Roger Absalom

L'assistenza agli ex prigionieri alleati in Piemonte
Una storia "scritta sull'acqua"?



Ai primi di settembre 1943 ci furono circa settantadue campi di concentramento e dodici ospedali militari in Italia per i prigionieri di guerra alleati, fatti dalle forze armate tedesche e italiane nei teatri di guerra nominalmente demandati al comando italiano (praticamente quindi nel Nord-Africa e alcune zone della Grecia) nel corso delle campagne tra il 10 giugno 1940 e la resa incondizionata dell'8 settembre 1943. Vi furono pure sette piccoli campi per internati civili di nazionalità alleata.
In alcuni campi i prigionieri erano quasi tutti ufficiali, in altri, invece, quasi tutti soldati e marinai di rango inferiore. Nel Nord, nella primavera del 1943, molti campi di quest'ultima categoria vennero suddivisi in piccoli sottocampi, contenenti tra cinquanta e duecento prigionieri che si erano dichiarati disposti a lavori di manovalanza, in genere nell'agricoltura, compensati da un rancio migliore e dalla possibilità di alleviare il tedio della vita di prigionia con attività meno lontane dalla vita reale.
L'ultima statistica attendibile, raccolta dal War Office britannico a metà agosto 1943, indicava che i militari detenuti erano allora 79.543, cui va aggiunto qualche centinaio fatto prigioniero in Sicilia nonché aviatori abbattuti sulla penisola nell'intervallo che intercorse prima dell'armistizio dell'8 settembre.
Una clausola dell'armistizio imponeva al comando italiano di liberare tutti i prigionieri, sia militari che civili e di difenderli, con le armi se occorresse, dall'essere ricatturati dai tedeschi. L'ordine venne trasmesso nel corso dell'ultimo giorno in cui funzionava il comando supremo; farlo rispettare da un esercito che si sbandava in un vergognoso sauve-qui-peut fu invece impresa ormai nemmeno tentabile.
Nei campi, particolarmente i piccoli campi di lavoro, le sentinelle italiane si dileguarono entro poche ore in borghese oppure si diradarono di ora in ora, lasciando ai detenuti via libera a rovesciare i reticolati; tra i comandanti italiani, tuttavia, si contarono molti fascisti che cercarono di ritardare il momento della liberazione, pur fingendo di assecondare i progetti di fuga organizzata proposti dagli ufficiali o sottufficiali alleati "di fiducia". In altri, nonostante il palese mutamento della situazione dopo la fuga del governo monarchico-badogliano, l'ufficiale alleato di rango maggiore, e quindi responsabile della disciplina, si rifiutò di disattendere all'ordine impartito mesi prima dal War Office, in previsione di una resa italiana senza occupazione tedesca, di rimanere nei campi ad aspettare l'arrivo delle proprie forze. Vi fu un solo caso di un comandante italiano di un campo maggiore che collaborò fino in fondo con una sua controparte dotata della necessaria disinvoltura tra i prigionieri, con il felice esito che oltre seicento ufficiali inglesi prigionieri riuscirono a disperdersi in meno di venti minuti nelle campagne circostanti e rimanere almeno temporaneamente fuori dalle grinfie del nemico. In alcuni campi di lavoro, invece, fu il tenente o il maresciallo italiano in comando che organizzò di propria iniziativa la fuga dei prigionieri. Molte centinaia di prigionieri, poi, saltarono giù dai treni e dai camion sui quali i tedeschi li trasferivano verso il Reich.
Globalmente si può calcolare che una buona metà dei prigionieri alleati custoditi in campi italiani ebbero, nei giorni seguenti alla resa, la possibilità di allontanarsene e che infatti oltre 35.000 la colsero, anche se alcuni si rivelarono poi fisicamente, moralmente e linguisticamente impreparati alle sfide cui andavano incontro, cosa che non deve sorprendere se si pensa alle condizioni demoralizzanti di denutrizione e di scoramento in cui erano vissuti per mesi o anni, e la mancanza di contatto, a parte la soldatesca di terz'ordine preposta alla loro custodia, con la popolazione italiana.
Cosa veramente sorprendente, invece, è che più della metà di essi riuscì a non farsi riprendere dal nemico nazifascista, o raggiungendo la neutrale Svizzera, o passando dopo epiche camminate il fronte sud, oppure rimanendo occultati, in alcuni casi in una latitanza durata quasi ventun mesi, in mezzo alla popolazione italiana ex nemica. In tutti i casi di sopravvivenza per periodi superiori a pochi giorni, è chiaro non solo che gli ex prigionieri avevano bisogno di assistenza per sfamarsi, nascondersi, orientarsi, ma che tale assistenza veniva offerta loro dalla grande maggioranza degli italiani con cui venivano in contatto.
A parte l'evidente ma superficiale interesse dell'aspetto aneddotico, di storie di sopravvivenza individuale tra le insidie e i pericoli della situazione di allora in un'Italia occupata da un ex alleato pieno di rancori, la questione storiografica che emerge dal quadro fin qui presentato molto sinteticamente si può riassumere in tre punti interrogativi apparentemente semplici: chi aiutò gli evasi fuggitivi? come li aiutò? perché li aiutò?
Nel cercare di rispondere a queste domande lo storico viene a trovarsi in una selva oscura tra storia nazionale e storia locale, tra storia militare, storia politica e storia sociale, storia della mentalità e storia della cultura materiale, tra antropologia culturale e semiotica, tra modi contrastanti di esplorare e sfruttare fonti archivistiche, memorie e storie di vita.
Tuttavia mi pare che ci sia un filo conduttore in tutto ciò, che io personalmente ho cercato di seguire sin dall'inizio delle mie ricerche, ed è la partecipazione contadina alla storia dell'epoca moderna. Non bisogna mai dimenticare che al momento della grande svolta nella storia d'Italia rappresentata dalla Resistenza, metà della popolazione attiva di questo paese era contadina, legata alla terra, impegnata a strapparne non solo la sopravvivenza materiale ma anche, attraverso i molteplici filtri di una cultura che veniva, questa sì, da lontano, il significato dell'universo e di ogni esperienza che lo costituiva.
Il modo in cui quella metà della popolazione della penisola italiana abbia partecipato, oggettivamente e soggettivamente, a quella svolta e alle trasformazioni sociali che procurò, e che non procurò, non è facilmente accessibile allo storico, al punto che si può asserire che il contadino e la contadina sono i grandi assenti nei vari resoconti e analisi di questo fenomeno storico di così grande importanza nel formarsi delle problematiche sociali e politiche della Repubblica. Un contributo più unico che raro, mi pare, allo scioglimento di questo nodo potrebbe invece rivelarsi attraverso la esplorazione delle ricchissime fonti, archivistiche e no, di cui si può disporre in seguito all'occupazione-liberazione dell'Italia da parte delle forze alleate. Tali fonti permettono in particolare una ricostruzione quantitativamente quasi totale e qualitativamente penetrante della partecipazione contadina a quell'aspetto poco noto del fenomeno resistenziale costituito dall'assistenza agli ex prigionieri alleati durante i traumatici diciannove mesi dal settembre 1943 alla Liberazione. Direi anzi che, sia per il tipo di fonti di cui disponiamo, sia per le ottiche contrastanti che le informano, ci troviamo forse nella possibilità di fare luce finalmente su un aspetto tutt'altro che marginale di una problematica storica rimasta sostanzialmente in ombra da cinquant'anni: il ruolo storico svolto appunto dai ceti contadini nel processo malamente denominato di "modernizzazione".
È in rapporto a queste considerazioni che vorrei adesso passare ad una descrizione analitica delle componenti di questo rompicapo storico e storiografico che si riallacciano a quella zona del Piemonte orientale dove andarono a rifugiarsi gran parte degli oltre cinquemila ex prigionieri alleati, in prevalenza inglesi, ma con notevoli presenze anche di australiani, sudafricani e neozelandesi, ivi presenti all'8 settembre o poco dopo. Questi erano evasi dalla settantina di sottocampi di lavoro ubicati tra i fiumi Ticino e Dora Baltea, oppure sfuggiti da campi in altre zone della penisola, in cerca di vie di scampo, attraverso il Piemonte, che li portassero in Svizzera. Quanto alla impostazione del mio discorso, inevitabilmente troppo schematica in questa sede, viene data dai tre quesiti già citati, sulla identità, le modalità di intervento e le motivazioni di chi assistette questi ex prigionieri in fuga.
L'archivio di gran lunga più importante per trovar modo di rispondere al primo quesito è senz'altro quello della Allied Screening Commission (cioè la Commissione alleata di verifica), ora custodito nel National Archives di Washington. Comprende oltre un milione di documenti e per ben trentacinque anni, dal 1948, nessuno lo esaminò, e forse nessuno sapeva che esistesse. In un lavoro abbastanza intenso di ricerca durato tre mesi ho potuto fare là dentro solo un volo di ricognizione e quindi non pretendo di essere in grado di presentare risultati sorti dall'esame sistematico di tale montagna cartacea, anche se ho scoperto quanto basta per convincermi che essa sia di fondamentale importanza storiografica.
Nell'archivio, trasferito su ordine del generale Eisenhower nel 1948, dopo che la Commissione ebbe chiuso i battenti, si trovano tre grandi serie di documenti, nessuna delle quali dotata di indice analitico. La serie maggiore e più affascinante, ma anche quella più difficile da analizzare in modo sistematico, perché ordinata a casaccio secondo la data del ricevimento del documento senza riferimento alla sua provenienza, è quella dei dossiers che contengono le domande autografe di riconoscimento e di risarcimento ricevuti da chi assistette gli ex prigionieri alleati in seguito ai bandi emanati dalle autorità alleate, nonché le osservazioni in merito all'affidabilità di ciascuna, fatte dagli investigatori della Commissione, spesso basate su ritagli e citazioni riportati da fonti dell'Intelligence altrimenti irreperibili, insieme ai calcoli della cifra da assegnare ai richiedenti, relativa a cibo, ospitalità e vestiti messi a disposizione degli assistiti. Si tratta di una serie numerata di oltre centoquattromila dossiers, sebbene ci siano blocchi di qualche centinaio di numeri cui non corrispondono documenti. Si può stimare che sugli scaffali dell'archivio ci siano in tutto ottantacinquemila dossiers.
Queste decine di migliaia di dossiers rappresentano altrettanti capifamiglia (i soli ammessi a fare domanda di riconoscimento e di risarcimento di spese incorse per il sostegno degli assistiti). Considerando l'entità numerica media della famiglia ampia contadina si potrebbe moltiplicare questo totale per sette, per arrivare ad una ipotesi ragionevole sul numero totale di persone che abbiano partecipato in qualche modo al soccorso degli ex prigionieri.
Per motivi che sono probabilmente da attribuire alla crescente carenza di risorse e di personale a disposizione della Commissione di verifica negli ultimi due anni della sua esistenza, non tutti i dossiers contengono materiali interessanti: nel caso di domande che riguardano solo brevi episodi di saltuaria assistenza si hanno solitamente solo i connotati anagrafici dei richiedenti. In altri migliaia di casi, invece, il materiale contenuto nel dossier è di sommo interesse, e non solo a livello di storie di vita. Ad esempio, la domanda fatta dalla signora Clarice Arduini, di Olevano Lomellina, che ospitò per ben ventun mesi, prodigandosi per proteggerlo da ogni male, un mite soldato del lontano Sudafrica, mi pare illustri abbastanza bene il tipo di testimonianza storica che si può ricavare da questa parte dell'archivio, adoperando le giuste lenti metodologiche, per quanto riguarda la matrice socioculturale dei protagonisti, le micro-strategie materiali e le ragioni psicologiche dell'assistenza, e il micro-contesto socio-antropologico in cui essa veniva prestata. Di particolare interesse, tra i dossiers degli assistenti degli ex prigionieri, sono quelli alla cui matricola si aggiunge la lettera "D", per indicare che si tratta di domande fatte da parenti sopravvissuti in seguito alla morte dell'assistente a causa dell'aiuto dato.
La seconda serie di documenti consiste nella corrispondenza di tutti i reparti della Commissione, di cui la maggior parte è di un notevole grigiore, in quanto rispecchia la normale prassi burocratico-militare alleata di fare girare da tutte le parti tutti i documenti. Di sommo interesse invece, nella seconda, è la documentazione che riguarda le raccomandazioni preparate dalla Commissione di verifica perché a centinaia di italiani ex assistenti di prigionieri evasi venissero attribuite medaglie ed altre onorificenze al valore e/o alla dedizione eccezionale da essi dimostrata nel prestare aiuto. È un capitolo triste, dato che tutta la scrupolosa cura con cui gli ufficiali della Commissione compirono quel lavoro doveva poi finire in un nulla di fatto: nessun italiano ebbe una medaglia dalle mani di Sua maestà re Giorgio VI, e l'ammirazione per il valore di centinaia di civili italiani che da quelle pagine traspira è stata trasmessa solo ai topi d'archivio come me...
La terza serie di documenti della Commissione consta di un gran numero di documenti interni con i quali si organizzavano le visite, in tutte le località dell'Italia ex occupata, degli ufficiali della Commissione preposti al lavoro di verifica in loco e poi al pagamento e alla distribuzione dei certificati Alexander. Tale serie è fondamentale per stabilire dati esatti di chi prestò e chi ricevette l'assistenza, la sua entità, dove e quando venne prestata.
È chiaro che in tale groviglio non è facile trovare il bandolo della matassa. Sono comunque in grado di riferire che nel Piemonte le domande di riconoscimento e di risarcimento pervenute alla Commissione tra il maggio 1945 e il giugno 1948 furono 5.748, il che significherebbe, se si accetta l'ipotesi di una famiglia media di sette persone, che oltre quarantamila piemontesi sarebbero stati in contatto con ex prigionieri per prestare loro assistenza. Il numero degli ex prigionieri nella regione che si può stimare fossero soccorsi da assistenti riconosciuti nel dopoguerra è più di tremila, comparendo il nome di ognuno di essi in media tre volte, il che significherebbe che in media ognuno veniva assistito da tre famiglie durante il periodo della latitanza. Bisogna aggiungere che non tutti gli assistenti degli ex prigionieri risposero ai bandi della Commissione, per motivi sia casuali sia politici.
Quanto alla distribuzione per zone della regione piemontese dell'assistenza agli ex prigionieri, risulta che il fenomeno interessò pressoché tutti gli abitati della campagna e della collina nella parte centrale ed orientale della regione, incidendo invece meno nelle zone alpine e appenniniche limitrofe della Francia, nelle quali appunto non c'erano stati campi di concentramento e le condizioni militari e logistiche erano relativamente sfavorevoli. Bisogna comunque far rilevare che in molte località di pianura le maggiori presenze degli ex prigionieri si concentravano nei primi tre mesi del periodo in questione oppure erano saltuarie. In collina, invece, i periodi di soggiorno assistito furono più prolungati, mentre in luoghi proprio di montagna i prigionieri o venivano guidati in territorio svizzero o convogliati a raggiungere formazioni partigiane, destinazione quest'ultima proporzionalmente più importante in Piemonte, come nel Veneto e in Friuli, che non altrove in Italia.
Anche in tali zone, però, il numero di ex prigionieri che diventarono partigiani combattenti attivi rimase, a causa di incomprensioni e diffidenze varie, sempre molto limitato. Eccezionali furono alcuni casi quali quelli di Frank Jocumsen, ben noto a Borgosesia come "Frank l'australiano", medaglia d'oro, che militò nelle formazioni di Moscatelli, e di John Peck (anche lui australiano) che tornò dalla Svizzera per combattere come ufficiale di collegamento con la banda di Alfredo Di Dio nella difesa della Repubblica partigiana ossolana, o la breve ma movimentata vita di una formazione di circa quaranta ex prigionieri inglesi denominata "Union Jack Band" (cioè la banda dalla bandiera inglese) a Pont Canavese nell'estate del 1944.
La grande maggioranza degli ex prigionieri rimasti a lungo nella regione (erano ancora circa mille nell'autunno del 1944) si unì normalmente a bande partigiane solo su consiglio positivo dell'assistente contadino, come ultimo e riluttante ripiego per evitare la sventura di essere ripresi dal nemico. Ciò si comprende meglio se ricordiamo che, dato che la sopravvivenza per essi si presentava in totale contrasto alla ricattura da parte nemica acquistando una potenza legittimante quasi da mito, scegliere la via della partigianeria facilmente poteva sembrare contraddire alla propria ragion d'essere e tradire tutti gli sforzi e i sacrifici, propri e altrui, fatti fino a quel momento. La solidarietà con i partigiani richiedeva un certo impegno ideologico, mentre quella con gli assistenti contadini presto assunse dimensioni affettive ed assistenziali.
In molti casi tale inatteso legame affettivo si era creato anche prima dell'armistizio in quanto, nelle zone che ci interessano, tutti i campi di concentramento erano stati piccoli campi di lavoro che contenevano tra cinquanta e duecento uomini, i quali andavano giornalmente a lavorare nei campi, specie le risaie, accanto a contadini e braccianti locali con cui, pur in modo molto elementare, sapevano comunicare e stabilire per necessità un rapporto di solidarietà lavorativa che spesso si rafforzava tramite scambi di beni, commestibili o piccoli servizi personali. Non sorprende quindi che gran parte degli ex prigionieri usciti dai campi all'indomani dell'armistizio si diresse subito a cercare consigli e protezione da chi si sentiva già essere amico. In parecchi casi non si mossero più fino alla Liberazione, anche se la maggioranza prima o poi scelse o fu costretta a proseguire la fuga verso luoghi che si supponeva fossero più sicuri.
Le reti di parentela e di amicizia contadine in genere non si estendevano però molto oltre i paesi vicini e, quindi, gli ex prigionieri, per non dover vagabondare alla cieca, avevano bisogno di un tipo di assistenza difficilmente trovabile presso gli ospitanti contadini, cioè un'assistenza che sapesse misurarsi con i problemi del come far loro compiere in sicurezza spostamenti su distanze lunghe e poi magari offrirgli possibilità di espatrio in Svizzera, o (dopo lo sbarco alleato in Provenza dell'agosto 1944) anche in Francia.
A coprire tale vuoto concorsero tre tipi di organizzazione. Nei primi giorni, quando molti ancora credevano che le forze tedesche sarebbero state subito cacciate o ritirate dall'Italia, erano quelle improvvisate localmente, spesso ad opera di antifascisti sorti o riemersi nel periodo dei quarantacinque giorni, ma anche create da membri del basso clero, da proprietari, industriali e da professionisti simpatizzanti della causa alleata, o da elementi audaci e preparati fra gli stessi prigionieri.
Dalle fonti alleate risulta che in almeno due zone della regione piemontese, già nel settembre 1943, sorsero spontaneamente organizzazioni a livello provinciale dedite all'assistenza e all'espatrio degli ex prigionieri rimasti in libertà in seguito all'armistizio. La prima di tali organizzazioni nacque dall'azione di un medico torinese, Ferdinando Ormea, che già il 12 settembre, accortosi della presenza dei fuggiaschi in paesi del Vercellese quali Desana, Asigliano e Caresana, dove egli era andato a trovare amici e parenti, si decise subito di aiutarli a recarsi in Svizzera.
Inizialmente, col denaro proprio e con quello offertogli dagli amici, acquistava al mercato nero abiti borghesi per i prigionieri e li accompagnava personalmente in piccoli gruppi fino a Domodossola, avviandoli poi oltre il confine attraverso la val Vigezzo con guide trovate dall'ingegner Ballerini, che fu poi il primo sindaco della città nel dopoguerra, e all'epoca, essendo concorso a fondare il Cln ossolano, aveva avuto da Parri l'incarico di curare il collegamento con il Consolato britannico di Lugano, punto di contatto allora con i servizi dell' "Intelligence" britannica. La relazione dell'Ormea prosegue: "Dopo alcuni viaggi nell'Ossola mi recai a Vercelli dove venni messo a contatto coll'ufficiale australiano John Peck, il quale molto si interessava dell'aiuto ai prigionieri e che mi richiese a tale scopo denaro. Poiché ormai avevo consumato le mie piccole scorte gli feci conoscere Corrado Bonfantini, che gli fissò un appuntamento a Torino, dove venne presentato al generale Operti, al professor Braccini e ad altri membri del Comitato militare e gli vennero date ventimila lire".
Come vedremo, il Peck in seguito costituì un'organizzazione in grande stile, basata su una rete di collaboratori a Vercelli e nella zona tra Luino e Ponte Tresa. Intanto, il dottor Ormea era venuto a conoscenza anche della rete di assistenza ai prigionieri creata in Lombardia dal Comitato milanese, che faceva capo all'ingegner Bacciagaluppi, uomo di fiducia incaricato da Ferruccio Parri di organizzare il massimo aiuto ai fuggiaschi. Parri infatti capì sin dal primo momento della lotta resistenziale che tale azione avrebbe guadagnato alla Resistenza italiana un giudizio favorevole da parte degli Alleati, perché capace di dare dei risultati rapidi e concreti che non poteva sortire la prima Resistenza, male armata e poco coordinata nelle sue azioni. Sarebbe stata una prova incontestabile della capacità organizzativa e operativa del movimento, nonché della sua adesione ideale alla "causa comune".
Evidentemente l'Ormea capì tutto ciò al volo. La sua relazione prosegue: "Ritornato a Torino a fine settembre insistevo presso il Cln piemontese perché analogamente a Milano venisse formato anche a Torino un Ufficio ex prigionieri rifornito di fondi sufficienti. Trovai comprensione soprattutto in Corrado Bonfantini e nel povero professor Braccini".
Approvata la proposta, l'Ormea venne incaricato della direzione del nuovo Ufficio ex prigionieri, e gli vennero consegnate cinquantamila lire dalla signora Gobetti, fondi che gli permisero di iniziare la sua attività "un po' in tutte le valli del Piemonte [...], visitare i prigionieri, conoscerne i desideri, metter[li] contatto per le relative questioni con i comandanti militari [...]".
Con l'aiuto di questi ultimi organizzò, per chi voleva partire, un servizio di accompagnamento al confine svizzero via Torino, Novara e Domodossola, mentre "nei giorni liberi dalla visita nelle valli [si] recav[a] in città e nelle campagne e portav[a] ai prigionieri denaro, cibo, vestiti, viveri e libri".
La misura della dedizione con cui il dottor Ormea proseguiva la sua opera di assistenza viene data da un episodio dell'autunno del 1943, quando recuperò un aviatore inglese ferito, ricoverato a Torino, che gli lasciamo raccontare con le proprie parole: "[...] si era parlato di un capitano inglese, Ferguson, ricoverato all'Ospedale militare di Torino [...]. Per organizzare l'evasione fu ritenuto indispensabile che io avessi libertà di movimento in ospedale a tal scopo mi presentai al Comando tedesco ed esibendo certificati tedeschi falsi, rilasciatimi a suo tempo dal Cln lombardo, riuscii a farmi assumere [...]".
Fallito un primo tentativo di evasione verso la fine di settembre, ai primi di novembre il pilota inglese riuscì a scendere dal finestrino di un gabinetto, scalare il muro di cinta e allontanarsi in bicicletta con un agente di Ormea che lo aspettava e che poi lo ospitò in collina. Rimessosi in salute, il Ferguson divenne l'aiutante di Ormea nei suoi tentativi di mantenere i contatti con gli ex prigionieri e a sviluppare un progetto piuttosto fantasioso per far pilotare in Corsica da Ferguson un piccolo aereo occultato vicino a Torino, fino a quando, braccati dalla Gestapo, dovettero fuggire insieme in Svizzera a fine gennaio del 1944.
Dopo il primo sussidio, pare che l'Ormea non abbia ricevuto altri fondi dal Cln e dovette ricorrere a prestiti fattigli da sua madre per coprire le spese da affrontare. Intanto, il generale Operti, con i fondi della IV Armata italiana sbandata in Francia, di cui egli ancora disponeva, aveva incaricato altre persone di creare un'altra rete di assistenza, non legata a quella del Cln, mentre gli ex prigionieri si diradavano in seguito agli espatri riusciti, alla ricattura da parte nemica, e in centinaia di casi, alla loro scomparsa nel profondo del controuniverso contadino dal quale non sarebbero riemersi che al momento della Liberazione.
Da mettere a paragone con l'Ufficio diretto da Ormea a nome del Cln piemontese sarebbe la seconda organizzazione costituita ufficialmente in Piemonte per il ricupero e l'espatrio degli ex prigionieri. Essa venne creata all'indomani dell'armistizio dal soldato australiano John Peck cui si è già accennato. Questo giovanissimo rampollo della cultura antipodea dell'avventura a tutti i costi (aveva solo ventun anni all'epoca, avendo mentito sulla sua vera età per poter arruolarsi volontario nel 1939) era stato catturato per la prima volta dai tedeschi a Creta nel giugno del 1941. Evase quasi subito e, benché ripreso quattro volte, riuscì a evadere di nuovo altrettante volte nel corso dei successivi quattordici mesi. Scoprì ben presto dai montanari isolani di quali risorse di solidarietà con gente braccata dal potere e di quale padronanza degli spazi locali, materiali e sociali, disponeva una millenaria cultura contadina e pastorale. Fiducioso di sé e "tagliato" per la rapidissima acquisizione delle lingue, sviluppò anche una eccezionale capacità di sopravvivere, impiegando tutte le astuzie dell'evasore nato.
Alla sua quarta ricattura gli italiani riuscirono, finalmente, a farlo rinchiudere nel campo di concentramento Pg 57, vicino a Udine, dove imparò la lingua italiana e tentò ulteriori evasioni. Nella primavera del 1943, insieme a centinaia di altri prigionieri dello stesso campo, accettò di essere trasferito in un sottocampo di lavoro a San Germano Vercellese, dal quale riuscì di nuovo a evadere nel giugno e rimase latitante per quindici giorni. Si era diretto verso la frontiera svizzera e forse l'aveva raggiunta senza accorgersene, ma fu tradito da un pastore cui aveva chiesto dei viveri. Venne condannato a un mese di reclusione nel carcere civile di Vercelli e seppe dell'armistizio solo quando venne liberato da civili italiani, in cerca di bottino, proprio l'8 settembre.
Uscito per le strade cittadine - così raccontava nella sua relazione fatta qualche mese più tardi - nello stesso giorno conobbe "una ragazza che si chiamava Adele Maschietti la quale [lo] aiutò a contattare alcuni uomini d'affari e due preti nella città che erano disposti ad aiutare con viveri e vestiti gli ex prigionieri rimasti nella zona e poi a sfollarli verso i partigiani in montagna".
Così avvenne che Peck accompagnò negli ultimi giorni di settembre il suo primo gruppo di una ventina di prigionieri al passo del monte Moro, all'epoca uno dei principali punti del confine per il passaggio di profughi ed evasi di tutte le specie. Avendoli fatti passare, si rese conto, per dirla con le sue parole "che vi erano ancora migliaia di altri che avevano bisogno di aiuto per poter svignarsela".
Tornando verso Vercelli si mise d'accordo con persone pronte a fare da guida e ad assistere altri gruppi di prigionieri mentre attendevano la formazione di bande partigiane. Ma ai primi di ottobre i tedeschi reagirono alla situazione, operando i primi rastrellamenti contro i primi inesperti partigiani e chiudendo il relativamente facile passaggio del monte Moro. Peck, vedendo che la cosa si sarebbe prolungata più di quanto non avesse aspettato, si mise ad organizzare l'assistenza in modo più sistematico con la collaborazione di un comitato formato da una serie di personalità cittadine: l'ostetrica Anna Marengo, Oreste Barbero, proprietario di un caffè, Pino Agrati, Luigi Mastroviti e Nando Dall'Orto sono i nomi fatti nella sua relazione. Essi procurarono denaro e contatti in varie zone adiacenti al confine italo-svizzero: Varese, Luino, Como, Bellano, Domodossola e Pallanza. Si progettava di inoltrare i prigionieri in treno fino a questi punti e poi farli proseguire a piedi.
L'operazione andò avanti per un altro mese "ma già ai primi di novembre il numero di prigionieri da trasferire era diventato tale da obbligar[e] a cercare altri fondi. Così pres[e] contatto con il Cln di Torino, che decise di fornir[e] danaro e vestiti nonché un servizio di accompagnamento nel Piemonte".
Con una parte dei fondi così acquisiti Peck compì un vasto giro per tutta l'Italia occupata, da Genova a Trieste e da Bergamo a Roma con l'intento di convincere gli ex prigionieri di prendere sul serio l'assistenza offerta dall' "organizzazione", perché erano diventati molto diffidenti verso gli ignoti ipotetici assistenti a causa di brutte esperienze con persone che Peck definisce "falsi corsari" che li ingannavano e tradivano.
L' "organizzazione" di cui parlava Peck consisteva non solo in quella vercellese, e poi piemontese, ma, dal novembre del 1943, includeva anche le risorse umane e materiali della rete creata da Bacciagaluppi per la regione lombarda, che sarebbe diventata, con la nascita in dicembre dello stesso Clnai, l'Ufficio assistenza prigionieri di guerra alleati, organismo formalmente incaricato di coordinare a nome della Resistenza tutta l'assistenza ai prigionieri nel Nord. Teoricamente esso doveva curare anche quelli in regioni più a sud, ma non pare che ci sia stato un vero coordinamento e una rete unica che nella fascia di territorio tra Torino e Venezia.
Che dal dicembre 1943 Bacciagaluppi e Peck abbiano collaborato molto strettamente l'hanno confermato tutti e due in lunghe interviste concessemi alcuni anni fa. Secondo l'ingegnere italiano, il giovanissimo soldato australiano era un collaboratore pericolosissimo perché sembrava non aver paura di niente. Dava come esempio lo spettacolo di Peck, in mezzo a tedeschi e fascisti in una folla di passeggeri che aspettava di sbarcare dal traghetto a Intra, che salutava egregiamente in inglese la terrorizzata staffetta venuta al suo incontro. Peck, invece, spiegò tale condotta come l'applicazione del principio imparato durante le sue latitanze in Creta secondo il quale, nella vita clandestina, sopravvive chi si comporta davanti al nemico come se niente fosse. E a vedere la falsa foto d'identità fatta all'epoca di questo giovane un po' paffuto ma dal sorriso avvenente, vestito in tutta eleganza, non è facile dargli torto.
Comunque fosse, entro la fine del gennaio del 1944 l'organizzazione capeggiata da Bacciagaluppi era riuscita a far salvare, dei circa duemila ex prigionieri fino ad allora espatriati in Svizzera, quasi mille, dei quali circa trecento erano stati assistiti principalmente dal gruppo vercellese di Peck.
La controffensiva nemica non tardò e nel corso dei due primi mesi del 1944, sia Peck (il quale aveva ormai organizzato anche una sua propria banda di sabotatori che operava contro la ferrovia nella zona di Luino) che Bacciagaluppi furono arrestati dalla Gestapo. Peck venne condannato a morte ma ancora una volta riuscì, durante un bombardamento aereo della Raf, ad evadere e raggiungere la Svizzera, mentre Bacciagaluppi venne fatto evadere anche lui dallo stesso carcere, San Vittore, continuando poi il suo lavoro a favore dell'Ufficio ex prigionieri alleati da Lugano dove era stato costretto a cercare salvezza, lasciando l'incarico dell'assistenza nel Piemonte al giovane Umberto Giaume di Trino Vercellese il quale doveva poi pagare nel gennaio 1945 con la vita la propria dedizione alla causa.
Dal momento della scomparsa dalla scena di Peck e Bacciagaluppi ci fu un notevole calo nell'attività di assistenza da parte delle organizzazioni che facevano capo alla Resistenza in quanto tale, anche se le singole formazioni partigiane continuarono ad accogliere alla meglio tutti gli ex prigionieri che venivano loro indirizzati da assistenti civili non più in grado di proteggerli. Gli espatri ripresero alquanto nei mesi estivi del 1944, ma molti ex prigionieri ancora nascosti presso famiglie contadine, condividendo la generale attesa di un prossimo arrivo dell'esercito alleato, in seguito alla caduta di Roma e all'offensiva contro la linea gotica, preferirono non tentare di approfittare delle condizioni di minore controllo da parte delle forze del nemico. Era nella psicologia dell'evaso evitare qualsiasi azione che potesse incrementare le incognite della propria situazione, pur essendo quest'ultima carica di rischi, pericoli e scomodità: si preferiva quasi sempre non cambiare i disagi già familiari con quelli nuovi che sarebbero derivati dall'avventura.
Terminata la grande stagione partigiana dell'estate 1944, la situazione rispetto all'assistenza organizzata verso gli oltre cinquemila ex prigionieri calcolati essere ancora in giro nell'Italia settentrionale, cominciava a destare allarme nei servizi clandestini alleati di recupero, i quali erano stati attivi sin dal settembre 1943 soprattutto nei pressi del fronte sud, dove erano riusciti ad organizzare varie reti di assistenza agli ex prigionieri che si estendevano fino alle Marche ed erano stati in grado, nel periodo precedente alla grande offensiva, di ricuperare circa seimila ex prigionieri fuggiti dai campi dell'Italia centrale. Si era provato anche a stabilire tali reti nel Nord ma quasi senza successo e tutta l'attività organizzata di ricupero in quella zona era stata svolta dalle reti resistenziali già descritte. Ora, però, con la morte, l'arresto o l'espatrio di oltre il 50 per cento dei componenti di tali reti, non restava quasi nulla delle strutture dell'assistenza organizzata create da Bacciagaluppi e i suoi collaboratori.
Nell'ottobre del 1944, fu quindi deciso dal servizio alleato di inviare ancora una missione di ricupero e assistenza, capeggiata da un agente italiano, Bruno Leoni, il quale doveva occuparsi soprattutto della situazione in Piemonte. La missione, denominata "Ferret Mission" ("missione furetto"), ebbe la consegna di contattare gli ex prigionieri ancora rimasti nella regione e aiutarli ad espatriare verso la Francia, ormai liberata, e ove ciò si fosse rivelato impossibile, di far giungere loro aiuti materiali sotto forma di viveri, vestiti e denaro. Missioni analoghe erano al lavoro sull'Appennino emiliano e marchigiano e riuscivano di tanto in tanto a far passare gruppetti di ex prigionieri attraverso settori tranquilli del fronte. Evidentemente si pensava, al quartiere generale del servizio di ricupero, che altrettanto si potesse fare in Piemonte.
Il coraggioso tenente di complemento Leoni, professore di storia del diritto all'Università di Pavia, si diede energicamente da fare per oltre sette mesi, sopravvivendo in mezzo alla churchilliana "nebbia della guerra" a tradimenti e difficoltà di ogni specie. Riuscì, però, a mettersi in contatto con relativamente pochi ex prigionieri ed a farne espatriare ancor meno. Aveva un collegamento radio con il comando a Bari, cui faceva trasmettere un rapporto quasi giornaliero, ma per il fatto che il reparto del servizio che si occupava del ricupero prigionieri in Francia avesse un collegamento solo con Londra, non ne aveva con l'unità dello stesso servizio con la quale doveva concordare gli espatri attraverso il confine della Francia.
Altre missioni alleate dislocate nella regione si occupavano invece saltuariamente della materia a lui affidata, quasi sempre a sua insaputa, e qualche volta con risultati tragici, quale la morte di trentasette su quaranta uomini, assiderati in una tormenta sul col de la Galise durante un tentativo di passare il confine ai primi di novembre 1944.
Soltanto a Liberazione avvenuta, quando si trovava rifugiato nel Biellese, presso la missione Cherokee del Soe, Leoni poté svolgere appieno le sue funzioni di organizzatore dell'assistenza agli ex prigionieri: con sua grande sorpresa ne arrivarono dalle campagne e dalle colline del Biellese per consegnarsi alle sue cure quanti bastavano ad occupare tre alberghi della città... Infatti una stima ragionevole rivelerebbe che almeno il venti per cento degli ex prigionieri presenti nel Piemonte all'8 settembre 1943 vi rimasero fino ai primi di maggio 1945. È anche presumibile che fino alla fine buona parte di essi rimase ignota sia alla Resistenza che ai servizi alleati. Non sorprende quindi che nel dopoguerra confidò alla moglie che gli pareva che tutto quanto aveva fatto, con tanto rischio e sacrificio, fosse stato "come scritto sull'acqua".
Non è nelle mie intenzioni sminuire gli sforzi compiuti dai servizi, della Resistenza e degli Alleati, per assistere gli ex prigionieri, dispersi nel Nord Italia, tuttavia bisogna constatare il divario tra i risultati conseguiti, almeno in termini di espatri riusciti, negli ultimi nove mesi della guerra e le cifre raggiunte nel primo anno dell'occupazione tedesca. Mentre dall'8 settembre fino all'estate successiva, i successi furono notevoli con oltre mille espatri organizzati dal solo Servizio del Clnai (cioè un quarto del numero totale di ex prigionieri in tutto il periodo bellico), tra settembre 1944 e la fine del conflitto il servizio resistenziale ne portò alla salvezza solo undici e quello alleato solo qualche decina. Eppure nel settembre 1944 l'Intelligence service calcolava che oltre cinquemila ex prigionieri erano ancora nell'Italia occupata, di cui ottocento nel Piemonte. Anche scontando la ricattura o la morte in combattimento di una parte di essi, si resta con una cifra elevata, relativa a coloro che tornarono a galla solo nel maggio 1945 e che, quindi, dovevano aver trovato nella popolazione italiana della zona, chi li aveva fatti sopravvivere durante l'intero periodo.
Alla domanda chi fosse stato nelle provincie di Novara e di Vercelli a prestare tale e tanto aiuto, il limitato campione dei dossiers degli assistenti di ex prigionieri che ho potuto esaminare nel corso della mia ricerca a Washington naturalmente non permette di rispondere in modo scientifico, anche perché all'epoca la mia indagine riguardava innanzitutto altre regioni italiane. Per avere una risposta statisticamente un po' affidabile si sarebbe dovuto esaminare un minimo di seicento di quei dossiers, pertinenti alla zona in questione, attraverso l'analisi degli elenchi delle persone da intervistare preparati per gli ufficiali della Commissione di verifica che dovevano visitare tutti i luoghi in Piemonte in cui erano stati avvistati ex prigionieri. Spero che qualche giovane ed intrepido ricercatore accetti la sfida e che nel futuro si possano consultare nell'Istituto della Resistenza i dati acquisiti da un'indagine a tappeto che permetta di identificare con precisione assistenti e assistiti.
Dalle ricerche fatte per altre parti dell'Italia, è comunque possibile sin da ora predire che la grande maggioranza degli assistenti era fatta di famiglie contadine e bracciantili motivate nel prestare aiuto, non tanto da convinzioni di stampo politico, quanto da antichissime tradizioni di solidarietà nate dall'esperienza storica di lunga durata e in essi interiorizzate in un imperativo etico di far del bene al povero sconosciuto che bussa alla tua porta. Ho cercato di analizzare in altre sedi i meccanismi sociali e psicologici per cui tale imperativo venne attuato. Tutto mi induce al convincimento che i ceti rurali del Piemonte non sono stati da meno rispetto a quelli di altre regioni, in una forma di concorrenza che mi permetto di definire, in conclusione, con le parole di uno di loro: "La nobile gara [...] per il mantenimento dei poveri prigionieri di guerra inglesi [...] contro le severe sanzioni emanate dal regime fascista e con rischio continuo per controlli, il tutto in modo clandestino e con notevole volontario pericolo".