di cause obiettive che avrebbero escluso la punibilità dell'imputato (non punibilità per aver agito nell'adempimento di un ordine superiore, per aver ritenuto di obbedire ad un ordine legittimo, per aver agito in stato di necessità). Il Collegio provò invece la piena corresponsabilità dell'imputato, concedendo tuttavia alcune attenuanti e diminuenti ("in considerazione delle particolari sollecitazioni psicologiche che l'[avevano] indotto alla collaborazione" e "in omaggio a [due] decorazioni" al valor militare ottenute nel lungo periodo di servizio militare prima dell'8 settembre 1943), rifiutandone altre ("l'incessante attività guerresca contro i partigiani non può essere considerata di lieve entità") e sentenziando inoltre la fruibilità degli indulti previsti da alcuni decreti presidenziali (l'imputato non fu ritenuto latitante nel periodo che precedette il suo arresto, avvenuto a Cagliari il 5 gennaio 1952, perché l'ordine di cattura della Corte di assise straordinaria di Brescia non era stato diramato alla polizia e ai carabinieri dell'isola).
Per quanto riguarda Antonio Fabbri, provata la sua corresponsabilità, il Collegio ritenne di non dover concedere attenuanti né diminuenti, anche in considerazione del perdurante stato di latitanza.
Lunga fu pure la trattazione delle responsabilità di Carlo De Mattei: provata la responsabilità del reato ascrittogli, il Collegio si soffermò a considerare le controdeduzioni prospettate dalla difesa (non punibilità per aver agito non con coscienza e volontà, per aver agito in obbedienza a ordini ricevuti o ritenuti tali per errore di fatto e, subordinatamente, per aver agito in stato di necessità) rigettandole tutte; considerando tuttavia che "per quanto ne sussista il fondato sospetto, non risulta aver partecipato in concorso di altre uccisioni", il Collegio ritenne di concedere le attenuanti cosiddette generiche.
Per quanto riguarda Pietro Muzzi, non essendo emerse prove sufficienti dell'imputazione contestatagli, venne decisa l'applicazione dell'amnistia e la revoca del mandato di cattura nei suoi confronti.
Il Collegio stabilì poi di dover concedere attenuanti all'imputato Alfonso De Filippis, pur esistendo prova della sua responsabilità, in considerazione "della giovanissima età al momento dei fatti" (23 anni).
Passando infine alla trattazione della posizione di Federico Boidi, accertata la responsabilità dell'imputato e rigettate le istanze della difesa (non punibilità per aver agito in stato di necessità) e la richiesta di diminuzione della pena, il Collegio ritenne di concedere le attenuanti "in considerazione della giovane età" (22 anni)10.
Il Tribunale dichiarò quindi Zuccari, Menegozzo, Rastelli, Alimonda, Fabbri, De Mattei, Sardo, Cavaterra, De Filippis, Agostini, Boidi e Cavallazzi colpevoli del reato ascritto e condannò Zuccari, Rastelli, Fabbri, Cavallazzi all'ergastolo, Cavaterra, Boidi, De Filippis alla pena di ventiquattro anni di reclusione, Agostini a ventidue anni di reclusione, De Mattei a venti anni, Alimonda a diciotto, di cui tredici condonati, Menegozzo e Sardo a sedici, di cui undici e otto mesi condonati. Tutti furono inoltre condannati alla degradazione, all'interdizione perpetua dai pubblici uffici ed alle altre conseguenze di legge e al pagamento, in solido, delle spese processuali. Il Tribunale dichiarò invece di non doversi procedere nei confronti di Ravaglia, Silvestri, Muzzi e Leo, essendo i reati loro ascritti estinti per intervenuta amnistia ed ordinò la revoca dei mandati di cattura emessi nei loro confronti.
Immediatamente11 i due imputati detenuti, Menegozzo e Alimonda, e i difensori degli imputati latitanti presentarono ricorsi al Tribunale supremo militare per annullamento della sentenza. Il difensore di Ragonese presentò ricorso per annullamento delle ordinanze emesse nel corso del dibattimento (stralcio degli atti e procedimento separato).
Il 26 aprile 1954 il Tribunale supremo militare sentenziò sui ricorsi prodotti: dichiarò inammissibili i ricorsi di Ragonese, Silvestri e Cavallazzi, accolse i ricorsi di Alimonda, Sardo e Menegozzo, dichiarando il reato estinto per amnistia, rigettò i ricorsi di Zuccari, Rastelli, De Mattei, Cavaterra, De Filippis, Boidi e Agostini. In applicazione del dpr 19 dicembre 1953, n. 922, ridusse la pena a Zuccari, Rastelli e Cavallazzi (dieci anni di reclusione) a Cavaterra, De Filippis, Boidi e Agostini (due anni) e condonò totalmente la pena inflitta a De Mattei, ordinò inoltre la scarcerazione di Alimonda e Menegozzo, se non detenuti per altra causa, e la revoca dei mandati di cattura nei confronti di De Mattei e Sardo.
Avverso questa sentenza l'imputato Fabbri, ricoverato in stato di detenzione all'ospedale militare di Verona, interpose un nuovo ricorso al Tribunale supremo il giorno stesso in cui gli venne notificata (4 gennaio 1955). Il Tribunale, il 3 febbraio 1956, annullò la sentenza "per mancata costituzione del rapporto processuale e rinv[iò] al Tribunale militare di Milano per nuovo esame". Questo Tribunale il 29 marzo dello stesso anno dichiarò di non doversi procedere a carico del Fabbri per il reato di aiuto al nemico per intervenuta amnistia e che, per quanto riguardava gli altri reati di cui era accusato, doveva essere assolto rispettivamente perché erano stati commessi in stato di necessità, per adempiere ad un dovere, perché non costituenti reato e per non aver commesso i fatti12, e ne ordinò pertanto la scarcerazione, se non detenuto per altra causa.
Il Tribunale dichiarò inoltre di non doversi procedere a carico di Ragonese per il reato di aiuto al nemico per intervenuta amnistia e che, per quanto riguardava gli altri reati, doveva essere assolto per non aver commesso i fatti, per averli compiuti in adempimento di un dovere, perché non costituenti reato13.
Con successive ordinanze, nel 1959 e nel 1962, il Tribunale militare di Milano dichiarò estinti per amnistia i reati di aiuto al nemico nei confronti di De Filippis14, Agostini e Boidi15, Zuccari16 e Cavallazzi17, revocando gli ordini di carcerazione e disponendo per tutti la cessazione dell'esecuzione della condanna.
Dei dodici condannati (su diciassette giudicati) dal Tribunale militare di Milano nel 1952 solo tre quindi (Menegozzo, Alimonda e Fabbri) scontarono alcuni mesi di carcere; gli altri erano emigrati verso gli accoglienti lidi dell'America latina, da cui molti tornarono dopo la promulgazione dell'amnistia, senza aver scontato un giorno di carcere.


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