Piero Ambrosio (a cura di)
"Oggi ricomincia la vita"*
Il ritorno dalla Germania degli ex internati militari
vercellesi, biellesi e valsesiani
"l'impegno", a. XXVI, n. 1, giugno 2006
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
L'8 settembre 1943, quando fu reso noto l'armistizio tra l'Italia e gli angloamericani, ai nostri soldati che si
trovavano sui fronti di guerra non pervennero disposizioni dalle autorità politiche e militari.
Mentre i tedeschi erano pronti a disarmare le forze dell'ex alleato, i soldati italiani erano del tutto impreparati. Ne
seguì una situazione caotica: credendo che le operazioni belliche fossero effettivamente concluse per le truppe italiane,
molti tentarono di tornare finalmente a casa ma, per la maggior parte di loro, la guerra non era affatto terminata.
La sorte peggiore toccò a coloro che, dopo una strenua resistenza ai tedeschi, furono passati per le armi, come
avvenne nelle isole dell'Egeo, ma una sorte difficile toccò anche ai circa settecentosettantamila che furono deportati in
Germania.
Per l'economia di guerra tedesca, infatti, la cattura di un gran numero di soldati comportava un incremento
notevole ed utilissimo di manodopera.
In Germania li attendeva un'opzione senza precedenti, che era una vera e propria scelta politica: essere riarruolati
per la guerra nazifascista o perdere lo
status di prigionieri di guerra - che per la Convenzione di Ginevra del 1929 non
potevano essere obbligati a lavorare nell'industria bellica - e divenire "internati militari".
Le stime dell'adesione alla Repubblica sociale italiana non sono a tutt'oggi precise: la percentuale di aderenti fu
più consistente tra gli ufficiali (secondo studi recenti il 25 per cento) che tra i sottufficiali e militari di truppa e, come si
rileva anche dalla memorialistica e dalle testimonianze, avvenne spesso per stanchezza della guerra, o disillusione, o
spirito di gruppo, più che per sincera adesione al fascismo e al nazismo.
I sistemi di persuasione adottati dai tedeschi e dai fascisti erano assai convincenti, perché facevano leva sulle
disperate condizioni alimentari e igieniche nelle quali i militari si trovavano e sull'incertezza relativa alle conseguenze
del rifiuto di aderire.
In realtà la pressione era esercitata soprattutto sugli ufficiali, poiché i soldati semplici rappresentavano una
valida fonte di manodopera da sfruttare, mentre, fino all'estate del 1944, quando gli internati militari divennero lavoratori
civili, gli ufficiali furono esentati dal lavoro.
Gli internati furono impiegati - in quasi costante condizione di malnutrizione - soprattutto nell'industria bellica,
metallurgica, automobilistica, estrattiva, edilizia, agricola e alimentare, nello sgombero di macerie dopo i bombardamenti
e, in alcuni casi, anche durante gli attacchi aerei.
Terminata la guerra, la maggior parte degli ex internati militari rientrò in Italia tra il maggio e il novembre del 1945,
non senza problemi: molti erano malati, la scarsità di mezzi di trasporto e l'inagibilità di tratti ferroviari, ponti e strade
bombardati dagli Alleati li costrinsero spesso a percorrere lunghi tratti a piedi, o in convogli sovraffollati.
Lungo il viaggio di ritorno, che talvolta durò anche parecchie settimane, furono - una volta giunti in Italia -
sottoposti a visite mediche e disinfezione; i più debilitati furono costretti a ricoveri in ospedale.
Mentre l'assistenza prestata dalle istituzioni statali fu piuttosto precaria, le istituzioni ecclesiastiche, con l'aiuto
della Croce rossa, organizzarono una fitta rete di interventi in favore degli ex internati, soprattutto nei campi di
Bolzano, dapprima, e di Pescantina, nei pressi di Verona, poi, e in alcuni ospedali.
Nei campi di transito furono registrati più di seicentotrentamila reduci (non solo ex internati militari ed ex deportati
per motivi razziali, politici o religiosi sopravvissuti ai campi di sterminio, ma anche ex appartenenti all'Armir, di ritorno
dalla prigionia in Unione Sovietica, ed ex combattenti catturati su altri fronti di guerra, prigionieri degli Alleati).
La memorialistica dell'internamento, che ha avuto grande impulso soprattutto negli ultimi decenni, ha consentito
di ricostruire in parte la storia degli "imi", a lungo dimenticata. Al ritorno, infatti, li attendeva spesso il trattamento
riservato ai prigionieri di guerra, ai perdenti, a coloro che nel momento della lotta partigiana e della liberazione dal
nazifascismo non c'erano; le difficoltà del reinserimento nella vita quotidiana; l'isolamento, il disinteresse di un Paese
che voleva solo dimenticare in fretta gli orrori della guerra.
Solo negli anni ottanta, la concessione della qualifica di "volontari della libertà" e un rinnovato interesse degli
storici nei confronti dei prigionieri di guerra hanno assunto il significato di ridare dignità alla difficile scelta degli ex internati.
Il bilancio delle vittime tra gli internati militari italiani nel Reich fu assai elevato: più di quarantamila morti, almeno
la metà dei quali perì nei campi di concentramento, non solo per malnutrizione, malattie e incidenti sul lavoro, ma
anche per i massacri compiuti dai nazisti, soprattutto negli ultimi giorni di guerra. A questi si devono aggiungere coloro
che, debilitati e denutriti, morirono dopo il ritorno.
Nelle testimonianze degli internati relative al ritorno - oltre al racconto delle rispettive "odissee" - ricorrono
soprattutto due aspetti: da un lato, ovviamente, la gioia della liberazione (finalmente si potrà mangiare, finalmente si tornerà
a casa, si potranno riabbracciare i propri familiari) e, dall'altro, la delusione per il trattamento subito una volta
rientrati nelle località di residenza e le difficoltà a trovare un impiego dopo tanti anni di assenza dall'Italia. Problemi di cui vi
sono ampie tracce anche nei periodici locali, fin dall'estate del 1945.
Come sostiene Giorgio Rochat, infatti, "pur nella diversità delle vicende, tutti i reduci sperimentarono lo scarso
interesse del Paese per le loro vicissitudini e la difficoltà di comunicare persino ai familiari la loro dura e tragica esperienza.
La prigionia non si può raccontare, non è intessuta di eroismi brillanti e vivaci episodi, è un lungo e monotono
inverno in cui generosità ed eroismi sono soffocati dalla meschinità della vita
quotidiana"1.
A tutt'oggi, il lavoro coatto degli ex internati militari italiani, la loro vera e propria schiavitù (non a caso in questi
ultimi anni è invalsa l'abitudine di definirli "schiavi di Hitler") non è stata risarcita: infatti - a causa del loro
status particolare, non essendo stati riconosciuti come prigionieri di guerra - sono stati esclusi dai risarcimenti stabiliti da leggi
tedesche e austriache del 2000.
Ormai molti di loro non ci sono più, ma i loro gesti e i loro volti
ci ricordano emblematicamente la liberazione da una condizione di privazione di ogni dignità umana e le speranze in un'Italia diversa e nuova.
Vercellese, Biellese, Valsesia: il ritorno
A partire dal mese di maggio del 1945 furono intraprese le prime iniziative per gestire il rimpatrio dei reduci
provenienti dai diversi teatri di guerra e dalla Germania: si costituirono enti e associazioni per la tutela dei loro interessi; si
avviarono campagne di raccolta di indumenti e generi alimentari e di conforto; si organizzarono centri di raccolta e
magazzini in cui depositare le merci; si allestirono mense, infermerie e dormitori; si rivolsero appelli ad aziende ed alla
popolazione affinché collaborassero all'organizzazione di autocolonne per il trasporto degli aiuti e dei reduci; si inviarono
incaricati al confine italo-austriaco con l'obiettivo di individuare i militari originari della provincia di Vercelli e prendere
accordi con le autorità locali per organizzare il loro rimpatrio.
Centri di raccolta furono costituiti (per citarne alcuni) a Vercelli nel convento di Santa Maria di Loreto; a Biella
nella stazione ferroviaria, nel Vescovado e nella sede dell'Ente assistenza rimpatriati dalla Germania, in piazza Adua (in
seguito trasferita in piazza Funicolare, nell'ex Casa del balilla), nella sede del Fronte della Gioventù.
A Vercelli il Governo militare alleato allestì un centro di raccolta internati nella caserma dei carristi a Billiemme,
dotato di docce, refettorio, dormitori e infermeria.
Verso la fine del mese partirono le prime colonne di autocarri verso Bolzano, dove gli Alleati concentrarono i
militari italiani provenienti dalla Germania.
All'inizio di giugno, mentre giungevano i primi reduci, si moltiplicarono le iniziative di assistenza: a Vercelli
l'Unione donne italiane, in collaborazione con l'Istituto San Giuseppe e la Sepral (Sezione approvvigionamenti alimentari),
approntò un servizio di mensa, docce e dormitorio. Alla stazione ferroviaria furono allestiti servizi di prima assistenza.
Verso la fine di giugno partirono da Vercelli e da Biella altre colonne di autocarri alla volta di Bolzano e del passo
del Tarvisio.
Il viaggio di ritorno durò due giorni, con sosta nell'ospedale militare di Brescia. I convogli ospitarono anche molti
ex internati di altre province piemontesi.
Durante l'estate, in molte località del
Vercellese, del Biellese e della Valsesia, associazioni e partiti politici
organizzarono iniziative di solidarietà nei confronti degli ex internati e, più in generale, dei reduci: banchi di beneficenza,
sottoscrizioni, raccolte di sussidi in denaro e indumenti, veglie danzanti.
Furono molto attive le sezioni vercellese e biellese della Commissione pontificia di assistenza per gli ex internati
e reduci dalla prigionia e le parrocchie, che svolsero funzioni di centro di raccolta per le donazioni della popolazione.
Nei mesi di luglio e agosto partirono numerosi convogli per il nuovo campo di raccolta e smistamento allestito
a Pescantina, per portare generi alimentari e per riportare a casa i reduci.
Tra i rimpatriati emergevano intanto i problemi del reinserimento nella società e nel mondo del lavoro e,
talvolta, l'indifferenza verso le loro aspirazioni. Il 28 agosto si svolse a Vercelli (indetta dalla sezione dell'Associazione
nazionale ex internati, costituita da un mese, e che intanto si stava organizzando in varie località) una manifestazione di
protesta. I reduci presentarono al prefetto e al responsabile del Governo militare alleato un memoriale contenente
alcune richieste: sospensione dell'elezione dell'Assemblea costituente fino al rimpatrio definitivo di tutti gli ex internati;
accelerazione del rientro degli internati; nomina di rappresentanti dell'Associazione nazionale ex internati nel Cln e
nella Commissione epurazione; contributi economici; buoni per l'acquisto di indumenti e scarpe; soluzione del
problema della disoccupazione.
Continuavano intanto i viaggi delle autocolonne verso l'Alto Adige: all'inizio di settembre alcuni ex internati
furono trasferiti dagli ospedali di Merano e Lana a quello di Vercelli.
Nel corso del mese si svolsero censimenti di reduci, partigiani, profughi per predisporre iniziative volte a favorire
la loro occupazione. Intanto alcuni comuni istituirono sussidi per i reduci bisognosi.
Il 30 novembre il Cln provinciale costituì la Commissione di collocamento dei reduci, composta da
rappresentanti degli ex internati e reduci, del Cln, dell'Ufficio provinciale del lavoro e della Camera del lavoro.
Il 3 dicembre venne costituito a Biella il Comitato pro-partigiani e vittime della guerra, con l'obiettivo di
coordinare l'attività di assistenza a reduci, internati, partigiani e vittime della guerra.
Il problema della disoccupazione dei reduci e degli ex internati continuerà ad essere grave ancora per molti mesi:
se ne occuperanno, tra gli altri, i comitati di liberazione, il prefetto, i sindaci, i sindacati e le associazioni di categoria.
Il campo di Pescantina
Per accogliere gli ex internati militari provenienti dai campi di concentramento nazisti, attraverso i valichi del
Brennero e del Tarvisio, a partire dal mese di luglio fu allestito un campo di raccolta e smistamento a Pescantina. La stazione
di Balconi, a due chilometri dal centro del paese, a est dell'Adige, era l'unica rimasta intatta nonostante i
bombardamenti della linea ferroviaria del Brennero.
Nel mese di agosto, per ragioni organizzative, il campo fu suddiviso in tre sezioni, a circa trecento metri di
distanza l'una dall'altra, per accogliere i reduci a seconda della loro destinazione finale: Nord-Est, Nord-Ovest o Italia
meridionale.
Nel campo di Pescantina giungevano ogni giorno tre o quattro convogli ferroviari, che contenevano circa
duemila uomini ciascuno.
Dal Piemonte partirono numerosi convogli di autocarri, per portare generi alimentari e di prima necessità nel campo e per restituire i reduci alle famiglie: tra questi molti furono organizzati dalle commissioni pontificie vercellese e
biellese, con la collaborazione dei comitati di liberazione e di varie aziende della provincia.
Per portare conforto agli ex internati, tra gli altri, si recò a Pescantina don Florindo Piolo, di Serravalle Sesia,
che prestò la sua opera come cappellano dei reduci della Valsesia e della Valsessera.
Il sacerdote raccontò quell'esperienza e le sue impressioni in un lungo articolo in tre puntate pubblicato nel
settimanale "Valsesia
Libera"2: era stato particolarmente colpito, oltre che dalle condizioni di salute precarie degli ex
internati, dalle scritte sui convogli, che erano espressione emblematica dello stato d'animo dei reduci, e dalla compostezza
e calma di quei giovani uomini che, nonostante i patimenti subiti negli anni di guerra e di prigionia, non mostravano
segni di insofferenza per le lunghe attese per il rancio, gli spostamenti, il tormento del sole estivo.
Le pagine scritte da don Florindo Piolo costituiscono una rara e preziosa testimonianza, assieme alla
documentazione visiva realizzata da Luciano Giachetti e Adriano Ferraris, i partigiani "Lucien" e "Musik" divenuti i "Fotocronisti
Baita" di Vercelli, che si recarono a Pescantina con uno dei convogli di autocarri e documentarono
non solo l'arrivo di un gruppo di ex internati della provincia di Vercelli, ma anche vari aspetti della vita
nel campo, e alcune fasi del viaggio di ritorno.
Le fotografie
La presenza dei Fotocronisti Baita alle operazioni di raccolta, smistamento e ritorno degli ex internati militari
dalla Germania, avvenute tra Vercelli e Pescantina nell'estate del 1945, ratifica
in primis l'intento dei giovani fotografi
di essere diligenti documentatori della vita vercellese vagliata nella complessità e completezza dei suoi aspetti e
"inseguita" anche nelle sue più significative manifestazioni extra territoriali.
Luciano Giachetti e Adriano Ferraris partirono al seguito di uno dei convogli organizzati dalla Commissione
pontificia di assistenza, per dar forma a un servizio che si impone in termini di minuzia e quantità di immagini: più di cento
fotogrammi in cui compaiono uomini e donne appena liberati, l'assetto dei campi e alcuni sparsi appunti visivi di
viaggio. I due fotocronisti, avvisata la straordinarietà dell'evento e la ricaduta sul lento ripristino del contesto sociale di
Vercelli, non ne trascurarono nessuna componente. Così, a tutt'oggi, il lavoro sugli ex prigionieri militari rappresenta per la
città un indispensabile capitolo integrativo alle cronache del 1945.
Non solo. Il materiale riconducibile a questa trasferta veneta, oltre a sottoscrivere le ambizioni dei fondatori
dell'agenzia fotocronistica, è degno d'attenzione perché ancora inscritto nel corposo insieme di immagini di soggetto
resistenziale e bellico. E non è unicamente un'affinità d'argomento a raccordare gli scatti eseguiti durante la lotta di liberazione
da Giachetti con l'ampia serie dedicata agli ex internati e realizzata insieme al socio Ferraris; vi è pure un simile
approccio tecnico-fotografico, che si risolve in una singolare alternanza di vedute d'insieme e inquadrature con elementi
che invadono il primo piano, oppure di immagini completamente a fuoco seguite da altre in cui lo sfocato o il mosso
vengono usati con disinvoltura.
Il linguaggio per raccontare la Resistenza, la guerra o i suoi effetti è dunque lo stesso: una fotografia non
pensata, che, nella sua immediatezza ed esuberanza, riesce a tradurre le suggestioni dei due giovani professionisti dallo
sguardo curioso ed estremamente mobile. La dimensione è quella del racconto descrittivo, non retorico, che si sviluppa in
una vivace sequenza e rimanda inevitabilmente ai codici cinematografici. Come scrive Arturo Carlo Quintavalle, dopo
la caduta degli schemi visivi creati dalla cultura fascista, "nel film e nella fotografia non si trattava semplicemente di
un aggiornamento, erano i temi del racconto e soprattutto i modi del
racconto che dovevano essere
trasformati"3.
La conformità stilistica della serie degli ex internati alle immagini resistenziali è quindi un dato che assume
specifico valore tanto per una riflessione sulla fotografia, quanto per la storia dei Fotocronisti Baita: su un piano speculativo
più ampio e squisitamente fotografico, conferma l'individuazione di nuovi criteri narrativi, mentre, nello specifico
contesto dell'agenzia vercellese, permette di estendere e definire filologicamente i confini del materiale di matrice
bellico-resistenziale e di fissare l'impostazione grammaticale dei lavori a venire.
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