Marco Albeltaro
Pietro Secchia, i giovani e il valore dell'esempio
nell'esperienza formativa*
"l'impegno", a. XXVII, n. 1, giugno 2007
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Pietro Secchia (1903-1973) nelle sue attività di politico e poi di storiografo ha sempre mantenuto un vivo interesse
per il problema della formazione delle giovani generazioni. E si è dedicato a questo compito, che in un certo senso si
era autoassegnato, con ardore, passione e determinazione. È emblematico infatti che due dei suoi ultimi volumi,
pubblicati postumi ma progettati e realizzati dall'autore stesso negli ultimi mesi della sua vita, fossero proprio indirizzati ai
giovani1.
Il compito di cui Secchia si assume il gravame è quello di educare le coscienze giovanili con discorsi e scritti
riguardanti esperienze storiche esemplari (la Resistenza, la Rivoluzione d'ottobre, ad esempio), ma anche problemi di
attualità (l'opposizione giovanile ai tentativi di reazione, il Sessantotto), oltre a personaggi illustri della storia del
movimento operaio e comunista. E, rivolgendosi ai più giovani, investe con i suoi intenti formativi anche quella folta schiera
di militanti di base cui non disdegna mai di rivolgere le sue attenzioni.
Secchia, sia nel periodo di più intensa attività politica, che successivamente come storiografo, ha mantenuto
costante l'attenzione verso i giovani. Un'attenzione che ha prodotto una corposa mole di discorsi e scritti nei quali egli, a
mio giudizio, consapevolmente utilizza, citandoli, gli esempi delle giovani generazioni passate come strumenti di
incitamento alla mobilitazione delle giovani generazioni del suo tempo.
Egli afferma in questo senso davanti alla platea dei militanti della Fgci: "Credo che nello studio delle lotte di ieri
e nell'affrontare i problemi di oggi i giovani comunisti debbano acquistare ancora maggior
slancio"2. È questo il
valore dell'esempio per Secchia: un esempio che è anche un metodo per connettere il passato col presente, un simbolo
politico, un momento di riflessione su cui parametrare l'azione, un termine di paragone e di raffronto di cui vivificare
gli aspetti propulsivi e riformare i cedimenti ed i difetti.
Quello di Secchia è un approccio che potrebbe apparire sbrigativo dal punto di vista pedagogico e lo è
sicuramente sotto l'aspetto metodologico, ma Secchia non intende fare il pedagogo pedante. Il suo è un tentativo
formativo più che pedagogico. È un percorso volto più che all'educazione culturale, all' "educazione della volontà", per utilizzare una
felice espressione di Giorgio Amendola3.
Il problema generazionale
Ma rivolgersi ai giovani non è facile. È necessario infatti aver ben chiaro, secondo Secchia,
cosa siano i giovani e cosa si intenda per "nuove generazioni".
È proprio in uno dei suoi ultimi
scritti4 che egli affronta il problema della definizione del concetto di
generazione. Rivolgendosi ai giovani egli avverte infatti la necessità di chiarire quale sia il
suo approccio al "problema generazionale"; un approccio che in realtà viene mutuato da quello per così dire ufficiale del partito. Nella seconda parte del
volume "Lotta antifascista e giovani generazioni" Secchia afferma che "la nozione di generazione alla quale qui ci si
riferisce non è cronologica o statistica, ma
politica"5 e poi specifica il concetto attraverso una lunga citazione togliattiana
nella quale il segretario del Pci sottolineava come solo l'omogeneo cambiamento degli orientamenti ideali e pratici
possa essere determinante per il passaggio da una generazione
all'altra6. Discutere del ruolo che una determinata
generazione assume, o sta assumendo, o assumerà nella società non deve però far dimenticare, secondo il comunista biellese,
che il concetto di conflitto tra le generazioni non deve essere inteso in contrapposizione o in sostituzione a quello di
lotta fra le classi7. È infatti quest'ultima ad essere "la forza motrice della società" e, pur riconoscendo che "esistono pure
le generazioni e i conflitti tra le generazioni", essi "si inseriscono e si fondono nella lotta di
classe"8. Conclude perciò Secchia affermando: "Non si può a parere mio opporre la lotta di classe alla lotta tra
generazioni"9. È qui in Secchia
la volontà di ricondurre organicamente ed ortodossamente ogni fenomeno politico al ruolo da esso ricoperto
all'interno dei rapporti di classe, mantenendo la lotta di classe come sostrato della storia. Con questo approccio Secchia - va
detto - scade talvolta in schematismi piuttosto rozzi che hanno nel bisogno di classificazione e di "sistemazione" degli
avvenimenti la loro origine.
Uno strumento di affabulazione che Secchia sembra utilizzare spesso quando si rivolge ai giovani è la citazione
dell'eroico esempio di loro coetanei in situazioni significative del passato: la Resistenza innanzitutto e poi la
Rivoluzione d'ottobre, ma anche gli esempi di coerenza rivoluzionaria presenti nella storia del partito ed in particolare, tra
essi, l'esempio dei militanti della Federazione giovanile.
I giovani sono impetuosi ma anche egoisti
Tra le caratteristiche giovanili che Secchia mette in luce vi sono sia le
"virtù"10 che i
"difetti"11. Tra le prime
vengono annoverati "lo slancio, il coraggio, il disinteresse, lo spirito di sacrificio per una
causa"12, tra i secondi, dovuti alla
natura intrinseca della condizione di giovinezza che induce al "bisogno di prendere molto e dare
poco"13, Secchia iscrive la compresenza di atteggiamenti idealisti ed altri egoistici: all'entusiasmo si accompagna l'insensibilità, alla
generosità la crudeltà, ma anche la facile obbedienza "all'impeto della
violenza"14, oltre ad un amore per la libertà che è
in particolare rivolto alla propria libertà ed una scarsa considerazione del valore della vita, soprattutto quando si tratta
di quella altrui15.
Queste premesse realiste (e non pessimiste) conducono Secchia ad affermare l'importanza del ruolo
dell'educazione politica, di cui il partito deve essere l'agente principale: "Sono i partiti antifascisti"- scrive Secchia - "è il Partito
comunista, che devono impegnarsi ad aiutare i giovani a prendere coscienza della necessità di una azione politica
unitaria, di massa e permanente, nella quale i giovani possano e debbano trovare il loro posto, non soltanto come
'strumenti' e 'oggetti', ma come protagonisti
principali"16. È perciò il partito che deve assumere il compito di educare le
giovani generazioni, che per Secchia rappresentano delle naturali avanguardie rivoluzionarie, ad una azione politica organica
e concretamente antagonista.
Queste osservazioni, che Secchia affida ad uno dei suoi ultimi scritti, non sono isolate.
Egli infatti già in passato, in molte occasioni ed in particolare con discorsi tenuti davanti a platee di giovani militanti,
aveva sostenuto posizioni simili17.
L'educazione risulta necessaria anche perché i giovani nei loro "slanci tumultuosi e
ribellistici"18 non sempre assumono la posizione
"giusta"19; non sempre infatti, nella storia, ma Secchia fa riferimento anche all'epoca in cui scrive,
si sono schierati a sinistra. Emblematici sono i casi di Mussolini e Hitler che tanto fascino esercitarono su una parte,
pure consistente, di giovani, promettendo con la demagogia un ordine
nuovo20.
Le drammatiche condizioni economiche e sociali derivanti dal primo conflitto mondiale, nota Secchia, si erano
tradotte da un lato nell'adesione di una parte del popolo lavoratore alle idee socialiste, grazie ad un movimento che
talvolta presentava però delle pecche dal punto di vista organizzativo, e dall'altro nell'orientamento verso il
nascente fascismo, che prometteva il riscatto dei diritti di cui molti si sentivano
defraudati21. L'adesione di una parte degli studenti alle
idee fasciste viene motivata da Secchia, correttamente, come la risposta all'incitamento fascista all'azione patriottica,
che finisce per tradursi in un uso spregiudicato della violenza, conducendo quei giovani tra "le avanguardie dello
squadrismo"22.
Secchia non idealizza perciò la gioventù ed è ben cosciente dell'importanza dell'educazione politica e di quale
rilevanza essa abbia nell'edificazione di una nuova società.
Il valore dell'esempio
L'esempio dei grandi momenti, dei grandi eventi e dei grandi agenti della storia è per Secchia, abbiamo detto,
uno strumento per incoraggiare i giovani e per instradare il loro agire politico.
Il suo primo libro, composto a nome della Federazione giovanile comunista a ventisette anni e stampato a Berlino
nel 193023, è un testo che accompagna una serie di ipotesi politiche e programmatiche per il movimento giovanile
comunista ad una sequela numerosissima di esempi: militanti devoti alla causa, giovani arrestati, denunciati, uccisi. È
quel testo il primo nel quale Secchia formalizza, in modo ovviamente non dichiarato, la scelta di spronare all'azione,
alla militanza, ma anche alla comprensione della situazione politica in corso e al disincanto attraverso un incitamento
che, oltre alla ragione, colpisce l'emotività ed il senso di responsabilità di ciascuno, proprio ricorrendo alla memoria
degli esempi virtuosi.
Ancora nel suo ultimo scritto, a testimonianza dell'esistenza di un ideale "filo rosso" che attraversa tutta l'attività
del Secchia educatore connettendone i vari momenti, mantiene questo metodo e gli esempi che cita riguardano in
particolare il ruolo assunto dai giovani in frangenti storici cruciali: il ventiseienne rivoluzionario francese Saint-Just che
"alla Tribuna della Convenzione [giudica] e [condanna] tutto un vecchio mondo imputridito e persino un
re"24 e poi ancora l'esempio di Bonaparte che, ventisettenne, era disprezzato dai generali austriaci "come sogliono fare in genere i
vecchi verso i giovani perché essi credono che l'esperienza nella vita sia tutto e dimenticano che l'impeto, l'audacia, la
vigoria dei giovani hanno spesso un valore
decisivo"25, ma anche la determinazione dei giovani comunardi e dei fautori
del Risorgimento: ricorda Secchia che "oltre la metà dei Mille di Garibaldi erano Cacciatori delle Alpi, la cui età andava
dai 17 ai 20 anni, e gli altri erano 'veterani' che non superavano i 25
anni"26.
Grandi esempi che secondo Secchia devono essere tenuti presente non per abbandonarsi ad inutili e
cerimoniose agiografie, ma per coglierne gli aspetti positivi e propulsivi da rielaborare ed attualizzare. La Resistenza non viene
qui inserita nell'elenco, ma è evidente che per Secchia essa è
l'esempio più esemplare.
Ma altra importante esperienza su cui Secchia invita i giovani a riflettere, fornendo loro gli strumenti per farlo, è
quella del movimento dei giovani socialisti. Un movimento che raggruppava "una nuova generazione che entrava nella
lotta con lo sviluppo industriale dell'Italia, con l'entrata dei minorenni nelle fabbriche, con un orientamento di classe
che cercava la sua giustizia, i suoi diritti contro lo sfruttamento padronale, la sua libertà contro
l'oppressione"27.
Quei "giovani che facevano conoscenza col
marxismo"28 si erano organizzati in una federazione strutturata ed
efficiente, che era ben lungi da qualsiasi scimmiottatura del partito, ma anche totalmente dissimile dai goliardi
borghesi. Sono giovani che mettono a repentaglio la propria libertà individuale - molti sono infatti i giovani socialisti
processati, incarcerati e perquisiti - in virtù della coerenza verso l'ideale rivoluzionario che diffondono con una assidua
propaganda. E poi questi giovani, nota Secchia, essendo stato uno di loro, hanno sempre parteggiato per le posizioni "di
sinistra, contro il riformismo e
l'opportunismo"29.
I giovani socialisti e la coerenza
La coerenza è per Secchia un valore fondante dell'agire politico e intellettuale. E la coerenza dei giovani socialisti
è un elemento su cui egli pone un particolare accento.
È con la scissione di Livorno del 1921 che questa coerenza ideale si concreta politicamente nell'adesione quasi
totale della Federazione giovanile socialista al Partito comunista
d'Italia30; il movimento giovanile socialista, nota Secchia,
si è sempre caratterizzato in Italia "per la sua combattività e per il suo orientamento a sinistra, prendendo sempre
posizioni per le tesi più
intransigenti"31, ma senza allontanarsi mai dalle pratiche politiche
concrete32.
Sottolinea in questo senso Secchia che gli aderenti alla Fgs si sono sempre preoccupati "dei problemi più
delicati della vita
italiana"33, come nel 1911, quando "combatterono decisamente contro la guerra libica che non fu con
eguale decisione osteggiata e combattuta dal Partito socialista, così come essi lottarono qualche anno dopo contro la
prima guerra mondiale e contro l'intervento armato dell'Italia in un sanguinoso conflitto che, malgrado tutte le
mascherature nazionaliste, era chiaramente
imperialista"34, oppure quando "nelle elezioni del 1919 aveva[no] preso posizione per
la partecipazione alla lotta elettorale e non per l'astensionismo
bordighiano"35 e ancora egli annovera tra i meriti
della Federazione giovanile la posizione di mediazione e di collegamento tra le due principali correnti interne al Psi -
quella ordinovista e quella del Soviet di Napoli - al momento della costituzione del Partito
comunista36.
I giovani, sul finire degli anni dieci, avevano ben chiaro che il problema della "rivoluzione proletaria era all'ordine
del giorno e che occorreva dare vita al più presto al Pci, cioè a un partito capace di dirigerla per guidare le masse
all'insurrezione e alla
vittoria"37. In ultima analisi i giovani che Secchia addita ad esempio sono un'avanguardia
organizzata, fortemente inquadrata in un'ottica di classe, determinata, radicale ma non
estremista, disposta al sacrificio e
pacifista38.
E furono i giovani ad "assicurare sviluppo e robustezza al nuovo
partito"39 oltre a costituirne i nuclei dirigenti.
Secchia nota come nel 1921 Bordiga avesse trentadue anni, Gramsci trenta, Togliatti ventotto, Terracini e Scoccimarro
ventisei. Dei giovani dirigenti rivoluzionari che assurgono, ancora una volta, ad esempio, in un'epoca in cui, continua
Secchia, "aderire al Partito comunista [
]
significava non solo affrontare persecuzioni e violenze ma mettersi in prima linea
nella lotta contro lo squadrismo
fascista"40.
I rivoluzionari, il sacrificio, la militanza
Si è già detto della stima che Secchia nutre verso quei giovani che molto, taluni tutto, hanno abbandonato per
consacrarsi all'ideale del socialismo. Hanno pagato col carcere, col confino, con la morte. I giovani rivoluzionari,
annota Secchia, hanno scritto la storia "col sangue generosamente versato sulle piazze d'Italia, nelle lotte contro le
squadracce fasciste"41.
In particolare, sottolinea il comunista biellese, durante il ventennio della dittatura fascista i giovani comunisti
hanno dato un determinante contributo all'opposizione al regime sempre fattivamente "organizzando scioperi e agitazioni,
sia pure per diversi anni sporadiche e limitate, accorrendo in Spagna a battersi nelle Brigate internazionali negli anni
1936-1938"42, ma anche successivamente, negli scioperi del marzo 1943, i giovani erano alla testa del movimento. Queste erano
però minoranze, scrive Secchia, avanguardie, mentre la gran parte dei giovani era stata conquistata
dal fascismo.
Secchia sottolinea inoltre, come già accennato, il ruolo dei giovani socialisti nella lotta contro la prima guerra
mondiale e, pur richiamandone i difetti, ne ribadisce l'importanza.
Manchevolezza dei giovani della Fgs fu, scrive il comunista biellese, di non comprendere a fondo il motto
leniniano "Trasformare la guerra imperialista in guerra civile", ma questo non impedì loro di ingaggiarsi nelle lotte pacifiste
attaccando anche, all'interno del Psi, "il social-patriottismo di Turati e dei riformisti insieme all'agnosticismo di gran
parte del Psi, ingabbiato nella formula del 'Né aderire né
sabotare'..."43.
E ritorna ancora, anche in questo caso, il tema dell'esempio: Secchia ricorda infatti i nomi di alcuni caduti, le
carcerazioni conseguenti alla propaganda antimilitarista e in particolare la coerenza e la consapevolezza con cui i giovani
socialisti, avendone ben note le conseguenze, si impegnavano in queste forme di
militanza44. Allo stesso modo il senso di responsabilità dei giovani socialisti non li condusse, sottolinea Secchia, a disertare durante il primo conflitto
mondiale, al contrario essi combatterono "nella speranza che il loro sacrificio non fosse vano e servisse a salvare l'Italia,
ad aprire gli occhi agli Italiani, servisse a creare un avvenire migliore per la
gioventù"45. Prende qui nuovamente il
sopravvento l'enfasi dell'esempio del sacrificio.
Nei giovani comunisti poi, continua Secchia, l'esigenza di agire direttamente fu caratterizzante in particolar
modo quando, esplicitandosi l'emergenza di affrontare le squadracce fasciste, molti aderirono al movimento degli Arditi
del popolo, nonostante l'indicazione del partito di astenersi dal farlo, indicazione peraltro ritenuta da Secchia
errata46. I giovani socialisti - e poi comunisti - si fecero carico insomma di quegli aspetti più pericolosi e più concreti della
militanza, investendosi del ruolo di "gruppo d'avanguardia, la forza
d'urto"47, tanto che anche il loro organo di stampa
rimandava nel nome stesso della testata a questo
concetto48. Va a questo proposito ricordato che nella concezione
politica di Secchia, ancorata all'approccio leninista, le avanguardie rivestono una funzione centrale. E anche nei momenti
più difficili della vita del partito, nota Secchia, la gioventù comunista si è comportata da avanguardia
consapevolmente impegnata nella definizione della linea politica del partito: in particolare il riferimento è alla "svolta" del '30
appoggiata dalla Fgci49.
È con la Resistenza poi che le nuove generazioni si comportano con ancora maggiore slancio da avanguardia e
riescono a dare corpo, nonostante la precarietà della situazione, ad un movimento strutturato e
organizzato50.
Anche in questo caso Secchia, davanti ai giovani della Fgci, ricorda l'esempio dei caduti sul campo
dell'azione diretta51 e pone sempre l'accento sul disinteresse e sulla determinazione delle scelte compiute nei frangenti più
difficili della storia d'Italia, caratterizzati dalla dittatura. Nota ancora il comunista biellese che "senza la partecipazione massiccia di questa gioventù la Resistenza non avrebbe avuto l'ampiezza e il peso che ha avuto, e i suoi limiti sarebbero
stati assai maggiori"52 ma, pur non essendo questo il luogo per discuterne diffusamente, alcune notazioni sono necessarie.
Pietro Secchia ha dedicato la gran parte della sua attività di storico e storiografo alla Resistenza in Italia ed al
ruolo ricoperto dal Pci nella guerra di liberazione
nazionale53. Come si è già avuto modo di dire, l'interesse storiografico
di Secchia muove da un intento profondamente
politico54 e quindi anche formativo. E l'esempio dei resistenti è
composto da una miriade di singoli esempi che danno al fenomeno un aspetto di coralità: Secchia ricorda che "i giovani
furono maggioranza nelle brigate garibaldine durante la guerra di liberazione nazionale, i gruppi d'azione patriottica erano
formati per il 95 per cento da giovani
comunisti"55, sottolineando da un lato il contributo della gioventù e dall'altro
quello avanguardistico dei comunisti. "La lotta partigiana", afferma Secchia in altra sede, "fu un'epica, eroica lotta della
gioventù"56.
E poi ancora ritorna a spronare le coscienze dei giovani del suo tempo con la memoria di un grande giovane
del passato: "Il giovane scienziato, l'eroe nazionale Eugenio Curiel, il capo della gioventù comunista, sta a
simboleggiare col suo sacrificio il contributo di pensiero e di azione dato dalla parte migliore della gioventù italiana non solo
alla costruzione del partito nuovo, ma alla lotta per la libertà e l'indipendenza
dell'Italia"57.
Lo spirito formativo si coniuga poi in Secchia con l'internazionalismo, costantemente presente nella sua
concezione storico-politica: egli sprona i giovani presentando loro l'esempio dei militanti che si impegnarono nella guerra
di Spagna58, oltre a quello dei giovani cinesi ritenuti fra i principali artefici della
rivoluzione59 perché, ricorda il
comunista biellese, "non è solo in Italia che la gioventù decide del successo o dell'insuccesso delle lotte progressive del
popolo"60.
Si è detto quindi quale sia l'attenzione di Secchia per i
giovani61 e di come egli avverta come urgente il bisogno
di fornire loro strumenti per la loro formazione politica ed esempi non da venerare e da ipostatizzare, ma da vivificare
con la militanza e, ancora una volta, con la coerenza. Uno degli esempi su cui è necessario soffermarsi ancora, anche
se molto brevemente, è quello della Rivoluzione d'ottobre.
La Rivoluzione d'ottobre
Secchia si occupa svariate volte nel corso della sua attività della Russia, delle sue rivoluzioni e dei suoi
rivoluzionari62.
La Rivoluzione d'ottobre in particolare rappresenta nella sua visione uno degli elementi più formativi della
volontà politica, della cultura rivoluzionaria e della disciplina militante delle giovani generazioni. Non è un caso che ad
essa dedichi un paragrafo nel libro "Lotta antifascista e giovani generazioni", considerato una sorta di testamento
politico. E non vi dedica un paragrafo celebrativo o rievocativo, ma un paragrafo politico nel quale viene notato come la
Rivoluzione d'ottobre abbia rappresentato per le giovani generazioni di socialisti dei primi anni del Novecento ciò che
per le successive generazioni hanno rappresentato la rivoluzione cinese, la lotta del Vietnam (definita "eroica"), le lotte
di liberazione in Asia, Africa e America
Latina63.
Secchia proietta perciò quell'esperienza nella contemporaneità, nell'attualità, nella politica e non solo nel ricordo.
E fa della Rivoluzione d'ottobre l'ennesimo esempio cui i giovani debbono rapportarsi con approccio critico,
vivificandone gli aspetti propulsivi e riconsiderandone gli errori, in particolare nella sua ricezione in Occidente. È infatti in uno
scritto inedito del 195864 che egli approfondisce il tema dell'influenza dell'Ottobre in Italia e lo fa ripercorrendo con
puntualità gli avvenimenti russi collazionandoli con quelli italiani.
In questo saggio, nel quale egli non fornisce né interpretazioni particolarmente originali, né nuovi contributi
documentari, traspare però l'intento, poi evidentemente accantonato, di fornire ai giovani un ulteriore elemento di studio
e di riflessione sull'esempio di quella generazione di rivoluzionari. Il testo è infatti chiaro, scorrevole, documentato,
non eccessivamente corposo e ripercorre minuziosamente gli avvenimenti, incorporando ad essi le loro interpretazioni
fornite dai socialisti italiani e dai russi, da Lenin in particolare.
È una sorta di compendio di avvenimenti e di
contributi politici e dottrinali che sarebbe stato, se pubblicato, indirizzato ai giovani militanti. In questo lavoro Secchia
muove dalla rivoluzione del 1905, passando per quella del febbraio 1917, per approdare all'ottobre, ma senza dimenticarsi
la visita della delegazione dei Soviet in Italia, la rivolta di Torino, lo sciopero generale di solidarietà con l'Urss,
l'esperienza dell' "Ordine Nuovo" e dei Consigli di fabbrica, con la conseguente occupazione. Come si vede, quelli trattati
in questo dattiloscritto sono fatti noti, ma l'elemento di interesse è la linearità con cui vengono presentati, a
testimoniare quindi l'intento formativo di cui fino ad ora si è parlato.
Non è qui il caso di dilungarsi eccessivamente, ma è comunque necessario notare come l'impegno di Secchia per
la formazione dei giovani non solo sia un intento intellettuale dichiarato come presa di posizione politica, ma sia
soprattutto un compito di cui egli si fa carico con la fatica della ricerca e della documentazione.
"Il sussulto delle nuove generazioni"
È più che nota la difficoltà e la sostanziale incapacità del Pci di rapportarsi al movimento del
Sessantotto65. Secchia rappresenta un'eccezione. Egli è seriamente interessato al dispiegarsi di un movimento che gli pare certamente
foriero di contraddizioni, ma anche carico di non pochi aspetti positivi. Su quello che definisce "il sussulto delle nuove
generazioni"66, Secchia scrive: "Sugli
studenti e la loro lotta in tutti i paesi è mia opinione che si tratti del più
possente movimento rivoluzionario di questi anni. Lotta di generazioni e lotta di classe. Il movimento studentesco ha
assunto una dimensione politica67 che va al di là delle rivendicazioni universitarie. È un movimento di classe e di
generazioni così impetuoso quale non si vedeva da cinquant'anni. Non tutte le loro posizioni sono chiare e accettabili, non tutti gli
obiettivi sono precisi68. Non c'è ancora una organizzazione, una guida che li raggruppi, li coaguli, come nel 1920, ma
il dato positivo che esce fuori è che tutto il movimento è orientato a sinistra per la pace, per la lotta, per il potere e per
il socialismo (nel 1919 la gioventù in parte andò col
fascismo)"69.
Secchia, anche in questo caso, unisce la prospettiva generazionale a quella classista, affermando che il
movimento degli studenti "aveva una sua precisa radice politica e che soltanto così ne poteva essere spiegata la dimensione
internazionale. Al fondo della ribellione studentesca sta infatti un rifiuto globale della società
capitalistica"70. Il comunista biellese dimostra un'attenzione ed un interesse straordinari per un comunista della sua generazione per quei giovani
da altri tacciati di essere "figli della borghesia" e questa attenzione ha anche una sorta di componente sentimentale
che talvolta traspare, come quando scrive che "l'esperienza e la vita ci hanno insegnato che quello slancio tumultuoso
e ribellistico che agitava i nostri animi giovanili e che oggi muove le nuove generazioni, quella sete di verità, di
sincerità e di giustizia erano e sono aspirazioni giuste, non sogni chimerici. Anche se non sempre fu chiaro a noi come
realizzarle, anche se noi stessi commettemmo errori, nell'illusione di poter realizzare subito o assai più presto di quanto poi fu
i nostri ideali. I 'rivoluzionari' e non soltanto i giovani, ce lo insegna Lenin, in genere sono ottimisti nelle loro
previsioni e nelle loro prospettive. Si tratta, beninteso, di non confondere i nostri desideri con la realtà; ma neppure di
dimenticare che il socialismo non è un sogno, bensì una realtà che può e deve realizzarsi con la volontà e la lotta degli uomini,
con il loro lavoro, la loro azione e i loro
sacrifici"71.
In questa lunga citazione sono reperibili alcuni temi a mio giudizio
centrali nell'elaborazione secchiana: da un lato il ruolo delle avanguardie, la necessità di coniugare il momento
individuale con quello di massa e la necessità di un'organizzazione che si faccia carico della sintesi delle istanze politiche
provenienti dai movimenti.
Per quanto riguarda il primo elemento, è evidente che Secchia considera fondamentale il compito storico svolto
dalle avanguardie sullo scenario della politica e, si è già detto, di come egli ritenga la gioventù una sorta di
avanguardia naturale del movimento operaio e comunista. In secondo luogo, egli mantiene sempre un vivo interesse per la
necessità di coniugare il momento individuale con quello di massa. Nella sua visione i due piani (l'individuo e la massa) si
devono concatenare senza che i bisogni e le aspirazioni dell'uno vadano a scapito dell'altro. Secchia ritiene, a mio avviso,
che la condizione di superamento dell'individualismo possa avvenire solo nel momento in cui gli individui si
sentiranno partecipi e le loro istanze rappresentate dal movimento di massa. Da ultimo, come già è stato sottolineato
precedentemente, per Secchia è centrale il compito storico del partito e la sua funzione di
sintesi72 e contemporaneamente di organizzazione egemonica dei movimenti, al fine di costruire uno sbocco politico per istanze che altrimenti
rimarrebbero esclusivamente testimonianze di dissenso.
I giovani si conquistano con la verità
Secchia invita sempre i giovani, come abbiamo visto, ad affinare lo spirito critico attraverso lo studio e la
comprensione diretta degli eventi per non farsi ingannare e, allo stesso tempo, invita il partito a conquistare i giovani
attraverso la verità, come avrà modo di ripetere in diverse occasioni. Se "dire la verità è rivoluzionario", come affermava
Lassalle, Secchia è sicuramente rivoluzionario. Egli non mitizza gli avvenimenti: la Resistenza ad esempio, non la definisce
un movimento di massa, quanto piuttosto l'azione di un'avanguardia che include in sé le migliori aspirazioni della
classe operaia e delle soggettività sinceramente democratiche. Nei discorsi di Secchia fin qui citati non si trovano mai
mistificazioni propagandistiche. Vi è sicuramente l'enfasi del comiziante e la passione del testimone diretto di molti
degli avvenimenti di cui si occupa, ma è sempre compresente la volontà di presentare i fatti nella loro interezza, senza
iperboli. È presente insomma quella consapevolezza del valore dell'esempio che, in quanto tale, può spronare le coscienze
senza il bisogno di eccessi retorici. E poi, va detto, Secchia è lontanissimo dai tentativi di mistificazione storica proprio per
il rigore testimoniato anche nella sua attività di storico ed in particolare di storico che si confronta con le fonti e
coi documenti prima che coi propri ricordi.
La verità assurge insomma per Secchia a valore politico, in un'epoca, la sua, carica di mistificazioni e nella quale
il revisionismo stava iniziando a muovere i suoi primi e rapidi passi. Una verità semplice, perfino scarna talvolta.
Egli aveva appuntato nel suo diario una nota significativa, a testimonianza della sua repulsione per la menzogna: "Sono
tra coloro cui la verità piace
nuda"73.
Non va inoltre dimenticata l'importanza che Secchia attribuisce alla propaganda. Si tende spesso ad assegnare
a questo elemento un valore negativo, quasi ad identificarlo con l'indottrinamento. Secchia concepisce la
propaganda, in linea col pensiero comunista tradizionale, come uno strumento per provocare quel disincanto delle masse che è
il presupposto per l'adesione delle stesse agli ideali del socialismo. La propaganda è quindi un momento fondante
dell'agire politico, in particolare se viene svolta dai giovani tra i loro coetanei.
Nel già più volte citato discorso pronunciato al Congresso della Federazione giovanile comunista di Bologna il
19 febbraio 1950, Secchia incita i giovani ad estendere la loro azione di diffusione delle posizioni comuniste alle
forze armate. Afferma in quella sede: "Giovani compagni, giovani compagne, dovete parlare con i soldati e con gli
agenti, spiegare loro chi siamo e che cosa vogliamo. Dovete spiegare che i nostri interessi sono anche i loro, che c'è un
solo modo di amare la patria, quello di lottare per cercare una vita migliore agli italiani, quello di lottare per l'indipendenza
e la libertà dell'Italia, per la pace. [...] Le giuste rivendicazioni dei soldati, degli agenti devono essere da noi sostenute
e appoggiate. I giovani lavoratori devono essere uniti, costruire un solo fronte nella difesa delle loro rivendicazioni
economiche, dei loro interessi immediati e nella loro lotta per la libertà. Lottare per la pace e dimenticare di parlare di
'pace' ai soldati significa sottovalutare il pericolo di
guerra"74. È indubbio che vi è in queste parole uno schematismo di
fondo che però è da imputare ad una certa tradizione comunista, di cui Secchia sicuramente fa parte e che ha nella (quasi) certezza dell'adesione agli ideali socialisti da parte delle masse investite dalla propaganda, una sorta di fiducia
messianica. Ma è anche da notare che Secchia è promotore di un'azione politica individuale che si contempera con quella
di massa, di un approccio che tiene conto delle individualità e che considera l'importanza dei rapporti umani ed
interpersonali oltre che del confronto, che può arricchire non solo il ricevente ma anche l'interlocutore già formato,
attraverso un percorso dialogico e non di pura imposizione ideologica.
Nel suo ultimo volume Secchia scrive che "numerosi giovani temono di essere ingannati. [...] Tutti provano
una repulsione quasi fisica per le parole che non corrispondono ai fatti, per le parole che nascondono una realtà diversa,
per coloro le cui parole non sono altro che un mezzo per tenere occupati i cervelli con ogni cosa, salvo che per
andare veramente a fondo delle cose; quindi ripudiano le parole che non sono altro che espressioni di vanità. [...] Temono
in primo luogo di essere 'strumentalizzati' e trasformati in 'oggetto'. Fiutano dappertutto, a torto o a ragione, la
'propaganda' nel senso peggiore della
parola"75.
È per questo che Secchia incita i giovani militanti comunisti a farsi portatori della verità, suscitando nei
coetanei quello spirito critico che è loro necessario per aprire gli occhi e constatare le ingiustizie della società.
Una propaganda, quella cui pensa Secchia, che è una sorta di missione di verità nella quale i giovani comunisti
devono impegnarsi a fondo, anche sacrificandosi, come fecero i loro predecessori tante volte citati dal comunista
biellese. Secchia investe insomma i giovani di un compito di certo assai gravoso: quello di conquistare le masse giovanili
con una propaganda sincera, non invasiva e che soprattutto tenga conto del fatto che i giovani si conquistano solo con
la verità.
Conclusioni
Ho tentato di delineare un'ipotesi interpretativa che spiegasse le ragioni dell'attenzione che Secchia ha verso i
giovani. Alcuni hanno parlato di ossessione. Non sono d'accordo, non vi è nulla di nevrotico negli intenti formativi
di Secchia.
Vi è da un lato la scelta di ricavarsi un canale di rapporto il più diretto possibile con le giovani generazioni, ai
tempi in cui era un dirigente di primissimo piano del Pci e poi di costruirsi uno spazio di azione politica al momento della
sua emarginazione dal gruppo dirigente del partito. E dall'altro vi è la tensione per la formazione e per l'educazione -
come ho detto, un'educazione più "della volontà" che della cultura - che passa attraverso la vivificazione, che però mai
è idolatria, di quelli che ho chiamato gli esempi del passato ed in particolare gli esempi dei giovani del passato.
Esempi letti attraverso gli occhi del bisogno di verità che trova realizzazione in Secchia nella sua grande onestà
intellettuale. Un'onestà che lo pone sempre ad interrogarsi sulle posizioni degli altri: va detto che Secchia nel Pci fu uno dei
pochi che cercò davvero di capire le posizioni dei giovani sessantottini, che mai avversò. Capire ed insegnare a capire,
modestamente, senza pompa, coinvolgendo le emozionalità attraverso il ricordo, la memoria dei vincitori e dei vinti del
passato, la loro dedizione ed il loro agire politico, sociale e culturale, attraverso, lo ripeto, il loro esempio: questo è ciò
che Secchia ha fatto.
Egli non fu un pensatore politico vero e proprio, non formulò dei contributi tali da poter essere definiti "dottrina"
- come invece fece Togliatti ad esempio - ma il suo pensiero è vivificato, come ci suggerisce Angelo d'Orsi, dalla
sua straordinaria biografia76. Una biografia di rivoluzionario professionale, di militante indefesso, di uomo di parte, di
uomo che stette anche e forse spesso dalla parte sbagliata, ma che ebbe sempre il coraggio di scegliere e di pagare in
prima persona i pegni che da quelle scelte derivarono.
Secchia, abbiamo visto, sprona i giovani a seguire l'esempio dei coraggiosi e lui fu, piacciano o meno le sue
posizioni, un coraggioso. Concludendo il suo intervento ad un Comitato centrale della Fgci nel 1952 stimolando i giovani
ad essere coraggiosi, citò Jaurès il quale affermava: "Il coraggio non consiste nell'abbandonare nelle mani della forza
la soluzione dei conflitti che la ragione può risolvere [...]; il coraggio per tutti voi giovani amici è di sopportare
senza piegare le prove di ogni genere fisiche e morali che la vita prodiga. [...] Il coraggio consiste nel comprendere il
proprio scopo, precisarlo e approfondirlo. [...] Il coraggio consiste nell'amare la vita e nell'affrontare la morte con
sguardo tranquillo; [...] il coraggio consiste nell'agire, nel votarsi alla grande causa senza sapere quale ricompensa riserva
al nostro grande sforzo il profondo universo. Il coraggio consiste nel cercare la verità e nel dirla; il coraggio consiste
nel non subire la legge della menzogna trionfante che passa"77.
Proprio così Jaurès fu coraggioso e lo fu
certamente anche Pietro Secchia.
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