Quel lungo inverno del '44

"Questi pochi schizzi scarabocchiati in fretta e tinteggiati con fondi di caffè, vino e rossetto per le labbra...": queste righe sono tratte da una lettera scritta nel 1944 a firma Steo.
Steo era un ragazzetto di quindici anni che viveva sui monti il periodo della lotta partigiana in Valsesia, non aveva obblighi di leva ma solo il desiderio di contribuire alla scoperta dei valori della libertà e della democrazia, valori che pur in forma velata gli erano stati sollecitati da un'insegnante di scuola, ma soprattutto conservati dal padre, un avvocato di Gattinara, che non aveva mai chiuso l'orizzonte della giustizia sociale verso gli altri e aveva sempre aperto una profonda onestà verso se stesso.
Naturalmente Steo è il nome di battaglia, come si usava allora. Sono passati quarant'anni, Steo è divenuto adulto, ha ripreso il suo nome: Dedo Domenicone e ha continuato la sua attività, quella di pittore.
La stessa lettera continua: "Ne faccio dono a te. A te che con il cervello e il cuore ci hai guidati nella lunga e penosa lotta per la liberazione".
La persona a cui è indirizzato il dono dei disegni è il capo partigiano che aveva accolto il giovanissimo nelle sue fila: Cino Moscatelli, figura leggendaria.
La collezione è composta da numerosi ritratti: di Donatello, di Macallè e di altri partigiani. Il segno è rapido, confortato da un senso volumetrico e dimensionale. Una virtù che si troverà anche dopo quando il disegno, divenuto pittura, rimane vincolato alla ricerca sulle linee, alla nozione plastica.
La matita corre, diretta da una mano adolescente ma sicura: i volti sono di taglio cristallino, una vera analisi realistica di carattere fisico e morale. Un linguaggio che si arricchisce sotto una morbida modellazione che permette di sentire l'ambiente. Sono figure che fanno storia ed hanno la loro storia.
Dedo Domenicone sa scrutarli nei loro aspetti più intimi, cogliendone le inquietudini, i trasalimenti di cupa mestizia. Volti affilati, stupefatti. Qualcuno anche sorride, un sorriso che esprime la conoscenza di una verità inaccessibile. Un sorriso spensierato, un momento di paura, che rende questi personaggi subito familiari ed anche vicini, sì che a distanza di tanti anni noi possiamo ancora partecipare ai loro sentimenti, alla loro vita di azione .
Se l'arte è espressione del momento vissuto, questi disegni divengono vera Arte proprio per il momento storico che aggiungono al rigore stilistico e pittorico. Il Domenicone impagina il suo disegno nello spazio in cui vive dentro una nuova dimensione, uno spazio che non è solo fisico, ma psicologico. Non bisogna comunque considerare una prevaricazione storica del disegno: la storia fa solo da soggetto, da argomento di un tempo che viene riproposto ed accettato anche oggi, di piena attualità e quindi di pieno valore artistico. Perché per dirla come il Croce, l'arte non è storia perché la storia importa critica di distinzione tra realtà di fatto, di immaginazione, di azione, di desiderio; e l'arte è di qua di tali distinzioni vivendo di pure immagini. Ed ecco, con data Natale 44, "Torna la pattuglia", ed ancora altri disegni della stessa epoca "Puntata nazifascista", un disegno che rappresenta l'impiccagione di un partigiano con il cartello "bandito", e "L'attacco". Il tempo si fa incalzante, l'azione più decisa. Domenicone ci porta sulla carta i volti fatti duri dalla lotta, i mitra, i fucili, le bombe a mano di cui sembra udire in queste opere il fragore dalla pietà cancellata. Il tutto rimarrà come segno antico nel cuore del giovanissimo Steo e lo riporterà nel carattere del più grande Domenicone.
Anche finita la lotta partigiana, una volta ridisceso a valle, il suo amore rimarrà per la libertà, per la democrazia e per la pittura. Dalle poche note biografiche sappiamo che Domenicone nel 1948 sarà per sette anni in Sud America. Il ritorno in Italia lo vede impegnato nel Meridione e specie a Matera. Impegnato a dipingere, naturalmente nella sua espressione verista: colorazione grave dalle tonalità mature, sintesi di forme in accentuazioni drammatiche. Era già una pittura d'avanguardia, ma solo per la scelta dei soggetti, per la sua intuizione della realtà.
Ricordare i titoli serve anche a meglio comprendere le straordinarie qualità pittoriche di questo artista che, cominciate nel grigiore del 1944, non si sono mai smentite. Dipinge il Domenicone "Maternità lucana", "Prete da combattimento", "Il ritorno dai campi".
Altri grandi artisti come Carlo Levi e Renato Guttuso percorrevano all'epoca la medesima strada, indicata da medesime volontà.
Domenicone vede chiaramente il nostro mondo e lo realizza, senza calcolo, così come facevano Cézanne, Picasso e De Chirico, impeccabili nello stile e nella pratica. A Matera, nelle case private, nelle chiese o negli edifici pubblici rimangono le sculture, le ceramiche, gli oli del Domenicone, ma anche la sua anima, nei Sassi del Materano ove "il cafone" spezzava il suo pane guadagnato, ove l'umanità contadina piangeva soprusi e violenze.
È lo stesso animo del giovanetto che aveva disegnato storie di guerra partigiana, ma anche storie di pace. C'è sempre un barlume, c'è sempre una speranza in questi disegni. Ne "La cucina" e nella "Lettura della Stella alpina" vi è tutta la rivalutazione dell'uomo "sapiens" non "lupus", la dolcezza del riposo, il ricordo della tavola di casa, così nella "Partita a carte" e nel "Canto", un disegno del 1945 ove due figure di partigiani, con un bicchiere in mano e il cappello alpino, sotto una lampada fioca intonano un coro alpino. Pochi colpi di matita, qualche chiaroscuro sono sufficienti al Domenicone a creare quella poesia che al calar della sera toccava gli uomini saliti sulle montagne della Valsesia.
Succede nella vita di Dedo Domenicone un periodo di stasi e di meditazione introspettiva, nel quale si vanno maturando pensieri e concetti di vita attuale.
Nasce cosi nel 1969 la rappresentazione pittorica di un personaggio, "Alibella", popolare e fantastico, simbolo della protesta, appartenente alla "bassa", interprete del nostro vivere quotidiano, quello delle piccole cose o di quelle cose che crediamo grandi, interprete dei nostri comandamenti morali e quelli dell'umanità intera.
L'opera di Domenicone si porta ancora una volta al di sopra dell'accademismo, della speculazione, della conventicola.
Ancora una volta la sua pittura marcia in direzione contraria ai luoghi comuni, per indicare la via della tolleranza e la possibilità di raddrizzare l'errore in netto contrasto con certe ideologie.
Ritorna ancora una volta il ragazzo che in pantaloncini corti si avviò sulle montagne non chiamato, ma per vocazione umana, non per presunzione ma per confermare la necessità di una continua attenzione ai valori della libertà sempre indispensabili e sempre insidiati, sì che questi disegni, fatti di materiale povero, e raffiguranti giovani, con le loro barbe, intorno ad un tavolo, o con i fucili in spalla, su sentieri erbosi o sotto la neve sono, come si conviene ad ogni espressione artistica, oggi più che mai di intima attualità.


Giorgio Falossi
critico d'arte