Marco Neiretti

Livio Pivano (1894-1976) dall'interventismo all'opposizione in aula



Sul finire dell'epoca giolittiana, periodo di contradditorie espansioni economiche e sociali, si riacutizzano in Italia non risolti problemi politici, spesso collegati all'ormai logoro equilibrio internazionale. L'imperialismo ritardatario della borghesia industriale e finanziaria raggiunge l'apice della guerra libica, tentando la carta d'una Italia potenza mediterranea, mentre un sindacalismo operaio, poco attrezzato per affrontare la seconda industrializzazione (dell'energia elettrica, della siderurgia, della meccanica produttrice di beni di consumo) e scosso da forti spinte massimalistiche, accentua il travaglio critico del movimento socialista. Il nuovo ceto dei tecnici, ben consapevole del suo ruolo e del suo potere nei processi produttivi, trova scarsi riferimenti nei movimenti sindacali e politici tradizionali, cercando a sua volta una collocazione sociale e politica adeguata.
In uno scenario così ribollente di novità e contraddizioni acquistano statuto politico di primo piano movimenti come l'irredentismo, il sindacalismo rivoluzionario, l'eversione popolare di destra. Con i movimenti involutivi e di avanguardia riprendono vigore tendenze dalle profonde radici nella storia nazionale, come il movimento cattolico e il movimento mazziniano, in una frequente rappresentazione conflittuale degli esclusi contro lo stato liberale nato dal Risorgimento.
Il movimento mazziniano, in particolare, rilancia il suo ruolo storico, riconquistando spazio fra i partiti e le masse, che mettono in discussione i connotati istituzionali dello stato. Del liberalismo, i mazziniani condividono la concezione parlamentare della democrazia, delle classi popolari condividono la spinta egualitaria o di opposizione netta alla monarchia. La vicenda-tipo del mazziniano del tempo, nel coacervo di questi problemi, può ben leggersi in Gaetano Salvemini: socialista, antigiolittiano, interventista, antifascista, fuoruscito. Un itinerario percorso da molti giovani intellettuali e borghesi del tempo, dimostrativo di come si potesse passare con una coerenza di fondo - la fede democratica - attraverso vicende complesse e non poche apparenti contraddizioni.
Fra coloro che percorsero, con diverso grado di travaglio e di impegno, l'itinerario di Salvemini spicca in Piemonte la figura di Livio Pivano: nella sua biografia si colgono, in forma spesso esemplare, i nessi e i problemi d'una generazione di intellettuali e borghesi che visse guerra, dopoguerra, fascismo, in una zona di confine, la zona di fuoco del conflitto fra governi e popolo.

Opposizione e intervento

Oriundo biellese1, Livio Pivano nasce a Valenza, in provincia di Alessandria, il 3 giugno 1894. Conseguito precocemente il diploma di ragioniere e tutt'altro che soddisfatto di quegli studi, il giovane Pivano raggiunge Heidelberg, in Germania, nella cui Università si diplomerà in filologia romanza. È in Germania che si appassiona alla politica, entra in contatto con i socialisti, partecipa a manifestazioni di piazza contro il governo e viene espulso come indesiderabile. Appena in Italia si arruola con gruppi di garibaldini per una spedizione in Grecia contro la Turchia, il cardine mediterraneo della Triplice Alleanza e della politica di oppressione degli Imperi Centrali. A Brindisi però viene arrestato e rispedito ad Alessandria con provvedimento di polizia.
Ormai gli sono ben chiari due obiettivi politici: la lotta contro gli Imperi Centrali, perché sopraffattori dei principi di libertà e nazionalità, perché conservatori e imperialisti e la diffusione della causa irredentista.
Il servizio di leva offre l'occasione al sottotenente di fanteria Livio Pivano di istruirsi tecnicamente per la guerra e di intraprendere contatti politicamente importanti. Nonostante il rischio che gli deriva dalla divisa, organizza sul finire del 1914 la partenza di volontari garibaldini per la Francia ed accompagna a Montélimar Remo Sapol e Romeo Colombani. La corrispondenza con l'irredentismo trentino lo legherà presto con rapporti d'amicizia a Cesare Battisti, che presenterà ai democratici e ai socialisti nelle maggiori città dell'Italia del Nord.
L'azione si accompagna sempre alla attività intellettuale. Fra il 1914 e il 1915, con mezzi finanziari di casa2, Livio Pivano pubblica tre periodici, gli umoristi "La Beffa" e "Gagliaudino"3, e l'interventista "L'Ora Nostra".
Poi è la guerra. Pivano vi partecipa con i suoi molteplici interessi e la carica vitalistica dell'uomo di azione. Sperimenta nuove tecnologie militari4, diffonde le ragioni di una stretta collaborazione con i francesi, si butta nelle battaglie con forte determinazione. In quattro anni di conflitto viene ferito in modo grave per ben tre volte, guadagnandosi una medaglia d'argento al valor militare, una di bronzo, cinque croci di guerra al v.m.
Fatti questi cenni biografici, occorre soffermarsi ora su un primo gruppo di problemi, etichettati con la generica definizione di "interventismo democratico". Si può, al caso, ricorrere per sommi capi al dibattito storiografico sviluppato, negli anni sessanta e settanta, sulla prima guerra mondiale; l'interventismo democratico, infatti, e per i contenuti e per i protagonisti, non poteva non tornare alla ribalta per una verifica nel momento in cui si ampliava il dibattito su fascismo e Resistenza. Uomini come Gaetano Salvemini, Ferruccio Parri, Ernesto Rossi, Piero Calamandrei, Riccardo Bauer, Livio Pivano, interventisti prima, antifascisti e resistenti poi, sottolineano l'importanza del movimento. Ciascuno concorse per sua parte ad approfondire quell'esperienza.
Livio Pivano nel convegno torinese su "Antifascismo e Resistenza"5 sollecitò - si era nel 1960 - una definitiva revisione del giudizio pressoché unidirezionale espresso dalla storiografia italiana sull'interventismo. Rispondendogli, Paolo Alatri riconobbe che "vi erano stati due interventismi, uno - diciamo così - di destra, dei capitalisti, delle classi dirigenti che miravano soprattutto alla difesa degli interessi economici, ed un altro invece a carattere mazziniano e democratico [che] era in fondo un interventismo che si riallacciava alle nostre tradizioni risorgimentali garibaldine". Era, in sostanza, un interventismo che si esprimeva contro ciò che era storicamente e significava politicamente la Triplice Alleanza. Quest'interventismo non si esprimeva in un nazionalismo fine a se stesso a forti tinte imperialistiche ma, al contrario, in una visione internazionale e di libertà dei problemi sociali e politici d'Europa.
L'interpretazione, più volte discussa da Livio Pivano fin dai suoi scritti e interventi più remoti6, è stata convalidata negli anni settanta in opere fondamentali ed accademiche, come la "Storia d'Italia" dell'Einaudi e quella della Nuova Italia.

Dall'interventismo al combattentismo

Che l'interventista Pivano seguisse per scelta ideale e non per condizionamenti contingenti la strada della democrazia, è confermato dalla sua attività sociale e politica all'indomani della guerra.
In quegli anni, non sono i miti della "vittoria mutilata" ad animarlo, ma i ben più profondi e umanitari valori chiamati in causa dal problema sociale del dopoguerra: gli ex combattenti, disadattati e disoccupati; gli invalidi, spesso non assistiti; i mutilati, abbandonati a se stessi o di peso alla famiglia.
L'impegno di Pivano è duplice: politico, a Roma, dove partecipa alla fondazione e alla vita dell'Associazione nazionale combattenti (Anc), e più spiccatamente sociale ad Alessandria (il territorio della provincia includeva allora anche l'Astigiano), dove il combattentismo, sotto la sua guida, supera la limitata visione del "sindacalismo di trincea" e si traduce in mutualità, cooperazione, solidarietà economica. Sullo sfondo di questo lavoro agisce la tradizione, il pensiero mazziniano, che Livio Pivano costantemente richiama ed aggiorna7.
Il discorso politico sulla natura dell'interventismo democratico si sviluppa nel combattentismo come affermazione dei diritti di coloro che hanno combattuto per la libertà e la democrazia contro gli Imperi Centrali, saldando la tradizione risorgimentale italiana con quella della Francia dell'89 e col costituzionalismo inglese. Nel nome di questa concezione, Pivano si scontrerà più volte all'interno del movimento combattentistico con l'ala destra, nazionalista e reazionaria. Sempre su questi temi Pivano motiverà la polemica contro i socialisti e i popolari, in quanto a suo tempo neutralisti, e contro l'arditismo e il mussolinismo.
L'ideale mazziniano, realizzato dai garibaldini, come giudizio sintetico sull'interventismo democratico, viene riaffermato da Pivano nel Congresso di fondazione dell'Anc, a Roma dal 22 al 28 giugno 1919. Il terzo giorno di quel congresso venne polarizzato, difatti, da Livio Pivano, con un discorso seguito con attenzione dai giornali, misto di proposte avanzate e di cautele. Dapprima Pivano si oppose a convocare in congresso Diaz o D'Annunzio, negando il superfluo padrinato dell'uno come dell'altro; poi respinse l'apoliticità dei "sindacalisti di trincea", sostenendo che l'Anc doveva affrontare i problemi politici dei combattenti in termini politici, infine, raccolta la bandiera mazziniana, lanciò "senza mezzi termini la parola d'ordine della Costituente"8.
"Primo passo del nostro programma", affermò Pivano dalla tribuna congressuale "è la smobilitazione immediata", e aggiunse: "Ma non basta ancora. Dobbiamo lanciare una seconda parola a questa folla, che si accinge al ritorno [...]: Costituente!" .
Da "mazziniano radicale", se così può definirsi, Livio Pivano cercò dunque di tradurre oltre la limitatezza della contingenza il significato politico del combattentismo, riprendendo la strada interrotta, per dirla con Croce, dagli "antichi repubblicani [...], che lasciarono cadere le vecchie idee di sovranità popolare e di costituente [...], contrapponendo a una Sinistra storica una Sinistra giovane, senza utopie e velleità rivoluzionarie"9.
Per il gruppo maggioritario e moderato del congresso, formatosi attorno alla relazione di Zavatari10, la riforma politica di fondo era rappresentata dalla riforma elettorale, col passaggio dal sistema del collegio uninominale alla proporzionale, per Pivano, no. Il programma politico da "estrarre" da un così vasto sommovimento doveva necessariamente essere più completo e radicale, toccare gli stessi fondamenti istituzionali dello Stato. L'itinerario di Livio Pivano veniva da prima della guerra: con continuità sarà percorso nell'opposizione in aula, fino al Partito d'Azione, fino alla Resistenza11.
L'interpretazione di una autonomia politica dei combattenti in quanto movimento si esprime sul finire del 1919 con la partecipazione dell'Anc alle elezioni della Camera dei deputati, dove gli eletti si riuniranno nel gruppo di "Rinnovamento". Quel gruppo convocherà nell'agosto del 1920 un convegno nazionale a Napoli per dar vita, con l'adesione preliminare di 80 mila iscritti, all'omonimo partito. Ma il Partito del rinnovamento abortì per la spaccatura del convegno su tematiche nazionalistiche, che spinse il gruppo dei "settentrionali", e Pivano con essi, all'opposizione e i salveminiani ad abbandonare l'aula.
All'indomani di questo tentativo, il 2o Congresso dell'Anc, dimostrerà, sempre a Napoli, le difficoltà di sviluppare una politica democratica del combattentismo. Il 2o Congresso, definito "congresso della crisi", registra la scomposizione del combattentismo organizzato in tre tronconi: i propugnatori di un partitismo nazionalistico; i "deputati combattenti", espressi dal clientelismo e dal nobilato meridionale; gli "apolitici del Nord" (apolitici in quanto contrari a una formazione partitica di combattenti).
Ben riassume il Sabbatucci, osservando che "il troncone che si dimostrerà più compatto e più vitale sarà proprio quello degli apolitici del Nord: ossia dell'ala controllata dalle vecchie élites democratiche e massoniche e dai gruppi e dai partiti della sinistra interventista"12.
Fra i "settentrionali", Livio Pivano riconfermerà la convinzione che il combattentismo debba rilanciare una propria autonoma azione politica. La forte associazione alessandrina dimostrerà con la sua guida come ciò fosse possibile, occupando gli spazi lasciati liberi dai partiti nazionali.
Le elezioni del 15 maggio 1921 segnarono il volatilizzarsi del gruppo parlamentare di "Rinnovamento", per nulla rimpiazzato da un'associazione interpartitica e corporativa di deputati ex combattenti, sicché il mese dopo, per iniziativa delle associazioni provinciali più attive, viene convocato a Roma un convegno nazionale per la rifondazione dell'Anc. Dal convegno è composto un comitato direttivo di sette "rifondatori": due settentrionali (Livio Pivano e il milanese Bergman), due meridionali (Pardi e Carnani), tre del Gruppo di "Volontà" (movimento combattentistico progressista che puntava sul rilancio dell'Anc per contrastare il monopolio nazionalistico del combattentismo): Bellieni, Comandini, Ferruccio Parri.
La segreteria dei "septemviri" venne assunta da Ferruccio Parri, che, con Livio Pivano, elaborò una struttura organizzauva federalista per l'Associazione che mettesse fine al clientelismo trasferito sul piano nazionale e al pericolo di ipoteche partitiche e nazionalistiche, garantendo al massimo l'autonomia di base delle associazioni. Il 3o Congresso nazionale, celebrato a Roma nel novembre del 1921, accolse il nuovo indirizzo organizzativo ed abolì sia il Congresso nazionale che il Comitato centrale dell'Associazione, sostituendoli con un Consiglio nazionale composto dai rappresentanti di tutte le province. Le correnti clientelari e filonazionalistiche del meridione accusarono il colpo e cercarono di rimediarvi, imponendo nel Comitato di riorganizzazione la prevalenza di loro rappresentanti (tre del Sud contro uno solo dei settentrionali): ormai l'impostazione federativa prendeva corso, mettendo al riparo l'autonomia politica dell'associazione da intrusioni grossolane e da ipoteche contingenti.
Giova qui ricordare che all'Anc facevano capo oltre 400 mila iscritti (il movimento fascista ne contava allora 200 mila), capillarmente organizzati nelle associazioni provinciali, alcune organizzazioni sindacali come la Federazione ferrovieri ex combattenti e la Federazione impiegati, 1.146 cooperative di diversa natura con oltre 147 mila soci ex combattenti.

Combattentismo e fascismo

Fra Anc e movimento fascista regnarono fino al 1922 rapporti contrassegnati dalla reciproca diffidenza. L'Associazione, al cui primo congresso Mussolini aveva assistito come giornalista del "Polo d'Italia", teneva d'occhio i fascisti nel nome della sua autonomia. L'episodio del Convegno di "Rinnovamento" era stato eloquente segnale d'una viva ripulsa alle pretese fasciste di imporre le loro parole d'ordine ai combattenti. La stessa federalizzazione territoriale dell'Anc aveva rappresentato un atto di difesa dell'autonomia contro il fascismo. Ma il fascismo, conquistato il potere, non intese rinunciare al disegno di impadronirsi in qualche modo del combattentismo organizzato, sicché fra il 1923 e il 1924 il governo Mussolini mise a punto il meccanismo giuridico che consentisse l'obiettivo: la trasformazione ope legis dell'Anc in ente morale, che comportava la nomina governativa dei quadri dirigenti e il controllo dell'attività e dei bilanci dell'associazione.
Livio Pivano animò l'opposizione al disegno governativo, fondato sulla lusinga che come ente morale l'Anc avrebbe potuto disporre di sufficienti finanziamenti pubblici per le sue molteplici attività13. Mentre Bergman da Milano dichiarava che "le finalità immediate del movimento dei combattenti [...] si riassumevano in uno scopo preciso: elevazione morale e materiale dei combattenti, che, costituendo la riserva spirituale della Nazione [devono] preparare attraverso un procedimento di rigorosa selezione gli uomini che domani [dovranno] cooperare all'avvenire della Patria", a Roma Livio Pivano asseriva che, con la sua trasformazione in ente morale, l'Associazione "non avrebbe più potuto svolgere alcuna azione politica vera e propria", in ciò appoggiato dal giurista Pietro Vaccari, presidente dell'Associazione pavese, che vedeva nel provvedimento un atto "che avrebbe potuto ridurre l'Associazione a compiere soltanto legittimamente un'opera di assistenza ai soci"14. Gran parte della periferia si manifestò contro la trasformazione (a Genova il giornale dei combattenti ne trattò negativamente sotto un titolo non ambiguo: "La Combattenti, ente morale o immorale?"), ma alla fine il moderatismo opportunista di Bergman e Savelli indusse il Consiglio nazionale ad avallare l'accordo col governo. A malapena passò un emendamento di Pivano, una specie di codicillo al testo dell'accordo che ricordava il reale oggetto del contendere, la prerogativa dell'autonomia. "L'Anc ritiene che qualora il Pnf [...] si irrigidisse in inutili forme di superata intransigenza, essa sarebbe costretta a riprendere intera nei suoi confronti la sua libertà di azione e a considerare ex novo la sua posizione e i suoi doveri15: al monito l'Associazione tenne fede, ma il regime disponeva di ben altri strumenti per avere ragione degli oppositori.
L'autonomia venne preservata soprattutto in periferia, dove dominavano personalità di rilievo e di forte tempra democratica come Salvemini a Bari16, Pivano in Piemonte, Paoletti a Perugia, oltre a gruppi di solida formazione come a Genova e in Sardegna, dove agiva Emilio Lussu. Sul piano nazionale rinacquero i gruppi e i clubs, che si posero all'interno dell'Anc come correnti vere e proprie con lo scopo di ricondurre l'Associazione fuori dall'influenza fascista e dal controllo governativo. Il gruppo di "Volontà" rilanciò la polemica autonomista in chiave antifascista, con l'intervento di Battaglia, Braccia, Calamandrei, Ferrara, Lussu, Zanotti-Bianco; affiancato dai gruppi di "Italia Libera", costituiti dal leggendario affondatore della "Viribus Unitis" Raffaele Rossetti e da Pacciardi, Conti, Bergamo, Schiavetti17.
Le vicende dell'Associazione tra la fine del 1923 e i primi mesi del 1924 s'intrecciano con quelle più complesse della agonizzante XVI legislatura, e culminano in un nodo critico, centrale anche nella vita di Livio Pivano: le elezioni del 1924.

L'illusione pacificatrice: dal "listone" all'opposizione in aula

Alla Camera dei deputati eletta il 15 maggio 1921 erano entrati 123 socialisti, 15 comunisti, 108 popolari, 150 democratici giolittiani e, con questi, eletti nelle liste del Blocco Nazionale, i 35 fascisti capeggiati da Benito Mussolini. Gli altri 104 deputati si dividevano fra i repubblicani, i seguaci dei "grandi notabili" Nitti, Orlando, Salandra, e la estrema destra. Quella Camera votò la fiducia a Mussolini nell'illusione giolittiana del "Blocco" di isolare e controllare il fascismo, senza rendersi conto, prima, d'aver tolto Mussolini dall'isolamento minoritario in cui l'avevano cacciato le urne nel 1919 e senza mostrare di cogliere, poi, le conseguenze d'un voto dato al capo del fascismo nel nome dell'emergenza e della governabilità. Ed ancora, fu quella Camera che, travagliata dall'incapacità di esprimere una maggioranza stabile, revocò la proporzionale, approvando una legge elettorale - la "legge Acerbo" - che prevedeva l'attribuzione dei due terzi dei seggi parlamentari alla lista che avesse ottenuto la maggioranza relativa dei voti.
Il fascismo frattanto, non aveva perso tempo sulla strada della conquista del potere e del controllo del Paese. Le illegalità fasciste, le violenze, le uccisioni, seguitavano a indebolire i partiti socialisti, i popolari, i democratici progressisti, mentre sul terreno associativo il fascismo aveva compiuto il balzo di qualità trasformandosi da movimento in partito e fondendosi col Partito nazionalista, che contava una certa tradizione culturale e politica e l'adesione di personalità di rilievo.
Per le elezioni del 1924 i fascisti sfruttarono l'infelice iniziativa giolittiana del '21, proponendo a loro volta di formare il listone di concentrazione nazionale, stavolta però col loro simbolo, il fascio littorio. Giolitti non aderì al nuovo listone: anzi presentò proprie liste in Piemonte e Liguria, dove contava sulle sue roccaforti. Al listone invece aderirono, sull'ala della giolittiana illusione del '21, dei liberali, degli indipendenti, dei clerico-fascisti espulsi dal Ppi, e i combattenti dell'Anc.
Prima di scendere in altri particolari, occorre chiedersi in quale atmosfera politica nascesse il listone del 1924. Intanto, il listone riproponeva l'alleanza politica raggiunta alla Camera dopo la espulsione dei popolari dal governo; un'alleanza che federava in un solo fascio anche gli "anti" più radicali del momento: l'antisocialismo, l'antigiolittismo, l'antipopolarismo. Sul terreno dei meccanismi della democrazia rappresentativa occorre aggiungere che la mentalità apartitica del grosso dell'elettorato laico e democratico, estraneo alla tematica dei partiti di classe e di quello a ispirazione cattolica, restava ancora legata alle concezioni del mandato parlamentare del collegio uninominale, quando ciò che contava era la persona da votare indipendentemente dalle alleanze del momento elettorale18, accettando pertanto la proposta elettorale del listone.
Il giudizio sulla partecipazione dei combattenti al listone nazionale è, ovviamente, controverso. Da un lato, tenendo conto delle conseguenze, la storiografia odierna19 si sofferma sul "come" quell'alleanza elettorale venne composta e definisce collaborazionista, fiancheggiatrice dei fascisti la partecipazione dei combattenti; dall'altro, invece, Livio Pivano la esamina dal punto di vista del "prima", privilegiando l'esame del "perché".
"I Combattenti erano rimasti estranei alla marcia su Roma - scrive Pivano20 - in posizione di attesa, con una loro aspirazione arbitrale di difesa democratica. Fu il partito fascista, e più ancora il governo, a chiedere a qualunque costo la partecipazione dei Combattenti alla battaglia elettorale, nel cosiddetto listone".
Quella partecipazione non fu pertanto il partecipare disorganico, lasciato a un tacito collaborazionismo della periferia, ma venne attuata come scelta politica dell'Anc in un ennesimo, e stavolta non del tutto frustrato, tentativo autonomistico. La trattativa, condotta dal novarese onorevole Aldo Rossini, che a giudizio di Pivano vi "assolse con fermezza e dignità", consentì di respingere "discriminazioni per le persone più espressive del combattentismo"21. La riprova della correttezza di questa analisi, almeno nel caso di Pivano, è confermata dalla sua candidatura imposta dall'Anc al listone, dalla campagna elettorale astiosa e rissosa contrappostagli dai fascisti alessandrini, e dal successivo riconoscersi dei combattenti eletti nel gruppo dell'opposizione in aula.
Livio Pivano entrò dunque come combattente dell'Anc nel listone della circoscrizione regionale piemontese. Per spiegare senza intermediari la sua posizione e quella dei combattenti mandò in edicola il settimanale "Battaglie", di cui assunse la direzione22. Fin dal primo numero, con un fondo intitolato "Il problema elettorale" spiegò la sua interpretazione del momento politico. "Le elezioni imminenti - scrisse - non sono ludi cartacei ma battaglia per dare alla Patria un Parlamento con uomini che sappiano portarvi l'interesse superiore della collettività. I combattenti, in questa prospettiva, nutrono spirito parlamentarista". In questa posizione, che assume taluni atteggiamenti critici verso il fascismo, vive e prospera anche per Livio Pivano l'illusione giolittiana di assorbire, incanalare il fascismo nella quotidianità costituzionale. In un articolo a titolo "Giudizi e pregiudizi", Pivano e i suoi collaboratori di "Battaglie" insistono difatti nel valutare il 28 ottobre 1922 come un fatto che ha posto fine a un periodo di intollerante illegalità, come il superamento di una crisi, la risoluzione di una malattia nella sua fase acuta, e dichiarano: "La Marcia su Roma fu l'effetto e non la causa, fu l'epilogo della trasformazione prodottasi in causa della Grande Guerra, sviluppatasi per propria forza e conclusasi con l'ascesa di Mussolini al potere".
I fatti avrebbero dimostrato invece il contrario, che nel vivere le loro nuove contraddizioni i combattenti democratici confluiti nel listone già percepivano, al di là d'uno storicismo ingannevole con cui leggevano, al momento, gli avvenimenti.

Alla Camera dei deputati nella XVII legislatura

Il 6 aprile 1924 andarono alle urne in Piemonte 559.733 elettori, che, con 569.763 voti, elessero i 47 deputati della circoscrizione regionale. La Lista nazionale, il "listone" cosiddetto, raccolse 264.692 voti (il 46,45 per cento dei voti validi) ed elesse 31 deputati. Il Partito popolare italiano ebbe 60.928 voti (10,69 per cento) e tre deputati; il Partito dei contadini 56.774 voti (9,96 per cento) e tre deputati; i democratici di Giolitti 56.030 voti (9,83 per cento) e tre deputati; i socialisti unitari 49.899 voti (8,75 per cento) e tre deputati. Due deputati inviarono a Roma i comunisti con 40.890 voti (7,17 per cento) e due, pure, i socialisti massimalisti con 40.550 voti (7,11 per cento). I combattenti conseguirono brillanti affermazioni personali: Rossini riuscì secondo con 32.736 voti di preferenza, e Livio Pivano ottavo, con 13.763. Quand'anche fosse stata ancora in vigore la proporzionale, Livio Pivano sarebbe comunque stato eletto. L'organizzazione combattentistica aveva risposto capillarmente all'invito di qualificarsi con il voto di preferenze. In provincia di Novara, ad esempio, Livio Pivano si collocò al 13o posto con 351 preferenze, a Biella ne raccolse 50 contro le 66 del capolista dei socialisti massimalisti, Mombello.
Come in Piemonte il listone avesse mantenuto lineamenti più accentuatamente giolittiani è dimostrato dal fatto che solo 17 erano i candidati fascisti, poi eletti, su 31, con un'incidenza del 55 per cento contro il 60 per cento dei candidati eletti della Lombardia, il 77 per cento dell'Emilia-Romagna e della Toscana23. Il listone elesse alla Camera 376 deputati, di cui 275 fascisti; i socialisti ne elessero 46, i popolari 39, le diverse tendenze democratiche 30 (ne avevano 124 nella precedente legislatura), i comunisti 19 (unico gruppo extra-listone a registrare un aumento).
Alla Camera i combattenti si riunirono in proprio gruppo. Presto la XXVII legislatura - dramma finale del prefascismo - avrebbe ancora una volta esasperato la loro "posizione di frontiera", spingendoli a una definitiva scelta di campo.

L'opposizione in aula

I dodici deputati del gruppo dei combattenti, che occupavano nell'emiciclo seggi di centro-sinistra, vennero fin dalle prime sedute contestati nel loro mandato di rappresentanza proprio in quanto combattenti. A loro, il collega Lussu, leader del Partito sardo d'azione, negò il diritto di arrogarsi il privilegio di rappresentare tutti i combattenti dal momento che "era fallito il tentativo di creare con essi un partito politico"24. In modo circospetto votarono la fiducia al governo Mussolini, condividendo le motivazioni espresse da Marcello Soleri a nome del gruppo giolittiano, un gruppo extra-listone. Lo fecero "perché i punti di vista espressi dal presidente del Consiglio circa la politica estera, ispirata a sensi di fierezza nazionale e di equilibrio internazionale, e circa il pieno ossequio alle funzioni del Parlamento e l'impero dello stato contro ogni illegalismo hanno il nostro pieno consenso". Tosto, di lì a qualche giorno, la scomparsa dell'onorevole Giacomo Matteotti cominciò a mettere in crisi l'illusoria speranza della "pacificazione degli animi e della mobilitazione degli spiriti"25, quella specie di imperativo categorico che giustificava le scelte a termine di Soleri e di quanti si illudevano ancora di controllare il fascismo.
Nei giorni tumultuosi in cui maturò la secessione aventina, Livio Pivano presenziò come osservatore e in rappresentanza del gruppo dei combattenti alle riunioni delle opposizioni, ricavandone "l'impressione tuttavia d'una unità soltanto formale, senza comunità di convinzione e di propositi"26. Perciò finì con l'unirsi, con altri combattenti, al gruppo giolittiano, il cui leader insisteva per la permanenza in aula. Restare in aula non lasciava ormai più spazio ad ambiguità e comportava l'assunzione di posizioni nette e motivate. La marcia dei combattenti verso l'opposizione non fu certo precipitosa ma avvenne senza ripensamenti, senza ritorni, dalla tappa dell'astensione a quella del voto contrario. Si trattava infatti di compiere, senza fughe né iniziative personali, a ritroso il cammino percorso, non senza forti perplessità, verso il "listone".
Ancora una volta ebbe corso nell'Anc un dibattito cui i suoi deputati si sarebbero potuti riferire per rafforzare la loro personale opposizione al governo e al fascismo. Lo sdegno e la repulsione contro il fascismo, suscitati dalla scomparsa di Matteotti, costituì lo sfondo psicologico e politico della riunione congressuale del Consiglio nazionale dell'Associazione, ad Assisi dal 27 al 29 luglio 1924. Livio Pivano, Bergman, Savelli, Perazzolo, Vialli, Galante "ormai schierati con l'antifascismo"27 spinsero, a nome delle associazioni provinciali che rappresentavano, per la scelta di un'opposizione programmatica, senza incertezze, ma a contrastare il loro disegno si tentò di ricucire le lacerazioni dell'Anc con un ordine del giorno che prevalse e che tornava ai vecchi temi, auspicando "un'alta concordia civile, sulla base della condanna degli ultimi illegalismi superstiti, della sovranità esclusiva dello Stato, secondo lo spirito e la tradizione del nostro Risorgimento, nell'elevazione delle forze del lavoro... ecc"28. Il documento venne presentato e illustrato al re ma non piacque affatto a Mussolini che lo attaccò e respinse nella sessione del 23 agosto del Gran Consiglio del fascismo.
Il "congresso di Assisi" (così venne definito dalla pubblicistica dell'epoca e tale passò alla storiografia) dimostrò, al di là dell'ordine del giorno conclusivo definito da Pivano "una manipolazione Rossini-Viola"29, l'inconciliabilità del combattentismo democratico con la politica mussoliniana e, pure, l'insussistenza politica dell'Anc. Le conseguenze furono che da quel momento "i combattenti, cominciando dai deputati, si divisero"30, mentre Mussolini preparò la decapitazione dell'Anc che avrebbe portato a segno, a insaputa del re, nei primi mesi del 192531, con il commissariamento degli organi nazionali.
Alla riapertura delle Camere, avvenuta in novembre, s'erano delineati soltanto due gruppi di opposizione in aula: i combattenti e i giolittiani. Tosto si sarebbe aggiunto il gruppo comunista, tornato in aula deciso "a servirsi fino in fondo, secondo l'insegnamento leninista e le prescrizioni dell'Internazionale, del Parlamento come di una tribuna dalla quale denunciare lo sfruttamento capitalistico e indicare al proletariato la via della riscossa"32. Infine si unirono, nel corso del dibattito sui bilanci, anche i liberali di Orlando. I combattenti oppositori e i giolittiani svolgevano riunioni consultive comuni, presiedute, su proposta di Giolitti, da Livio Pivano e da Ponzio di San Sebastiano33.
L'opposizione in aula si manifestò in pieno all'opinione nella seduta del 12 novembre 1924, quando venne commemorato Matteotti. Dalle prese di posizione si capì che gli oppositori avrebbero compiuto scelte che sarebbero andate al di là della semplice esecrazione per quanto era accaduto. C'era ovviamente una grossa differenza fra l'obiettivo dei comunisti di puntare "all'avvento dei Comitati operai e contadini contro il Parlamento"34 per far muovere il Paese e il programma tutto parlamentare dei combattenti e dei liberali che, pur prendendo atto della grave patologia, dell'emergenza politica, puntavano a mettere in crisi nel Parlamento la tendenza dispotica ed assolutista del fascismo.
Nel Parlamento e fuori del Parlamento, l'opposizione in aula suscitava valutazioni disparate. I comunisti attaccavano i combattenti e i liberali come oppositori inetti e dell'ultima ora; questi ritorcevano le accuse affermando che la dura e demagogica opposizione comunista faceva il gioco di Mussolini, lieto di porre il contrasto "o fascismo o comunismo" e di poter indicare quanta democrazia e quale confronto dialettico regnasse alla Camera. Gli aventiniani a loro volta rimproveravano a tutta l'opposizione in aula di legittimare costituzionalmente il fascismo dopo il delitto Matteotti, consentendo, fra l'altro, il funzionamento dei meccanismi parlamentari: ché senza gli oppositori più d'una volta la Camera sarebbe stata in difficoltà a funzionare. Gli oppositori infine ribattevano che il mandato ricevuto da milioni di elettori era stato per tutti di affrontare frontalmente il fascismo in Parlamento e non di starsene fuori, e che pertanto ritenevano giusta la propria posizione e profondamente errata quella dell'Aventino35.
Fra le opposizioni in aula, quella dei combattenti fu certo la più scomoda per il fascismo, nonostante le prese di posizione piuttosto moderate. I combattenti e i mutilati e invalidi di guerra (molti pluridecorati sedevano fra loro), "dovevano" per il fascismo essere dalla parte della maggioranza, del governo, in quanto portatori di ideali nazionali e combattentistici, la loro dissidenza strideva assai dinanzi al Paese. Con prudenza i fascisti evitarono però rappresaglie fisiche agli ex combattenti, ai cui discorsi spesso assisteva lo stesso Mussolini.
Punta avanzata dello schierarnento dei combattenti fu per la XXVII legislatura Livio Pivano, che, con ripetuti interventi su scottanti materie come la Milizia volontaria nazionale, di cui denunciò le illegalità e di cui chiese lo scioglimento, il bilancio dei ministeri degli Esteri e degli Interni, inaugurò fin dalle prime battute della sessione autunnale la linea dello scontro più serrato e più severo.
Nel corso della discussione sul bilancio del ministero della Guerra, Pivano puntò il dito sulle responsabilità dell'esercito: "Non va dimenticato - disse - che la marcia su Roma fu possibile perché l'esercito la consentì col proprio atteggiamento", ed aggiunse: "se invece delle gloriose camicie nere si fosse trattato di camicie rosse [...] anche con maggior numero e con migliore ardimento, non sarebbero giunte neppure alle porte dell'Urbe". Questo, con altri interventi contro la polizia, gli varrà la minaccia del deferimento al tribunale militare, in quanto ufficiale di complemento, per ingiurie all'esercito36.
Il 3 gennaio 1925, Mussolini ormai sicuro di tenere in pugno Parlamento e Paese, assunse alla Camera tutte le responsabilità del delitto Matteotti e chiuse, a dirla con Pivano, "la via della pacificazione - seppure magari rassegnata - degli animi"37.
Ormai il cammino a ritroso dell'avventura del listone era compiuto per i combattenti come per i pochi liberaldemocratici che nel frattempo avevano rivisto le loro illusioni. L'opposizione in aula decise quindi di raccogliersi attorno a un documento politico che denunciasse al Paese, dall'alto della tribuna del Parlamento, il pericolo che incombeva sulle istituzioni. Venne presentata una mozione, aperta dalle firme di Ponzio di San Sebastiano e di Pivano, sottoscritta da 21 deputati, fra cui Giolitti, Soleri, Orlando, con la quale si dichiaravano "intangibili le istituzioni fondamentali sancite dallo Statuto del Regno [...] e la politica generale del governo culminata nell'applicazione partigiana dei decreti-legge sulla stampa e nell'arbitraria interpretazione dell'art. 3 della legge comunale e provinciale, mirante alla soppressione di ogni libera voce, e contraria alle esigenze della coscienza nazionale, turbate anche dal rinnovarsi di violenze faziose, tali da spezzare sempre più profondamente l'unità morale del popolo italiano", e si chiedeva di discutere subito questi problemi. Altra mozione sarà presentata il 16 gennaio 1925 da Orlando, con le stesse firme, denunciando che "con gli attuali metodi di governo" non potevano dirsi garantite né libertà di stampa, né quella di voto, di domicilio, di associazione, di riunione.
Su tutti i provvedimenti restrittivi della libertà, Pivano prese specifica posizione non solo sul terreno teorico, ma denunciando specifici diritti violati. Parlando a tutela della libertà di stampa, attaccò il governo per il sequestro dei giornali combattentistici e per il colpo di forza con cui si era impedita la riunione del Consiglio nazionale dell'Anc a Viareggio e col quale si erano commissariati gli organi nazionali insediandovi Amilcare Rossi, Luigi Russo, Nicola Sansanelli38. Trattando delle elezioni amministrative e della riforma della legge comunale e provinciale, istitutiva dei podestà, Pivano denuncerà come "le autorità preposte alla tutela dell'ordine pubblico [...] consentono concentramenti di squadristi violatori di ogni libertà elettorale, allo scopo di ottenere vantate vittorie, frutto solo di coartazioni ad ogni legge civile"39.
Fra il 1925 e il 1926 il gruppo degli oppositori si riduce ulteriormente, alcuni si dimettono (Giolitti, Orlando, Salandra, Cappa), altri passano alla maggioranza, così l'opposizione in aula giunge all'appuntamento cruciale col regime - la dichiarazione di decadenza degli aventiniani - ridotta alla sparuta pattuglia di 10 deputati (i comunisti nel frattempo erano stati arrestati o avevano dovuto scendere in clandestinità). Già nel maggio del 1925 gli oppositori si erano contati, quando in occasione del dibattito sulla riforma della legge di pubblica sicurezza erano rimasti in dieci a dire "no" (Bavaro, Codacci-Pisanelli, Fazio, Orefice, Paratore, Pasqualino-Vassallo, Rubilli, Salandra, Savelli, Pivano) mentre in dodici contro 334 si erano opposti, richiesta la votazione ad appello nominale, alla reintroduzione della pena di morte (Pivano, Bavaro, Fazio, Gasparotto, Giovannini, Lanza di Trabia, Musotto, Pasqualino-Vassallo, Poggi, Scotti, Soleri, Viola). Fu in occasione del dibattito sulla pena di morte che Livio Pivano prese per l'ultima volta la parola alla Camera: mentre parlava, veniva bastonato dai deputati fascisti negli ambulacri di Montecitorio il suo collega oppositore, Scotti, già eletto in Piemonte dal Partito dei contadini. Contro l'ordine del giorno presentato da Augusto Turati, che proponeva la decadenza dei deputati aventiniani, votavano Pivano, Bavaro, Fazio, Gasparotto, Giovannini, Lanza di Trabia, Musotto, Pasqualino-Vassallo, Poggi, Scotti, Soleri.
Nel novembre del 1926, con l'approvazione delle leggi speciali per "la difesa dello stato", la XVII legislatura ha virtuale conclusione e con essa le ultime, esili speranze prima di opposizione parlamentare e poi di testimonianza morale dell'opposizione in aula. Ormai è iniziata anche per gli oppositori in aula la lunga notte dello stato fascista. Molti dei combattenti democratici e alcuni oppositori in aula si ritroveranno nella clandestinità dalle file di Giustizia e Libertà, del Partito d'azione, del Partito socialista40. Livio Pivano andrà oltre la clandestinità, e, passando attraverso il processo del Tribunale speciale e il carcere, militerà nella Resistenza, sarà prefetto della Liberazione ad Alessandria, fino al suo ritorno parlamentare a Roma come membro della Consulta nazionale, l'assemblea che precedette la Costituente.

Nota conclusiva

La continuità fra interventismo democratico, opposizione in aula, antifascismo, Resistenza fu, senza dubbio nel caso di Livio Pivano, uno sviluppo morale e politico motivato e coerente. Altri, ed autorevoli, hanno percorso come lui le stesse strade. Sembra opportuno però, al termine di questo singolare scorcio biografico, richiamare un giudizio di Giorgio Rochat41 per evitare di cadere in "estensioni" improprie, riflettendo su vicende che vanno dall'interventismo alla Resistenza. Per Rochat sembra ovvio che "non si possa accettare il parallelo spesso avanzato tra interventismo democratico e Resistenza", in quanto si trattò di due realtà profondamente diverse, che rendono la Resistenza non pensabile come sviluppo dell'interventismo democratico, neppure per la componente che da quello in essa confluì. "Il parallelismo di molte rivendicazioni ideali non inganni" ammonisce Rochat con un'opportuna indicazione metodologica, estensibile anche allo studio dell'opposizione in aula, momento terminale d'una transizione dall'a-fascismo all'antifascismo, più legato al passato che proiettato verso l'avvenire. Il fatto che poi uomini come Livio Pivano abbiano sviluppato interventismo e opposizione in aula verso l'avvenire dimostra proprio come ciò sia avvenuto nel privilegio d'un soggettivo status biografico. Il giudizio storico è riconducibile, sì, all'unità, ma nella biografia. Gli avvenimenti invece restano distinti e lontani. Le guerre, la prima guerra mondiale soprattutto, furono una cosa, la Resistenza un'altra.


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