Ersilia Alessandrone Perona

"La penna è l'arma del pensiero"
Scritture femminili sulla Resistenza biellese e valsesiana



La riflessione sulla specificità delle scritture femminili sulla Resistenza biellese e valsesiana può prendere l'avvio da alcune considerazioni sulle sue origini.
Si è detto che la seconda guerra mondiale ha aperto a molte donne "comuni", anche con modestissimi livelli di istruzione, l'orizzonte della scrittura. Questo è vero nella misura in cui la seconda guerra mondiale, come "guerra totale", coinvolse le donne nell'esperienza diretta del fronte, che ormai passava, realmente o metaforicamente, sulla soglia delle loro case, e provocò un ricorso alla scrittura quasi come a una "tecnologia del sé".
Ma, per non essere indotti a limitazioni restrittive, vorrei ricordare che l'uso della scrittura a livello di massa era già stato provocato da altri momenti di crisi, per esempio dalla prima guerra mondiale, e prima ancora dall'esperienza dell'emigrazione, che produsse nelle comunità e nei nuclei familiari fratture equivalenti a quelle di una guerra: Antonio Gibelli ne ha dato ampia prova col suo lavoro nell'uno e nell'altro campo, mostrando come la necessità di mantenere una comunicazione fra due mondi lontanissimi rendesse necessario, da parte di uomini e donne, questo strumento. Nella prima guerra mondiale, poi, l'organizzazione militare aveva fornito in modo sistematico la possibilità di servirsene alle grandi masse di contadini analfabeti strappati ai loro paesi. Le risposte che essi ricevevano da casa costituirono una forma primaria di psicoterapia, la cui importanza era calcolata dagli stessi apparati militari, che favorirono in ogni modo il funzionamento della posta1.
La scarsa attenzione finora riservata a queste fonti, e l'ottica particolare con cui sono stati raccolti i rarissimi archivi disponibili (per esempio quello di Brescia) non consentono di disporre di scritture femminili, fatte poche eccezioni, quali l'Archivio della scrittura popolare di Rovereto e ora le ricerche dello stesso Gibelli, in tale direzione. Non possiamo dunque dire, se non per sparsi indizi, come fu percepita e rappresentata la guerra nelle corrispondenze femminili dirette al fronte. Si resta dunque, per la prima guerra mondiale, ancorati alla più abbondante letteratura colta e alla pubblicistica suffragista sulle donne e la guerra.
Ma, venendo al Biellese, non possiamo trascurare una fonte interessante, di carattere popolare, che ci mostra come l'emergenza della guerra abbia dato alle donne "un profondo impulso ad esprimersi pubblicamente e a organizzarsi". Ne sono prova gli articoli comparsi fra il 1916 e il 1918 nella "Tribuna delle donne" del periodico socialista "Corriere biellese" ad opera delle circa mille militanti (per l'83 per cento operaie) delle sezioni femminili formatesi a partire dal maggio 1916. Raccolti in volume da Luigi Moranino nel 1984, essi mostrano come la guerra abbia fatto maturare nelle donne la consapevolezza di nuove responsabilità e ruoli, la volontà di istruirsi, di sottrarsi all'influenza del clero e della famiglia, di rivendicare, insieme al diritto di voto, pace, lavoro e la liberazione dal "giogo della doppia schiavitù" del sesso e di classe. Gli stereotipi espressivi, i modelli narrativi, facilmente riconoscibili, non diminuiscono il valore di questa esperienza, che costituì un laboratorio di formazione politica per le future militanti antifasciste.
La fine di quelle sezioni, segnata dal prevalere del controllo maschile, alla fine delle guerra, se rappresentò una sconfitta della rivendicazione dell'autonomia femminile, non significò tuttavia, a livello politico, l'isterilirsi di quell'esperienza.
"Percorrendo gli elenchi delle diverse sezioni femminili, frequenti si trovano nomi e cognomi che torneranno nella cospirazione antifascista e nel movimento di liberazione, da Ernesta Scanzio in Viana, madre di Iside (morta nel carcere di Perugia nel 1931), a Ergenite Gili, che patì lunghi anni di prigionia fascista e nella Resistenza perse due fratelli, a Vittoria Ogliaro, sorella del dirigente socialista Alfonso, morto a Mauthausen"2.
Gli stessi elenchi hanno consentito di individuare le madri di dodici caduti partigiani. Viene così alla luce una genealogia femminile che contribuì certo alla forza e al rilievo dell'antifascismo biellese durante il ventennio e nella lotta di liberazione. Ma tali reti di trasmissione poterono agire solo in profondità, sommerse dalle dinamiche sociali e politiche che durante il fascismo sospinsero la maggioranza delle donne, soprattutto le più giovani, verso una condizione di totale subalternità sociale e culturale.
La specificità delle rivendicazioni femminili nella lotta delle donne si spense tra le stesse antifasciste, perché esse furono indotte, dall'urgenza della situazione politica, più che ad esaltare l'autonomia della propria lotta, a considerarsi compagne in quella degli uomini, e dunque ad agire come uomini.
Gladys Motta, nel 1982, ha illustrato il grave arretramento delle operaie biellesi prodotto sia dalla pesante discriminazione economica che le riguardò, sia dalla loro minore coesione sociale, dovuta alle consistenti immigrazioni di giovani operaie dal Veneto, dal Friuli e dalla Bergamasca3.
In tale contesto si indebolì fortemente la capacità di reazione ideologica alla politica fascista nei confronti delle donne che, in sostanza, trasferiva sul piano dell'organizzazione sociale una discriminazione già radicata nella cultura italiana.
La "nazionalizzazione delle donne", ha scritto Victoria De Grazia, fu il prodotto estremo di un'ideologia patriarcale e reazionaria, per quanto mascherata da alcuni aspetti di fittizia emancipazione (associazionismo femminile, sport, pratiche del consenso pubblico); gli stessi comportamenti incongruenti con le prescrizioni del regime, che si diffusero durante il ventennio, sotto la spinta dei processi di modernizzazione capitalistica, se cominciarono a incidere sul costume, non intaccarono tuttavia i livelli di consapevolezza e l'elaborazione concettuale4.
Le donne biellesi che aderirono alla Resistenza si mossero dunque da una condizione più arretrata, dal punto di vista delle consapevolezze sia politiche che di genere, di quella delle loro madri e nonne, e dovettero maturare nel corso stesso della lotta la rivendicazione di un pieno accesso alla cittadinanza, ferme restando le incertezze sulla definizione dei concetti di uguaglianza e differenza. Questo percorso fu peraltro comune alla maggioranza delle donne italiane: il recupero della storia delle lotte femminili maturò durante la Resistenza e fu oggetto di studio subito dopo, con gli scritti delle antifasciste della prima e della seconda generazione (Camilla Ravera, Franca Pieroni Bortolotti, Paola Gaiotti).
Nella mobilitazione delle donne biellesi, inoltre, furono essenziali le rivendicazioni economiche e di classe, sfociate in una catena di manifestazioni e scioperi che le videro in prima fila, come animatrici e come partecipanti. Le scelte politiche invece erano rese più difficili dalla diffusa impreparazione, comune anche ai maschi cresciuti durante il regime fascista.
Gladys Motta ha pubblicato al riguardo un documento significativo. Si tratta della risposta della staffetta Katia al commissatio politico Gemisto (Francesco Moranino) che la invitava alla militanza comunista5.
Katia spiegava la sua difficoltà rispetto a tale scelta, che "se da una parte mi attira per eredità paterna e per istintiva intuizione di ciò che è giusto e veritiero, dall'altra mi sento ostacolata, perché essendo stata allevata in clima di fascismo, non ho potuto formarmi una mentalità che mi permetta di capire e di addentrarmi nella questione in modo sostanziale".
Essa si prestava tuttavia al lavoro di scrittura propagandistica che le era stato affidato: "La penna è l'arma del pensiero e molte battaglie si possono vincere incitando i forti, consigliando i dubbiosi, ravvedendo gli increduli". Da questa adesione spontanea, ancora priva di chiari riferimenti, nascono molte scritture femminili della Resistenza: ci soffermeremo in particolare su queste, avendo analizzato in altra sede i caratteri della scrittura delle antifasciste più ricche di esperienza culturale e politica6.
Nella stampa partigiana biellese e valsesiana gli scritti di giovani donne forniscono diversi esempi di una prima forma di intervento, che potremmo definire "di sostegno", tanto generosa nel ribadire le ragioni della lotta, quanto elusiva rispetto a una definizione dei ruoli all'interno di essa. Del resto, le direttive del Fronte della gioventù non incoraggiavano alcuna analisi in tal senso e invitavano a formare dei gruppi misti "assicurando in ogni direzione la rappresentanza delle ragazze", ma insieme accettando i ruoli consolidati (per esempio, i gruppi di ricamo e di cucito per le ragazze) e demandando ai Gruppi di difesa della donna la definizione di una politica più specificamente femminile7.
Adriana Barbaglia, torinese sfollata a Boca, studentessa in medicina, aderisce al Fronte della gioventù e diventa staffetta di Moscatelli, col nome di battaglia di Soreghina. Nei suoi articoli in "La Stella Alpina" presenta il proprio lavoro senza alcuna connotazione "di genere", assimilandolo a quello dei compagni del Fronte: "Per noi [in città] c'è il buio, il silenzio, il pericolo dietro le spalle; per noi non c'è la gioia del combattimento con il nemico di fronte, né la morte aperta, che puoi sfidare fra le canne di un mitra e di un moschetto; per noi non c'è, dopo una giornata aspra e dura, il conforto di ritrovarsi, sia pure in una capanna, ma uniti, attorno ad un camino, liberi almeno, e difesi dai boschi e dalle nostre armi. La morte ha per noi l'aspetto subdolo dei questurini, delle improvvise perquisizioni, delle celle di tortura, e per noi non c'e riunione, se non clandestina, frettolosa, a porte chiuse e con il cuore tremante ad ogni passo men che noto"8.
Nella comunanza del pericolo e nell'identità degli ideali Soreghina vede le premesse di una parità senza distinzioni, che costituiva un livello primario di rivendicazione, ma conteneva ancora molte ambiguità irrisolte. Non so se Soreghina abbia mai usato le armi, ma sappiamo che volle una divisa, e che amò farsi ritrarre in quella foggia.
Nei suoi scritti le donne compaiono spesso sullo sfondo, come figure dolenti o pietose di madri, ma distanti e diverse da lei, che ci tiene ad allontanare da sé gli stereotipi della femminilità: il suo elogio va alla riservatezza "taciturna", alla interiore sicurezza. Il suo modello è dunque una figura di militante maschia, o perlomeno asessuata. Viene in mente il passo della più tarda autobiografia di Elsa Oliva partigiana combattente in val d'Ossola, in cui è narrato il suo ingresso in banda: "Prego [il comandante] di un favore: vorrei parlare il giorno seguente a tutti gli uomini, in presenza sua, per spiegare che non devo essere considerata da nessuno una donna, ma uno di loro". E poco dopo, rivendicato e fatto il suo primo turno di guardia armata: "Sono tremendamente orgogliosa di essere diventata finalmente un vero partigiano"9.
Tra la staffetta che cura, con grandissimi rischi e fatiche, i collegamenti, trasporta le armi ma spesso non sa usarle (ricordiamo l'episodio della bomba rotta raccontato da Cesarina Bracco nella "Staffetta garibaldina") e la partigiana combattente a tutti gli effetti c'è una gamma di sfumature intermedie che riconducono a personalità, a situazioni diverse. Appare tuttavia comune la volontà di rottura, ben messa in luce da Giuliana Gadola Beltrami nel 1978, con l'uscita dagli spazi consentiti e l'occupazione di quelli proibiti, essenzialmente maschili.
La condivisione del ruolo guerriero rappresentò la massima trasgressione, nella misura in cui l'esercizio delle armi, e lo stesso portare armi sono la connotazione più tradizionale della virilità. L'analisi di questa scelta particolare è stata oggetto di sofisticate analisi, la più recente delle quali è lo studio di Paola Di Cori sulle donne armate10.
Accanto agli elementi che sono stati messi in luce - la metamorfosi continua di sé, che rompe la fissità dei ruoli tradizionali, il camuffamento, "gioco temibile ma eccitante del mostrarsi come si è e come non si è", io ritengo determinante il fattore della volontà di affermazione di sé, attraverso la competizione e la dimostrazione di capacità anche superiori a quelle degli uomini.
Nei racconti e nelle testimonianze sono numerosissimi, al riguardo, gli esempi di sfida a competizioni brillantemente superate dalle donne con il gusto di sentirsi più brave. Tale volontà rappresenta, sia pure a livello inconscio, una rivendicazione di potere, addirittura del potere più grande, che consiste nel dimostrare di possedere determinate capacità, e nel decidere di non servirsene: per esempio, saper sparare, e farlo solo in casi estremi.
La scrittura di Soreghina fornisce solo indizi di tali meccanismi, ma costituisce una fonte interessante proprio perché dalla sua elusività e dalle sue lacune emergono anche altre questioni importanti: per esempio, il disorientamento portato tra partigiani e partigiane dalla fine della guerra. Il ritratto della bella staffetta Mila, scritto il 23 settembre 1945, si conclude con queste considerazioni chiaramente autobiografiche: "Ma questo [l'essere stata scelta come reginetta del paese] non ti basta, Mila: non sei tipo per queste frivolezze, ed io ti vedo girare a casa tua come sperduta, insoddisfatta, inquieta: non ti trovi più nel piccolo ambiente di paese; la lotta partigiana ha risvegliato la tua vera anima, che non è fatta per la meschinità. Vivi un po' di rimpianti e di ricordi; ma è presto, a vent'anni vivere di ricordi"11. L'allusione alla "tua vera anima" sfiora il vero problema - che è quello del disadattamento ai consueti ruoli sessuali, ripristinati alla fine del conflitto - senza coglierlo, e ripiega su un motivo di maniera, la nostalgia.
Questo sentimento diventa il leitmotiv degli scritti di Soreghina dalla fine del 1945 e del 1946; si veda in particolare l'articolo del 7 ottobre 1945, pervaso da un'acuta nostalgia dell'infanzia, rievocata quasi per lenire l'inquietudine del presente: "Ora ci accorgiamo di avere un'anima complicata, inquieta, tormentata, un cuore difficile a comprendersi che batte troppo presto e spesso inutilmente: abbiamo l'anima dei ventenni che si guardano attorno ed hanno bisogno di qualcosa a cui attaccarsi e non sanno ancora se dev'essere l'amore o la patria o un'idea, un sogno lontano".
Sono i ventenni/le ventenni che nella banda partigiana, "microcosmo di democrazia diretta", secondo la ormai classica definizione di Guido Quazza, hanno sperimentato un'altra percezione di sé, un altro genere di rapporto sociale, smentito dalla realtà del dopoguerra. Sono i giovani di formazione cattolica, che hanno militato con i garibaldini, ma trovano arduo inserirsi nei partiti ("I giovani e Togliatti", 6 giugno 1945). Ai compagni, che avverte disorientati come lei, Soreghina lancia un appello: "Non siamo maturi per la vita politica? Nessuno lo nega [...] incominciamo a 'lavorarci' noi. Non dobbiamo aspettarci di 'essere formati': nessuno lo potrà fare, nessuno ha in sé il potere di creare la nostra coscienza politica, altrimenti avremmo un'altra generazione del littorio, su stampo voluto [...]. I primi insuccessi, le molte difficoltà non dovranno fermarci" ("Ai giovani", 18 settembre 1945).
Nel rievocare quei primi mesi del dopoguerra la madre di Soreghina, Ester Barbaglia, a sua volta collaboratrice della Resistenza, indicava alcune ragioni (quelle da lei, più anziana, comprese e condivise) di quel disorientamento e di quell'amarezza, nel diffuso disprezzo per i partigiani (e, aggiungiamo, per le partigiane in particolare), e per la Resistenza, nel farsi avanti arrogante di imboscati, attendisti, ex fascisti. Incapace di reinserirsi in tale contesto, Soreghina dedica allora tutti i suoi articoli al ricordo dei caduti. Quello sulla val d'Ossola ha toni quasi cupi: "Perché, mi domando, mi tornano così evidenti i giorni di passione dell'Ossola, tanto da non poter ammirare un luogo senza pensare a quali battaglie, a quanti morti, a quanto sangue avrà visto, e non posso rivedere i giorni gloriosi della piccola repubblica, i giorni di vittoria, di speranze? E destino del cuore e del sentimento umano potere e 'dovere' ricordare insistentemente, più degli altri, i giorni e le ore di lutto e di dolore"12.
Dalla scrittura "di sostegno", Soreghina era passata a una scrittura "di risarcimento", che ebbe molto peso nella memorialistica della Resistenza, soprattutto dei primissimi anni. Tuttavia, rendendosi conto del rischio di sentimentalismo che questa poteva comportare, rinunziava ai suoi articoli, il 25 aprile 1946: "Ma ormai scrivere non si può: il racconto cede a un'ondata di ricordi".
Ho indugiato ad analizzare un'esperienza tanto acerba, perché contiene i motivi originari di una produzione che avrebbe conosciuto sviluppi artisticamente ben più maturi.
Scritture di risarcimento sono la memoria "Il Capitano" di Giuliana Gadola Beltrami, scritta nel 1944 e non destinata inizialmente alla pubblicazione; il racconto di Anna Marengo, "Una storia non ancora finita", Premio Prato 1952; lo è anche la storia di Soreghina, scritta nel 1968 dalla madre, in quello stesso volume che raccoglie gli articoli apparsi su "La Stella Alpina". Intendo per "risarcimento" il rendere a qualcuno qualcosa di cui è stato privato; il destinatario è, da una parte, la persona scomparsa, di cui si cerca di far rivivere i tratti più genuini; dall'altra, la persona stessa che rievoca, che ricrea con questo atto la vicinanza e l'intimità perduta.
"Io voglio solo parlarvi di mio marito, com'era quamdo faceva il partigiano; di lui uomo e non della sua storia" dichiara Giuliana Gadola nell'introduzione all'edizione del 194513. La guerra entra nel racconto nella misura in cui "s'era venuta a infilare in questo campo sotterraneo e privato, nella nostra più intima vita, ed era venuta a far parte oscuramente del nostro amore". Da un impulso morale condiviso, più che da precise scelte politiche, che anzi li lasciano scettici, nasce la loro scelta di impegnarsi nella Resistenza: "Perché sentivamo che, mancando a quel che ci pareva un obbligo preciso, avremmo perso un poco di stima di noi stessi, un poco di stima l'uno dell'altro". Questa spiegazione risponde al dilemma classico, citato in epigrafe col verso di Sofocle "Ma se una cosa è giusta / certo val meglio di una cosa saggia"; e fa anche capire "perché Filippo, amandomi come mi amava, non abbia esitato a mettermi in pericolo, a farmi vivere di angosce e infine a lasciarmi sola. Si capirà perché io non abbia voluto distoglierlo e perché, anzi, io abbia fatto del mio meglio per aiutarlo".
Il vero scopo della scrittura è dichiarato esplicitamente: "Ma per me è importante [...] di riuscire a far esistere per un momento in chi m'ascolta la nostra vita vera. Cerco così di comprendere meglio io stessa; cerco, aiutata dal calore umano che mi circonda, di scoprirne i moventi profondi".
Giuliana scrive con la lucidità della sofferenza (una lucidità che fa pensare a quella di Ada Gobetti, nel diario del 192614), mentre la Resistenza era ancora in corso. Nell'autunno del 1945, accingendosi a pubblicare il libro, fu "tentata di riscrivere tutto", avendo nel frattempo allargato la sua visione degli avvenimenti, "tanto che quegli inizi della guerra partigiana ai quali avevo assistito acquistavano una diversa prospettiva". Ma aveva lasciato il testo intatto, intuendone il valore di documento. All'approfondimento, all'analisi avrebbe dedicato in seguito altri scritti, che avrebbero segnato una tappa importante per lo studio della questione femminile nella Resistenza.
Un intento di risarcimento che direi "collettivo" anima il racconto di Anna Marengo15. Attraverso la storia di Cichìn, partigiano contadino a cui lei, medico, dovette amputare una gamba in cancrena, Fiamma restituisce con affettuoso humour i rapporti di forte e solidale intesa tra i partigiani della banda, dai quali era stata riconosciuta "alla pari" proprio con l'intervento su Cichìn. Ai suoi occhi, la storia del partigiano di base non vale meno di quella degli "eroi", benché rischi di essere sommersa da una nuova memoria monumentale: "Egli è il garibaldino soltanto, quello che riceve forza e vita dalla sua unità di combattimento, che ne fa parte in modo da non potersi staccare da lei". È una storia emblematica soprattutto per il suo epilogo, per l'isolamento e la miseria che Cichìn aveva trovato al suo ritorno: "Cichìn, ch'io sappia, non ha portato a casa nessuna medaglia: ci ha lasciato solo una gamba: ma questo è poco in confronto di altri e soprattutto in confronto di quello che noi volevamo per dopo la guerra".
Con il risarcimento, Fiamma produce tuttavia anche testimonianza, sommessamente e quasi giustificandosi di parlare di piccoli eventi e personaggi: "Eppure è un peccato mortale che di tutte le cose di allora, la gente sappia così poco [...] le cose che adesso è utile raccontare, legare e ricordare, per insegnare ai bambini come si fa a diventare italiani".
Ai risentimenti personali subentra dunque un intento pedagogico, che è all'origine di un'altra fase della scrittura sulla Resistenza, in particolare di quella femminile; intorno al primo decennale della Liberazione cominciarono infatti ad apparire importanti diari degli anni di guerra e memorie: è il caso degli scritti di Ada Gobetti, Maria Luigia Guaita, Iris Origo, Bianca Ceva, e per quanto riguarda il Biellese, di Lucia Sollazzo, autrice di un racconto autobiografico di apprezzabile qualità letteraria (La grande villeggiatura, apparso sul "Ponte" dell'aprile-maggio 1955, dedicato alla Liberazione). La tendenza si accentuò negli anni seguenti, registrando il mutato clima politico e l'attenzione delle nuove generazioni, sollecitate dalle lotte di liberazione nei paesi del terzo mondo a conoscere anche la recente storia italiana.
I caratteri di tale produzione negli anni cinquanta e sessanta sono stati individuati nella cura delle autrici di evitare il protagonismo, per illustrare l'agire collettivo, nella preoccupazione di "verità" della loro scrittura, non incrinata dalla percezione dei suoi aspetti quanto mai problematici, nell'elusione di questioni inerenti i ruoli di genere, appiattiti sull'autorappresentazione tranquillizzante di "madre" o "sorella" dei partigiani, nel silenzio sulle esperienze sentimentali: tratti riconducibili alla percezione che le autrici avevano del loro spazio letterario e del tipo di attesa che esse attribuivano al loro pubblico16.
L'ondata del femminismo degli anni settanta avrebbe indotto un profondo ripensamento delle stesse protagoniste, dando luogo a un atteggiamento nuovo, critico e autocritico, riguardo alla sottoestimazione dei ruoli femminili nella Resistenza.
In questa nuova fase, che potremmo definire "di rivendicazione", sarebbero state fondamentali le testimonianze pubblicate da Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina nel 1976 e da Bianca Guidetti Serra nel 1977, lo studio sulle donne della Resistenza in Emilia Romagna di Franca Pieroni Bortolotti e il lucido intervento di Giuliana Gadola in "L'altra metà della Resistenza" dello stesso anno17. Gadola si poneva, fra l'altro, il problema del silenzio non solo delle protagoniste "in gran parte sparite, risucchiate dal privato, dimenticate e dimentiche esse stesse dei loro giorni di gloria", ma anche della storiografia, prodotta in un contesto socioculturale maschile: "Quando si esaminano i fatti in una certa ottica, la censura è inevitabile: è addirittura inconscia". Tale rilievo si adattava benissimo a gran parte della scrittura femminile prodotta fino ad allora.
L'impostazione rivendicativa, tuttavia, non si trasmette necessariamente a tutta la produzione degli anni settanta e ottanta. I caratteri originari della testimonianza, quali si erano configurati negli anni precedenti, si mantengono inalterati anche in scritture molto più tarde, coerentemente con le loro matrici culturali e le preoccupazioni sulla destinazione dell'opera. Generalmente, l'intento pedagogico, che continua ad essere preponderante, vincola le autrici a una visione della storia accettata e dicibile in un certo contesto; e solo in risposta a particolari sollecitazioni esse entrano nel merito della riflessione critica. Nella zona che ci interessa, registriamo una permanenza della tipologia della testimonianza, nei libri di Ester Barbaglia del 1968 e del 1979, in "Messaggio speciale" di Ada Della Torre (1968), fino ai racconti di Cesarina Bracco ("La staffetta garibaldina" del 1976 e altri apparsi a varie riprese su "l'impegno" negli anni ottanta). Il loro aspetto più interessante è negli accenni alle motivazioni della scelta resistenziale e nel costante riferimento alla quotidianità, al rapporto con la gente, che entra nella narrazione con le sue paure, i suoi atti di generosità, le sue tragedie. Le testimoni hanno una veste privilegiata per parlarne, perché, da staffette, sono state tramite fra la società civile e le bande armate, e hanno conosciuto simultaneamente le rispettive forme di lotta e i loro costi. Dei due libri di Ester Barbaglia - la memoria dedicata a Soreghina e la ricostruzione storica della vicenda di Nello Oliveri, comandante della 6a brigata "Garibaldi", caduto in Valsesia18 - interessa soprattutto il primo, calato nella vita delle piccole comunità rurali, osservate con onesta franchezza nei loro comportamenti. L'esperienza vi appare non edulcorata, ma con i caratteri del precario agire quotidiano, dagli esiti sempre incerti. L'impegno di Ester, che non esita a esporre se stessa e i suoi, è connotato da un patriottismo risorgimentale, volto al ripristino di diritti calpestati e negati; e differisce per questo carattere dalla scelta di Soreghina, fondata sull'aspettativa, ancora indefinita, di un mondo diverso: il contrappunto fra le due generazioni è un altro aspetto interessante del libro.
Diverse le motivazioni di Ada Della Torre, ebrea milanese che analizza il suo distacco dall'antifascismo un po' snob del suo ambiente, e il suo passaggio all'impegno militante, maturato nella dura esperienza della discriminazione razziale. Benché sia accortamente costruito, per la sua esplicita finalità didattica, sulla suspense dell'avventura, "Messaggio speciale" comunica a sua volta l'esperienza dei rapporti con una umanità variegata; le donne, in particolare, sono oggetto dell'attenzione dell'autrice, colpita tanto dall'insipienza e dall'indifferenza di borghesi o popolane ignoranti, quanto dalla lucida determinazione di quante erano legate alla Resistenza.
Proprio a queste ultime fa riferimento Cesarina Bracco, dai cui racconti esse appaiono come artefici e garanti di un mondo solidale e fidato, al quale tutti, partigiani e staffette, fanno riferimento. Sebbene le staffette presentate nella sua narrazione siano antieroiche perché non perdono mai il senso comune e il rapporto concreto con le cose e con le persone, il tono complessivo del libro è quello di un'epica popolare, costruita sulla solidarietà fra combattenti e popolazione civile.
Non c'è, in tutte queste testimonianze, alle quali si deve aggiungere quella di Iride Cappellaro in "Compagne"19, una specifica rivendicazione di ruoli: esse si muovono anzi all'interno di una gerarchia di rapporti fra gli uomini combattenti e le donne collaboratrici che appare accettata e condivisa.
Il loro messaggio, tuttavia, comunica una visione della Resistenza non limitata agli aspetti politico-militari, dalla quale la partecipazione femminile acquista rilevanza e spessore, come azione indispensabile per quanto non armata. Nelle riflessioni sollecitate, a partire dal 1980, da "l'impegno", Bracco rivendicava alle staffette e alle collaboratrici della Resistenza la figura di combattenti, anche se non avevano usato le armi: "Bisogna spiegare che non è solo con i mitra che si fa la guerra, ma anche, per esempio, con l'organizzazione. È importante ricordare a questo proposito anche le donne non partigiane, quelle che su in montagna ci hanno dato un pezzo di polenta, o che nascondevano un partigiano, lo curavano. Queste donne hanno rischiato la vita"20.
E un'altra staffetta, Lidia Costa, ribadiva con fierezza il senso di quelle affermazioni: "Ho combattuto, anche se non con la rivoltella, ma ho combattuto"21.


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