Enrico Allovio
Vicende e ansie di un settimanale
La "Gazzetta della Valsesia" durante la
Resistenza*
"l'impegno", a. II, n. 2, giugno 1982
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
La partecipazione alla causa della Liberazione fu spontanea e genuina nel nostro popolo; non ebbe motivo
di plagio dall'esempio altrui; l'amore alla propria famiglia, l'affetto alla propria terra, l'anelito alla libertà
- sentimenti tutti connaturati nell'animo umano - fecondarono il seme che, attraverso una lunga esperienza
di dolore, maturò la nuova era di libertà e di democrazia
Come siano maturati quei giorni, difficile dire.
Quasi inavvertitamente tutti ci trovammo inseriti nelle vicende della valle, divenimmo partecipi di
situazioni e protagonisti di decisioni, senza saperne il come, ma con la consapevolezza di essere sulla buona strada e
di essere portatori, ognuno per conto proprio, di un granellino ad una epoca nuova.
Ed ognuno avrebbe qualcosa da dire; ed effettivamente lo ripete nella cerchia degli amici, lo racconta ai
figli e ai giovani e sente un certo orgoglio nel pensare "io c'ero".
In questo spirito di umiltà è bello ricordare quei giorni, quando sorretti da sincera amicizia e
corresponsabilità si vissero giorni di ansia e di attesa, attendendo ai propri doveri forse semplici ed ordinari, ma che, per
i vincoli di tempo e di luogo, esponevano al prepotere della violenza senza possibilità di schermo.
Ognuno ebbe la sua parte e di quella ognuno deve parlare.
Io ebbi la mia e di questa dirò brevemente.
Dirò per tributare il riconoscimento dovuto agli artefici della Resistenza, a quelli che videro e gustarono
il giorno della pace, e ai martiri, che caddero con la fede della buona causa; ma più ancora vorrei dire
per esortare i giovani ad approfondire la conoscenza dei valori umani e le condizioni essenziali del
vivere democratico per non correre il rischio di fare inconsciamente getto di valori tanto dolorosamente conquistati.
Questi sono i moventi di queste poche pagine che, segnalando alcune aberrazioni di abuso di potere,
nel limitato settore della vita di un quasi sconosciuto foglio periodico, quale fu la "Gazzetta della
Valsesia"1 nel periodo 1943-45, vorrebbero fare comprendere il peso che comporta la dittatura, e nel ricordo perenne
del susseguirsi di ansietà, di soprusi e di minacce, che contrassegnarono quel periodo, trarre motivo di
incitamento ad una fraterna e rispettosa osservanza delle norme della vita sociale per l'oggi e il domani.
Limitazione di parola e guida livellatrice
Non è il caso di dissertare sulle motivazioni della guerra in corso nel 1943 né sul fatto che in tempo di
guerra la stampa può essere vincolata ad alcune restrizioni per le responsabilità che una guerra comporta.
Ma in regime fascista il controllo della stampa, già abituale in periodo di pace, si fece in tempo di
guerra arbitrariamente più severo e più ancora negli ultimi due
anni.
A giudicare da una serie di comunicati trasmessi dalla Prefettura (per caso conservati) dal 2 giugno al
22 luglio 1943 (e non era ancora il tempo della Resistenza) c'è di che trarre materia di molte
considerazioni sulla mania di tutto controllare. Una sola mente, con la organizzazione tipica della dittatura, tutto
guidava, di tutto si interessava e tutto doveva svilupparsi secondo precise direttive senza possibilità di critica o
di contradditorio.
Qualche esempio scelto fra i molti in un periodo così breve è sufficiente testimonianza.
REGIA PREFETTURA DI VERCELLI
Non occuparsi delle notizie relative alle navi
da guerra ad Alessandria.
Prossime ricorrenze: 2 giugno, morte di Giuseppe Garibaldi, 4 giugno,
76o compleanno del Maresciallo Mannerbeim, 5 giugno festa dell'arma dei Carabinieri Reali.
Non occuparsi per ora di questioni concernenti l'avanspettacolo e le riviste di teatro.
Vercelli, 2 giugno 1943-XXI
Date le ripercussioni sugli agricoltori, sui mietitori, ecc. non occuparsi ulteriormente dei mitragliamenti
in aperta campagna. Controllare in tal senso le corrispondenze e gli eventuali commenti.
Si ricorda la disposizione categorica di non interessarsi ulteriormente in alcun modo sino a nuovo avviso di
penne stilografiche esplosive e di altri oggetti insidiosi lanciati da aerei nemici su territorio italiano.
Corrispondenze dalle città bombardate: evitare in modo assoluto tono pietistico.
Rilevare gli atti di eroismo, di abnegazione, di generosità.
Sensibilizzare quanto possa illustrare lo spirito di resistenza delle popolazioni, denunciare la
barbarie nemica.
Tenere soprattutto presente lo scopo di tale corrispondenza che è quello di alimentare l'odio contro
il nemico.
Mentre si ricorda la disposizione di non occuparsi dei rapporti nippo-sovietici si fa presente
l'opportunitè di non rilevare i commenti della stampa giapponese circa le relazioni fra anglo-americani e sovietici.
Vercelli, 4 giugno 1943-XXI
De Gaulle, Giraud, non occuparsi di questi o di altri mediocri personaggi del vecchio mondo
politico, militare francese.
Pantelleria: misura nei titoli. Anniversari concernenti Malta, non occuparsene per ora.
Argentina: cronaca Stefani. Senza commenti fino
a nuovo avviso.
Non riprendere l'intervista di Pétain (Petit Parisienne).
Non riportare notizie circa malumore nord-Americano nei riguardi della Finlandia.
Ridurre il notiziario sugli scioperi degli Stati Uniti.
Le notizie secondo cui la Russia avrebbe impegnato nella lotta le ultime riserve vanno trattate con prudenza.
Sospendere per ora la pubblicazione di corrispondenze riguardanti l'organizzazione e l'azione dei
cosiddetti partigiani nel settore Danubiano-Balcanico.
Argentina: riserbo.
Vercelli, 8 giugno 1943-XXI
COMITATO NAZIONALE DELLA STAMPA - ROMA
Il Comando supremo con apposita lettera del 29 novembre u.s. segnalava la necessità che in tutte
le pubblicazioni comprese quelle edite dagli organi dello Stato e dagli Enti Professionali o parastatali
in stretto collegamento con gli organi stessi, non fossero contenuti articoli o inserzioni di carattere
pubblicitario (disegni, fotografie, indicazioni di stabili, ecc.) che
pur privi di particolare rilievo e significato
possono tuttavia fornire elementi indicativi al servizio informazioni del nemico.
Il comando stesso constatando che in materia non si è ancora ottenuta piena corrispondenza alle
necessità prospettate, ha ravvisata l'opportunità di sottoporre all'esame preventivo del "Nucleo controllo
notizie militari" presso il Ministero della Cultura popolare, tutte le bozze di stampa delle pubblicazioni
che contemplano argomenti di carattere militare.
Questo comitato per la rapidità dell'esame stesso si pone a disposizione Vostra proponendoVi, sempreché
lo riteniate opportuno, inviare le bozze stesse a questo Comitato che funziona da organo di collegamento
tra il Ministero dell'Agricoltura e quello della Cultura Popolare.
Si fa preghiera di un cenno di ricevuta della presente.
Roma, 6 giugno 1943-XXI
REGIA PREFETTURA DI VERCELLI
Non accennare in alcun modo neanche con indicazioni nella cronaca ai movimenti di Prefetti.
Non occuparsi di produzioni dialettali e dialetti in Italia, sopravvivenze di un passato che la
dottrina morale e politica del Fascismo tende decisamente a superare.
Nelle corrispondenze dalla Sardegna e dalla Sicilia evitare le fatiche del colore ed attenersi come si è
detto ad un maschio stile di guerra.
Astenersi dal pubblicare dati concernenti l'andamento della sottoscrizione ai buoni quinquennali del
tesoro, limitarsi alle notizie che saranno eventualmente diramate dal Ministero delle Finanze o dal
Governatore della Banca d'Italia attraverso questo Dicastero.
Giorno 7 corrente giungerà Bari col piroscalo Gradisca rimpatriato A.O.I. Dottor Borra medico
personale del compianto Duca D'Aosta. È desiderio Altezza Reale Aimone Savoia che non si faccia alcun cenno
sui giornali di qualsiasi dichiarazione fatta dal predetto Dottor Borra a bordo aut arrivo.
Vercelli, 7 giugno 1943-XXI
È vietato ogni cenno a provvedimenti fiscali anche se pubblicati nelle gazzette ufficiali.
Vercelli, 14 giugno 1943-XXI
Anno di guerra. A conferma delle disposizioni già diramate circa lo spirito che deve essere
decisamente impresso alla stampa italiana attenersi alle seguenti norme:
Accentuare il mordente della polemica di guerra.
Il bollettino di guerra può essere impaginato di apertura sopra l'articolo di fondo o al posto di onore
nelle colonne centrali in alto.
Terza pagina: pubblicare novelle di guerra, illustrare le figure dei grandi italiani (eroi; martiri della
causa nazionale, capitani, patrioti, scrittori, scienziati, diplomatici, navigatori, esploratori, pionieri ecc.).
I direttori sono personalmente responsabili della costante osservanza di tali disposizioni.
Le disposizioni sui divieti di pubblicare notizie che possono contenere riferimento ai reparti militari
deve intendersi estesa anche alle notizie circa le mense aziendali e alla cronaca sportiva.
Ignorare le voci circa un prossimo viaggio di Churchill a Mosca per conferire con Stalin.
Recensire il volume "Perfida Inghilterra" pubblicato dal sindacato giornalisti lombardi.
Astenersi da qualsiasi cenno ad aumenti di imposte, attendere il comunicato che verrà diramato da
questo Ministero.
Vercelli, 14 giugno 1943-XXI
Quando si riproducono discorsi e scritti o anche brevi parole del DUCE citare nei titoli nome di
Mussolini ed apporre la sua firma.
Il ciclo dei commenti all'indirizzo del Direttorio del P.N.F. al DUCE si intende concluso.
In materia di beffe si è abusato: non occuparsene ulteriormente.
Vercelli, 21 giugno 1943-XXI
Con decreto 20 giugno corrente il Prefetto della Provincia di Vercelli ha disposto per un periodo di
giorni 15 la chiusura della latteria sita in Crescentino, Via Turno N. 10 con sospensione della licenza
commerciale per annacquamento del latte nella proporzione del 14%.
Vercelli, 23 giugno 1943-XXI
Pubblicare nei prossimi giorni articoli illustranti i legami culturali che uniscono la Romania all'Italia,
la secolare azione romana per la difesa della romanità nel settore danubiano, le benemerenze del regime
del Conducator, il suo contributo alla lotta antibolscevica durante l'attuale conflitto.
Vercelli, 30 giugno 1943-XXI
Non occuparsi delle discussioni della propaganda nemica e circa eventuali tentativi di sbarchi.
Vercelli, 1 luglio 1943-XXI
Si ricorda la disposizione impartita il 27 novembre XX sul divieto di pubblicare notizie concernenti
assoluzione per reati annonari.
Non occuparsi in alcun modo di notizie e questioni riguardanti il ricupero di navi francesi affondate
nel porto di Tolone.
Vercelli, 3 luglio 1943-XXI
Non riprendere i dati della propaganda britannica sulle perdite di aerei. In proposito attendere
eventuali comunicazioni autorizzate.
Vercelli, 5 luglio 1943-XXI
Il discorso del DUCE va pubblicato in terza pagina con un annuncio di riferimento nella prima pagina.
Sospendere la riproduzione di notizie, dati e commenti della propaganda nemica che non siano
trasmessi attraverso la Stefani.
Vercelli, 6 luglio 1943-XXI
Commentare nei punti salienti il poderoso discorso del DUCE particolarmente per quanto riguarda la
decisione ferrea, incrollabile, granitica dell'Italia di continuare la guerra fino alla vittoria.
Vercelli, 8 luglio 1943-XXI
Fronte dell'estero: misura dell'impostazione e nei titoli (andamento favorevole per le armate
germaniche, gravi perdite sovietiche).
Vercelli, 10 luglio 1943-XXI
È fatto divieto ai giornali di pubblicare notizie fotografiche e illustrazioni su eventuali episodi di
guerriglia partigiana in Albania.
Vercelli, 12 luglio 1943-XXI
Alle pubblicazioni politiche periodiche, fotografie di guerra, si ricordi la disposizione di pubblicare
fotografie di combattenti non di soldati feriti.
Vercelli, 13 luglio 1943-XXI
Direttiva generale: massima calma e massima decisione.
Vercelli, 18 luglio 1943-XXI
Il testo dei volantini gettati da aerei nemici su Roma va pubblicato con titolo di una sola colonna.
Vercelli, 19 luglio 1943-XXI
Il bombardamento di Roma con distruzione di una delle basiliche monumentali di grande valore artistico
e religioso è un avvenimento storico senza precedenti che commuove tutta l'umanità civile. Ricordare che
le varie ondate dei barbari giunti sino alla città eterna nei secoli lontani rispettarono i suoi monumenti.
L'impostazione dei relativi commenti e notizie sull'avvenimento può essere fatta su tutta la prima pagina.
Vercelli, 22 luglio 1943-XXI
C'è di tutto: quel che si deve o non si deve dire, porre in rilievo od omettere, la collocazione in bella
mostra o studiatamente in secondo piano.
Non mancano anche i saggi "appelli".
Il 22 luglio 1943 si comunica:
"nonostante i precisi divieti, si continua a tenere esposti sui davanzali
delle finestre e sui balconi vasi di fiori. Ciò costituisce un serio pericolo in caso di bombardamento, in quanto
i vasi esposti vengono facilmente captati dall'onda soffio e proiettati sulla
strada".
Così pure per i rifugi:
"si è rilevato che durante gli allarmi i rifugiati (e le rifugiate) fumano sigari
e sigarette, inondando di fumo il ricovero con noia degli
altri".
Poi venne il 25 luglio 1943 e fino a metà settembre i giornali, pure nelle strettoie di una guerra a fianco
dei tedeschi, si aprirono a nuovi orizzonti; affiorarono le esigenze di una nuova organizzazione
statale, evidentemente inattuabile in quel frangente particolare, forse anche per la mancata preparazione al passaggio.
La situazione fluida non durò molto e un
nuovo periodo iniziò subito dopo l'8 settembre. Da quel
momento iniziò la Resistenza in valle.
Cessarono i comunicati ma subentrarono tassative e pesanti le ordinanze tedesche.
Tutto proveniva dal Ministero della Cultura Popolare a mezzo della Prefettura e in considerazione
dell'autorità di provenienza non era facile non tenerne conto se non con la scusa dello spazio
mancante2.
Unico vantaggio derivante dai comunicati era la conoscenza di molte notizie sull'andamento della guerra
e sulla situazione generale, di certo non attingibili dalle trasmissioni radio o da altri giornali, tutti bloccati
allo stesso modo.
Con la caduta del Gran Consiglio del fascismo, l'arresto di Mussolini e la costituzione del Governo
Badoglio ci fu un breve sfarfallio di vita partitica e sindacale; ma eravamo in guerra, con i tedeschi alle costole,
e prima ancora che si prendesse coscienza del fatto nuovo, il bando del gen. Adami Rossi rimise
saldamente in mano all'autorità militare la vita civile.
La censura venne riconfermata, e porta la data dell'8 agosto 1943 una comunicazione
dell'indimenticabile podestà cav. Osella:
"S. E. il Prefetto mi ha pregato di inviarGli le bozze dei giornali prima di procedere
alla loro stampa".
Questo non vietava al compianto cav. Osella di avere profondi sentimenti di amore della libertà
e dell'indipendenza.
Mi sembra qui doverosa una breve disgressione. Ho ben presente un fatto che con altri gesti di patria
carità non fu estraneo alla barbara sua morte, di cui - e va detto con profondo dolore - la "Gazzetta della
Valsesia" non poté neppure fare cenno nello "stato civile". Il fatto è questo: il 10 o 11 settembre il cav. Osella
mi telefonò da Borgosesia: "In Collegio è possibile depositare in via provvisoria un quantitativo di
coperte provenienti da magazzini militari? manderò poi a ritirarle". Nel rispetto dell'uomo tanto benemerito
di Varallo e del Collegio non ebbi dubbi e risposi: "Il Collegio è del Comune e volentieri faremo posto".
In verità pensavo che si trattasse di poca roba; il quantitativo invece fu rilevantissimo: l'ampio salone fu
gremito fino alla volta. Fortunatamente, secondo i piani concordati, quasi tutto salì con i partigiani le nostre
montagne e quando, dopo molte giornate di ansia ad ogni scorreria della Guardia Nazionale Repubblicana, il 12
marzo 1944 un camion da Vercelli venne a ritirare il resto, poco rimaneva".
Frattanto quanti avvenimenti dolorosi avevano turbato la nostra Valsesia! L'eccidio del 22 dicembre
1943 aveva gettato la costernazione in tutti; la retata di ostaggi fatta il 30-31 dicembre a Varallo (fra i quali
mons. Bertolino, reo solo di amare i sofferenti e di aiutare i bisognosi); il divieto di ingresso in Valsesia dal
1 gennaio 1944; le continue puntate di fascisti e tedeschi fino a marzo, quando presero stabile dimora
in Varallo, avevano creato in tutti un senso di continuo pericolo. Nessuno era sicuro.
Nella puntata del 7 marzo prelevarono di nuovo mons. Bertolino e p. Morero rettore del Collegio, che
fu tenuto in prigione per quindici giorni in compagnia del cav. Mossotti ed altri generosi.
Il 19 marzo incendio di parecchie case (e vi sarebbe molto da dire a prova della solidarietà della
nostra gente).
Il 6 aprile l'imboscata al ponte della Pietà.
E nello stesso periodo quanti morti e quanti lutti!!
Nell'eccidio di Borgosesia era caduto con altri giovani eroi anche il cav. Giuseppe Osella, che
desidero ricordare ai giovani per il suo esempio di fierezza d'animo, di cui ebbi personale testimonianza. Eravamo
in dicembre, pochi giorni prima del 22. Aveva avuto sentore di certe trame contro di lui, le minacce del
Capo della Provincia, Morsero, erano state chiaramente allusive in un raduno di Podestà. Avrebbe dovuto
scappare: ma era vincolato immensamente alla sua famiglia, alla cui sorte pensava con trepidazione, pensava alla
sua attività, ai suoi piani di collaborazione e sentiva la rettitudine della propria coscienza. Discorrendo
insieme della situazione, all'improvviso mi rivolse una domanda, cui già però aveva dato risposta: "Che
posso fare?". Sospettava il tragico futuro, ma impavido rimase al suo posto.
Le direttive
Tornando alle vicende della "Gazzetta", merita
mettere in rilievo le direttive-ordini (cui era fatica
sfuggire) inviate dalla Gnr, in accordo con le autorità tedesche.
Purtroppo il materiale conservato non è molto, ma può essere utile.
Va ricordato che, dopo il trambusto del '43, tedeschi e fascisti assunsero i poteri e a Capo della
Provincia (così si chiamò il prefetto) fu posto Michele Morsero, le cui gesta sono terribilmente note.
Per sollevare il morale delle truppe e fare presa sulle popolazioni i giornali furono inondati di articoli
sul valore tedesco. Spacconate quasi rodomontesche! Un solo soldato tedesco teneva a bada un
battaglione inglese!
Del 22 aprile 1944 è l'ordine di pubblicare ogni volta qualcuno degli stelloncini (in neretto e
quadrettato) che, alla luce della storia, sanno di sarcasmo. Ne cito un paio alla lettera:
"Lavoratori d'Italia! Volete assicurarvi un buon vitto, la più alta retribuzione, ottimo alloggio e
tranquillità economica e morale per i vostri cari? Recatevi a lavorare in
Germania!".
"Lavoratori di tutte le categorie! Ricordate che l'indecisione vi porta inesorabilmente verso la
disoccupazione. Recandovi in Germania dimostrerete di saper fare molto bene l'interesse vostro e dei vostri
cari".
Il Comando Tedesco di Novara l'8 giugno 1944 avrebbe voluto stampato:
"Qualunque italiano il quale consegni un soldato nemico o americano oppure dia informazioni tali da permetterne la cattura, ha
la possibilità di far liberare un soldato italiano dal campo di internamento oppure avere un compenso di
L. 1.800 (vero premio di Giuda).
Il 22 giugno: "Chiunque anche senza intenzione criminosa comunichi notizie riguardanti operazioni
belliche è punibile con la pena di
morte".
"È severamente vietato allevare e detenere piccioni
viaggiatori".
Anche le inserzioni (fornite dalla "Manzoni") sono oggetto di controllo e alla "Gazzetta" si rileva
"come varie persone usino titoli cavallereschi di ordini aboliti".
Il 5 agosto 1944 la Gnr scrive:
"In seguito alla revisione della stampa, questo ufficio ha rilevato che
codesto periodico non reca accanto alla data, posta sopra la intestazione, l'indicazione 'XXII'. Si invita pertanto
ad ovviare per l'avvenire alla manchevolezza, onde evitare che sorgano dubbi sulla
buonafede politica di codesto
settimanale".
E come norma generale si disponeva:
il 29 agosto 1944: "Commentare il discorso di Sforza rilevando come questo continua a fare il
rinunciatario a spese del popolo italiano. L'unica cosa a cui non rinuncia è la vendetta e il danno al
fascismo".
Per le corrispondenze inviate dall'Ufficio
1. mantenere i titoli così come saranno trasmessi
2. riprodurre integralmente le didascalie delle fotografie
3. riportare tali pubblicazioni in prima pagina.
Il 31 agosto 1944:
1. pubblicare e commentare con parole di simpatia per la nazione ungherese il comunicato di
presentazione delle credenziali al Duce
2. dare rilievo alle notizie relative alla manifestazione antimonarchica e sovversiva avvenuta a Roma.
L'11 settembre 1944:
1. nel notiziario circa le azioni contro i fuorilegge evitare nel modo più assoluto di parlare di ostaggi e
di rappresaglie. Rilevare invece che contro i banditi e i loro complici si procede con inesorabile e
illuminata giustizia
2. non pubblicare fino a nuovo ordine le notizie circa i
disordini della Slovacchia.
Il 16 settembre 1944:
Discorso di Morsero: "Il popolo di Vercelli si è meravigliato di un recente atto di clemenza del Capo
della Provincia. Dico 'clemenza' non debolezza. Chi ritenesse il contrario, chi avesse di queste malinconie
si sbaglia profondamente e probabilmente non tarderà a
ricredersi".
Il 14 settembre 1944: viene trasmesso il testo (se vero) di un discorso del card. Ascalesi sulla
immoralità femminile a Napoli come conseguenza della presenza angloamericana in quella città e non per
preoccupazioni morali o apostoliche!
Tutto serve allo scopo politico e i giornali dovrebbero accettare tutto senza sollevare obiezioni,
supinamente obbedienti.
La censura
Penso che pochi fogli periodici abbiano avuto una vita così venturosa in tema di censura come la
"Gazzetta della Valsesia".
In tema di controlli i documenti ricordano alcuni fatti: Varallo fin dal settembre 1943 aveva assunto
una netta caratteristica di resistenza e questo non fu certo gradito dai fascisti e dai tedeschi.
Benché a rilevante distanza da Vercelli e da Novara, la stampa fu severamente seguita e per
imposizione superiore la censura fu pretesa da Novara o da Vercelli o da entrambe.
Se non ci fosse stata la convinzione di rendere un servizio alla comunità valsesiana non tornava conto
tenere vivo un settimanale, prima ridotto a due pagine e poi reso
quindicinale3.
Tuttavia si resse fino al termine (e credo sia stato un bene) cercando frattanto con tutti i mezzi di
rendere meno pesante una condizione che, se mal tollerabile nei centri sede di censura, era per Varallo quasi
impossibile. Perciò ora disobbedendo, ora facendo lo "gnorri", talora chiedendo, a volte facendo proposte, qualcosa
si ottenne, anche se poco e con molte fatiche.
Un breve resoconto sui documenti conservati può chiarire: già si è accennato alla richiesta del Prefetto
in data 1 agosto 1943; il 22 novembre la Prefettura con nota n. 1995 scriveva:
"si ricorda l'obbligo tuttora vigente di sottoporre al preventivo esame di questo Ufficio le bozze delle pubblicazioni
periodiche".
Fino a quel momento la censura veniva attuata a Varallo e a un nuovo richiamo, il 2 dicembre 1943,
si rispose al Capo Gabinetto: "Come ebbi occasione di esporre a voce, in risposta al comunicato della
Prefettura n. 1995, faccio presente che in conformità vostra disposizione orale, trasmetterò le bozze di questo
settimanale in visione preventiva alla tenenza dei Carabinieri, come da comunicazione della Questura n. 014833 del
22-9-43 a causa delle gravissime difficoltà di comunicazione con il
Capoluogo".
La situazione non continuò a lungo.
Il 14 dicembre 1943 si ordinò:
"Le pubblicazioni periodiche non potranno uscire senza
l'autorizzazione preventiva speciale del Ministero della Cultura Popolare, i cui estremi dovranno essere citati da ogni periodico
accanto al nome del direttore
responsabile".
Quali i rapporti con la censura?
Va premesso che in febbraio-marzo si installò la Censura tedesca di Novara (via Magenta) che pretese
il controllo, ora direttamente ora a mezzo del comando installato a Varallo. Comunque, finché funzionò
il treno, il viaggio a Novara era meno grave che a Vercelli (partenza ore 5,09 ritorno ore 21,27).
Per vari episodi, il 1944 è pieno di emozioni (od anche più). Dei fatti precedenti già fu detto; il 6
aprile avvenne l'eccidio al ponte della Pietà e conseguente
reazione di Morsero. La "Gazzetta" fu accusata
di simpatia per i partigiani.
Il 31 maggio 1944 il Prefetto Morsero comunicò
"ripristinata censura a Vercelli" e convocazione ore 11
del 5 giugno 1944 per spiegazioni.
Tornai a Vercelli a fine giugno e fu l'unica volta
che vidi Morsero: si sarebbe detto un forsennato:
gesticolava, urlava, smaniava. Quando seppe che ero di Varallo, per la revisione delle bozze, alzò maggiormente la
voce: "cacciateli, fateli fuori". Non sapendo bene a chi si riferisse, chiesi spiegazioni e fu un urlo: "i fuorilegge,
i fuorilegge" aggiungendo: "cacciateli con le scarpe, con i bastoni". A parte la poca convinzione sul
consiglio, tecnicamente non erano mezzi adatti!
Erano i giorni della Repubblica valsesiana.
Tutte le forze nazifasciste avevano lasciato Varallo il 10 giugno. Il ritorno in forza di fascisti e
tedeschi avvenne il 9 luglio e di certo non fu un periodo di tranquillità (come non fu tranquilla la notte dell'8. I
Padri Dottrinari lavorarono tutta notte per sgombrare il palazzo D'Adda di ogni carta che documentasse la
presenza del Quartiere partigiano per evitare l'incendio. Infatti al mattino i tedeschi si presentarono al collegio
D'Adda, ma furono dirottati al palazzo D'Adda... pulito pulito).
Stante la censura di Novara, di Vercelli non si faceva molto conto anzi, per evitare la trottata a Novara il
3 giugno chiesi ai due uffici tedeschi di Novara e di Vercelli l'autorizzazione a telefonare fuori
provincia (Novara), ma in data 20 luglio veniva risposto:
"mi dispiace di comunicarvi che non è stato possibile
concedere autorizzazione di telefonare fuori provincia, poiché le linee sono
sovraccariche".
La Prefettura Repubblicana di Vercelli l'11 settembre tornò a rivendicare i suoi diritti:
"A prescindere da qualsiasi considerazione, che ritengo ormai superata, Vi ripeto che il giornale non potrà nel modo
più assoluto essere pubblicato, senza avere la preventiva autorizzazione di questo Ufficio, anche se avete
già ottenuto l'autorizzazione del Comando tedesco. Ritengo pertanto ovvio ripeterVi che non potrete
procedere alla stampa del giornale senza avere prima ricevuto una delle tre bozze debitamente vistata e
timbrata" (per bozza qui si intendeva il giornale impaginato, pronto per la stampa, e in una composizione a mano si
può capire che volesse dire una eventuale sostituzione o variazione del testo).
La Nebenstelle di Vercelli il 14 settembre alla "Gazzetta":
"Il 30 agosto in Vercelli è stato istituito un
reparto della Propaganda Staffel di Torino delle forze armate tedesche. Perciò l'esecuzione della censura è
passata dalla Platzkommandantur Vercelli a questo Ufficio, estinguendosi di conseguenza quella della Provincia
di Novara. Presentare due bozze. Il giornale può essere stampato solo dopo la applicazione del bollo e
della firma".
La Nebenstelle di Novara il 29 settembre:
"prega codesta direzione di voler rivolgersi per istruzioni e
cose riguardanti la censura e cioè tutto ciò che si riferisce alla stampa alla propaganda Nebenstelle
Vercelli".
La condizione non poteva essere tollerata per due motivi: la enorme difficoltà a raggiungere Vercelli
(in bicicletta o mezzi di fortuna) e il ritardo della restituzione delle bozze per la stampa (per la verità
non imputabile solo a loro).
Mi lamentai più volte e il 3 novembre 1944 ebbi questa risposta:
"Nebenstelle in risposta a Vostre del 5 e
del 23 ottobre comunica che la bozza del giornale in data 21 ottobre è stata spedita solo il 13 ottobre
secondo la data della Vostra lettera ed è giunta nelle nostre mani solo il 27 ottobre.
Lo stesso la bozza spedita il 5 ottobre è arrivata solo il giorno 11 ottobre. In tutti i due casi la censura
è stata eseguita immediatamente e sono state spedite nella stessa giornata.
Il ritardo è causato dunque non dall'ufficio di censura, ma dalla spedizione troppo ritardata delle bozze
e ancora dalla cattiva situazione delle comunicazioni postali.
Siete dunque invitati a considerare la situazione postale ed a spedire le bozze almeno
sei giorni prima della data di edizione oppure a farle pervenire a mezzo
corriere".
Era una gioia! per fortuna che la "Gazzetta" era quindicinale; ma non riuscivamo neppure a salvare
la scadenza dei 15 giorni.
Il 12 dicembre, appigliandomi all'invito del settembre, scrissi alla Prefettura e alla Nebenstelle di Vercelli
in questo tenore:
"Valendomi del cortese invito della lettera del 14 settembre 1944 dopo tre mesi di esperienza mi
permetto fare presente la grave difficoltà inerente al funzionamento di questo giornale. Non essendo stato
attivato finora alcun regolare servizio fra la Valsesia e il Capoluogo, anche il servizio di posta presenta delle
lacune inverosimili... Se quindi non esistesse una grave difficoltà pregherei di volere incaricare i locali
Comandi Tedesco ed Italiano della revisione della
censura".
Il 18 risposi ad una richiesta di dati pervenuta dalla Nebenstelle il 12 e comunicai:
"Copie di edizione n. 2.500, periodicità quindicinale. Faccio notare che la mancanza di comunicazioni fra Varallo e
Vercelli pregiudica assai l'uscita del giornale. Già in data 12 c.m. ho prospettato, se fosse possibile ottenere
la revisione di Censura a Varallo per mezzo dei Comandi Italiano e
Tedesco".
La richiesta ebbe due diverse risposte:
La Prefettura il 20 dicembre scrisse:
"Non è possibile, per criterio di massima, derogare dall'osservanza
di quelle disposizioni, in materia di censura, di carattere generale, vigenti in tutte le provincie
dell'Italia Repubblicana".
La Nebenstelle di Vercelli il 19 dicembre:
"A pregiata Vostra, in relazione a quanto ci chiedete, date
le difficoltà del momento, Vi invitiamo a rimetterci le bozze del giornale e noi provvederemo
sollecitamente alla revisione trasmettendovi telefonicamente, attraverso il Comando Tedesco di costì, quali saranno
le correzioni da apportare e le parti che andranno eventualmente eliminate. Restiamo in attesa di un Vs.
cenno di conferma".
Era un passo avanti; si era aperto un dialogo con i tedeschi. Il 27 dicembre ritornai alla carica, al
Comando del Presidio Militare di Varallo:
"Finché funzionò il treno fu possilile una certa regolarità nella
consegna delle bozze per la revisione e quindi stampare con una certa freschezza di notizie. Le aggravate
condizioni di viaggio e il saltuario servizio di posta pregiudicano assai la pronta consegna delle bozze, perché
molte notizie giungono dai paesi con notevole ritardo per le stesse ragioni..
La mia proposta: ottenere la revisione delle notizie locali presso il comando del Presidio militare di
Varallo ed inviare a Vercelli gli articoli di fondo e le notizie più
importanti".
La Nebenstelle di Vercelli il 2 gennaio 1945, non so perché così commossa, scrisse:
"Alla redazione della 'Gazzetta della Valsesia': in risposta alla vostra segnalazione, per risolvere la matassa e far sì che il
Vostro giornale possa uscire a tempo, pensiamo di fare come voi
ci suggerite: cioè la revisione degli articoli
di carattere generale e già pronti qui a Vercelli e sul luogo le piccole notizie giunte in ritardo. Le bozze
a revisionare sul luogo dovranno essere presentate cogli articoli eventualmente da noi censurati, strisciati
in blu".
Era una piccola, ma sensibile conquista, che però non doveva durare a lungo.
Il 16 febbraio 1945 la Nebenstelle comunicò per telegramma la censura totale dell'articolo "Viveri e
trasporti". L'ordine era tassativo: togliere tutto l'articolo. Stufo di queste soppressioni ed impossibilitato a
sostituire l'articolo della lunghezza di una colonna, in prima pagina, pubblicai la "Gazzetta" con una colonna
in bianco. L'avessi mai fatto: Prefettura, Comando Tedesco e Nebenstelle intervennero con solenni lavate
di capo e la prima punizione fu la soppressione di ogni agevolazione di revisione locale.
Per felice ventura di tutti, le quindicine che separavano dal 25 aprile non erano molte.
La Settimana Santa del 1944
Fu veramente una settimana di sofferenza e di passione e chiunque era in Valsesia ne serba di certo
terrificante memoria, pari, per certi aspetti, all'angoscia che tutti prese dopo la strage di Borgosesia del 22
dicembre 1943.
Per chiarezza dei fatti si riporta quanto allora venne pubblicato sulla "Gazzetta della Valsesia",
facendo seguire i richiami di cui il giornale fu oggetto per i commenti su quei fatti.
Sul n. 11 del giorno 8 aprile 1944 la "Gazzetta" pubblicò:
LUTTO CITTADINO
Il Commissario Prefettizio Dott. Valenti in seguito ai recenti luttuosi avvenimenti ha emanato nei
giorni scorsi la seguente Ordinanza:
"D'Ordine del Capo della Provincia dispongo che da oggi venerdì 7 aprile e fino tutto il giorno 9 c.
mese deve essere osservato lutto cittadino colla sospensione dei pubblici spettacoli, per l'efferato eccidio
di elementi della G.N.R.".
Il Capo della Provincia di Vercelli, in seguito all'esecrando eccidio ha rivolto alle buone e laboriose
popolazioni vercellesi il seguente appello:
"Popolo della Provincia di Vercelli
All'alba di stamane, in un agguato teso con suprema perfidia, venti giovani della G.N.R. hanno
trovato tragica morte mentre col canto sulle labbra raggiungevano i posti del dovere contro i rinnegati e i traditori.
Esaltazione ed angoscia per tanta nobiltà di martirio; esecrazione e dolore per tanto inaudito crimine
agita nel profondo, in quest'ora di lutto, gli animi di tutti gli onesti.
Possa il nuovo sangue generosamente versato essere fecondo di bene - come solo il sangue può esserlo -;
il martirio di tanta giovinezza possa, col suo esempio inimitabile, rinsaldare ogni fede, scuotere in ogni
fibra i dubbiosi; tracciare la diritta via agli increduli e ai traviati; possa soprattutto tanto martirio accelerare
i giorni della giusta vendetta e del trionfo per questa adorabile Patria nostra già prostrata ed ormai risorta".
"Il Capo della Provincia ordina
il lutto provinciale per giorni 3 a partire da oggi, con chiusura dei locali di pubblico spettacolo. Vercelli,
6 aprile 1944-XXIII".
Commento della "Gazzetta"
"La Settimana Santa, che avrebbe dovuto essere preparazione, in fraternità di sentimenti alla Pasqua
di Risurrezione, centro di amore divino per l'umanità intera, è stata funestata del luttuoso avvenimento che
ha causato ancora una volta spargimento di sangue fraterno e la terra si è imporporata del sangue di chi
è caduto nell'adempimento del proprio dovere.
La Valsesia e l'Italia tutta levano la loro voce, supplicando nella carità di Cristo, a voler dimenticare
ogni ragione di divisione e di contrasti, ad unirsi compatti e tutto mettere in opera perché si ponga fine alla
lotta fraterna, ed ognuno con vero sentimento di amore anche per sé, per le proprie famiglie, per la
Patria dilettissima, nella laboriosa concordia degli animi, affretti giorni sereni, di cui tanto è ansioso il bisogno.
I Caduti dal Signore invocano pace, fidenti che il sangue tanto generosamente versato da migliaia
di Italiani nel corso di questa guerra segni il risveglio di una forte e salda rinnovellata coscienza nazionale
e possa presto annunziare alle genti ansiose la pace in giustizia e
carità".
Questo quanto venne pubblicato nella dolorosa circostanza. Ma come è evidente, anche da questi testi,
quei venti giovani della Gnr caduti nell'imboscata - per la verità un po' ingenuamente - al ponte della
Pietà pesarono sinistramente per più giorni su tutti e in particolare su Quarona e Roccapietra.
In un clima umido, piovigginoso, era agghiacciante vedere le popolazioni dei due centri prepararsi al
rogo delle loro case, in rappresaglia di un fatto loro non imputabile. Ma i fascisti volevano imitare i tedeschi
in questa barbara usanza.
La carità eroica di mons. Ossola e di mons. Bertolino, l'intraprendenza di don Dardanelli valsero a
sospendere un delitto, che tuttavia poco dopo si tramutò in un altro, pure esecrando, con l'impiccagione di cinque
poveri ragazzi, innocenti ed estranei al fatto, alle rotaie del treno sul Ponte della Pietà.
A ricordo della figura di mons. Bertolino sovviene il gesto, eccezionale alla sua umiltà. Nella fiducia di
fare più presa su Morsero, venuto quel giorno a Varallo, iroso e minaccioso come non mai, si presentò
all'albergo, sede del Comando, vestito delle nuove insegne prelatizie, conferitegli già molto tempo prima e mai
indossate. Non sappiamo se le insegne abbiano servito, certo la grazia del Signore tocco il cuore più duro di quello
di Faraone.
Il giornale non poteva ignorare il fatto, ma neppure poteva indulgere a commenti di odio e faziosità
e pubblicò il commento riportato più sopra. Ispirandosi a quanto era stato pronunciato dal Cardinale di
Bologna in caso analogo, espresse il suo dolore per i nuovi lutti e per lo spargimento di sangue fraterno, invitando
al perdono, alla concordia, alla pace. Si sarebbe pensato che questa fosse la partecipazione più logica al
fatto e più conforme al carattere del giornale; ma il Comando della "Tagliamento" non la pensava così ed
appena prese atto del commento pubblicato, convocò in tono perentorio il direttore della "Gazzetta", in una
saletta, dove attorno al comandante stavano in posa di convincimento militi con armi puntate. In
quell'ambiente volarono improperi ed insulti (per fortuna non altro!). Non fu facile smontare quell'energumeno, che
era impegnato ad agire da maleducato dallo stesso ambiente circostante. Si cercò di fare forza su
ogni ragionamento, traendo motivo dalle stesse parole del Capo della Provincia sul valore del sangue
versato come premessa di un avvenire di pace. Le parole servirono poco; quando finalmente si fu sfogato, fu
concesso il permesso di uscire e si può pensare che il cielo fu mai tanto bello!
La rettifica dello Stato Civile
Le disavventure sono, come le ciliege, mai sole, ma a differenza di queste sono sempre un po' acerbe! In
questo caso le conseguenze avrebbero potuto essere di una qualche grave noia (nessuno oggi penserebbe
che una svista tanto secondaria dovesse comportare tanta preoccupazione!).
A confronto della licenza giornalistica di oggi, per cui non manca il voluto sovvertimento della verità
in certi fogli, c'è motivo di seria riflessione a quale strafottente abuso di potere possa arrivare la dittatura.
Ma veniamo al fatto.
Nello stesso numero, che riferiva l'avvenimento del Ponte della Pietà (n. 11 del giorno 8 aprile
1944) c'erano già le premesse della nuova "grana" che, per bontà della Provvidenza, si concluse con
discreta soddisfazione, dopo non poche traversie e ansietà.
Il povero direttore era uscito dal Quartiere
locale della "Tagliamento", lieto di "rivedere il sole e le
altre stelle" e riteneva chiusi i motivi di incontro con quei "signori".
Invece non era proprio così!
Fosse la stizza di una mancata soddisfazione nell'incontro di quei giorni o un più rigoroso controllo
della "Gazzetta", quelli della "Tagliamento" aguzzarono gli occhi sul giornale e scoprirono quello che in sede
di censura non avevano prima notato.
A piè di pagina, nella colonna di centro, era riportata la rubrica "Stato civile", come abitualmente da anni
si faceva, con i nominativi dei "nati" e dei "morti" in quel periodo. I nominativi dei "morti" erano divisi in
due gruppi: "morti a casa" e "morti all'ospedale". Una terza classificazione per altre forme di morte non era
mai stata usata; ed anche oggi i giornali seguono questa usanza e non dà motivo di recriminazione. Ma in
regime fascista della Repubblica di Salò, sì! occorreva una terza ripartizione, in considerazione della troppo
frequente usanza di morire in altro modo.
Che era avvenuto?
L'impiegato di Stato Civile, che provvedeva alla segnalazione del movimento di popolazione in arrivo
alla vita o in partenza verso il Cielo, aveva trascritto fra i deceduti all'ospedale, per ordine di data, anche i
nomi dei tre giovani patrioti Musati Attilio, Crespi Carlo e Berardelli Pier Celestino. La tipografia rispettando
il comunicato del Comune pubblicò il testo nella sua interezza. Tutti sapevano che i tre cari giovani
erano caduti in altro luogo che non in ospedale, ma sembrava una espressione significativa per dire "non morti
a casa".
Quando il Comando della "Tagliamento" si avvide della stampa, forse gongolò di maligna soddisfazione
o scattò come una vipera: il direttore della "Gazzetta" fu chiamato immediatamente a spiegare l'incidente;
fu la volta del commissario prefettizio Valenti e poi dell'impiegato comunale e a tutti furono elargiti
giudizi non gentili. Poi, allontanati tutti gli altri, venne trattenuto il direttore per una rettifica. Non approdandosi
a nulla, l'incontro venne ripreso il pomeriggio in attesa che fosse pronta la rettifica che il comando
avrebbe steso. Fosse incapacità o malvagità, non si sa, la rettifica venne consegnata alle 18 e purtroppo suonava
in termini gravemente offensivi e in più includendo nomi di "fucilati" non citati nello Stato Civile: tanto
era l'odio di parte.
Ma l'ordine era tassativo. Il giornale doveva uscire con la rettifica. In tipografia si passò alla
composizione e si procedette all'impaginazione, mentre la mente annaspava in ricerche. Ricordo il tragico momento:
i tipografi e il direttore erano allibiti e ognuno sentiva di trovarsi di fronte ad un dilemma senza scampo:
non stampare la "rettifica" equivaleva ad aizzare le ire della "Tagliamento", che sospettava la tipografia di
stampe clandestine; stampare significava compiere azione ingiusta verso i caduti della Resistenza, verso gli
uomini, nel presente e nel futuro, con conseguenze in parte prevedibili.
La stampatrice girò; uscirono, come colpi al
cuore, sei copie; poi fu l'ordine del direttore: "fermate;
basta, non si stampa". Una improvvisa idea si era affacciata (e nel caso ci si appiglia anche ai sogni). La
decisione fu: sospendere e al mattino successivo portarsi a Novara e prospettare il caso ai tedeschi che, allora,
sembravano cercare in Varallo un ambiente un po' meno ostile.
L'attesa non fu lunga; ma più lunga fu la spiegazione del direttore: ragione fondamentale: nella più
volte dichiarata intenzione dell'autorità tedesca di portare ordine e calma fra la popolazione, la "rettifica"
si presentava come un insulto alle madri, alle famiglie, al Clero, a tutti; era un gesto inopportuno a tutti
gli effetti. L'interprete accoglieva e traduceva domande e risposte e lentamente lo scoglio fu superato:
"Non stampate e modificate l'annuncio". Alla domanda: "E la Prefettura e i fascisti di Varallo"
risposero: "Telefoneremo".
Quando, il tardo pomeriggio, fui a Varallo, passai al Comando e con una soddisfazione ben celata dissi:
"La Nebenstelle non è dell'avviso; telefonerà". Non so se telefonarono, quelli digrignarono i denti, ma
non fiatarono.
In montagna la notizia fu ricevuta e approvata.
A documentazione del fatto si riportano i tre stampati pubblicati sul n. 11 e sul n. 12.
"Varallo 8 aprile 1944 n. 11
Stato Civile: Morti all'Ospedale: Musati Attilio fu Cesare di anni 28, cuoco - Mannio Maria ved.
Rinoldi Pacifico fu Isidoro, di a. 75, casalinga - Belli Carlo fu Antonio di a. 46, contadino - Berardelli Pier
Celestino di Michele di a. 24, studente - Crespi Carlo di Alberto di a. 21, studente - Andreoli Giovanni Battista
fu Giuseppe di a. 64, arrotino.
Varallo, 24 aprile 1944 n. 12
Rettifica imposta dalla "Tagliamento" e pubblicata in sei copie e poi sospesa: Musati Attilio, Berardelli Pier Celestino, Crespi Carlo sono stati riportati nel precedente numero, per errore di trascrizione,
come deceduti all'Ospedale. Si precisa invece che il primo, bandito Musati Attilio, già ricercato per rapina
a mano armata ed altri atti di violenza, è stato ucciso dalla immediata reazione di fuoco di una
postazione mentre cercava di assassinare alcuni legionari in servizio alla postazione medesima.
I banditi Berardelli Pietro e Crespi Carlo sono stati passati per le armi perché organizzatori di
bande ribelli, traditori della Patria, rapinatori trovati in possesso di armi ed esplosivi.
Infine sono stati passati per le armi perché trovati in possesso di armi e perché appartenenti a
formazione ribelle i banditi Ferraris Fedele, Gallizia Carlo, Moretti Mario, Gagliardi Natale, Scotti
Giovanni".
Rettifica voluta dai Tedeschi, inserita senza rilievo dopo il normale annuncio dello Stato Civile, in
luogo della rettifica fascista, sul n. 12 del 24 aprile 1944:
"Stato Civile: morti: Lana Alfredo di a. 52 - Caroglio Barbara Cristina di a. 48.
Si deve inoltre aggiungere: Si rettifica che Musati Attilio, Crespi Carlo, Berardelli Pier Celestino
riportati nel precedente numero per errore di trascrizione come deceduti all'ospedale, sono invece stati passati per
le armi, perché, come da comunicazione dell'Autorità Militare trovati in possesso di armi ed organizzatori
di bande ribelli. Eguale sorte ebbero, perché trovati in possesso di armi: Ferraris Fedele, Gallizia
Carlo, Moretti Mario, Gagliardi Natale, Scotti
Giovanni".
I due testi diversificano sostanzialmente nell'espressione e testimoniano la faziosa e disumana
valutazione fascista.
Anzi è bene, benché molto doloroso, ricordare il supremo dileggio cui furono fatti segno i due
ragazzi Berardelli e Crespi. Non avevano fatto nulla di male a nessuno e ritenevano che il loro fermo fosse una
della tante misure intimidatorie; ma si dovettero ricredere, quando nell'attraversare Varallo verso le 16 videro
sui muri l'annuncio della loro fucilazione, il cui testo (ricordo a memoria) diceva: "Si dà comunicazione
che oggi alle ore 17 sono stati fucilati i banditi ecc.".
Anche il valoroso Musati, che ebbe il coraggio di assalire da solo la postazione di piazza Ferrari, ignaro
che essa era stata dotata di faro per inquadrare i temibili assalitori, ebbe un trattamento selvaggio. Il suo
corpo trascinato per le vie fu lasciato in piazza Vittorio per terra. La "Tagliamento" avrebbe voluto la
profanazione, ma il popolo espresse chiaramente il più vivo cordoglio e pietà per il Caduto e non mancarono gesti
di esecrazione per tanta empietà. Però solo la Madre, affranta e forte del suo amore, poté avvicinarsi e
abbracciare la salma sfigurata.
Viveri e trasporti
Un particolare saggio di censura capitò con l'articolo "Viveri e trasporti" destinato al n. 2 del 17
febbraio 1945.
Ci scusiamo con i lettori di non averlo pubblicato allora e rimediamo ora con alcune considerazioni.
VIVERI E TRASPORTI
"Dai giornali - quando arrivano - e dalla radio apprendiamo disposizioni e direttive dei Ministeri e
delle Prefetture e constatiamo che il lavoro non è poco e non poche le difficoltà. Fatta eccezione di
qualche disposizione limitata localmente, norme e circolari valgono per tutta la Repubblica Sociale, con parità
di diritti e di oneri.
Se è così (come deve essere) ragioniamo un po'...
Si è parlato e si parla, a suono di Legge e di radio, di lotta contro la borsa nera. Si sono prese
decisioni draconiane per alberghi, ristoranti, pensioni; si è discusso sul problema dei trasporti.
Risultati positivi sono stati raggiunti ma non
ovunque. A Varallo la questione delle mense di guerra
interessa relativamente poco. Ciò che maggiormente tocca più da vicino la popolazione è, al presente, la
questione dei trasporti. Questa si è acuita in tal maniera da rendere veramente precaria la situazione alimentare e
sociale della popolazione. Da ciò deriva, naturalmente, un rincrudirsi della borsa nera e di tutte le
attività affini. Non desideriamo servizi di comode autocorriere (che
tuttavia fino a poco tempo fa esistevano in
altre località); desideriamo soltanto che ci si venga incontro con mezzi anche primordiali, ma in maniera
che questo problema sia sufficientemente risolto.
La posta arriva quando può e quando vuole; farina, pane e alimentari in genere sono nelle mani
della provvidenza. Non parliamo poi dei generi accessori e pur non trascurabili, quali i fiammiferi, il tabacco,
i giornali e tanto meno, infine, del trasporto passeggeri.
Sappiamo che l'autorità locale ha tentato vari esperimenti per provvedere in qualche modo alla
grave deficienza. Sono state tenute più adunanze. I risultati raggiunti però non sono stati esaurienti. Un
sistema che sembra dare migliori risultati, benché non possa essere un sistema definitivo, è quello di obbligare
gli autocarri, che salgono, a non fare il carico di legna, se a loro volta non introducono in Valsesia
e particolarmente a Varallo, da cui partono i rifornimenti per tutta l'alta Valsesia, i quantitativi di
generi alimentari assegnati o reperibili a favore della Valsesia. Non una volta sola è successo di correre il
rischio di perdere rilevanti quantità di viveri assegnati per mancanza di trasporti; e forse sono state anche
perse. Certamente si constatano casi di mancanza di collaborazione nella stessa Valle. Per trarre qualche
esempio: succede alle volte che il Comune di Borgosesia, trovandosi, nonostante la maggiore vicinanza alle fonti
di rifornimento e la assai maggiore disponibilità di mezzi di trasporto, in condizioni alimentari ancor
più disperate di Varallo, convince i locali comandi militari a fermare qualche autocarro carico di
sfarinati diretto a Varallo e trattiene una aliquota della merce. Alle proteste del destinatario si risponde che
necessità non ha legge, ma è il caso di notare che simile arbitrario ritorno a sistemi dell'alto medioevo, anche se
fosse apparentemente giustificato dalla situazione, il che in realtà non è, si risolverebbe pur sempre in una
grave offesa al prestigio delle autorità preposte alla organizzazione dei servizi e trasporti.
Quale altro esempio potrebbe essere ricordato il
caso del servizio trasporto persone, che lega Borgosesia
a Novara. Si tratta di un servizio organizzato da privati, tutt'altro che regolare; anzi molto saltuario, come
si può giudicare dalla saltuarietà dell'arrivo della posta a Varallo, portata fino a Borgosesia da quello
stesso servizio. Ma il servizio c'è, ed è spiacevole che, per difficoltà di ordine pratico ed economico, oltre che
per esigenze di coprifuoco, non si sia riusciti ad estenderlo sino a Varallo. Sarebbe evidente qui
l'opportunità dell'intervento delle autorità superiori. Si è parlato e scritto, ora, di giurisdizione statale, anche sui trasporti.
Vi è dunque speranza che si venga finalmente ai fatti? Dato che ogni singolo paese crede opportuno agire
a titolo esclusivo del proprio tornaconto, ben venga l'intervento di chi può. Tanto più che il timore di
suscitare rancori e gelosie, che potrebbero avere un seguito in un avvenire più o meno lontano, trattiene
talora dall'operare draconianamente.
Qui non ci sono tendenze estremiste, che potrebbero far credere essere il tale il portavoce di questa o
quella volontà. Qui c'è di mezzo una popolazione, che con il suo comportamento, in ogni circostanza, ha
convinto e straconvinto chi, de visu, ha constatato come fossero fole le dicerie della pianura. Una popolazione,
che vive sobria (fin troppo se pensiamo alla frequente deficienza del pane, alla scomparsa della carne,
dello zucchero, del latte dei grassi. Questo è combattere la borsa nera... ma di ciò ci occuperemo
prossimamente); una popolazione che ha sofferto e soffre senza dir nulla e senza trasparire nulla della tragedia, che si
svolge tra le sue mura. Se tutti visitassero, come abbiamo visitato, certe case, si convincerebbero, come ci
siamo convinti, che a Varallo, nel vero Varallo, si soffre la
fame".
A rileggere l'articolo, se c'è da piangere per la situazione di sofferenza vissuta in forma quasi eroica,
per quanto riguarda la censura viene da ridere. Il contenuto di "Viveri e trasporti" nella mente dell'estensore
non voleva affatto essere un atto di accusa ai "poteri costituiti"; anzi si riconosceva ad esso la buona volontà e
il tentativo di far fronte alle deficienze.
Non sapemmo il motivo della censura; forse ne fu ragione la denuncia documentata di fatti e situazioni,
che la dittatura non poteva riconoscere e non aveva la capacità di risolvere.
Il fatto fu semplice; le conseguenze un po' meno. In base alle direttive, l'articolo "Viveri e trasporti"
fu mandato in visione alla Censura di Vercelli e tornò
con molto ritardo, dopo quasi quindici giorni, proprio
alla vigilia della stampa del giornale. Un bel frego blu con la dicitura "censura" indicava bene che l'articolo
non era gradito; ma anche alla direzione del giornale non era gradito lo scherzetto della soppressione. Più
volte era accaduto di fare piccole sostituzioni o allargare gli spazi per riempire i vuoti. Ma qui nessuno
aveva sospettato (dopo la già diligente revisione del direttore prima della composizione) che l'articolo
potesse essere incriminato e perciò non si era provveduto a preparare composizione sostitutiva, la quale, a sua
volta, avrebbe avuto bisogno della revisione della censura prima della pubblicazione.
Che fare? Urgeva la stampa per un minimo di regolarità e di rispetto dei lettori. Si fece "il tonto" e si mise
fuori il giornale estraendo l'articolo censurato, con una colonna in bianco e precisamente metà della
prima colonna e risvolto in seconda ed attendemmo gli eventi.
Il fatto spettacolare non poteva passare inosservato; anzi si prestava a supposizioni di critiche più gravi
di quanto fossero in realtà. Le due censure non tardarono a farsi vive. Il giorno 5 marzo (e questo prova
con quale velocità correva la posta da Varallo a Vercelli) fu la volta della censura fascista, che tolse
ogni agevolazione di censura locale, riservandosi il controllo totale a Vercelli. Qualche giorno dopo fu la
volta della Nebenstelle a chiedere spiegazioni per la stampa in bianco, incaricando il Comando tedesco locale
di un solenne richiamo nella sede di Villa Zignone.
Furono le ultime vicende e le ultime fatiche di viaggi e di strapazzi per amore della causa.
Ma la situazione generale maturava rapidamente e l'alba di un tempo nuovo era prossima.
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