Aldo Agosti

La centralità della Resistenza
Rivendicazione e contestazione politica*



Tra i vari modi possibili di parlare della centralità della Resistenza vi è quello di affrontare di petto il tema della sua "attualità" o "inattualità". Ci sono diversi motivi per cui qualcuno potrebbe ritenere la Resistenza inattuale. Tanto per cominciare, c'è un rapporto inscindibile fra il tempo e la memoria, che non può non farsi sentire. Da questo punto di vista, se è vero che in Italia la memoria pubblica della Resistenza è durata probabilmente più a lungo che in qualsiasi altro paese dell'Europa occidentale, colpisce la rapidità con la quale, a partire soprattutto dagli anni ottanta, questa memoria si è venuta incrinando. Per i giovani di oggi la Resistenza rischia di evocare un'epoca sempre più lontana, di rimandare a un universo storico-simbolico estraneo, un po' come l'epopea risorgimentale o la retorica della linea del Piave1.
Tra le ragioni di questa frattura vi è certamente anche l'uso politico, a fini di legittimazione, che di quella memoria era stato fatto: così che, quando è entrato in fibrillazione e poi in crisi il sistema politico postbellico, questa ne è stata una delle ricadute. Per molto tempo, non c'è stato storico che non abbia riconosciuto nella Resistenza e nella lotta di liberazione nazionale l'episodio fondativo della Repubblica. Ma da quando la "Prima Repubblica" è stata data per morta, e la "Seconda Repubblica" (ammesso che sia nata) dapprima implicitamente e poi sempre più esplicitamente è stata posta in un rapporto di discontinuità e di sanzione critica rispetto alla prima, il problema di ricollocare la Resistenza nella storia d'Italia si è presentato in tutta la sua forza. Nel corso della storia repubblicana si era affermato non senza contrasti quello che è stato definito il "paradigma antifascista", il quale ha raggiunto il massimo di efficacia quando si è tradotto - nel corso degli anni settanta - nella prassi politica del cosiddetto "arco costituzionale", all'infuori del quale non vi era legittimazione non solo a governare (questa era negata anche ad almeno uno dei partiti dell' "arco") ma a svolgere un ruolo di opposizione costituzionale a pieno titolo2. Negli anni novanta quella prassi e quella stessa nozione sono state di fatto travolte, i partiti che vi erano inclusi e anche quelli che ne rimanevano fuori sono in gran parte scomparsi o hanno cambiato la loro identità. Ci si può chiedere allora se il paradigma antifascista abbia ancora un senso, e se la Resistenza a cui esso si richiamava conservi la centralità che le era stata riconosciuta.
Per alcuni la risposta a questo interrogativo è netta: tanto che negli ultimi anni ha acquistato la forza di un luogo comune l'idea che il cinquantennio repubblicano sarebbe stato per intero contrassegnato dall'ideologia dei vincitori: un compatto e unanime schieramento dei partiti di quello che si chiamava l'arco costituzionale e dei loro intellettuali in difesa di un'immagine mitica e celebrativa della Resistenza e la conseguente damnatio memoriae dei suoi avversari. Questo tentativo di appiattire e condensare in un blocco univoco l'immagine della Resistenza trasmessa nel cinquantennio repubblicano, che è stata riassunta da Renzo De Felice nella formula imprecisa e indiscriminata della vulgata antifascista, non ha in realtà alcun fondamento. Tuttavia essa è penetrata in profondità, se non nel dibattito storiografico, nel senso comune storico del lettore informato.
Vale la pena a questo punto di ripercorrere rapidamente lo svolgimento tutt'altro che lineare che la storia e la memoria della Resistenza hanno conosciuto in un cinquantennio. Le fasi sono state riassunte efficacemente da Nicola Gallerano3, e si possono qui ripercorrere seguendo la sua traccia. C'è una prima fase, seguita alla rottura dell'unità antifascista nel 1947, nella quale cominciano a presentarsi le diverse letture della Resistenza secondo logiche di appartenenza politico-culturali: queste letture sono riconducibili essenzialmente a due tesi fondamentali, quella della Resistenza come "guerra di popolo", che è sostenuta sia pure con diverse sfumature dalle sinistre e quella della Resistenza come "secondo Risorgimento", che è propria dei liberali moderati ed è accolta in sostanza dalla Democrazia cristiana. A questa fase ne segue una seconda, che si apre alla soglia degli anni sessanta, nella quale nella memoria pubblica le due interpretazioni si compongono in chiave essenzialmente celebrativa, mentre d'altra parte cominciano anche a comparire ricostruzioni storiografiche di segno diverso, di norma ancora provenienti da ex resistenti. Vi è poi una terza fase che contrassegna il periodo 1968-1979, e che vede l'apertura di un vivace dibattito politico-storiografico ruotante intorno al tema della Resistenza come occasione mancata, non senza però un arricchimento della ricostruzione su terreni nuovi (i soggetti sociali, la dimensione locale, lo studio dell'intera società italiana nel triennio 1943-1945). Infine con l'inizio degli anni ottanta si apre una quarta fase, caratterizzata, sul piano del lavoro storiografico vero e proprio, da un certo diradarsi di studi sulla Resistenza, e dai primi segnali di una sua svalutazione, in un alcuni casi perfino di suo vero e proprio rigetto nel discorso pubblico. Questi segnali si accentuano con la brusca accelerazione impressa alla revisione del "senso comune storiografico" dalla svolta del 1989, e si intrecciano con la crisi del sistema politico repubblicano e con il riemergere in modo prepotente della tematica a lungo appannata o rimossa dell'identità nazionale italiana. A partire dagli anni novanta si assiste a un rilancio in gran parte politico e mediatico del dibattito sulla, o meglio contro la Resistenza, e questo dibattito, che conquista le terze e anche le prime pagine dei quotidiani4 e le ribalte televisive, suscita molta più attenzione e eco dei risultati della ricerca storica, che pure mostra nuovi e originali sviluppi. Quando questa ricerca non passa sotto silenzio, è per isolarne una formula, o una tesi avulsa dal contesto generale. È significativa l'accoglienza riservata al volume di Claudio Pavone Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, uscito nel 1991, un libro che rompe un silenzio pluriennale di ricerche originali sulla Resistenza e ne offre un'immagine nuova e complessa. Quest'opera di alto livello scientifico, di cui è autore un uomo di sinistra, è fatta oggetto dai mass media e anche direttamente dalla destra di un'attenzione insolita e sospetta. In qualche modo essa viene indebitamente considerata, dal nuovo senso comune storiografico che si sta affermando, una sorta di risarcimento a posteriori della tesi propagandata dai neofascisti negli anni cinquanta, che aveva fatto largo uso del termine "guerra civile" per proiettare la macchia del "fratricidio" sulla nascita della Repubblica democratica; e altrettanto indebitamente viene assunta come un'interpretazione che deve aprire la strada a una parificazione fra combattenti e quindi come un invito alla riconciliazione tra ex partigiani e ex combattenti della repubblica di Salò. Per contro, la ripresa degli attacchi alla Resistenza che hanno variamente percorso l'ultimo decennio del secolo XX non ha alcun supporto di revisione storiografica autentica. Giorgio Rochat ha notato che negli anni precedenti la rivalutazione in chiave moderata del regime fascista aveva alla base ricerche documentarie di rilievo, degne di interesse e discussione, anche se viziate da silenzi e censure sugli aspetti meno difendibili dell'opera di Mussolini. Invece la svalutazione della Resistenza negli anni novanta prescinde dai risultati della storiografia, oppure li distorce, e muove da motivazioni essenzialmente politiche5.
Tre, come osservava Massimo Legnani6, sono i punti focali della contestazione: l'inquinamento che alla coalizione antifascista sarebbe derivata dalla presenza del partito comunista, che, essendo antifascista ma non democratico, inficerebbe l'equazione antifascismo=democrazia; l'insufficiente rappresentatività del movimento di Resistenza, visto come largamente minoritario non tanto rispetto all'avversario fascista quanto nell'insieme della società italiana; il carattere strumentale del patto del Cln, che avrebbe risolto la crisi del 1943 in una prospettiva di puro potere, garantendo posizioni di privilegio ai partiti che lo avevano contrattato. Si tratta di valutazioni tra loro collegate, tese, se non a negare alla radice, a mettere in discussione la legittimità democratica della Repubblica. Questa contestazione si è sviluppata in modo differenziato, ma in genere ha preso le mosse (come in Renzo De Felice e Ernesto Galli della Loggia) da una rilettura dell'8 settembre, come data d'avvio della dissoluzione dell'identità nazionale, cioè dalla "morte della patria", secondo la fortunatissima formula coniata da Galli della Loggia riprendendo la frase annotata nel suo diario dallo scrittore Salvatore Satta.
Il tentativo di arginare questi attacchi da parte delle forze politiche che si richiamano all'eredità della Resistenza è apparso troppo spesso timido e difensivo. La preoccupazione di insistere sulla necessità di costruire una coscienza nazionale unitaria e democratica, in cui Resistenza e antifascismo siano elemento costitutivo ma non più di discriminazione, può anche essere capita negli uomini politici, soprattutto quando, come il presidente della Camera Violante, rivestono alte cariche istituzionali: ma non è buon servizio reso al dibattito storiografico. È vero che la necessità di rispondere a questa preoccupazione è stata all'origine anche di interventi di indubbio valore e respiro, come quelli di Rusconi7 e soprattutto di Scoppola8: ed è stato certamente giusto e utile, come ha fatto Pietro Scoppola, richiamare l'attenzione, sulla categoria della "resistenza civile", fatta non di azioni armate ma di piccoli atti quotidiani di non collaborazione con i fascisti e con gli occupanti; o anche riscoprire, sulla scorta di un'indicazione di Primo Levi, quella che è stata definita come la "zona grigia" degli italiani che non si schierarono né da una parte né dall'altra, e che sicuramente, dal punto di vista numerico, furono la maggioranza. Ma si rischia così di smarrire qualche distinzione di fondo.
Facciamo l'esempio di un punto delicato, quello - semplificando - della "pacificazione degli italiani". Chi sostiene questa necessità sfonda in un certo senso una porta aperta: tutti dobbiamo un sentimento di cristiana pietà, o, a seconda delle convinzioni, di laica commiserazione per i morti di ambedue le parti 9. Oltre tutto, la Costituzione, la carta fondamentale della convivenza civile nel nostro paese, dice di valori condivisi da rispettare e sostenere, rimanda a un orizzonte già compiuto di pacificazione. Ma il problema non è la pietas verso i caduti, è il giudizio su come le vite sono state spese e consumate. Ci sono vite che sono state consumate per riscattare l'Italia dall'oppressione di una dittatura e da una cultura della violenza, dell'odio e della sopraffazione, e altre perdute per difendere quella dittatura e quella cultura10. Offuscare o peggio rinunciare a questo elementare criterio di distinzione significherebbe sottrarci ad ogni possibile misura del passato, privarci di un fondamentale riferimento morale.
Questo resta il passaggio ineludibile per rovesciare l'assunto dell'inattualità della Resistenza nel principio della sua attualità. Ma concretamente ci sono, credo, due chiavi interpretative per dare concretezza e sostanza a questa rivendicazione di principio. Una è quella che è stata enunciata da Paggi e Eley nel convegno del 1997 "Antifascismi e resistenze"11, e richiamata dallo stesso Paggi nel seminario sull'antifascismo svoltosi nel giugno del 1999 a Roma: la raffigurazione della Resistenza come scontro tra estremismi minoritari rossi e neri, contrapposti sullo sfondo di una massa d'indifferenza, la "zona grigia", nel quadro di un ripiegamento egoistico del paese ("la morte della patria") ignora che la Resistenza ha rappresentato una cesura decisiva nella storia europea e italiana, e ha costituito un punto di non ritorno rispetto alle ambizioni dei ceti conservatori: ha strutturato in modo incancellabile le forme politiche e sociali della cittadinanza. Questo è accaduto - ed è tanto più significativo - anche in un paese come l'Italia che, segnato da profonde arretratezze, ha conosciuto in forme particolarmente acute la contrapposizione della guerra fredda. Da questo punto di vista l'antifascismo, in quanto sintesi inedita di nazione e classe, di garanzie civili e di diritti sostanziali, non è il risultato di un più o meno abile trucco politico, quanto la risposta alla crisi della democrazia maturata fra le due guerre e il suo rilancio in forme rinnovate: e la Resistenza, che sia pure senza identificarsi con l'antifascismo ne costituisce l'approdo, trascende di gran lunga i confini di una determinata dottrina e tradizione politica, e lascia un segno duraturo, un vero e proprio imprinting sulla democrazia quale storicamente si è costruita in buona parte dell'Europa occidentale, e segnatamente in Italia. In questo senso, rimettere in discussione il nesso antifascismo-Resistenza-Repubblica apre brecce pericolose nella solidità dell'edificio democratico nel nostro paese: e segnali in questo senso certamente non mancano.
La seconda chiave interpretativa che mi sembra utilizzabile rimanda a una delle interpretazioni "classiche" dell'antifascismo, che è quella del fascismo come "autobiografia della nazione", come "rivelazione" di un carattere originario, fondativo della storia d'Italia, caratterizzata da un costume trasformista affermatosi in assenza di una vera rivoluzione religiosa e dalla mancanza di solidi principi morali universalmente condivisi. Questa concezione è stata spesso e forse a torto giudicata di esclusiva filiazione liberal-socialista e azionista: in realtà non è estranea né a un'interpretazione più classista del fascismo (socialista e comunista), che rimanda alla natura gracile del capitalismo italiano e alla vocazione reazionaria di ampi settori delle sue classi dirigenti, né a un'interpretazione cattolico-democratica (penso a Francesco Luigi Ferrari). In ogni caso - e nelle sue possibili declinazioni - presuppone l'antifascismo come l' "altra Italia", perfino "l'anti-Italia", la negazione, cioè, di una biografia malata, corrosa da un vizio storico d'origine: e la Resistenza assume in questo quadro il valore di uno strappo rispetto al passato, è l'inveramento, appunto, di un' "altra Italia" sconfitta nel 1922, probabilmente sconfitta di nuovo nel 1948 se non già prima, ma che comunque è quanto più si avvicina a una rottura rivoluzionaria della storia italiana.
Assunta come tesi storiografica, questa tesi può suscitare qualche perplessità, per quanto di elitario presuppone nell'antifascismo e per il rischio che corre di ridurre questo a un idealtipo12. Non si tratta dunque di ricuperare la dimensione etica e ideale dell'antifascismo come irrimediabilmente antitetica a quella del paese. Tuttavia, dato che l'Italia di cui parlava Piero Gobetti nel 1922-24, l'Italia affetta dalle sue storiche tare di "retorica cortigianeria, demagogismo, trasformismo" continuamente ha tendenza a riprodursi, dato che la sua "autobiografia" non cessa di essere riscritta da una destra rozza e arrogante (o da gran parte di essa), allora forse vale la pena di non trascurare, insieme a quella "strutturale" prima richiamata, anche questa chiave interpretativa: che può servire da antidoto ai miasmi che minacciano di soffocare una memoria e un'identità. Se possiamo intendere insieme l'antifascismo come coscienza critica capace di garantire e di promuovere quelle mete di libertà, di democrazia e di progresso sociale che costituirono il tema di fondo e l'aspirazione più autentica della lotta di liberazione, se possiamo concepire la Resistenza anche come sanzione della conquista irrevocabile di un'estensione di diritti, allora sì, la Resistenza è e resta attuale.


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