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"Nessuno pensava di fare fotografie per futura memoria"
"Giornali, molti giornali, in tutte le lingue. Sulle pareti stanno numerose le fotografie" ricorda
Giorgio Camen (Giuliano Pajetta) descrivendo l'ambiente di
trincea1, e questa presenza importante e
familiare, strettamente connessa al quotidiano della guerra, sembra essere confermata da altre testimonianze che
ricordano queste "immagini scattate 'dal vero', dagli stessi protagonisti nelle pause dei combattimenti, sulla
stessa linea del fuoco, o in retrovia, nei brevi momenti concessi alla Colonna Italiana o al Battaglione
Garibaldi"2. "Nessuno pensava di fare fotografie per futura memoria. Quelle che si vedono sono istantanee
dilettantesche fatte per divertimento da chi possedeva una macchina fotografica. Fanno eccezione le fotografie ricavate
da un film ('Tierra de España') organizzato da Hemingway che volendo dimostrare i progressi della
giovine repubblica spagnola, in pace e in guerra, come battaglione militare modello della Spagna
repubblicana scelse il Battaglione Garibaldi che non era
spagnolo"3. L'impressione che si ricava da queste
testimonianze e l'immagine che alcuni protagonisti tentano di accreditare ancora a molti anni dalla conclusione
della guerra spagnola, è quella di una produzione spontanea, dilettantistica, estranea a qualunque tipo di
progettualità politica, posta ai margini del circuito informativo, quasi che i comandi delle brigate internazionali
non tenessero in alcun conto questo potente mezzo di comunicazione.
Anche "Life", che pure annovera tra i propri corrispondenti autori quali Capa, Seymour e Taro,
sembra confermare il quadro delineato da Pacciardi: "La guerra di Spagna - si legge in un articolo del 1937 -
ha prodotto poche buone fotografie", ma "più di un fotografo ha rischiato la vita per istantanee di azione
solo per farsele poi sequestrare dai militari. Ambedue le parti hanno fatto scattare fotografie di propaganda
di edifici distrutti e di civili uccisi dal nemico, nascondendo tutto ciò che poteva essere di aiuto o di utilità
per l'altra parte"4. Ed ancora: "Non è stato per mancanza di coraggio se la guerra è stata descritta e
fotografata in modo inadeguato. La guerra moderna usa la propaganda come un'arma e ambedue le parti in
Spagna hanno censurato spietatamente notizie e
fotografie"5.
La prospettiva muta repentinamente. Alla spontanea familiarità del dilettante, alla marginalità
dell'attività fotografica si sostituisce bruscamente un quadro più complesso e forse anche più prevedibile: ritroviamo
qui come altrove le figure consuete della censura e della propaganda, sapientemente applicate ad un sistema
di comunicazione che si avvia ad essere di massa. La propaganda come arma di
guerra6.
Valerio Castronovo ha recentemente fatto
notare7 la "sostanziale univocità formale dei messaggi" e
"la sorprendente analogia di strumenti espressivi utilizzati" sui due fronti, rilevando la "tendenza di entrambi
ad avvalersi sino in fondo del linguaggio della propaganda, assai più che di quello dell'analisi e della
riflessione politica, per far valere le ragioni dell'intervento armato" e certo questa uniformità semantica è un
dato importante, da tenere nella dovuta considerazione sebbene non sia un fenomeno isolato, ma non
possono essere considerati di meno altri aspetti particolarmente significativi quali le differenze pur evidenti di
strategie e di linguaggi espressivi riscontrabili tra i diversi attori del conflitto e la novità costituita proprio
dalla definitiva messa a punto degli strumenti di propaganda legati alla comunicazione di massa. Come
ricordava George Orwell, "è molto diffícile scrivere obiettivamente a proposito della guerra di Spagna a causa
della mancanza di documenti non
propagandistici"8.
L'uso sistematico e massivo, tattico e strategico di questa nuova arma di guerra si rivela allora uno
degli elementi più caratterizzanti e ricchi di significato della guerra di Spagna, della sua modernità
terrificante, tragicamente espressa dal bombardamento aereo di Guernica.
I servizi di propaganda
Nazionalisti e fascisti: "Vandalismi e atrocità commesse dai rossi"
La formazione di uffici o centri di coordinamento per la propaganda è una preoccupazione dei
comandi politico-militari di tutte le forze impegnate nella guerra di Spagna. Anche i nazionalisti, nonostante la
scarsa presenza di fotografi professionisti tra le loro file, riescono ad organizzare efficienti strutture di supporto
per la produzione di documentazione fotografica destinata alla propaganda, come quella coordinata da
Juan José Serrano Gomez "Serrano" al seguito delle truppe di Queipo de Llano in Andalusia, ma soprattutto
il gabinetto fotografico costituito dal generale Aranda col compito di riprendere fotografie del campo
nemico, ritrarre i soldati della propria colonna e documentare l'entrata nelle città e nei villaggi
occupati9. Quando però sorge la necessità di operare su fronti più vasti, al di fuori degli stretti collegamenti con l'esercito,
si rivela indispensabile il ricorso a fonti esterne; per illustrare il testo che il deputato Juan Estelrich dedica
a "La persecuzione religiosa in
Spagna"10, uno degli esempi canonici di propaganda del terrore, ci si
affida alle immagini di agenzia: chiese distrutte e mummie profanate emergono dal repertorio fornito da
Keystone, Associated Press e New York Times, a dimostrare e mostrare al mondo la volontà di distruggere e
l'accanimento degli anarchici e dei bolscevichi nell'incendiare i templi ed ammazzare "gli ecclesiastici, secolari e
regolari". Obiettivo questo che ricade anche tra i compiti della sezione fotografica della Missione militare italiana
in Spagna che deve essere impegnata nella "ripresa fotografica e cinematografica di distruzioni, vandalismi
e atrocità commesse dai rossi; degli aspetti desolati delle zone evacuate dai
comunisti"11. È sulla diffusione
e sul potere di persuasione di questo tipo di documenti che si fonda il richiamo della "crociata" di Franco e
dei suoi alleati internazionali: "Hanno mostrato loro [ai "volontari" fascisti,
ndr] fotografie orrende; hanno raccontato fantasie quali possono solo nascere nelle menti sadiche dei
falangisti"12.
L'accento posto sull'uso propagandistico delle immagini, e sulla parola parlata della radio, in
contrapposizione a quella scritta, al testo, la necessità insomma di utilizzare i nuovi mezzi di comunicazione è ben chiara
ad un personaggio quale Lamberti Sorrentino, vicecapo dell'Ufficio stampa e propaganda della
Mmis, responsabile della Sezione radio e buon fotografo. In un articolo del luglio 1938, pubblicato ne "Il
Legionario" e dedicato ai "Cacciatori
d'immagini"13, individua nei periodici illustrati e nei "giornali da proiettare
nelle sale cinematografíche" i nuovi prodotti del giornalismo moderno. "Il lettore - afferma
Sorrentino - si è trasformato, ed è diventato una persona che non legge quasi più nulla e che vuole invece veder tutto.
La parola ha perduto a poco a poco il suo potere di persuasione. L'immagine, invece, domina ormai su tutta
la linea col fascino irresistibile della sua immediatezza sintetica e sbrigativa. Il cinema, la radio e la
televisione devono ancora, in realtà, dire la loro parola decisiva; e molte cose cambieranno, allora, fino a far
precipitare nel disinteresse più completo la povera inanimata, pallida fotografia del giornale, che apparirà
inevitabilmente in ritardo e senza il guizzo della bruciante attualità". Estremamente interessante risulta il riferimento
esplicito alle possibilità della televisione e l'analisi delle conseguenze che essa avrà per il fotogiornalismo, di cui
sarà destinata a segnare la fine o almeno a determinarne una trasformazione profonda, ma allora esso compie
i suoi primi passi e proprio il ruolo dei nuovi fotografi, dei fotoreporter attrezzati coi maneggevoli
apparecchi da 35 mm, risulta fondamentale, soprattutto per promuovere la conoscenza del conflitto spagnolo in
campo internazionale dalle pagine dei maggiori periodici illustrati.
I repubblicani: "Una missione sociale e storicamente necessaria"
Molto importante, soprattutto nei confronti del fronte interno, è il ruolo dei fotografi spagnoli, nella
grande maggioranza esplicitamente schierati coi repubblicani. Oltre a formare improvvisate agenzie
fotografiche, destinate più a coprire le difficoltà di approvvigionamento di materiali che a fornire immagini alla
stampa nazionale e internazionale, essi collaborano attivamente con le strutture politiche e militari: Faustino
Mayo si unisce al V Reggimento di Enrique Líster, Francisco Mayo e Benitez Casaus fanno parte del
cosiddetto Altavoz del Frente, Kati Horna collabora a testate anarchiche quali "Mujeres Libres", "Tierra y Libertad"
e "Umbral", mentre il grafico Josep Renau, noto per i suoi fotomontaggi realizzati sulla scia di Heartfield,
è nominato direttore della Propaganda grafica del Commissariato generale dello stato maggiore.
Con la Unidad de Servicio Fotograficos del Ejercito del Este, con sede a Lérida, lavora dal settembre
1937 anche il più famoso fotoreporter spagnolo, Agustí Centelles, a cui viene affidata all'inizio del
1938 l'organizzazione e la direzione dell'archivio fotografico dell'Esercito di Catalogna, con sede a
Barcellona, carica che lo porta a collaborare con Jaume Miravitlles, commissario per la Propaganda e con Pere
Catalá Pic, direttore delle pubblicazioni dell'Ufficio di propaganda della Generalitat di Catalogna, al quale si
deve il notissimo manifesto fotografico "Aixafem el
feixisme"14.
Proprio ad un grafico come Renau si devono le dichiarazioni più esplicite e chiare sul ruolo organico
che deve assumere l'artista militante: "Il cartellonista - scrive
Renau15 - impone alla sua funzione sociale
una finalità diversa da quella puramente emozionale del libero artista. Il grafico è l'artista della libertà
disciplinata, della libertà condizionata dalle esigenze obiettive, vale a dire, superiori alla sua volontà individuale", e
a questa ruolo esso si deve dedicare con la dignità che implica il pieno esercizio di "una missione sociale e
storicamente necessaria"16.
Ciò che merita di essere sottolineata è allora la condizione differente della produzione di propaganda sui
due fronti avversi: mentre in campo nazionalista si tratta prevalentemente di una impostazione
dirigista, centralizzata, con uno scarto netto tra ideazione ed esecuzione degli elaborati grafici e visivi destinati
alla propaganda, che rimangono ancorati a canoni stilistici
tradizionali17 (si veda ad esempio la ritrattistica
di regime), in campo repubblicano l'adesione dei grafici e fotografi spagnoli è profondamente ideologica
e politicizzata, con immediate ripercussioni sui temi e sui modi della loro produzione, e giunge a gettare
le basi di una nuova estetica fotografica, strettamente aderente alle motivazioni etiche e politiche della lotta.
Il fotografo scende in strada fin dal primo giorno, quel 18 luglio del 1936 in cui molti reporter erano
convenuti a Barcellona per l'apertura delle Olimpiadi popolari, mai iniziate, e si ritrova totalmente immerso nel
clima delle prime azioni di resistenza civile al sollevamento militare. Le foto di Centelles e quelle di
Namuth-Reisner a Barcellona, quelle di Vidal e Albero y Segovia a Madrid mostrano da subito un profondo
coinvolgimento, una prossimità non solo fisica del fotografo all'azione di resistenza. L'uso delle nuove Leica e
Contax consente una agilità di movimento che permette di rendere pienamente questa consonanza e di
rinunciare definitivamente alla posa, alla documentazione ex-post che tanto aveva caratterizzato la fotografia di
guerra fino a quel momento.
In quei primi giorni il fotografo percorre le strade affiancando le barricate e mescolandosi alle
manifestazioni di folla, partecipa all'evento e lo documenta sentendosi parte di esso, così come nei mesi successivi
registrerà l'arrivo dei volontari delle brigate internazionali, la preparazione logistica e le azioni di guerra, le
conseguenze atroci delle battaglie e dei bombardamenti, ma soprattutto il popolo che lotta e soffre e che risulta il
grande protagonista di queste immagini, in particolare in quelle di Kati Horna, che rivolge la propria
attenzione prevalentemente alle condizioni della vita quotidiana nei piccoli centri.
Come ha rilevato Joan Fontcuberta a proposito delle immagini di
Centelles18 - ma questa considerazione
può essere estesa anche agli altri fotografi che operarono da parte repubblicana - le immagini che questi
hanno prodotto vogliono essere documenti grafici allo stato bruto, volutamente "prive di firma e di stile",
nelle quali si vuole far prevalere il richiamo realistico del mezzo. Obiettivo principale è il compimento
della missione politica e sociale che il fotografo ha scelto di svolgere, ciò che comporta in qualche
modo l'annullamento della cifra personale, dell'interpretazione che si sovrappone e si interpone alla pura
funzione documentaria, al fine di trasmettere il messaggio nel modo più convincente possibile, per produrre,
come dice Fontcuberta, "simboli che sembrano documenti".
E poco importa se per raggiungere questo scopo si deve ricorrere, in alcuni casi, a soluzioni
apparentemente in contraddizione col dettato strettamente documentario, ad interventi di costruzione o
ricostruzione dell'immagine quali la riquadratura del negativo in fase di stampa, il fotomontaggio e la doppia
esposizione, la messa in scena e la posa. Ma anche la composizione dell'inquadratura viene utilizzata in funzione
di sottolineatura retorica del soggetto, come accade tipicamente nelle riprese dal basso verso l'alto,
sovente composte in diagonale, più volte utilizzate ad esempio da Centelles e
Campana19, mentre altri fotografi quali Namuth-Reisner e Albero y Segovia adottano soluzioni differenti, con riprese frontali o appena scorciate
ed ombre marcate, ricercando una monumentalità dell'immagine che rimanda in modo esplicito alla
produzione del realismo socialista ed al dibattito che in Unione Sovietica contrapponeva alle ricerche delle
avanguardie, accusate di "tendenze formaliste, di feticismo della tecnica", il ritorno a "forme comprensibili", al
"primato del contenuto sulla forma", propugnato dai membri della Ropf, Russkoe Obcestvo Proletarskich
Fotografov (Associazione russa dei fotografi proletari), che si battevano per l'abbandono dei modi del reportage
a favore di un ritorno alla fotografia di composizione a fini
celebrativi20.
Le brigate internazionali
Allo stato attuale delle ricerche non sappiamo se e quanto di questo dibattito sia confluito ed abbia
influenzato la produzione fotografica realizzata nell'ambito di organismi altamente politicizzati e
ideologicamente controllati quali furono le brigate internazionali,
ma certo la storia politica di questi organismi e di molti
dei volontari e dei quadri dirigenti lascia supporre che sul fronte spagnolo ne giungesse più di una eco.
Indagini condotte direttamente sulle fonti, fotografiche e a stampa, sono a tutt'oggi molto rare. La maggior
parte delle immagini ci è nota attraverso pubblicazioni di anni o decenni successive alla data in cui venne
effettuata la ripresa, né, senza conoscere l'originale e la sequenza di produzione in cui questo è inserito, siamo
in grado di riconoscere e valutare il peso e il senso dell'impaginazione, che pure adotta schemi
profondamente differenti nelle diverse
testate21.
Anche le recenti indagini di Paola Corti e Alejandro Pizarróso Quintéro, condotte su due importanti
periodici prodotti dagli opposti schieramenti nel corso della guerra
spagnola22, pur risultando di grande
importanza per comprendere i meccanismi della propaganda politico-militare, fanno solo qualche cenno ai modi
di produzione ed utilizzazione dell'immagine fotografica, che pure vi svolgeva un ruolo importante, e
resta ancora sostanzialmente valida l'osservazione fatta a suo tempo da Nanda Torcellan a proposito della
scarsità di pubblicazioni "sulla ricchissima documentazione
visiva"23 della guerra di Spagna.
Per la fotografia prodotta al di fuori dei circuiti professionali, ma comunque non da fotografi
improvvisati, il lavoro è ancora tutto da fare e non può per ora andare molto oltre una prima indagine descrittiva,
senza ancora poter affrontare l'ordine di problemi che emergono invece dalle prime attente ricerche sulle
fotografie prodotte durante la
Resistenza24.
L'analisi che presentiamo di un piccolo esempio di uso propagandistico della fotografia durante la guerra
di Spagna non può che essere considerata come un primo tentativo di avvicinamento al problema,
certamente lacunoso e sottoposto al rischio di offrire interpretazioni falsate o insufficienti poiché, come si è
detto, troppi ancora sono gli elementi di conoscenza che riconosciamo come indispensabili nel preciso
momento in cui ne rileviamo l'assenza. Lacuna tanto più grave quando risulta evidente come la guerra civile
spagnola sia uno dei passaggi obbligati per comprendere la formazione di una nuova forma di comunicazione
sociale ampiamente centrata sull'uso delle immagini.
Il "Calendario del Garibaldino"
Il "Calendario del Garibaldino 1938", edito dall'Unione popolare italiana, consta di cinquantatré fogli
di cm 22,7/15,8, con una copertina centrata grafícamente sulla bandiera della brigata con l'effigie di
Garibaldi25. I fogli settimanali presentano sempre una partizione verticale che prevede in alto una grande
immagine fotografica, di soggetto vario, a cui corrispondono altre due fotografie di ridotte dimensioni poste
agli angoli inferiori a cornice del calendario settimanale, generalmente raffiguranti singoli o gruppi, tutte
fornite di didascalia.
Non siamo per ora in grado di conoscere con esattezza le motivazioni e gli obiettivi che tale
pubblicazione si prefiggeva, ma il "Calendario" va inserito nella politica editoriale condotta dal comando della
brigata "Garibaldi" e deve essere messo in relazione col giornale "Il
Garibaldino"26, pubblicato dal 1 maggio
1937 al 7 febbraio 1938, e quindi alla redazione del volume antologico "Garibaldini in Spagna", edito nel
1937, nel quale compaiono numerose immagini presenti anche nel "Calendario", ciò che fa supporre la presenza
di una sola redazione e di un vero e proprio fondo di immagini al quale attingere nelle diverse
occasioni. Caratteristica comune a queste pubblicazioni, soprattutto evidente per la parte iconografica, è la loro
natura di prodotti a circolazione interna, autoreferenziali, nei quali la narrazione prevale sull'informazione;
gli argomenti trattati riguardano quasi esclusivamente la vita delle brigate e dei loro membri mentre poco
è mostrato delle relazioni col nemico.
Il riferimento al giornale della brigata risulta esplicito nell'immagine di apertura del calendario,
il "Trombettiere delle brigate internazionali", che è anche il simbolo che accompagna graficamente la
testata del periodico, ma altri rimandi sembrano possibili e soprattutto risulta evidente una precisa
corrispondenza ed un adeguamento al programma politico e militare del comando delle brigate espresso in forma
compiuta dalle pagine del giornale, a dimostrazione dell'articolazione estrema delle strategie di propaganda e
di costruzione del consenso.
Al trombettiere fanno seguito immagini relative ad altri ruoli militari, motociclisti, "cacciatori",
mitraglieri ed alcune scene di vita al fronte. Scarse sono le fotografie d'azione, la documentazione delle diverse fasi
del combattimento ("Bombardamento aereo", "All'attacco", "I volontari passano i reticolati") ma qui,
rispetto agli esempi presenti in "Garibaldini in Spagna", risultano meno ingenue, costruite e composte con
maggiore attenzione e prive di particolari incongrui (il soldato che guarda in macchina durante un "attacco",
ad esempio) che ne rivelino l'artificio palese della posa. Caratteristica è anche la scelta del modo in cui
l'azione di guerra viene documentata: o come evento terribilmente "spettacolare" (i bombardamenti) o come
scena corale ambientata in spazi amplissimi nei quali la presenza della persona si riduce a puro segno. In
queste fotografie brigatiste manca la rappresentazione diretta della tragedia; lo scontro armato viene
presentato registrandone il prima e il dopo, mostrandone i luoghi e gli effetti sulle cose piuttosto che sulle
persone, secondo una tecnica che aveva avuto larghissima applicazione per tutto il XIX secolo ma che i nuovi
fotografi, i fotoreporter, avevano ormai abbandonato e programmaticamente
rifiutavano27.
Anche la celebrazione delle vittorie militari, diversamente da quanto accade per i testi scritti, non passa mai
attraverso l'exemplum personale, non si trasforma in modello di eroismo, rifiuta la costruzione del
simbolo iconico che viene praticata nella stessa occasione dalla stampa internazionale (la foto del miliziano di
Capa) secondo un procedimento proprio della comunicazione di massa. Le immagini di Guadalajara,
Huesca, Guadarrama e Brunete o quelle del fronte di Aragona, che scandiscono le settimane seguendo l'ordine
delle ricorrenze, si riferiscono sempre alle fasi preparatorie ("La partenza", "Il viaggio di avvicinamento",
"Lo spiegamento della brigata") o documentano i segni lasciati dalla battaglia e i festeggiamenti per la
vittoria ("La strada da Madrid a Saragozza dopo la sconfitta fascista di Guadalajara", "I garibaldini ammirano
il bottino preso al nemico") mentre si evita accuratamente il riferimento alle gravi perdite subite ("Tank
durante l'offensiva di Brunete").
Non c'è dubbio che questo atteggiamento derivi da una pratica nella quale censura e propaganda si
intrecciano indissolubilmente senza che sia possibile distinguere nettamente dove finisca l'una ed inizi l'altra,
pratica che trovava il proprio specifico campo d'azione nel controllo, seppure imperfetto, della stampa
periodica delle brigate e che si è evidentemente estesa ad un prodotto non strettamente legato all'informazione
come il "Calendario". Per queste ragioni la scelta del corredo iconografico può essere meglio compresa nel
quadro delle trasformazioni indotte dall'andamento della guerra: "Dall'agosto del '37 - come ha rilevato
Paola Corti - le informazioni sui singoli combattimenti vennero di fatto sostituite da più costanti
aggiornamenti sulle attività di addestramento [...] A partire dalla tragica conclusione dell'episodio di Brunete il
giornale ["Il Garibaldino", ndr] cominciò di fatto a prestare una sempre maggiore attenzione alla vita
quotidiana delle truppe"28.
Le immagini che si riferiscono a questi temi percorrono tutta l'estensione del "Calendario", alternando
la documentazione dei momenti di addestramento e di preparazione ("Istruzione sul fucile a mitraglia",
"Momenti di riposo utilizzati per gli esercizi contro i gas") a quelli di pausa e di svago ("La zuppa", "La
squadra calcistica garibaldina", "Coro di garibaldini"). Una grande attenzione è dedicata al tema
dell'alfabetizzazione e della diffusione della stampa di informazione politico-militare tra le truppe ("Non più analfabeti
nella Brigata Garibaldi", "Il giornale murale di un battaglione", "Lettura in trincea"), argomento più volte
ripreso anche nelle pagine di "Garibaldini in Spagna" e presente nelle immagini di molti
fotografi29, a dimostrazione dell'importanza che i comandi attribuivano alla diffusione dell'informazione ed alla pratica della lettura,
di volta in volta finalizzate a scopi diversi a seconda dell'andamento del conflitto. Se - specialmente
dopo Brunete - "le ricorrenti sconfitte subite dai repubblicani [...] imponevano anche al giornale di tacere
sulla guerra, di sorreggere il morale di una truppa ormai in chiaro declino o ricorrendo alla rievocazione di
alcune vittorie dei mesi precedenti o rimuovendo la memoria delle
sconfitte"30, allora risulta
pienamente comprensibile e giustificato l'ampio spazio dedicato nel "Calendario" alla rievocazione della difesa di
Madrid che costituisce il tema delle immagini relative ai mesi di ottobre, novembre e dicembre ed assume
un significato preciso la scelta della fotografia di chiusura, il ritratto di André Marty, "l'eroe del Mar
Nero, forgiatore ed animatore delle Brigate Internazionali", che costituisce certamente un richiamo all'ordine
ed all'ortodossia più ferrea e feroce; la negazione finale dell'entusiasmo volontaristico che pure le
immagini precedenti avevano cercato di documentare.
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