Ersilia Alessandrone Perona
"La penna è l'arma del pensiero"
Scritture femminili sulla Resistenza biellese e valsesiana
"l'impegno", a. XV, n. 1, aprile 1995
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
La riflessione sulla specificità delle scritture femminili sulla Resistenza biellese e valsesiana può
prendere l'avvio da alcune considerazioni sulle sue origini.
Si è detto che la seconda guerra mondiale ha aperto a molte donne "comuni", anche con modestissimi
livelli di istruzione, l'orizzonte della scrittura. Questo è vero nella misura in cui la seconda guerra mondiale,
come "guerra totale", coinvolse le donne nell'esperienza diretta del fronte, che ormai passava, realmente
o metaforicamente, sulla soglia delle loro case, e provocò un ricorso alla scrittura quasi come a una
"tecnologia del sé".
Ma, per non essere indotti a limitazioni restrittive, vorrei ricordare che l'uso della scrittura a livello di
massa era già stato provocato da altri momenti di crisi, per esempio dalla prima guerra mondiale, e prima
ancora dall'esperienza dell'emigrazione, che produsse nelle comunità e nei nuclei familiari fratture equivalenti
a quelle di una guerra: Antonio Gibelli ne ha dato ampia prova col suo lavoro nell'uno e nell'altro
campo, mostrando come la necessità di mantenere una comunicazione fra due mondi lontanissimi rendesse
necessario, da parte di uomini e donne, questo strumento. Nella prima guerra mondiale, poi,
l'organizzazione militare aveva fornito in modo sistematico la possibilità di servirsene alle grandi masse di contadini
analfabeti strappati ai loro paesi. Le risposte che essi ricevevano da casa costituirono una forma primaria
di psicoterapia, la cui importanza era calcolata dagli stessi apparati militari, che favorirono in ogni modo
il funzionamento della posta1.
La scarsa attenzione finora riservata a queste fonti, e l'ottica particolare con cui sono stati raccolti i
rarissimi archivi disponibili (per esempio quello di Brescia) non consentono di disporre di scritture femminili,
fatte poche eccezioni, quali l'Archivio della scrittura popolare di Rovereto e ora le ricerche dello stesso
Gibelli, in tale direzione. Non possiamo dunque dire, se non per sparsi indizi, come fu percepita e rappresentata
la guerra nelle corrispondenze femminili dirette al fronte. Si resta dunque, per la prima guerra
mondiale, ancorati alla più abbondante letteratura colta e alla pubblicistica suffragista sulle donne e la guerra.
Ma, venendo al Biellese, non possiamo trascurare una fonte interessante, di carattere popolare, che ci
mostra come l'emergenza della guerra abbia dato alle donne "un profondo impulso ad esprimersi pubblicamente
e a organizzarsi". Ne sono prova gli articoli comparsi fra il 1916 e il 1918 nella "Tribuna delle donne"
del periodico socialista "Corriere biellese" ad opera delle circa mille militanti (per l'83 per cento operaie)
delle sezioni femminili formatesi a partire dal maggio 1916. Raccolti in volume da Luigi Moranino nel 1984,
essi mostrano come la guerra abbia fatto maturare nelle donne la consapevolezza di nuove responsabilità e
ruoli, la volontà di istruirsi, di sottrarsi all'influenza del clero e della famiglia, di rivendicare, insieme al diritto
di voto, pace, lavoro e la liberazione dal "giogo della doppia schiavitù" del sesso e di classe. Gli
stereotipi espressivi, i modelli narrativi, facilmente riconoscibili, non diminuiscono il valore di questa esperienza,
che costituì un laboratorio di formazione politica per le future militanti antifasciste.
La fine di quelle sezioni, segnata dal prevalere
del controllo maschile, alla fine delle guerra, se
rappresentò una sconfitta della rivendicazione dell'autonomia femminile, non significò tuttavia, a livello
politico, l'isterilirsi di quell'esperienza.
"Percorrendo gli elenchi
delle diverse sezioni femminili, frequenti si trovano nomi e cognomi che
torneranno nella cospirazione antifascista e nel movimento di liberazione, da Ernesta Scanzio in Viana, madre
di Iside (morta nel carcere di Perugia nel 1931), a Ergenite Gili, che patì lunghi anni di prigionia fascista
e nella Resistenza perse due fratelli, a Vittoria Ogliaro, sorella del dirigente socialista Alfonso, morto
a Mauthausen"2.
Gli stessi elenchi hanno consentito di individuare le madri di dodici caduti partigiani. Viene così alla
luce una genealogia femminile che contribuì certo alla forza e al rilievo dell'antifascismo biellese
durante il ventennio e nella lotta di liberazione. Ma tali reti di trasmissione poterono agire solo in profondità,
sommerse dalle dinamiche sociali e politiche che durante il fascismo sospinsero la maggioranza delle donne,
soprattutto le più giovani, verso una condizione di totale subalternità sociale e culturale.
La specificità delle rivendicazioni femminili nella lotta delle donne si spense tra le stesse antifasciste,
perché esse furono indotte, dall'urgenza della situazione politica, più che ad esaltare l'autonomia
della propria lotta, a considerarsi compagne in quella degli uomini, e dunque ad agire come uomini.
Gladys Motta, nel 1982, ha illustrato il grave arretramento delle operaie biellesi prodotto sia dalla
pesante discriminazione economica che le riguardò, sia dalla loro minore coesione sociale, dovuta alle
consistenti immigrazioni di giovani operaie dal Veneto, dal Friuli e dalla
Bergamasca3.
In tale contesto si indebolì fortemente la capacità di reazione ideologica alla politica fascista nei
confronti delle donne che, in sostanza, trasferiva sul piano dell'organizzazione sociale una discriminazione già
radicata nella cultura italiana.
La "nazionalizzazione delle donne", ha scritto Victoria De Grazia, fu il prodotto estremo di
un'ideologia patriarcale e reazionaria, per quanto mascherata da alcuni aspetti di fittizia emancipazione
(associazionismo femminile, sport, pratiche del consenso pubblico); gli stessi comportamenti incongruenti con le
prescrizioni del regime, che si diffusero durante il ventennio, sotto la spinta dei processi di modernizzazione
capitalistica, se cominciarono a incidere sul costume, non intaccarono tuttavia i livelli di consapevolezza e
l'elaborazione concettuale4.
Le donne biellesi che aderirono alla Resistenza si mossero dunque da una condizione più arretrata, dal
punto di vista delle consapevolezze sia politiche che di genere, di quella delle loro madri e nonne, e
dovettero maturare nel corso stesso della lotta la rivendicazione di un pieno accesso alla cittadinanza, ferme
restando le incertezze sulla definizione dei concetti di uguaglianza e differenza. Questo percorso fu peraltro
comune alla maggioranza delle donne italiane: il recupero della storia delle lotte femminili maturò durante la
Resistenza e fu oggetto di studio subito dopo, con gli scritti delle antifasciste della prima e della seconda
generazione (Camilla Ravera, Franca Pieroni Bortolotti, Paola Gaiotti).
Nella mobilitazione delle donne biellesi, inoltre, furono essenziali le rivendicazioni economiche e di
classe, sfociate in una catena di manifestazioni e scioperi che le videro in prima fila, come animatrici e
come partecipanti. Le scelte politiche invece erano rese più difficili dalla diffusa impreparazione, comune anche
ai maschi cresciuti durante il regime fascista.
Gladys Motta ha pubblicato al riguardo un documento significativo. Si tratta della risposta della
staffetta Katia al commissatio politico Gemisto (Francesco Moranino) che la invitava alla militanza
comunista5.
Katia spiegava la sua difficoltà rispetto a tale scelta, che "se da una parte mi attira per eredità paterna e
per istintiva intuizione di ciò che è giusto e veritiero, dall'altra mi sento ostacolata, perché essendo stata
allevata in clima di fascismo, non ho potuto formarmi una mentalità che mi permetta di capire e di addentrarmi
nella questione in modo sostanziale".
Essa si prestava tuttavia al lavoro di scrittura propagandistica che le era stato affidato: "La penna è l'arma
del pensiero e molte battaglie si possono vincere incitando i forti, consigliando i dubbiosi, ravvedendo
gli increduli". Da questa adesione spontanea, ancora priva di chiari riferimenti, nascono molte scritture
femminili della Resistenza: ci soffermeremo in particolare su queste, avendo analizzato in altra sede i
caratteri della scrittura delle antifasciste più ricche di esperienza culturale e
politica6.
Nella stampa partigiana biellese e valsesiana gli scritti di giovani donne forniscono diversi esempi di
una prima forma di intervento, che potremmo definire "di sostegno", tanto generosa nel ribadire le ragioni
della lotta, quanto elusiva rispetto a una definizione dei ruoli all'interno di essa. Del resto, le direttive del
Fronte della gioventù non incoraggiavano alcuna analisi in tal senso e invitavano a formare dei gruppi misti
"assicurando in ogni direzione la rappresentanza delle ragazze", ma insieme accettando i ruoli consolidati
(per esempio, i gruppi di ricamo e di cucito per le ragazze) e demandando ai Gruppi di difesa della donna
la definizione di una politica più specificamente
femminile7.
Adriana Barbaglia, torinese sfollata a Boca, studentessa in medicina, aderisce al Fronte della gioventù
e diventa staffetta di Moscatelli, col nome di battaglia di Soreghina. Nei suoi articoli in "La Stella
Alpina" presenta il proprio lavoro senza alcuna connotazione "di genere", assimilandolo a quello dei compagni
del Fronte: "Per noi [in città] c'è il buio, il silenzio, il pericolo dietro le spalle; per noi non c'è la gioia
del combattimento con il nemico di fronte, né la morte aperta, che puoi sfidare fra le canne di un mitra e di
un moschetto; per noi non c'è, dopo una giornata aspra e dura, il conforto di ritrovarsi, sia pure in una
capanna, ma uniti, attorno ad un camino, liberi almeno, e difesi dai boschi e dalle nostre armi. La morte ha
per noi l'aspetto subdolo dei questurini, delle improvvise perquisizioni, delle celle di tortura, e per noi non
c'e riunione, se non clandestina, frettolosa, a porte chiuse e con il cuore tremante ad ogni passo men che
noto"8.
Nella comunanza del pericolo e nell'identità degli ideali Soreghina vede le premesse di una parità
senza distinzioni, che costituiva un livello primario di rivendicazione, ma conteneva ancora molte ambiguità
irrisolte. Non so se Soreghina abbia mai usato le armi, ma sappiamo che volle una divisa, e che amò farsi ritrarre in
quella foggia.
Nei suoi scritti le donne compaiono
spesso sullo sfondo, come figure dolenti o pietose di madri, ma
distanti e diverse da lei, che ci tiene ad allontanare da sé gli stereotipi della femminilità: il suo elogio va
alla riservatezza "taciturna", alla interiore sicurezza. Il suo modello è dunque una figura di militante maschia,
o perlomeno asessuata. Viene in mente il passo della più tarda autobiografia di Elsa Oliva partigiana
combattente in val d'Ossola, in cui è narrato il suo ingresso in banda: "Prego [il comandante] di un favore:
vorrei parlare il giorno seguente a tutti gli uomini, in presenza sua, per spiegare che non devo essere considerata
da nessuno una donna, ma uno di loro". E poco dopo, rivendicato e fatto il suo primo turno di guardia
armata: "Sono tremendamente orgogliosa di essere diventata finalmente
un vero partigiano"9.
Tra la staffetta che cura, con grandissimi rischi e fatiche, i collegamenti, trasporta le armi ma spesso non
sa usarle (ricordiamo l'episodio della bomba rotta raccontato da Cesarina Bracco nella "Staffetta
garibaldina") e la partigiana combattente a tutti gli effetti c'è una gamma di sfumature intermedie che riconducono
a personalità, a situazioni diverse. Appare tuttavia comune la volontà di
rottura, ben messa in luce da Giuliana Gadola Beltrami nel 1978, con l'uscita dagli spazi consentiti e l'occupazione di quelli proibiti,
essenzialmente maschili.
La condivisione del ruolo guerriero rappresentò la massima trasgressione, nella misura in cui
l'esercizio delle armi, e lo stesso portare armi sono la connotazione più tradizionale della virilità. L'analisi di
questa scelta particolare è stata oggetto di sofisticate analisi, la più recente delle quali è lo studio di Paola Di
Cori sulle donne armate10.
Accanto agli elementi che sono stati messi in luce - la metamorfosi continua di sé, che rompe la fissità
dei ruoli tradizionali, il camuffamento, "gioco temibile ma eccitante del mostrarsi come si è e come non si
è", io ritengo determinante il fattore della volontà di affermazione di sé, attraverso la competizione e la
dimostrazione di capacità anche superiori a quelle degli uomini.
Nei racconti e nelle testimonianze sono numerosissimi, al riguardo, gli esempi di sfida a
competizioni brillantemente superate dalle donne con il gusto di sentirsi più brave. Tale volontà rappresenta, sia pure
a livello inconscio, una rivendicazione di potere, addirittura del potere più grande, che consiste nel
dimostrare di possedere determinate capacità, e nel decidere di
non servirsene: per esempio, saper sparare, e farlo
solo in casi estremi.
La scrittura di Soreghina fornisce solo indizi di tali meccanismi, ma costituisce una fonte
interessante proprio perché dalla sua elusività e dalle sue lacune emergono anche altre questioni importanti: per
esempio, il disorientamento portato tra partigiani e partigiane dalla fine della guerra. Il ritratto della bella
staffetta Mila, scritto il 23 settembre 1945, si conclude con queste considerazioni chiaramente autobiografiche:
"Ma questo [l'essere stata scelta come reginetta del paese] non ti basta, Mila: non sei tipo per queste
frivolezze, ed io ti vedo girare a casa tua come sperduta, insoddisfatta, inquieta: non ti trovi più nel piccolo ambiente
di paese; la lotta partigiana ha risvegliato la tua vera anima,
che non è fatta per la meschinità. Vivi un po'
di rimpianti e di ricordi; ma è presto, a vent'anni vivere di
ricordi"11. L'allusione alla "tua vera anima" sfiora
il vero problema - che è quello del disadattamento ai consueti ruoli sessuali, ripristinati alla fine del
conflitto - senza coglierlo, e ripiega su un motivo di maniera, la nostalgia.
Questo sentimento diventa il
leitmotiv degli scritti di Soreghina dalla fine del 1945 e del 1946; si veda
in particolare l'articolo del 7 ottobre 1945, pervaso da un'acuta nostalgia dell'infanzia, rievocata quasi
per lenire l'inquietudine del presente: "Ora ci accorgiamo di avere un'anima complicata, inquieta,
tormentata, un cuore difficile a comprendersi che batte troppo presto e spesso inutilmente: abbiamo l'anima dei
ventenni che si guardano attorno ed hanno bisogno di qualcosa a cui attaccarsi e non sanno ancora se
dev'essere l'amore o la patria o un'idea, un sogno lontano".
Sono i ventenni/le ventenni che nella banda partigiana, "microcosmo di democrazia diretta", secondo
la ormai classica definizione di Guido Quazza, hanno sperimentato un'altra percezione di sé, un altro genere
di rapporto sociale, smentito dalla realtà del dopoguerra. Sono i giovani di formazione cattolica, che
hanno militato con i garibaldini, ma trovano arduo inserirsi nei partiti ("I giovani e Togliatti", 6 giugno 1945).
Ai compagni, che avverte disorientati come lei, Soreghina lancia un appello: "Non siamo maturi per la
vita politica? Nessuno lo nega [...] incominciamo a 'lavorarci' noi. Non dobbiamo aspettarci di 'essere
formati': nessuno lo potrà fare, nessuno ha in sé il potere di creare la nostra coscienza politica, altrimenti
avremmo un'altra generazione del littorio, su stampo voluto [...]. I primi insuccessi, le molte difficoltà non
dovranno fermarci" ("Ai giovani", 18 settembre 1945).
Nel rievocare quei primi mesi del dopoguerra la madre di Soreghina, Ester Barbaglia, a sua volta
collaboratrice della Resistenza, indicava alcune ragioni (quelle da lei, più anziana, comprese e condivise) di quel
disorientamento e di quell'amarezza, nel diffuso disprezzo per i partigiani (e, aggiungiamo, per le
partigiane in particolare), e per la Resistenza, nel farsi avanti arrogante di imboscati, attendisti, ex fascisti. Incapace
di reinserirsi in tale contesto, Soreghina dedica allora tutti i suoi articoli al ricordo dei caduti. Quello sulla
val d'Ossola ha toni quasi cupi: "Perché, mi domando, mi tornano così evidenti i giorni di passione
dell'Ossola, tanto da non poter ammirare un luogo senza pensare a quali battaglie, a quanti morti, a quanto sangue
avrà visto, e non posso rivedere i giorni gloriosi della piccola repubblica, i giorni di vittoria, di speranze?
E destino del cuore e del sentimento umano potere e 'dovere' ricordare insistentemente, più degli altri, i
giorni e le ore di lutto e di
dolore"12.
Dalla scrittura "di sostegno", Soreghina era passata a una scrittura "di risarcimento", che ebbe molto
peso nella memorialistica della Resistenza, soprattutto dei primissimi anni. Tuttavia, rendendosi conto del
rischio di sentimentalismo che questa poteva comportare, rinunziava ai suoi articoli, il 25 aprile 1946: "Ma
ormai scrivere non si può: il racconto cede a un'ondata di ricordi".
Ho indugiato ad analizzare un'esperienza tanto acerba, perché contiene i motivi originari di una
produzione che avrebbe conosciuto sviluppi artisticamente ben più maturi.
Scritture di risarcimento sono la memoria "Il Capitano" di Giuliana Gadola Beltrami, scritta nel 1944 e
non destinata inizialmente alla pubblicazione; il racconto di Anna Marengo, "Una storia non ancora
finita", Premio Prato 1952; lo è anche la storia di Soreghina, scritta nel 1968 dalla madre, in quello stesso
volume che raccoglie gli articoli apparsi su "La Stella Alpina". Intendo per "risarcimento" il rendere a
qualcuno qualcosa di cui è stato privato; il destinatario è, da una parte, la persona scomparsa, di cui si cerca di
far rivivere i tratti più genuini; dall'altra, la persona stessa che rievoca, che ricrea con questo atto la
vicinanza e l'intimità perduta.
"Io voglio solo parlarvi di mio marito, com'era quamdo faceva il partigiano; di lui uomo e non della
sua storia" dichiara Giuliana Gadola nell'introduzione all'edizione del
194513. La guerra entra nel racconto nella misura in cui "s'era venuta a infilare in questo campo sotterraneo e privato, nella nostra più intima
vita, ed era venuta a far parte oscuramente del nostro amore". Da un impulso morale condiviso, più che da
precise scelte politiche, che anzi li lasciano scettici, nasce la loro scelta di impegnarsi nella Resistenza:
"Perché sentivamo che, mancando a quel che ci pareva un obbligo preciso, avremmo perso un poco di stima di
noi stessi, un poco di stima l'uno dell'altro". Questa spiegazione risponde al dilemma classico, citato in
epigrafe col verso di Sofocle "Ma se una cosa è giusta / certo val meglio di una cosa saggia"; e fa anche
capire "perché Filippo, amandomi come mi amava, non abbia esitato a mettermi in pericolo, a farmi vivere
di angosce e infine a lasciarmi sola. Si capirà perché io non abbia voluto distoglierlo e perché, anzi, io
abbia fatto del mio meglio per aiutarlo".
Il vero scopo della scrittura è dichiarato esplicitamente: "Ma per me è importante [...] di riuscire a
far esistere per un momento in chi m'ascolta la nostra vita vera.
Cerco così di comprendere meglio io
stessa; cerco, aiutata dal calore umano che mi circonda, di scoprirne i moventi profondi".
Giuliana scrive con la lucidità della sofferenza (una lucidità che fa pensare a quella di Ada Gobetti, nel
diario del 192614), mentre la Resistenza era ancora in corso. Nell'autunno del 1945, accingendosi a pubblicare
il libro, fu "tentata di riscrivere tutto", avendo nel frattempo allargato la sua visione degli avvenimenti,
"tanto che quegli inizi della guerra partigiana ai quali avevo assistito acquistavano una diversa prospettiva".
Ma aveva lasciato il testo intatto, intuendone il valore di
documento. All'approfondimento, all'analisi
avrebbe dedicato in seguito altri scritti, che avrebbero segnato una tappa importante per lo studio della
questione femminile nella Resistenza.
Un intento di risarcimento che direi "collettivo" anima il racconto di Anna
Marengo15. Attraverso la storia di Cichìn, partigiano contadino a cui lei, medico, dovette amputare una gamba in cancrena, Fiamma
restituisce con affettuoso humour i rapporti di forte e solidale intesa tra i partigiani della banda, dai quali era
stata riconosciuta "alla pari" proprio con l'intervento su Cichìn. Ai suoi occhi, la storia del partigiano di base
non vale meno di quella degli "eroi", benché rischi di essere sommersa da una nuova memoria
monumentale: "Egli è il garibaldino soltanto, quello che riceve forza e vita dalla sua unità di combattimento, che ne fa
parte in modo da non potersi staccare da lei". È una storia emblematica soprattutto per il suo epilogo, per
l'isolamento e la miseria che Cichìn aveva trovato al suo ritorno: "Cichìn, ch'io sappia, non ha portato a
casa nessuna medaglia: ci ha lasciato solo una gamba: ma questo è poco in confronto di altri e soprattutto
in confronto di quello che noi volevamo per dopo la guerra".
Con il risarcimento, Fiamma produce tuttavia anche testimonianza, sommessamente e quasi
giustificandosi di parlare di piccoli eventi e personaggi: "Eppure è un peccato mortale che di tutte le cose di allora, la
gente sappia così poco [...] le cose che adesso è utile raccontare, legare e ricordare, per insegnare ai bambini come
si fa a diventare italiani".
Ai risentimenti personali subentra dunque un intento pedagogico, che è all'origine di un'altra fase
della scrittura sulla Resistenza, in particolare di quella femminile; intorno al primo decennale della
Liberazione cominciarono infatti ad apparire importanti diari degli anni di guerra e memorie: è il caso degli scritti di
Ada Gobetti, Maria Luigia Guaita, Iris Origo, Bianca Ceva, e per quanto riguarda il Biellese, di Lucia
Sollazzo, autrice di un racconto autobiografico di apprezzabile qualità letteraria
(La grande villeggiatura, apparso sul "Ponte" dell'aprile-maggio 1955, dedicato alla Liberazione). La tendenza si accentuò negli anni
seguenti, registrando il mutato clima politico e l'attenzione delle nuove generazioni, sollecitate dalle lotte di
liberazione nei paesi del terzo mondo a conoscere anche la recente storia italiana.
I caratteri di tale produzione negli anni cinquanta e sessanta sono stati individuati nella cura delle autrici
di evitare il protagonismo, per illustrare l'agire collettivo, nella preoccupazione di "verità" della loro
scrittura, non incrinata dalla percezione dei suoi aspetti quanto mai problematici, nell'elusione di questioni inerenti
i ruoli di genere, appiattiti sull'autorappresentazione tranquillizzante di "madre" o "sorella" dei
partigiani, nel silenzio sulle esperienze sentimentali: tratti riconducibili alla percezione che le autrici avevano del
loro spazio letterario e del tipo di attesa che esse attribuivano al loro
pubblico16.
L'ondata del femminismo degli anni settanta avrebbe indotto un profondo ripensamento delle stesse
protagoniste, dando luogo a un atteggiamento nuovo, critico e autocritico, riguardo alla sottoestimazione
dei ruoli femminili nella Resistenza.
In questa nuova fase, che potremmo definire "di rivendicazione", sarebbero state fondamentali le
testimonianze pubblicate da Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina nel 1976 e da Bianca Guidetti Serra nel
1977, lo studio sulle donne della Resistenza in Emilia Romagna di Franca Pieroni Bortolotti e il lucido
intervento di Giuliana Gadola in "L'altra metà della Resistenza" dello stesso
anno17. Gadola si poneva, fra l'altro,
il problema del silenzio non solo delle protagoniste "in gran parte sparite, risucchiate dal privato,
dimenticate e dimentiche esse stesse dei loro giorni di gloria", ma anche della storiografia, prodotta in un
contesto socioculturale maschile: "Quando si esaminano i fatti in una certa ottica, la censura è inevitabile: è
addirittura inconscia". Tale rilievo si adattava benissimo a gran parte della scrittura femminile prodotta fino
ad allora.
L'impostazione rivendicativa, tuttavia, non si trasmette necessariamente a tutta la produzione degli
anni settanta e ottanta. I caratteri originari della testimonianza, quali si erano configurati negli anni precedenti,
si mantengono inalterati anche in scritture molto più tarde, coerentemente con le loro matrici culturali e
le preoccupazioni sulla destinazione dell'opera. Generalmente, l'intento pedagogico, che continua ad
essere preponderante, vincola le autrici a una visione della storia accettata e dicibile in un certo contesto; e solo
in risposta a particolari sollecitazioni esse entrano nel merito della riflessione critica. Nella zona che ci
interessa, registriamo una permanenza della tipologia della testimonianza, nei libri di Ester Barbaglia del 1968
e del 1979, in "Messaggio speciale" di Ada Della Torre (1968), fino ai racconti di Cesarina Bracco
("La staffetta garibaldina" del 1976 e altri apparsi a varie riprese su "l'impegno" negli anni ottanta). Il
loro aspetto più interessante è negli accenni alle motivazioni della scelta resistenziale e nel costante
riferimento alla quotidianità, al rapporto con la gente, che entra nella narrazione con le sue paure, i suoi atti di
generosità, le sue tragedie. Le testimoni hanno una veste privilegiata per parlarne, perché, da staffette, sono
state tramite fra la società civile e le
bande armate, e hanno conosciuto simultaneamente le rispettive forme
di lotta e i loro costi. Dei due libri di Ester Barbaglia - la memoria dedicata a Soreghina e la
ricostruzione storica della vicenda di Nello Oliveri, comandante della
6a brigata "Garibaldi", caduto in
Valsesia18 - interessa soprattutto il primo, calato nella vita delle piccole comunità rurali, osservate con onesta franchezza
nei loro comportamenti. L'esperienza vi appare non edulcorata, ma con i caratteri del precario agire
quotidiano, dagli esiti sempre incerti. L'impegno di Ester, che non esita a esporre se stessa e i suoi, è connotato da
un patriottismo risorgimentale, volto al ripristino di diritti calpestati e negati; e differisce per questo
carattere dalla scelta di Soreghina, fondata sull'aspettativa, ancora indefinita, di un mondo diverso: il
contrappunto fra le due generazioni è un altro aspetto interessante del libro.
Diverse le motivazioni di Ada Della Torre, ebrea milanese che analizza il suo distacco dall'antifascismo
un po' snob del suo ambiente, e il suo passaggio all'impegno militante, maturato nella dura esperienza
della discriminazione razziale. Benché sia accortamente costruito, per la sua esplicita finalità didattica,
sulla suspense dell'avventura, "Messaggio speciale" comunica a sua volta l'esperienza dei rapporti con una
umanità variegata; le donne, in particolare, sono oggetto dell'attenzione dell'autrice, colpita tanto
dall'insipienza e dall'indifferenza di borghesi o popolane ignoranti, quanto dalla lucida determinazione di quante
erano legate alla Resistenza.
Proprio a queste ultime fa riferimento Cesarina Bracco, dai cui racconti esse appaiono come artefici
e garanti di un mondo solidale e fidato, al quale tutti, partigiani e staffette, fanno riferimento. Sebbene
le staffette presentate nella sua narrazione siano antieroiche perché non perdono mai il senso comune e
il rapporto concreto con le cose e con le persone, il tono complessivo del libro è quello di un'epica
popolare, costruita sulla solidarietà fra combattenti e popolazione civile.
Non c'è, in tutte queste testimonianze, alle quali si deve aggiungere quella di Iride Cappellaro in
"Compagne"19, una specifica rivendicazione di ruoli: esse si muovono anzi all'interno di una gerarchia di rapporti
fra gli uomini combattenti e le donne collaboratrici che appare accettata e condivisa.
Il loro messaggio, tuttavia, comunica una visione della Resistenza non limitata agli aspetti
politico-militari, dalla quale la partecipazione femminile acquista rilevanza e spessore, come azione indispensabile per
quanto non armata. Nelle riflessioni sollecitate, a partire dal 1980, da "l'impegno", Bracco rivendicava
alle staffette e alle collaboratrici della Resistenza la figura di combattenti, anche se non avevano usato le
armi: "Bisogna spiegare che non è solo con i mitra che si fa la guerra, ma anche, per esempio, con
l'organizzazione. È importante ricordare a questo proposito anche le donne non partigiane, quelle che su in
montagna ci hanno dato un pezzo di polenta, o che nascondevano un partigiano, lo curavano. Queste donne
hanno rischiato la vita"20.
E un'altra staffetta, Lidia Costa, ribadiva con fierezza il senso di quelle affermazioni: "Ho
combattuto, anche se non con la rivoltella, ma ho
combattuto"21.
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