Italia e Balcani nel Novecento




Allo scopo di approfondire ulteriormente le vicende storiche e politiche dell'area balcanica, già al centro di un convegno organizzato a Vercelli nel 2001, l'Istituto, il 2 dicembre dello scorso anno, ha promosso un'iniziativa analoga a Biella, che, anziché affrontare i vari aspetti della questione balcanica in generale, ha trattato in particolare del coinvolgimento del nostro paese nella regione nel corso del XX secolo.
Il convegno "Italia e Balcani nel Novecento" ha potuto contare sugli interventi di Teodoro Sala, Franco Cecotti, Joze Pirjevec, Gustavo Buratti, Claudio Canal e Paolo Ceola che, nel loro insieme, hanno tratteggiato un quadro, il più possibile esauriente, degli stretti legami con l'area balcanica che hanno caratterizzato la storia italiana, non mancando di individuare le responsabilità che l'Italia ha il dovere di assumersi per l'aggressiva politica estera che ha condotto in questa regione.
La relazione di Teodoro Sala, dell'Università di Trieste, ripercorre il primo quarantennio del Novecento puntando l'attenzione sull'evoluzione del rapporto tra Italia e area balcanica nel suo complesso, allo scopo di fornire gli strumenti critici indispensabili all'interpretazione e spiegazione della storia passata e delle sue ripercussioni sul presente. Sottolineando il fatto che solo in tempi recenti gli studiosi hanno seriamente e specificamente rivolto le loro ricerche ai legami tra il nostro paese e i Balcani, Sala individua cinque fasi significative che si susseguono, ciascuna con sue proprie caratteristiche, e che, dall'era giolittiana dei primi anni del Novecento, giungono fino alla seconda guerra mondiale, che segnerà il tramonto e il fallimento della politica italiana nella regione.
Da una prima fase, collocabile tra il 1903 e il 1909, emerge la figura di Giuseppe Volpi conte di Misurata, che ottiene numerosi successi nell'area montenegrina, dalla concessione regia per la produzione del tabacco, alla costruzione di una ferrovia tra la località di Antivari, oggi Bar, e il lago di Scutari. L'intraprendenza di questa significativa personalità ben esemplifica il carattere avventuristico e pionieristico di questi primi anni, dominati dal tentativo italiano di costituire nei Balcani una base di penetrazione che ancora non si qualifica a livello politico o militare, ma esclusivamente finanziario e industriale. Non più unicamente limitato al potenziamento dell'influenza economica è il periodo che racchiude gli anni dal 1911 al 1918, durante i quali inizia a farsi strada, e si consolida sempre di più, un processo di militarizzazione destinato a radicalizzarsi negli anni a venire. Con la guerra di Libia, voluta dal governo Giolitti nel 1911, l'Italia acquisisce, oltre allo stato africano, anche il controllo delle strategiche isole del Dodecaneso, fondamentali per il raggiungimento di un controllo sull'area balcanica e in seguito, con la partecipazione alla prima guerra mondiale, il nostro paese si impegna militarmente per rafforzare la propria influenza su Adriatico e Ionio.
È però solo con l'affermarsi del regime fascista che i Balcani diventano l'obiettivo principale, insieme all'Africa, di una politica estera di "spettacolarizzazione", che mira al raggiungimento del consenso interno facendo leva su un antijugoslavismo e un nazionalismo sempre più esasperati. In questo quadro si inserisce l'occupazione militare dell'isola di Corfù, voluta da Mussolini nel 1923, in seguito al rifiuto delle severe riparazioni chieste alla Grecia in conseguenza dell'uccisione sul suo territorio dei membri della delegazione italiana impegnata nella definizione dei confini albanesi. Per quanto di breve durata, l'occupazione dell'isola greca costituisce un'offesa significativa all'ordine e all'equilibrio internazionali garantiti dalla Società delle Nazioni e l'affermazione di una politica che affida all'azione squadristica la risoluzione dei conflitti tra stati.
Nella fase successiva, dal 1924 al 1934, l'Italia fascista deve fare i conti con gli interessi delle altre potenze europee, in particolar modo della Francia, che si concentrano sull'area balcanica e mirano ad ostacolare l'obiettivo italiano di raggiungere un'esclusiva influenza sulla regione. Vengono stipulati accordi internazionali che, pur non consentendo un diretto riconoscimento del ruolo italiano nei Balcani e il ridimensionamento delle mire francesi, come nelle intenzioni di Mussolini, garantiscono comunque all'Italia una notevole penetrazione politico-economica in territorio albanese, luogo idoneo ad esercitare un forte pressione sulla confinante Jugoslavia. In un clima già poco disteso si inserisce l'ulteriore tensione innescata da Mussolini con l'accoglienza, l'armamento e l'equipaggiamento di un nutrito gruppo di terroristi ultranazionalisti croati e bosniaci, gli ustascia, che agiscono in funzione antijugoslava e si rendono responsabili, nel 1934, di un gravissimo attentato a Marsiglia, nel quale trovano la morte il re jugoslavo Alessandro e il ministro degli Esteri francese. La controversa crisi internazionale in cui si viene a trovare l'Italia, ritenuta responsabile dell'azione terroristica, viene alleggerita dall'affermarsi sulla scena mondiale di un attore di tale dirompenza da modificare radicalmente gli equilibri dell'Europa: la Germania nazista.
Con l'alleanza sempre più stretta che avvicina Roma a Berlino, nel 1936 prima e nel 1939 poi, si apre l'ultima fase dell'influenza italiana nei Balcani, determinata da una politica che, forte dell'appoggio tedesco, assume connotati ogni giorno più aggressivi. Dal legame con Hitler, Mussolini auspica il raggiungimento di conquiste territoriali nella zona balcanica che, in realtà, non porteranno mai ad un effettivo controllo dell'area, dato lo scarso peso politico e militare del nostro paese. Con l'aggressione alla Grecia nel 1940 e il necessario intervento tedesco per volgere a nostro favore le sorti del conflitto, si apre infatti un periodo in cui l'Italia ottiene le più significative concessioni, annettendosi le province di Lubiana, Fiume, Zara, Spalato, Cattaro e occupando il Montenegro, ma di fatto mostra esplicitamente la propria totale subordinazione alla Germania e la propria dipendenza dalla sua potenza militare. Ben presto infatti, nei territori sottoposti al controllo italiano, con il radicarsi e il rafforzarsi del movimento partigiano che si oppone con forza alla presenza straniera, quello che doveva essere un lungo processo di occupazione, si trasforma rapidamente in un'enorme operazione di polizia, condotta con metodi estremamente violenti quali fucilazioni, stragi, deportazioni di donne, vecchi e bambini in campi di concentramento e altri orrori di ogni genere, per poi concludersi, all'indomani dell'armistizio dell'8 settembre 1943, con il controllo totale del litorale adriatico da parte dei tedeschi e con l'esercito italiano allo sbando.
Si assiste così al catastrofico crollo della politica estera aggressiva che l'Italia fascista, radicalizzando un indirizzo in tal senso già maturato nei decenni precedenti, porta avanti con decisione, nonostante la sua scarsa preparazione militare la destinasse in partenza ad un tragico fallimento.
Per rendere più facilmente comprensibili gli effetti dell'espansionismo italiano sul territorio balcanico, teatro di occupazioni e di annessioni succedutesi a partire dalla prima guerra mondiale e consolidatesi, come già visto, durante il regime fascista, Franco Cecotti, dell'Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, chiarisce, servendosi di carte geografiche storiche, i mutamenti territoriali e toponomastici determinati dall'oscillazione dei confini tra Italia e Balcani.
Da una situazione che, alla fine della prima guerra mondiale, vede l'Italia annettersi, oltre all'Istria, la città di Zara e alcune isole della Dalmazia quali Cherso e Lussino e, più a sud, Lagosta e Pelagosa, si passa, nell'imminenza della seconda guerra mondiale, all'annessione dell'Albania nel 1939 e alle massicce occupazioni territoriali di tutta l'area balcanica, da parte sia italiana che tedesca, nel corso delle operazioni militari. Nell'arco di tempo tra le due guerre, nel tentativo di neutralizzare le richieste di autonomia di sloveni e croati, la regione era stata teatro di spinte accentratrici che si erano concretizzate nella riforma amministrativa del 1929, con la quale il Regno dei Serbi, croati e sloveni si era trasformato in Regno di Jugoslavia. La ripartizione interna del territorio era organizzata in banovine (ossia regioni) che, anche nel nome, perdevano qualsiasi riferimento all'etnia in esse dominante. Cecotti vuole così sottolineare l'importanza dell'utilizzo della toponomastica ai fini del controllo territoriale e come segno esteriore di una subordinazione totale al potere centrale.
Negli anni di guerra 1941-43 l'Italia raggiunge la sua espansione massima nei Balcani, con la conquista di nuovi territori e l'ulteriore estensione di quelli già controllati. Partendo da Nord, sono annesse la provincia di Lubiana, le isole di Veglia e Arbe e le province di Zara, che si amplia considerevolmente, Spalato e Cattaro, che costituiscono il governatorato di Dalmazia, mentre l'Albania si estende ulteriormente, inglobando una parte del Kosovo e parte della Macedonia. Il Montenegro invece non entra a far parte dello stato italiano con un'annessione, ma è oggetto di una dura occupazione che, dopo avere alimentato nella popolazione la speranza del raggiungimento dell'autonomia, tradisce le promesse, suscitando duri scontri tra partigiani montenegrini ed esercito italiano. La spartizione dei territori tra paesi alleati vede dunque l'Italia attestarsi in un'area piuttosto ampia, il Terzo Reich occupare il nord della Slovenia, la Serbia e la regione del Banato, la Bulgaria estendersi in Macedonia, mentre al centro dell'area conserva la propria indipendenza lo stato collaborazionista croato, in cui fiorisce l'ultranazionalismo degli ustascia di Ante Pavelic, appoggiati dai nazifascisti.
Dopo aver chiarito da un punto di vista geografico il ruolo italiano nei Balcani fino al 1943, già al centro della relazione di Teodoro Sala, Cecotti individua brevemente i luoghi in cui, dal 1943 al 1945, si è verificato il tragico fenomeno delle foibe. Nel territorio denominato dai tedeschi "Litorale adriatico" (comprendente le province di Udine, Gorizia, Trieste, Fiume, Pola e Lubiana), la presenza amministrativa italiana dopo l'armistizio praticamente scompare e l'area, base logistica e strategica importantissima per l'esercito tedesco, diventa teatro di deportazioni di ebrei e lotte partigiane violentissime. Le due ondate di massacri compiuti dagli slavi a danno degli italiani sono collocabili nel 1943, in seguito all'armistizio, soprattutto nella penisola dell'Istria, abitata tanto da italiani che da sloveni e croati, e nel maggio-giugno del 1945, in prevalenza nel territorio di Trieste a maggioranza etnica slovena.
Il controverso tema delle foibe, molto dibattuto in tempi recenti e spesso affrontato senza il necessario inquadramento storico, è al centro della significativa relazione di Joze Pirjevec, dell'Università di Trieste, che, al fine della comprensione di un argomento così delicato come l'eliminazione sistematica di migliaia di persone, ne fa emergere le radici storiche, ripercorrendo le vicende delle zone di Trieste, di Gorizia e dell'Istria, teatro degli eventi, a partire dalla seconda metà dell'Ottocento.
In questi territori, appartenenti alla monarchia asburgica fino al momento del suo crollo, avvenuto al termine della prima guerra mondiale, convivono popolazioni differenti per lingua e cultura, divise anche dal ruolo sociale ed economico che ricoprono all'interno della comunità. L'etnia di origine italiana, più specificamente veneta, residente prevalentemente nelle aree cittadine, si identifica con i ricchi proprietari terrieri; quella di origine slava, costituita da sloveni e croati, si attesta nelle campagne, dedicandosi per secoli al lavoro nei campi, senza alcuna consapevolezza dei propri diritti, senza rivendicazioni di nessun genere e, di conseguenza, senza particolare conflittualità con l'etnia dominante. La situazione è però destinata a modificarsi radicalmente nel 1848, importante anno di svolta in cui le masse contadine si affacciano sulla scena politica con precise richieste di partecipazione alla vita sociale e amministrativa, creando frizioni con la popolazione di origine italiana, che si sente minacciata nel mantenimento del potere. È dallo scontro sociale che si origina un conflitto tra etnie destinato a durare fino alla dissoluzione dell'Impero asburgico, al termine della grande guerra.
Da questo momento in poi, forte del Patto di Londra, firmato nel 1915 con Francia, Inghilterra e Russia, l'Italia modifica la propria frontiera orientale, annettendosi il territorio della Slovenia meridionale e dell'Istria e inglobando al suo interno, con il Trattato di Rapallo stipulato con il Regno dei serbi, croati e sloveni nel 1920, 450.000 slavi. La politica di dura repressione delle minoranze, condotta tanto dall'Italia liberale, quanto in seguito dall'Italia fascista, mira al raggiungimento del pieno controllo politico e culturale su questa zona, sottoposta a tale scopo ad un forzato processo di snazionalizzazione, che passa attraverso la proibizione dell'uso della lingua slovena e croata e la chiusura di scuole e associazioni culturali slave.
Il divampare dell'odio etnico tra italiani e slavi è dunque determinato, ben prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, dal perseguimento sistematico dell'obiettivo di distruzione dell'identità del popolo slavo messo in atto dal regime fascista che, nel corso degli anni venti e trenta, è bersaglio di azioni terroristiche compiute da gruppi organizzati di giovani i quali, attraverso l'uso della forza, cercano di opporsi all'annientamento culturale del proprio popolo.
Nel 1941, in piena guerra, con la spartizione del territorio jugoslavo tra italiani e tedeschi e la conseguente annessione all'Italia della provincia di Lubiana, la politica fascista di repressione si radicalizza considerevolmente, portando all'istituzione di campi di concentramento in cui uomini (ma soprattutto donne e bambini) vivono in condizioni disumane e vengono, in pratica, condannati allo sterminio. In questo contesto di estrema violenza matura e si radica ulteriormente un conflitto etnico già da tempo esistente, che si costruisce sull'identificazione tra l'italiano e il fascista.
In seguito allo sbandamento dell'esercito italiano successivo all'8 settembre 1943, la situazione nei territori slavi volge a favore delle forze del Fronte di liberazione, composto per la maggior parte da comunisti, che, impegnati nella lotta di Resistenza, approfittano della situazione difficile che l'Italia sta vivendo per avanzare precise richieste relative alla nuova frontiera: l'obiettivo ultimo è quello di ristabilire il confine che separava l'Italia dall'Impero asburgico, quindi ritornare in possesso dei territori di Trieste, Gorizia e Istria.
Proprio in Istria, all'indomani dell'8 settembre, si assiste ad una prima ondata di violenza popolare indirizzata contro gli italiani, per la maggior parte civili legati al Partito fascista, che si esplica nella persecuzione ed uccisione di coloro che sono ritenuti responsabili delle vessazioni del popolo, sotto la spinta di un odio che non ha solo radici nazionali ed etniche, ma che riscopre le proprie basi sociali. I fascisti sono i ricchi, i proprietari terrieri, gli amministratori, i padroni, fatti oggetto di una sempre crescente ostilità popolare che, al suo culmine, si traduce nella realizzazione di violenze e vendette, anche di carattere personale, alimentatesi col passare del tempo. È da questo momento che le foibe, ossia profonde spaccature nella roccia, non indicano più unicamente i luoghi utilizzati per l'accumulo di rifiuti e carogne di animali, ma anche gli anfratti in cui vengono occultati i cadaveri di centinaia di persone oggetto di esecuzioni sommarie. Questa prima fase di rivolta popolare è di breve durata, a causa della successiva occupazione tedesca del territorio, che sarà saldamente controllato fino alla primavera del 1945.
Una seconda, cruenta fase di violenze si apre all'indomani del crollo del Terzo Reich, quando l'esercito di Tito, appoggiato dall'Unione Sovietica, libera Trieste, Gorizia e tutta l'area di confine, poche ore prima dell'arrivo dell'esercito alleato, il 1 maggio del 1945. Da questo momento il controllo del territorio passa attraverso l'epurazione di quanti sono ritenuti responsabili di aver collaborato con i tedeschi e di tutti coloro che possono costituire un pericolo ed un ostacolo all'instaurazione di un nuovo ordine. Ciò significa, in primo luogo, l'eliminazione degli italiani che, come attesta un telegramma inviato ai comandanti partigiani locali da Edvard Kardelj, esponente di spicco della Resistenza jugoslava, devono essere immediatamente epurati sulla base di un criterio ideologico e non nazionale. Questo elemento assume un'importanza fondamentale poiché chiarisce che gli italiani non sono stati arrestati, detenuti in campi di sorveglianza dalle condizioni di vita durissime, fucilati in seguito a processi sommari, unicamente per il fatto di essere italiani, ma in quanto fascisti.
L'epurazione compiuta dall'esercito jugoslavo e dalla polizia segreta, che interessa oltre 3.400 persone arrestate nelle zone poi passate sotto il controllo alleato (Trieste, Gorizia, Pola) e probabilmente altrettante prelevate nei territori al di fuori del controllo angloamericano, riguarda in prevalenza uomini adulti, per la maggior parte italiani, ma anche sloveni oppositori del nuovo regime e sicuramente anche persone non coinvolte in alcun modo con la politica, prive di qualsiasi responsabilità e dunque vittime innocenti di vendette personali.
Il "regolamento di conti" che insanguina queste zone si inserisce in una politica perseguita dagli jugoslavi di Tito mirante ad ottenere il potere sul territorio, nel più breve tempo possibile, attraverso l'arma psicologica del terrore, in modo da chiarire, tanto alla popolazione quanto agli occidentali, la cui manifesta ostilità è percepita come un pericolo, chi esercita il comando. La preoccupazione con cui gli angloamericani guardano all'affermarsi del regime comunista in Jugoslavia non incide comunque sull'andamento dell'epurazione, cui gli Alleati assistono senza alcun intervento diretto a sostegno delle vittime, poco interessati alla salvaguardia dei vecchi collaborazionisti.
In Slovenia e Croazia, paesi drammaticamente interessati dal fenomeno delle foibe, le violenze dell'immediato dopoguerra lasciano un solco profondissimo nella memoria storica delle popolazioni e alimentano un dibattito politico non ancora placatosi. In Italia, l'ostilità nei confronti degli slavi, responsabili degli eccidi, viene ulteriormente acuita dall'esodo forzato di moltissimi italiani dal territorio dell'Istria, definitivamente concesso alla Jugoslavia nel 1947, e molto forte rimane la tensione nelle aree di Trieste e Gorizia, in mano jugoslava solo per quaranta giorni e poi assicurate di fatto all'Italia, anche se la situazione viene regolarizzata solo successivamente con il memorandum di Londra del 1954 e poi, in modo definitivo, con il Trattato di Osimo del 1975. Lo scontro etnico, mai venuto meno in queste zone, viene rinfocolato attraverso la strumentalizzazione ai fini della lotta politica dello scottante argomento delle foibe, in un primo tempo sfruttato solo a livello locale, ma in seguito, dopo la dissoluzione della Jugoslavia nel 1991, anche a livello nazionale. Allo scopo di inaugurare una politica estera autonoma nell'area balcanica, prima resa impossibile dallo strapotere dell'impero sovietico e scoraggiata dalla maggiore forza e compattezza della Federazione jugoslava, la memoria storica dei violenti conflitti tra italiani e slavi viene rinverdita e le foibe diventano nuovamente oggetto di discussione, carte favorevoli da utilizzare nel gioco per l'acquisizione di nuove aree di influenza politica, economica e strategica. Pirjevec conclude sottolineando come lo scottante tema delle foibe, al centro di un acceso dibattito politico, è stato spesso portato all'attenzione dell'opinione pubblica, che ne è a conoscenza, a differenza di quanto è avvenuto circa la politica svolta dall'Italia nei Balcani, a proposito della quale c'è una disinformazione quasi totale.
Affrontando l'argomento delle minoranze linguistiche slave in Italia e delle traversie attraverso le quali le popolazioni alloglotte, ossia di lingua differente dall'italiano, sono dovute passare per vedere rispettato il diritto alla propria specificità culturale, Gustavo Buratti, consigliere scientifico dell'Istituto e segretario della sezione italiana dell'Association Internationale pour la Défense des Langues et des Cultures Menacées, approfondisce un altro aspetto del tema, in parte già trattato da Pirjevec, delle conseguenze della politica di italianizzazione adottata nei territori slavi annessi al nostro paese.
La discriminazione di cui l'Italia si è resa colpevole nei confronti dei gruppi minoritari residenti sul suo territorio, e che si è dispiegata con la massima violenza nel periodo fascista, ha radici molto più antiche, rintracciabili già all'indomani della terza guerra d'indipendenza, nel 1866, all'atto dell'annessione delle popolazioni del Friuli e, più avanti, in conseguenza dei mutamenti territoriali determinati dalla prima guerra mondiale relativi alla zona della Venezia Giulia.
Nel primo caso, le province di Gorizia e Udine che, nel territorio delle valli del Natisone comprendono un'area di lingua slovena, vedono tradite le assicurazioni fatte alle minoranze in occasione dell'estensione dell'istruzione obbligatoria fino alla terza classe elementare e sono costrette ad accettare il tradimento della promessa di rispettare, come fatto fino ad allora dall'Impero austroungarico, la cultura e la lingua locali. Nel secondo caso, il già citato Patto di Londra, stipulato nel 1915 dalle potenze dell'Intesa, che assegna al nostro paese, in caso di vittoria, tutta la Venezia Giulia, l'Istria, la Dalmazia settentrionale e centrale con Zara e il litorale croato con Fiume, non considera affatto il problema della tutela delle minoranze di lingua slovena e croata che vi risiedono e, con l'annessione ufficiale di queste zone sancita dal Trattato di Rapallo del 1920, eccetto la città di Fiume dichiarata indipendente e parte della Dalmazia, diventa effettiva la discriminazione dei cittadini jugoslavi in territorio italiano. L'Italia infatti, a differenza del Regno dei serbi croati e sloveni, che si impegna a rispettare i diritti degli italiani residenti nelle aree assegnate alla Jugoslavia, non si lega con alcun vincolo formale alla tutela dell'identità culturale e linguistica delle minoranze slave.
Le condizioni di vita delle popolazioni alloglotte in Italia, già gravemente compromesse in epoca prefascista, come ben dimostrano le irregolarità e violenze che caratterizzano le elezioni del 1921 nei territori di Istria e Dalmazia, allo scopo di impedire agli slavi di eleggere democraticamente i propri rappresentanti in parlamento, si aggravano considerevolmente con l'instaurarsi del regime di Mussolini. Ogni intervento compiuto dallo stato fascista in materia di minoranze linguistiche è decisamente volto all'ottenimento di un vero e proprio "genocidio" delle popolazioni slave, alle quali viene proibita ogni manifestazione culturale autonoma, con l'obiettivo di realizzarne la piena italianizzazione. A tale scopo si vieta l'utilizzo della lingua slava nelle scuole e nelle chiese; si chiudono asili, circoli culturali e biblioteche slavi; si vieta l'importazione di giornali slavi; si nega il passaporto a quanti vogliono espatriare per proseguire gli studi in Jugoslavia e si varano molti altri provvedimenti volti alla totale negazione della differenza.
Nel dopoguerra, nonostante il riconoscimento dei diritti delle minoranze slovene garantiti dai trattati internazionali, il nostro paese non è in grado di riparare alle gravi ingiustizie inflitte agli slavi residenti sul suo territorio, ancora poco tutelati e soprattutto non uniformemente trattati, poiché soggetti a condizioni di vita più o meno favorevoli a seconda della provincia di appartenenza: Trieste, Gorizia o Udine. Solamente nel 1999 la tutela della minoranze linguistiche promessa dall'articolo 6 della Costituzione diventa una legge che, con apposite norme, riconosce il diritto di tutti a fruire delle medesime possibilità di espressione.
L'attenzione di Claudio Canal, scrittore e ricercatore, si concentra su un'altra area balcanica con la quale l'Italia ha sempre avuto strettissimi rapporti: l'Albania. Cercando di colmare le lacune dei manuali di storia, che si limitano a trattare dell'indipendenza dall'Impero ottomano che il paese ottiene nel 1912, dell'annessione all'Italia nel 1939 e, in qualche caso, delle vicende più recenti relative all'immigrazione e alla guerra in Kosovo, Canal documenta un forte legame politico ed economico tra i due paesi nel corso di tutta la prima metà del Novecento, almeno fino al 1945.
Il tentativo di controllo del territorio albanese, considerato dall'Italia uno dei cardini della propria politica imperialistica, influenza considerevolmente le vicende storiche e politiche dell'Albania già all'indomani della sua raggiunta indipendenza da un Impero ottomano oramai in crisi. Ismail Qemali, che nel 1912 guida il paese cercando di portare avanti rivoluzionarie riforme nel settore agricolo, come l'attacco al latifondo e ai forti interessi ad esso connessi, viene destituito dalle grandi potenze europee (tra le quali è presente anche l'Italia) che, riunitesi alla Conferenza di Londra nel 1913, approvano la costituzione dello stato albanese, ma ne mantengono il dominio attraverso l'instaurazione di un principe prussiano.
Il tentativo italiano di avere un ruolo politico diretto in Albania si concreta attraverso l'invio di truppe a Valona, poco prima dello scoppio della prima guerra mondiale, che continueranno ad occupare l'area anche dopo la conclusione del conflitto. Lo stato albanese, in sostanza, si trasforma in una sorta di protettorato sotto il controllo dell'Italia, prima con Giovanni Giolitti, poi con Benito Mussolini che, accanto all'influenza politica, consolida anche quella economica attraverso la fondazione della Banca d'Albania, costituita sì da capitali albanesi ed internazionali, ma gestita dagli italiani attraverso la sede centrale di Roma.
Quello che Canal fa emergere è una posizione italiana di forte ingerenza nella vita politica ed economica albanese che porta, nel 1924, all'eliminazione del governo democratico di Fan S. Noli, malvisto dalle grandi potenze perché schierato dalla parte della media e piccola proprietà terriera contro i grandi latifondisti, e alla sua sostituzione con un capo clan del nord del paese, Ahmet Zogu, destinato ad autoproclamarsi re, qualche anno dopo, col nome di Zog I. Nessuno può sapere che cosa sarebbe stato della storia dei Balcani in generale, e dell'Albania in particolare, se Fan Noli fosse stato appoggiato, anziché destituito, e se l'Italia avesse concesso allo stato albanese il diritto all'autodeterminazione, invece di perseguire una politica oscillante tra il tentativo di rafforzarlo, per contrastare la pressione serba e, indirettamente, russa, e l'obiettivo di farne uno stato fantoccio al servizio dei propri interessi coloniali.
Con l'annessione dell'Albania nel 1939 ha termine ogni tentennamento della politica estera italiana nell'area balcanica e l'impulso imperialistico, determinato prevalentemente dalla necessità di dimostrare all'alleato tedesco in espansione il proprio ruolo di potenza egemone in Europa, si traduce nella trasformazione dello stato albanese in provincia italiana, con una radicale modifica istituzionale e costituzionale che prevede la soppressione dell'indipendenza di parlamento ed esercito e l'instaurazione di un governatorato sotto il controllo diretto dell'Italia. L'Albania, a questo punto, non esiste più come stato autonomo e, in seguito alla proclamazione da parte di Mussolini della guerra contro la Grecia, diventa teatro di scontri durissimi sostenuti dall'esercito italiano, impegnato sulle montagne al confine tra Grecia ed Albania e costretto, alla fine, a ricorrere all'alleato tedesco per volgere a proprio favore gli esiti del conflitto e stipulare un armistizio. E un altro armistizio, firmato con gli angloamericani dal re e da Badoglio l'8 settembre 1943, determina il radicale mutamento di posizione dell'esercito italiano occupante che, abbandonato a se stesso ed esposto ai rastrellamenti dell'ex alleato tedesco, si unisce in minima parte alle forze partigiane albanesi e, in stragrande maggioranza, chiede aiuto alla popolazione delle campagne. Umili contadini offrono così un rifugio sicuro ai soldati italiani, alcuni dei quali ricorderanno nelle loro memorie, non senza un pizzico di retorica, l'ospitalità e la protezione loro accordate contro i tedeschi, in un momento di totale confusione e sbandamento; ospitalità e protezione che, a circa quarantacinque anni di distanza, non si può dire abbiano caratterizzato, almeno in un secondo momento, l'atteggiamento del nostro paese nei confronti dell'albanese in fuga da un devastante regime comunista .
L'Albania scompare dall'orizzonte italiano ed europeo per un lungo periodo di totale chiusura ed isolamento che porta, attraverso l'esclusivo rapporto con l'Unione Sovietica prima e con la Cina poi, all'involuzione della struttura economica e sociale del paese, dominato fino al 1985, anno della morte, dalla personalità politica di Enver Hoxha, oggetto di un vero e proprio culto. Con l'uscita di scena di Hoxha, Ramiz Alia, suo successore alla guida del paese, si trova nella difficile situazione di gestire un paese nel quale si fanno fortemente sentire gli echi delle trasformazioni epocali che investono l'Europa dell'Est e che determinano il progressivo sgretolamento del regime comunista albanese.
Canal ricorda le ondate di profughi che si riversano sulle coste pugliesi nel marzo del 1991, quando l'Albania è ancora formalmente governata dai comunisti, e nell'agosto dello stesso anno, quando ormai il crollo delle istituzioni è completamente avvenuto, e sottolinea il radicale cambiamento di atteggiamento che, nell'arco di pochi mesi, l'Italia adotta nei confronti delle migliaia di persone che fuggono da una situazione disperata. Da una posizione di iniziale accoglienza e tolleranza per gli albanesi in fuga dal comunismo, si passa rapidamente ad un radicale rifiuto delle masse di "straccioni" che vengono percepiti come un problema di ordine pubblico e di tutela della salute del popolo italiano. L'Italia affronta il problema, nella maggior parte dei casi, rimandando i profughi nei luoghi di partenza e cercando di intervenire alla fonte con operazioni di sostegno all'Albania, quali l'operazione "Pellicano" nel 1991 e l'operazione "Alba" nel 1997, anno della nuova ondata di disperati che cercano di fuggire dal tracollo inarrestabile del loro paese.
Quello che Canal ritiene importante evidenziare è come nell'immaginario collettivo si formi rapidamente l'idea dell'albanese miserabile e criminale che, pur avendo un fondamento nella realtà, estende ad un intero popolo le caratteristiche che possono essere attribuite ad una minima percentuale di esso: un 2 per cento di immigrati impegnati nel traffico di droga e nel giro della prostituzione. L'identificazione dell'albanese con la criminalità e la corruzione e l'intransigenza ed intolleranza esercitata nei suoi confronti diventa, secondo Canal, un modo con cui l'Italia dei primi anni novanta, travolta da profondi sconvolgimenti, quali gli omicidi mafiosi di Falcone e Borsellino, Tangentopoli e il crollo della classe dirigente, prende la distanze da un modo di essere che l'ha rappresentata agli occhi del mondo per decenni, allo scopo di costruire la propria credibilità nei confronti della nascente Unione europea. È la paura del simile che spinge gli italiani a demonizzare l'immigrazione albanese e a servirsene come strumento per porre con fermezza una decisa differenziazione tra noi e loro, cioè tra come eravamo ed eravamo percepiti, e come siamo e aspiriamo ad essere rappresentati ora: un paese moderno, affidabile, non corrotto.
Una visione dei rapporti tra Italia e Balcani più ampia, che affronta anche il ruolo assunto dall'Europa in generale nei confronti di un'area sconvolta da sanguinosi conflitti etnici, è al centro dell'intervento di Paolo Ceola, collaboratore dell'Istituto, sul carattere dell'intervento militare in Kosovo e sulle sue ripercussioni e implicazioni a livello di diritto internazionale.
L'attacco armato della Nato contro la Serbia, responsabile del genocidio degli albanesi del Kosovo nel 1999, costituisce un significativo caso di intervento militare determinato da motivazioni di carattere umanitario e volto a porre fine a sistematiche violazioni dei diritti umani.
L'assunzione di responsabilità compiuta dall'Europa e dagli Stati Uniti, colpevolmente indifferenti nei confronti di altre tragedie analoghe, quali il massacro dei tutsi in Ruanda nel 1994 e le devastanti guerre che, nella ex Jugoslavia, hanno colpito soprattutto i musulmani di Bosnia, obiettivo principale della pulizia etnica del territorio, ha suscitato vivaci discussioni sull'opportunità di un intervento non ammesso dalla Carta costituzionale delle Nazioni unite.
L'ostacolo fondamentale è infatti rintracciabile nell'ordinamento giuridico internazionale, che consente il ricorso all'uso della forza esclusivamente come strumento di difesa da un'aggressione o nel caso in cui sia in atto una esplicita minaccia alla pace e alla sicurezza delle nazioni. Se si verifica una simile situazione è comunque necessario che la decisione di ricorrere alla forza sia l'effetto diretto o indiretto di una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu, il che significa che l'Onu può intervenire in prima persona o concedere ad altri, ad esempio ad organizzazioni regionali come la Nato, l'autorizzazione a procedere con l'azione militare.
Il caso dell'intervento armato della comunità internazionale in Kosovo, giustificato sulla base del ricorso a principi umanitari e all'impossibilità di rimanere ancora una volta spettatori di un massacro, ha aperto un acceso dibattito non solo sulla natura del rapporto tra Occidente e area balcanica, ma anche sulla messa in discussione del concetto di etica collettiva all'interno del mondo occidentale.
Allo scopo di comprendere le opposte posizioni in materia di intervento umanitario, è essenziale chiarire quali sono le caratteristiche costitutive che determinano la legittimità o meno del suo verificarsi. La violazione dei diritti umani fondamentali pianificata ed esercitata su larga scala dal potere politico di uno stato indipendente, la condizione di stallo all'interno delle Nazioni unite, impossibilitate ad intervenire a causa del previsto esercizio del diritto di veto da parte di membri permanenti del Consiglio di sicurezza, un ampio accordo internazionale e infine un uso della forza proporzionato all'effetto che si desidera conseguire, sono gli elementi che qualificano come "umanitaria" l'azione militare: si tratta in sostanza di una guerra combattuta in difesa dei diritti fondamentali dell'individuo e condotta con metodi il più possibile rispettosi della vita umana.
I contrari all'intervento in Kosovo si appellano all'illegalità di un'azione priva di approvazione del Consiglio di sicurezza dell'Onu, che avallando a posteriori la posizione della Nato con la risoluzione 1.299, stigmatizza l'erroneità di un intervento che agisce senza autorizzazione preventiva, mette a rischio il sistema normativo internazionale, indebolisce l'autorità del Consiglio, apre alla possibilità di un agire discrezionale e si configura infine come la copertura di una politica estera aggressiva e, quindi, come un abuso.
I favorevoli, dal canto loro, ritengono che ciò che non è espressamente proibito dalla Carta delle Nazioni unite, come è appunto l'intervento umanitario, possa essere considerato lecito, a maggior ragione quando non si qualifichi come una violazione dei principi dell'integrità territoriale e dell'indipendenza politica di uno stato, ma si ponga come difesa dei diritti minacciati di una popolazione e, dunque come intervento determinato da un contingente stato di necessità. Il diritto internazionale che, non contemplando la possibilità della tutela dei diritti umani calpestati, non consente l'uso della forza, crea un vuoto che può essere colmato solo dall'intervento umanitario. Un'ultima argomentazione, piuttosto rilevante, sostiene che la comunità internazionale non si esaurisce nelle Nazioni unite, alle quali gli stati membri non hanno completamente delegato la propria sovranità, conservando quindi la possibilità di condurre autonomamente un'operazione di soccorso.
Il ruolo dell'Italia in questo complesso panorama di posizioni internazionali è ulteriormente complicato dall'articolo 11 della nostra Costituzione che, in modo più netto che in qualsiasi altro paese, non riconosce alcuna azione militare che non sia di autodifesa, poiché "ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà dei popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali". A rigore, l'intervento italiano in Kosovo ha leso il dettato costituzionale, a meno di non ritenere, cosa del resto giuridicamente possibile, che la guerra in Kosovo non si possa annoverare tra le controverse internazionali, essendo la questione un problema interno alla Federazione jugoslava.
Ceola mette dunque in luce un'assenza di regolamentazione non più accettabile all'interno del diritto internazionale che, alla luce delle tragedie del Ruanda e della Jugoslavia, non può più permettersi di non considerare la possibilità di conflitti armati all'interno di uno stesso paese. In attesa che questo vuoto venga colmato la controversia rimane aperta ed è possibile tanto considerare illegale l'intervento umanitario, poiché non giustificato da nessuna legge specifica, quanto difenderne la legittimità da un punto di vista morale.
(Raffaella Franzosi)