Il Monte Briasco

Il Monte Briasco (Valsesia) è luogo denso di memorie partigiane: sulle sue pendici si incontrarono i primi resistenti borgosesiani guidati da Cino Moscatelli; fra le baite e le frazioni intorno a Breia prese corpo la prima struttura organizzativa del partigianato valsesiano, in collegamento con le formazioni che stavano nascendo a Varallo e nei paesi che si affacciano sul lago d'Orta.
Nel mese di gennaio 1944 la situazione militare impose uno spostamento prima a monte e poi, in primavera, a valle, verso la pianura, ma il Briasco continuò a rappresentare uno snodo fondamentale: luogo di transito, di incontro, di collegamento fra le formazioni valsesiane e quelle operanti nel Cusio; punto di partenza per le azioni verso Borgosesia, Varallo, Omegna e Borgomanero.
Luoghi densi di storia, di relazioni, di conflitti, di morte anche; attraversandoli la Resistenza ha incontrato l'esperienza antica del vivere in montagna, la storia e la natura del territorio.
Il cippo del Monte Briasco, alla Sella della Crosiggia, è raggiungibile da Arola, Castagneia, Cavaglia di Mezzo, Civiasco, Madonna del Sasso.





Un'antologia di testi
sulla Resistenza nella zona del Monte Briasco

La vita in montagna
"Io [Cino Moscatelli] e Cinto [Giacinto Noci], dopo aver preso contatto con alcuni uomini sistemati ad Agarla, piccola frazione di Breia, pernottammo sulle foglie raccolte entro una baita.
Il mattino successivo arrivarono i primi 'fuori legge', Antonio e Migliuccia Canna, per portarci da mangiare e per tenerci informati; arrivarono pure Piero Bortolon, Gaetano, Enrico Casazza ed altri due; totale sette con me e Cinto [...].
Ci sistemammo in una baita all'Alpe del Fra, situata tra Carega e San Grato e così chiamata perché il proprietario era un montanaro avente una lunga barba ed assomigliante ad un frate. Viveva con la moglie ed un figlio, divenuto poi uno dei nostri più valorosi partigiani della 'Musati'. Lavoravano quella poca terra che la montagna concede, badavano a due mucche e raccoglievano legna per l'inverno.
[...] La posizione però non era sicura, troppo vicina a Borgosesia e troppo esposta ai pericoli di una sorpresa. Rimanemmo solo pochi giorni durante i quali altri 'ricercati' vennero a raggiungerci: Zampieri, Manconi, responsabile del lavoro del partito a Borgosesia, Vermicelli, Gino Barisonzo di Vignale (Novara) e qualche altro. Intanto, Migliuccia e suo padre Antonio (una delle più vecchie e gloriose figure del Socialismo valsesiano) avevano già provveduto per assicurarci ogni giorno il vettovagliamento.
Dopo una ricognizione della zona effettuata con alcuni compagni del gruppo di Agarla - Cellio [...], decidemmo di sistemarci all'Alpe Bordone a cavallo tra la sella di Cavaglia e quella della Colma, verso Arola".

Tratto da: Cino Moscatelli, "Là, sul Briasco...". Le origini del movimento partigiano in Valsesia, in "l'impegno", a. II, n. 3, settembre 1982, p. 4.




Moscatelli ed i primi partigiani valsesiani sul Monte Briasco


Briasco: una base di partenza
"La scelta della base del Briasco, come primo accantonamento in montagna dei partigiani in Valsesia, si rivelò la migliore che potesse essere fatta nella località. Ogni qual volta succedevano degli sbandamenti in conseguenza dei rastrellamenti, i partigiani sapevano già, quasi per istinto, che al Briasco si sarebbero ritrovati col resto della formazione a cui appartenevano. Anche nel corso dei rastrellamenti il Briasco fu sempre considerato una zona sicura nella quale si poteva sfuggire ad ogni insidia.
L'Alpe del Bordone, cosí detta dal nome del contadino proprietario, i cui figli e figlie generosamente contribuirono alla nostra lotta, è protetta alle spalle dalle ultime rampe del Monte Briasco (m. 1185) coperte da una fittissima pineta, e si stende su di un ampio terrazzo naturale dal quale si domina il sottostante vallone. Questo scende a Castagneia sul fondo di destra ed a Piana dei Monti su quello di sinistra, e qui cominciano i collegamenti rotabili: il primo per Cellio e Borgosesia, il secondo per Zuccaro, galleria della Cremosina, lago d'Orta. Il fianco sinistro dell'alpe è protetto dal fitto intersecarsi del sistema collinoso dominato dal Monte Navigno (m. 1136) oltre il quale, in basso, si apre il lago d'Orta; sul lato destro la continuazione collinosa del Briasco termina quasi d'improvviso, a strapiombo, sulla carrozzabile Borgosesia-Varallo. Tutta la zona è foltissima di vegetazione, che in taluni punti la rende quasi impraticabile, ed è, particolarmente l'alpe, ricca di acqua sorgente. Il Monte Briasco è cosí il centro del sistema montano-collinoso racchiuso in quel perimetro di strade che partendo da Camasco scende a Varallo, indi a Borgosesia, Valduggia, Pogno, Alzo, Omegna e Quarna, per interrompersi sul profondo vallone che divide questa ultima località da Camasco, dove si può giungere in tre ore a piedi attraverso l'Alpe Sacchi. Questo perimetro può essere approssimativamente calcolato in circa 70 km e racchiude una superficie di circa 300 km2, ai margini della quale vi sono centri popolosi e industriali come Varallo, Borgosesia, Quarona, Valduggia, Gozzano e Omegna, oltre a numerosi villaggi, frazioni e località abitate. Appare chiaro il vantaggio della scelta del Briasco come prima base partigiana, perché tale posizione permetteva di controllare tutta la superficie suddetta e le località ad essa collegate nel raggio di due o al massimo tre ore di marcia.
[...] Il Briasco era stato scelto solo come base di partenza per l'azione fuori dalla zona e non dentro di essa. Infatti, se si eccettuano alcune azioni in occasione di qualche rastrellamento, ben poco si è combattuto sul monte Briasco, e molto, invece, lontano da esso".

Tratto da: Pietro Secchia - Cino Moscatelli , Il Monte Rosa è sceso a Milano. La Resistenza nel Biellese, nella Valsesia e nella Valdossola, Torino, Einaudi, 1958, pp. 92-93.



Castagneia
"All'Alpe di Bordone non c'era più posto. Bisognava trovare un'altra base più spaziosa anche perché si avvicinava l'inverno e si poneva il problema di attrezzarsi meglio per affrontare il rigore della stagione.
La sistemazione scelta fu Castagneia, situata sul fondo del vallone sotto l'alpe del Bordone. Nella modesta casupola di Lorenzo e di sua madre trovarono la migliore ospitalità Gastone (Ciro) e Moscatelli. Il comando con i servizi si sistemarono nella casa Bracchi ed un grande edificio rustico fu trasformato in 'caserma' per i partigiani. In un altro locale venne organizzato un circolo; una vecchia chiesa sconsacrata fu adibita a magazzino viveri e deposito armi. Nei dormitori furono costruiti castelli metallici e pagliericci. Ciro organizzò le postazioni di protezione sulla strada che da Cellio conduce a Borgosesia".

Tratto da: Pietro Secchia - Cino Moscatelli , Il Monte Rosa è sceso a Milano. La Resistenza nel Biellese, nella Valsesia e nella Valdossola, Torino, Einaudi, 1958, p. 132.




La chiesa di Castagneia (Breia)


Le prime formazioni
"A Castagneia si era costituito uno dei primi ritrovi dei partigiani della Valsesia. In principio erano pochi poi son diventati tanti. Io non ricordo bene perché ero bambino, un centinaio di uomini c'erano e come caserma avevano una casa che era di una signora di Breia ma che era disabitata in quel periodo, ed un'altra casa la usavano come comando ed era la villa Bracchi, che era di una famiglia che non risiedeva a Castagneia.
Facevano anche delle feste e per noi ragazzini era un divertimento, perché si vedevano cose che non avevamo mai visto. Girava qualche macchina, e anche qualche camion che noi qui non ne vedevamo mai.
Una volta son arrivati dei georgiani e sono andati a dormire in una cascina del Rosa [...].
A Castagneia i partigiani cercavano perfino di costruire un loro circolo per incontrarsi fra di loro e avevano anche incominiciato i lavori per sistemare un locale".

Testimonianza orale di Remo Visca, di Cellio, in: Alberto Lovatto (a cura di),"Quando io avevo la tua età c'era la guerra", Borgosesia, Isrsc Vc, 1995, p. 25.




Moscatelli ed alcuni dei primi partigiani valsesiani


I rastrellamenti
"Intorno alla metà di gennaio del 1944 truppe tedesche e fasciste iniziarono il primo rastrellamento di vasta portata in Valsesia. L'azione si concentrò, per la valle di Cellio, sulla zona del monte Briasco e su Castagneia, sede del Comando partigiano. Dopo alcune azioni di disturbo nei confronti delle avanguardie dei reparti tedeschi e della Rsi il Comando e il grosso del gruppo dei partigiani lasciarono la zona.
Già il giorno 17, risalendo da Cavaglia, i militari, sparando a caso, avevano ucciso Amalia Cracco che stava su un balcone.
Lo stesso giorno, sempre a Cavaglia, fu arrestato Luigi Zaninetti, di quarantatré anni, sposato, padre di tre figli, residente a Cadarafagno. Si racconta che fu malmenato e invece di essere regolarmente incarcerato a Varallo come altri arrestati, fu giustiziato in modo sommario in regione Loreto di Varallo. Accanto al suo cadavere fu rinvenuto quello di un soldato alleato, ucciso anch'egli in maniera sommaria. Lo stesso giomo 17 morirono anche 'il giovane portaordini Giuseppe Defilippi, diciassettenne di Cavaglia, figlio di un vecchio socialista', colpito durante una azione di 'sganciamento' di un gruppo di partigiani, e Gino Varalli, anch'egli di Cavaglia.
Il giorno 19, data della rappresaglia alla frazione di Castagneia, trovò la morte Lorenzo Beltrametti, di trentatré anni, ucciso nella frazione Zagro di Cellio. Lo stesso giorno fu arrestato anche Celso Ottone, di trentuno anni, nativo e residente a Breia. Condotto in carcere fu deportato da Torino il 13 marzo 1944 con il trasporto costituitosi a Bergamo il 16 e giunto a Mauthausen il 20. All'arrivo gli fu assegnato il numero di matricola 59026. Successivamente trasferito al campo di Gusen, sottocampo di Mauthausen, morì il 25 aprile 1945, ad un passo dalla liberazione".

Tratto da: Alberto Lovatto (a cura di),"Quando io avevo la tua età c'era la guerra", Borgosesia, Isrsc Vc, 1995, pp. 26-27.




Il cippo in memoria di Giuseppe Defilippi


Un irlandese sul Briasco
"John William Finlaj Giovanni. Cittadino della Repubblica Irlandese. 32 anni. Segnalinee appartenente al Royal Corps of Signals, 1st Armoured Division. Prigioniero di guerra, pervenne al Briasco in circostanze non conosciute. Dopo il combattimento di Varallo del 2 dicembre 1943, rimase aggregato a queste formazioni partigiane.
Il 17 gennaio 1944, nell'imminenza del rastrellamento nazifascista della zona Castagneia- Briasco, ricevette l'incarico (probabilmente data la sua specialità militare) di procedere al taglio dei fili telefonici tra Castagneia e Cavaglia, unitamente a Luigi Zaninetti di Breia. Furono però entrambi catturati dalle forze avversarie e condotti a Varallo, nella stessa giornata. Il giorno appresso un plotone di militi fascisti unitamente ad un militare tedesco fu visto uscire da Varallo con i due prigionieri, dirigendosi verso la località Madonna di Loreto. Poco dopo detto plotone fu visto rientrare a Varallo senza prigionieri. Uno dei militari aveva in mano un paio di scarpe. A seguito di tale segnalazione furono effettuate ricerche e, il 19 gennaio 1944, i corpi dei due prigionieri, crivellati da colpi di arma da fuoco, vennero rinvenuti in una casa in corso di costruzione, in Varallo, regione Loreto, via Martiri Fascisti n. 68.
La salma di John W. Finlaj, riconosciuta dai parenti di Luigi Zaninetti, fu sepolta a Varallo il 21 gennaio 1944 e di lì riesumata nel 1946 per essere trasferita al Cimitero del Commonwealth di Milano, ove tutt'ora giace".

Tratto da: Enzo Barbano, Lo scontro a fuoco di Varallo del 2 dicembre 1943, Borgosesia, Isr Vc, 1982, p. 39.




La Chiesa della Madonna di Loreto, alla periferia di Varallo


Volontà e decisione
"Una sera di novembre, a Roccapietra, Moscatelli aveva raccolto tutte le forze partigiane della zona. C'era allora una sola donna, ed anche gli uomini non erano molti. [...]
Nelle baite di queste montagne sacre alla guerriglia, piene di armi, di munizioni, la nostra formazione, rientrata da Camasco, trovò affettuosa assistenza. Era veramente bello vivere a fianco di Moscatelli, fare la guerra per distruggere l'odiato fascista, il criminale nazista. Ma eravamo talmente in pochi che chiunque non avesse avuto la nostra fede, e si fosse limitato a giudicare dal numero, ci avrebbe ritenuti dei pazzi. Noi invece ci sentivamo milioni di uomini armati fino ai denti, che nessuna forza avrebbe potuto fermare o solamente spaventare. I fatti hanno dato ragione alla nostra certezza".

Tratto da: Pietro Rastelli, Battaglie della "Strisciante" nel diario del suo Comandante, Novara, Millenia, 1998, p. 12.


"La mattina seguente, prestissimo, mi avvio lungo il sentiero che porta al monte Briasco. Sono tranquillo. All'agitazione del giorno prima è subentrata una calma che io stesso non riesco a spiegare. [...] Raggiungo il pilastrino in cemento che segna il punto trigonometrico del Briasco e quindi comincio a scendere sulla sinistra, come Moscatelli mi ha indicato. Giunto ad una piccola radura, appaiono alcune baite; sulla soglia di una di esse stanno due giovani i quali, evidentemente informati, come mi vedono balzano in piedi e mi vengono incontro.
Dicono che mi aspettavano e uno di loro mi fa da guida. Pare giovanissimo; gli domando quanti anni abbia: 18 compiuti da poco, risponde, è torinese, faceva il parrucchiere ed ha lasciato tutto per venire in Valsesia a combattere fascisti e tedeschi. Si chiama Pasqualin (Pasquale Cordero).
Quando raggiungiamo quello che, con una certa pretesa, è definito il Comando, vengo subito introdotto da Moscatelli che mi accoglie con amicizia e cordialità e mi presenta Ciro, il capitano d'aviazione con il quale visito il campo. Dopo avermi presentato agli uomini, Ciro mi descrive la situazione dell'armamento individuale, collettivo e delle munizioni. Uomini dotati di comune buon senso rabbrividirebbero al pensiero di combattere i tedeschi in quelle condizioni; ma quassù non esistono incertezze: bastano volontà e decisione".

Tratto da: Gianni Daverio, Io, partigiano in Valsesia, Borgosesia, Isr Vc, 1982, p. 20.




Una veduta di Arola


I rapporti con la popolazione
"Appena entrata a casa una donna ci chiama dalla strada: 'Avete il fuoco nella stalla in Pras, se correte forse riuscite a slegare le bovine'. Mi sono recata di corsa e ho visto il tetto di paglia che scendeva e ha scoperto tutto il casto del fieno infuocato e ho pensato: 'Le mucche son dentro bruciate, povera me!'. Poi ho visto la porta della stalla aperta e ho pensato: 'Le mucche non ci sono altrimenti griderebbero', infatti un ragazzo che i soldati fascisti avevano catturato in un alpe più avanti e che conosceva mio fratello e sapeva che in quella stalla avevamo dentro le mucche, quando ha sentito che un soldato ha detto: 'Capitano, cosa fa questa cascina qui isolata, bruciamola?', e il capitano ha risposto: 'Bruciatela!', allora 'sto ragazzo ha chiesto: 'Oh, permettetemi almeno che vada a sciogliere le bovine', 'Cosa importa a te delle bovine!', gli hanno risposto e lui l'ha interpretato come un consenso: ha buttato giù l'uscio con una spallata, ha slegato le bovine e le ha fatte uscire tutte due ed una pecora, giù per la scarpata e ce le ha salvate così. Poi quel ragazzo l'hanno portato via con loro e l'hanno lasciato libero solo molto dopo. Si chiamava Remo Aprile.
[...]
I partigiani li conoscevamo per la divisa, per il mitra, avevano proprio una divisa marrone e noi ai nostri bambini dicevamo sempre: 'Sono i soldati', perché quando passava qualcuno si fermava e guardava e quando andavano via i bambini chiedevano: 'Chi sono zia?', 'Sono i soldati'.
Passavano gli altri e chiedevano: 'Chi sono zia?', 'Sono soldati', non abbiamo mai detto questi son fascisti e questi son partigiani, sempre solo soldati per evitare che dicessero qualcosa, per evitargli delle grane".

Testimonianza orale di Maria Rossi, di Breia, in: Alberto Lovatto (a cura di),"Quando io avevo la tua età c'era la guerra", Borgosesia, Isrsc Vc, 1995, pp. 35-36.




Panorama di Civiasco


La 6a "Nello"
"Dopo la morte del loro comandante, Nello Olivieri, avvenuta nell'agosto '44, i partigiani garibaldini della 6a brigata 'Rocco' trasferiscono il comando dalla Valsesia a Boleto, assumendo il nuovo nome di 6a brigata 'Nello'. Da allora fino alla fine del conflitto, Boleto e Artò 'vissero e condivisero le gioie e le ansie di tre o quattrocento partigiani [...]'. Il comando viene allestito nella casa di campagna dell'industriale Giuseppe Frua e in paese si organizza un'infermeria, una sartoria ed entra in funzione anche un tribunale partigiano.
[...] I borghi di Madonna del Sasso, grazie alle favorevoli condizioni geografiche, con strade di accesso facilmente controllabili e boschi addossati ai centri abitati che favoriscono l'occultamento sono località abbastanza sicure ove è possibile effettuare lanci di viveri, armi e indumenti. [...]
Il rapporto con la popolazione è sostanzialmente cordiale, il fatto che gran parte dei partigiani della 'Nello' siano originari della Valsesia e quindi 'vicini di casa' favorisce i buoni rapporti. Parte della popolazione però, quella che vive in case isolate e sugli alpeggi, affronta maggiori disagi [...].

Tratto da: Filippo Colombara, I paesi di mezzo. Storie e saperi popolari a Madonna del Sasso, Milano, Istituto Ernesto de Martino, 1993, pp. 170-172.




Reparto della 6a "Nello"


Un matrimonio partigiano
"Noi ci siamo sposati [a Boleto] il 15 marzo del '45. Fungeva da ufficiale di Stato civile il Pippo [Coppo], rappresentante del Cln. Eravamo lì in questo salone che era una specie di Comando [...]. La cerimonia nuziale è avvenuta tutta in fretta e furia con gli uomini che si preparavano perché si stava per fare l'attacco del 16 marzo a Borgosesia [...].
[...] Ci avevano preparato una specie di camera nuziale a Egro. Sennonché, mentre andavamo a Egro, accompagnati dal Pippo Coppo, è saltato qualcosa a Cesara, mio marito l'han chiamato perché c'erano stati dei feriti gravi e io non l'ho più rivisto per 15 giorni".

Testimonianza orale di Alba Dell'Acqua Rossi, in: Cesare Bermani, Pagine di guerriglia. L'esperienza dei garibaldini della Valsesia, vol. I, tomo II, Borgosesia, Isrsc Bi- Vc, 2000, p. 531.




Una veduta di Civiasco


Boleto
"Dopo aver esaminato la carta topografica e fatti sopraluoghi sul terreno siamo venuti alla conclusione che nella zona compresa tra Grignasco, Gozzano, Borgomanero, Romagnano dove intendevamo scegliere un campo di lancio, data la necessità di farvi affluire forze notevoli per la difesa, non esiste un terreno che si presti allo scopo. Siamo perciò venuti alla seguente determinazione che sottoponiamo alla vostra approvazione. Campo per lanci notturni: usufruire di quello già usato sino ad ora nei pressi di Boleto. Qualora tale campo incontri ancora la vostra approvazione vi assicuriamo formalmente un servizio di protezione e di raccolta atto a garantire il recupero e lo smistamento anche di quantità notevole di materiali [...] Campo per lanci diurni. Vi proporremo, se la missione britannica non ha nulla in contrario, di poter usufruire di quello di Sostegno [...]".

Stralcio della lettera del 31 dicembre 1944 inviata da Cino e Ciro alla Missione americana ed alla Missione britannica, in: Cesare Bermani, Pagine di guerriglia. L'esperienza dei garibaldini della Valsesia, vol. III, Borgosesia, Isrsc Bi-Vc, 1996, pp. 100-101.




Il Santuario della Madonna del Sasso (Boleto)