Aspetti della questione balcanica


Il 28 novembre si è svolto, nel ridotto del Teatro Civico di Vercelli, il convegno sulla questione balcanica organizzato dall'Istituto e articolato in due sessioni: mattutina, presieduta da Gianni Mentigazzi, vice sindaco di Vercelli e presidente dell'Istituto e pomeridiana, presieduta da Maurizio Vaudagna dell'Università del Piemonte Orientale.
Gustavo Buratti, consigliere scientifico dell'Istituto e segretario della sezione italiana dell'Association Internationale pour la Défense des Langues et des Cultures Menacées, Guido Franzinetti, dell'Università del Piemonte Orientale e Paolo Ceola, collaboratore dell'Istituto, sono stati i relatori della mattinata. Il primo ha affrontato l'argomento della molteplicità di etnie e di religioni che si sono intrecciate nella zona balcanica nel corso del Novecento; il secondo ha tracciato un quadro esaustivo della politica sovietica e russa nei Balcani, ponendola in relazione al contesto internazionale in un arco di tempo che va dal 1944 ad oggi; il terzo si è soffermato sulla dissoluzione della Jugoslavia e, analizzando le definizioni di "guerra anti-umana" e "guerra umanitaria", ha evidenziato quanto di propagandistico e quanto di concretamente radicato nel reale ci sia in tali definizioni.
La sessione pomeridiana si è aperta con la relazione di Laurana Lajolo, presidente dell'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, che ha affrontato dal punto di vista dell'informazione giornalistica il tema delle guerre che hanno portato alla dissoluzione della Jugoslavia.
In seguito Franco Cecotti, dell'Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli e Venezia Giulia, ha sviluppato il tema dei Balcani da un punto di vista didattico, sottolineando pregi e difetti dei testi relativi all'argomento.
Una tavola rotonda tra i relatori, animata dalle domande del pubblico presente in sala, ha concluso la giornata.
Segue il resoconto più dettagliato del convegno.


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La complessa situazione dell'area balcanica, che tanta attenzione ha suscitato in questi ultimi anni a causa dei sanguinosi conflitti che l'hanno dilaniata, è stata oggetto di un'analisi dei vari aspetti etnici, culturali, politici, religiosi e militari che la caratterizzano, allo scopo di fornire i mezzi necessari per una reale comprensione del problema, che permetta di superare l'univocità dei giudizi e la banalità dei luoghi comuni.
Essenziale, per avere un quadro il più possibile esauriente della tensione politica cui sono sottoposti i Balcani, risalire alle origini dei conflitti e indagare le radici lontane degli incontri e scontri di culture, lingue e religioni, che hanno attraversato l'area.
L'aspetto più prettamente etnico-culturale è stato affrontato da Gustavo Buratti, consigliere scientifico dell'Istituto e segretario della sezione italiana dell'Association Internationale pour la Défense des Langues et des Cultures Menacées, che ha sottolineato come la crisi balcanica sia sostanzialmente riconducibile a tre momenti storici, responsabili del groviglio di nazionalità che caratterizza la zona: il movimento delle popolazioni slave nel periodo successivo alla dominazione romana e greca, l'invasione ottomana nel XV secolo e la nascita degli stati nazionali nel XIX secolo.
Il primo periodo è significativo in quanto comporta il mescolarsi nell'area balcanica di tre gruppi di popolazioni: gli slavi, provenienti da est e gli illiri, autoctoni, in parte attestati lungo la costa dalmata sottoposta all'influenza latina dominante nel Mediterraneo, poi sostituita dal predominio della Repubblica di Venezia, e in parte spinti dal movimento delle popolazioni slave nella zona corrispondente all'attuale Albania. La situazione è però destinata a mutare nuovamente a causa del considerevole aumento del tasso di natalità registrato dagli illiri, in conseguenza del quale, necessitando di sempre nuovi spazi d'insediamento, le popolazioni autoctone rioccupano i loro primitivi territori, costringendo gli slavi ad attestarsi lungo il fiume Drina.
La suddivisione degli stanziamenti delle popolazioni slave tra le sponde destra e sinistra della Drina comporta una concentrazione di sloveni e croati nella zona alla destra del fiume e una distribuzione di serbi nell'area a sinistra, che determina, all'atto dell'invasione ottomana, il radicarsi di forti differenze culturali e religiose tra le popolazioni. I turchi, infatti, con la conquista della sponda sinistra della Drina e di tutta l'area meridionale occupata dagli illiri, influenzano fortemente serbi e albanesi, in maggioranza ortodossi e musulmani, mentre sloveni e croati, non soggetti alla dominazione ottomana, rimangono maggiormente legati alla cultura europea occidentale, quindi cattolica, la quale, dopo il controllo esercitato dalla Repubblica di Venezia, si manifesta in particolare attraverso l'influenza dell'Impero austro-ungarico.
Da notare che la popolazione musulmana presente nell'area balcanica non è omogenea e che, anche se la maggior parte dei musulmani sono albanesi, una considerevole percentuale è composta dai cosiddetti musulmani "biondi", di origine slava, prevalentemente attestati in Bosnia. Influenzati dai movimenti ereticali e perciò sottoposti alla violenta azione repressiva della chiesa cattolica, i bogomili, analoghi ai catari della Francia meridionale, in seguito all'invasione turca, preferiscono convertirsi all'Islam, dando così origine ad una nazionalità autonoma, che non si riconosce in nessuna delle etnie già esistenti sul territorio.
La crisi dell'Impero ottomano, nel XIX secolo definito "il grande malato", comporta la perdita progressiva di territori a vantaggio delle potenze europee e, ponendo le basi per la nascita e lo sviluppo degli stati nazionali, che via via ottengono l'indipendenza, non solo apre la strada ad aspri conflitti relativi ai confini, ma dà origine al problema della tutela dei diritti delle minoranze. Col formarsi del concetto di nazione e di identità nazionale, i fattori linguistici, culturali, religiosi acquisiscono un'importanza determinante e, poiché spesso non identificano la totalità della popolazione che vive all'interno di uno stato, ma solo gruppi minoritari di essa, sono fonte di ostilità e scontri, dei quali peraltro le potenze europee approfittano per i loro interessi politici ed economici.
I problemi generati dalla formazione degli stati nazionali in seguito al disfacimento dell'Impero ottomano, si ripresentano, a un secolo di distanza, in conseguenza del processo di dissoluzione della Repubblica federativa jugoslava. Questa, suddivisa in sei repubbliche (Serbia, Montenegro, Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina e Macedonia), all'interno di ciascuna delle quali di mescolano differenti nazionalità e differenti religioni (cristiano-cattolica, cristiano-ortodossa, musulmana), è protagonista di un progressivo e inesorabile processo di disgregazione, che porta a poco a poco le repubbliche all'indipendenza.
In questo quadro frastagliato si inseriscono la crisi bosniaca, il conflitto in Kosovo e la guerriglia in Macedonia, dolorosamente protagonisti della storia europea dell'ultimo decennio. La guerra in Bosnia, costituita dalla federazione di due repubbliche: croata-musulmana (i musulmani "biondi") e serba, è il sanguinoso risultato dello scontro tra serbi e croati rinfocolato, all'indomani della seconda guerra mondiale, dalla nascita dei movimenti ultranazionalisti dei cetnici in Serbia e degli ustascia in Croazia; la tragedia del Kosovo, provincia della Serbia a maggioranza albanese, è scatenata dalla opposizione dei serbi a qualsiasi richiesta mossa loro dal movimento indipendentista kosovaro; la difficile situazione della Macedonia, infine, è determinata dalla rivolta della minoranza albanese ultranazionalista contro la repressione messa in atto dal governo macedone.
In conclusione, quello che Buratti ha evidenziato, con un intervento che, a grandi linee, ripercorre la storia dell'area balcanica, soffermandosi in particolare sulla definizione della molteplicità di identità nazionali presenti sul territorio, è che, per comprendere i conflitti attuali, è necessario risalire alle loro radici storico-culturali e che, solo attraverso il superamento di una visione dello stato legata alla rigidità dei confini e nel rispetto di tutte le etnie, soprattutto di quelle minoritarie (che hanno diritto di essere tutelate in qualsiasi luogo si trovino a vivere) c'è una speranza che si concretizzi una pacifica convivenza.
Guido Franzinetti, docente all'Università del Piemonte orientale, ha affrontato la questione balcanica nel suo rapportarsi al contesto internazionale, evidenziando in particolare il ripercuotersi nell'area dello scontro ideologico tra mondo occidentale e Unione Sovietica, manifestatosi apertamente all'indomani della seconda guerra mondiale.
Il relatore ha evidenziato come sia corretto parlare di un legame storico tra Russia e Balcani, dato il notevole ruolo svolto dall'Impero russo, dall'inizio dell'Ottocento fino alla prima guerra mondiale, nell'evoluzione della questione d'Oriente, ossia nel gioco politico internazionale legato al disfacimento dell'Impero ottomano, che si è tradotto in un appoggio concreto dato alla nascita dei primi stati nazionali balcanici: Serbia, Montenegro, Romania, Bulgaria. È invece meno appropriato parlare di un legame indissolubile che legherebbe i Balcani alla Russia, fondato su una pretesa ansia di unificazione di tutta la popolazione slava, poiché il mito della slavofilia non è una lente sempre adeguata alla lettura dei rapporti politici tra gli stati, piuttosto determinati da ragioni di interesse e opportunismo.
L'influenza che l'Unione Sovietica ebbe sull'area balcanica nella sua fase rivoluzionaria, dal 1917 al 1941, è trascurabile e si traduce sostanzialmente, dato l'isolazionismo della sua politica estera e la sua esclusione dal consesso internazionale, in un legame politico con i movimenti comunisti balcanici, soprattutto in Bulgaria e Jugoslavia, peraltro minoritari nel panorama politico dell'area. La situazione muta con la seconda guerra mondiale, dato il ruolo determinante svolto in essa dall'Unione Sovietica che, uscita dall'isolamento, diventa un interlocutore politico non più ignorabile dalle potenze occidentali.
Le ripercussioni sull'area balcanica di tale mutamento nel quadro degli equilibri internazionali si manifestano nel cosiddetto "accordo delle percentuali", stipulato a Mosca nel 1944 da Churchill e Stalin, in base al quale l'Europa orientale viene suddivisa tra Unione Sovietica e Alleati in zone di influenza definite da percentuali. Ciò che spinge la Gran Bretagna di Churchill a riconoscere formalmente all'Urss il predominio su buona parte degli stati balcanici, quali Romania, Bulgaria, Ungheria, Jugoslavia, che di fatto erano già controllati dalle truppe sovietiche, è l'ottenimento del controllo pressoché completo della Grecia, di vitale importanza strategico-militare. Ciò che Churchill si garantisce in tal modo è la possibilità di reprimere duramente le forze partigiane comuniste della Grecia, intervenendo massicciamente nella guerra civile, forte del fatto che, in conseguenza dell'accordo, ad esse era venuto a mancare l'appoggio fondamentale dell'Unione Sovietica.
Mentre la Grecia è sottoposta al controllo delle potenze occidentali, la Jugoslavia di Tito è invece strettamente legata all'Urss, il cui contributo alla guerra di liberazione, a sostegno dei partigiani jugoslavi, si rivela determinante, tanto indirettamente, sul piano dei fronti militari, quanto direttamente, con la liberazione di Belgrado ad opera dell'Armata Rossa. Fino al 1948, anno della rottura dei rapporti politici e diplomatici, il legame con l'Unione Sovietica è saldo e il modello cui Tito si ispira non si pone come eterogeneo rispetto a quello sovietico, ma ne costituisce l'avanguardia rivoluzionaria, caratterizzata da una molto rapida estensione del controllo statale sulla vita economica e sociale.
Quando, nel 1948, si manifesta apertamente il dissenso tra Tito e Stalin, il motivo di disaccordo non è di carattere ideologico, ma affonda le sue radici in una motivazione puramente politica: la questione della nascita della federazione balcanica, fortemente voluta da Tito negli anni dal 1944 al 1946, inizialmente avversata da Stalin, ma in seguito dallo stesso caldeggiata. Il ribaltamento della posizione sovietica sulla questione è determinato dal fatto che, mentre all'inizio per Stalin ciò che contava era non contravvenire al veto britannico e rispettare l'assetto dell'area balcanica stabilito dall'accordo delle percentuali, nel 1948 ciò che ha maggiore peso è la possibilità di fare del progetto di federazione nei Balcani uno strumento per ricondurre il comunismo jugoslavo sotto il dominio sovietico. Tale tentativo di ingestione induce Tito alla rottura e lo porta a sviluppare, a partire dal 1949, un modello di comunismo indipendente, che gradualmente acquista caratteri ideologici suoi propri, quali la via nazionale al socialismo, l'idea di autogestione, l'idea di non allineamento, ecc.
Gli anni cinquanta vedono un progressivo riavvicinamento tra Unione Sovietica e Jugoslavia, che prende le mosse dalla morte di Stalin, nel 1953, e culmina nel 1955 con l'incontro diplomatico tra i massimi dirigenti delle due federazioni, impegnati ad ottenere l'uno dall'altro il massimo riconoscimento possibile. Ciò di cui l'Unione Sovietica ha bisogno in questi anni è proprio della legittimazione internazionale del suo ruolo guida all'interno del movimento comunista. Il cosiddetto "rapporto segreto" di Kruscev, che denuncia i crimini dello stalinismo, pone l'Urss in una delicata posizione e, traducendosi in un'ansia di rinnovamento politico in diversi paesi dell'Europa orientale, implica la necessità per l'Unione Sovietica di ottenere il più possibile appoggi dal movimento comunista, in vista di azioni repressive. Il 1956, anno dell'invasione sovietica dell'Ungheria (azione militare appoggiata, oltre che dalla Jugoslavia di Tito, ormai riavvicinatasi, anche dalla Cina comunista) è una riprova dell'importanza dell'unità del movimento, che si sfalderà nel 1960, con la rottura tra Cina e Urss, disperdendosi in una molteplicità di centri di potere.
Con l'aggravarsi dei rapporti tra Oriente e Occidente e l'acuirsi della guerra fredda, a cominciare dalla costruzione nel 1961 del muro di Berlino e dalla crisi dei missili a Cuba l'anno successivo, la posizione dei paesi dell'area balcanica è altalenante. La loro principale preoccupazione è quella di mantenersi il più possibile al riparo da qualsiasi pericolo, attraverso il perseguimento di una politica utilitaristica. La Jugoslavia ad esempio, non aderendo né alla Nato, né al Patto di Varsavia, si culla nell'idea, almeno fino alla fine degli anni ottanta, di poter vivere eternamente senza schierarsi apertamente da una parte o dall'altra e di poter beneficiare in tal modo di un effettivo appoggio finanziario di entrambi i blocchi, mentre i paesi più deboli dell'area prendono le loro decisioni in materia di politica internazionale sulla base del timore di essere svenduti dall'alleato più potente. È il caso dell'Albania, che rompe i rapporti con l'Urss per schierarsi con la Cina, paventando di essere utilizzata come merce di scambio per ottenere concessioni da Belgrado, per poi rompere anche con l'alleato cinese, colpevole di una svolta filo-americana, e ritrovarsi in tal modo nell'isolamento più totale.
Negli anni novanta la dissoluzione dell'Unione Sovietica e della federazione jugoslava, due processi peraltro non assimilabili, poiché l'una è una costruzione ideologica che si identifica con il comunismo e quindi si sfascia in seguito alla sua crisi, l'altra no, muta in maniera radicale lo scacchiere internazionale e le influenze politiche. La Federazione russa ormai non svolge più un ruolo rilevante nei Balcani, al di là di un aiuto economico alla Serbia durante le guerre di dissoluzione, e si avvia a rivestire nuovamente quel ruolo di potenza regionale, dominatrice dell'Asia centrale, che ha sempre avuto, perdendo invece quello di superpotenza, dovuto solo alla circostanza storica e contingente del crollo della Germania all'indomani della seconda guerra mondiale.
L'excursus di Guido Franzinetti attraverso la politica internazionale degli anni dal dopoguerra ad oggi rivela come l'area balcanica sia stata sempre nevralgica nel sistema degli equilibri in Europa e come sia stata spesso protagonista nel conflitto tra i due blocchi, ora appoggiandosi completamente ad uno di essi, ora cercando di ottenere una relativa indipendenza politica, ora non prendendo dichiaratamente posizione.
L'intervento di Franzinetti, conducendoci fino agli anni novanta, lascia spazio alla trattazione della dissoluzione della Jugoslavia e dei conflitti che l'hanno accompagnata, argomento dominante dei contributi di Paolo Ceola e di Laurana Lajolo. Ciò su cui viene posta l'attenzione, in entrambi gli interventi, non è però solo l'aspetto militare e politico della guerra, ma soprattutto il modo in cui è stata recepita dall'opinione pubblica e l'utilizzo, a questo scopo, della propaganda da un lato, e dell'informazione di guerra dall'altro.
Paolo Ceola, collaboratore dell'Istituto, in un intervento che invita a considerare quanto di reale e concreto ci sia al di sotto della retorica con cui si parla di guerra umanitaria, ricorda che, nel prendere posizione riguardo a un argomento di tale complessità, è necessario mantenere le distanze da posizioni manichee e analizzare i processi storici col maggior equilibrio possibile.
La definizione di guerra umanitaria, utilizzata in occasione dello scontro in Kosovo tra i paesi della Nato e la Serbia, emerge ex negativo attraverso l'analisi di ciò che si intende per guerra anti-umana. Anche se a prima vista tale espressione potrebbe sembrare tautologica, dato il carattere anti-umano di qualsiasi forma di violenza, considerando tale termine in senso stretto può ritenersi specificamente anti-umana una guerra rivolta in particolare contro i civili. E le guerre balcaniche sono proprio un esempio di tale violenza esercitata contro i soggetti deboli e innocenti, considerati di volta in volta come bersagli, cioè come vittime della pulizia etnica e di quella particolarmente crudele forma di violenza fisica e psicologica che è il cecchinaggio, o come arma indiretta, cioè come strumenti atti a creare difficoltà all'avversario. La pulizia etnica, perseguita allo scopo di purificare un territorio dagli elementi ritenuti ostacoli alla convivenza pacifica, comporta l'eliminazione fisica o lo spostamento forzato di masse umane che, se sfruttate allo scopo di rendere difficoltosi i movimenti delle organizzazioni umanitarie e il soccorso ai rifugiati, si trasformano in una efficace arma.
Se tale è la guerra anti-umana, allora sarà per definizione guerra umanitaria quella combattuta allo scopo di difendere i fondamentali diritti umani di un popolo, minacciato nella sua stessa esistenza. Non solo, ma lo sarà maggiormente quella guerra che cercherà di limitare al massimo gli effetti distruttivi ad essa inevitabilmente connessi.
Non si può negare che la cosiddetta guerra chirurgica e umanitaria combattuta in Kosovo, per quanto ovviamente frutto di un intento propagandistico mirante alla giustificazione dell'intervento armato, abbia in sé un aspetto indubbiamente veritiero e fondato su dati di fatto.
Il primo aspetto da considerare è l'evidente cambiamento nel modo di gestire il potere aereo che l'evoluzione tecnologica ha reso possibile: non ci si affida più alla quantità di ordigni esplosivi sganciati, ma alla qualità dell'arma e alla precisione del lancio che, in Serbia, ha consentito di compiere dai 23.000 ai 28.000 lanci con un margine di errore al di sotto dell'1 per cento. Ovviamente non si può trascurare il fatto, anche se la propaganda lo minimizza ampiamente, che ognuno di questi "insignificanti" errori ha causato la morte di centinaia di persone, per la maggior parte civili, ma è fuor di dubbio che, in ogni caso, i danni sono stati contenuti il più possibile.
A subire un cambiamento non è stato però solo l'aspetto più propriamente tecnico della guerra, ma anche quello specificamente politico, non meno determinante. La guerra, strettamente legata alla politica, ne ha seguito l'evoluzione, finendo per essere fortemente modificata dalla perdita da parte degli stati della loro sovranità. Il percorso declinante imboccato dallo stato sovrano fa sì che la guerra non si combatta più fra soggetti chiaramente definiti da una sovranità politica e territoriale, ma all'interno di uno stesso stato, allo scopo di modificare i rapporti di forza in esso. In tal modo la parte della popolazione che si pone come ostacolo ai progetti di espansione della parte avversa, viene considerata come il nemico da combattere e lucidamente sottoposta a pulizia etnica. La violazione dei diritti umani diventa a questo punto, non più una conseguenza dello scontro bellico, ma lo strumento di cui ci si serve per fare la guerra. Detto questo, non si può negare che una guerra combattuta contro chi fa della violazione dei diritti umani un'arma, sia una guerra umanitaria.
Ceola quindi sottolinea come le definizioni di guerra anti-umana e di guerra umanitaria debbano essere indagate da tutti i punti di vista, allo scopo di smascherare quanto di slogan e mito si nasconde in esse e allo stesso tempo scoprire i processi reali e concreti che nascondono. Un atteggiamento orientato ad evidenziare solamente uno di questi due aspetti finirebbe per cadere nel dogmatismo e per semplificare una realtà complessa, cancellandone le molteplici sfumature.
Anche l'intervento di Laurana Lajolo, presidente dell'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, tocca l'aspetto, già in parte analizzato da Ceola, dell'impatto esercitato dalla guerra sull'opinione pubblica e di quanto la censura e la propaganda siano determinanti nella creazione del consenso, soffermandosi in particolare sul modo in cui la guerra giunge fino a noi, filtrata attraverso giornali e televisione. Compiendo un attento studio su quattro testate giornalistiche ("La Stampa"; "Il Manifesto"; il "Corriere della sera" e "La Repubblica") e su alcune trasmissioni televisive, quali telegiornali e dibattiti, Lajolo mette in luce i meccanismi che regolano il giornalismo di guerra, denunciando una evidente omologazione dell'informazione.
La guerra combattuta dalla Nato per difendere il Kosovo dall'aggressione serba è stata rappresentata in modo da creare un'adesione generalizzata all'intervento, mostrando insistentemente le immagini drammatiche delle migliaia di profughi in fuga, raccontando le loro storie e rendendo tangibile il loro dolore. La fortissima carica emotiva che ha accompagnato i servizi e gli articoli giornalistici ha reso la guerra accettabile e giustificabile allo spettatore e al lettore, facendo emergere esclusivamente il carattere umanitario dell'intervento e lasciando così poco spazio al dissenso.
L'utilizzo ripetuto e continuo di immagini che illustrano quasi esclusivamente la realtà angosciosa della pulizia etnica, ha fornito una visione univoca della situazione poiché, non evidenziando gli effetti del conflitto sulla popolazione serba, ha tralasciato elementi indispensabili ad una conoscenza globale del problema.
A parte poche eccezioni, rappresentate dai servizi di Ennio Remondino, e dalle trasmissioni di Andrea Purgatori e Michele Santoro, disposti a dar voce anche ai serbi, le reti televisive pubbliche hanno presentato superficialmente la questione, tralasciando di fornire, ad un pubblico molto poco informato, l'essenziale inquadramento storico generale. Questa guerra è stata in tal modo decontestualizzata, slegata dalla situazione politica e sociale della Jugoslavia del passato recente e ridotta a barbaro attentato ai diritti umani; il nemico è stato demonizzato, facendo leva su una forte connotazione negativa derivante dal suo passato comunista e la complessità del problema è stata oggetto di un'arbitraria semplificazione che ha posto l'attenzione unicamente sul conflitto etnico e religioso.
Si è quindi privilegiato maggiormente l'aspetto delle storie individuali, esemplarmente poste come metafore della condizione kosovara, ed è stata compiuta la spettacolarizzazione ed enfatizzazione degli aspetti più drammatici del conflitto, spesso riportando le notizie senza curarsi di sottoporle al vaglio di un'attenta ricerca e documentazione.
L'omologazione dell'informazione è evidente anche in un atteggiamento di autocensura da parte degli stessi giornalisti, chiamati a raccontare un conflitto in cui l'Italia è direttamente coinvolta e, per questo, piuttosto acritici e schierati a favore dell'intervento. Data l'influenza della guerra, è mutato il modo di porre, ad esempio, il problema dei clandestini, mai come allora accettati e giustificati, ed è venuta meno la doverosa indagine sui legami tra criminalità balcanica e italiana nella regolazione del flusso migratorio.
La posizione dei media è stata dunque sostanzialmente uniforme e appiattita sul sostegno al potere politico e alla missione dell'esercito italiano. Le stesse fonti primarie di riferimento dei giornalisti, utilizzate senza mediazioni né filtri autonomi, sono state le cosiddette fonti forti, istituzionali, legate al potere politico, militare ed economico, e quindi fortemente orientate ad una massiccia selezione delle notizie allo scopo di influenzare il pubblico. Le voci dissenzienti, quali quelle dei pacifisti, non trovando adeguato spazio sui canali mediatici, non hanno potuto contrastare, con i loro appelli, l'impatto emotivo forte suscitato dalle immagini dei profughi e sono perciò rimaste inascoltate.
Questo atteggiamento della stampa italiana, schierata a fianco della Nato, ha fatto sì che non venissero messe sufficientemente in rilievo le anomalie della guerra in Kosovo, combattuta senza alcuna dichiarazione formale di guerra e non allo scopo di difendere la patria e i confini, ma nel nome dei diritti umani. Con ciò, basandosi su valori morali, si è data alla guerra una nuova legittimazione, poiché è stata riconosciuta come efficace strumento utilizzabile nella risoluzione dei conflitti internazionali. È quindi emersa nell'opinione pubblica, fatto questo positivo, una nuova idea di cittadinanza universale fondata sui diritti inalienabili dell'individuo, che travalica le frontiere, si pone al di sopra degli stati nazionali e diventa determinante nella definizione dell'identità.
Evidenziando come l'atteggiamento dei media sia fondamentale nella creazione del consenso e come sia quindi necessario esplicitare i meccanismi che regolano l'informazione di guerra, Laurana Lajolo mette dunque in guardia dall'assumere un atteggiamento passivo nei confronti di quanto ci viene veicolato dal giornalismo televisivo e non, e rivela l'importanza, soprattutto in ambito scolastico, dell'analisi critica delle fonti.
Per quanto già l'intervento di Laurana Lajolo abbia una rilevanza didattica, più specificamente dedicato a questo aspetto della questione balcanica è il contributo di Franco Cecotti, dell'Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli e Venezia Giulia, che si sofferma sulle difficoltà incontrate dagli insegnanti nell'affrontare in maniera consona ed esauriente il complesso tema delle guerre balcaniche dell'ultimo decennio, poiché spesso sprovvisti di strumenti adeguati. Cecotti lamenta innanzitutto l'assenza, allo scoppio del primo conflitto nel 1991, di informazioni sufficienti alla comprensione della situazione, assenza che si è tradotta in un accantonamento dell'aspetto più propriamente didattico e in un'accentuazione di quello civile ed etico, attraverso testimonianze nelle scuole di profughi e di giornalisti inviati nei territori di guerra. È stata così perseguita una duratura e massiccia opera di sensibilizzazione che ha permesso agli studenti di toccare con mano la tragicità della guerra e che, ponendo in primo piano l'emergenza umanitaria, è spesso sfociata in aiuti concreti.
La lacuna didattica dovuta all'assenza di un'informazione generalizzata sui Balcani, causata anche dall'assenza di precise direttive ministeriali che vincolassero gli insegnanti all'approfondimento della storia del Novecento alla fine di ogni ciclo scolastico, è stata resa difficilmente colmabile anche dalla complessità della questione balcanica, passata attraverso continui mutamenti e caratterizzata da una tale instabilità da rendere eccessivamente impegnativo qualsiasi tentativo di aggiornamento.
Dati inoltre i problemi che l'insegnante incontra nell'orientarsi all'interno di una pubblicistica di vastissime proporzioni e data la sua difficoltà ad individuare le opere divulgative di un certo valore, Cecotti segnala quei testi che si mostrano più esaurienti, precisi e ben documentati, pur evidenziandone i limiti: "Ex Jugoslavia: le origini del conflitto, la sua storia, le prospettive di pace", schede del Centro toscano di documentazione politica, del 1993; "Il confine mobile. Atlante storico dell'Alto Adriatico. Austria-Croazia-Italia-Slovenia"; "Il confine orientale: una storia rimossa" e "I Balcani: ieri e oggi", saggi pubblicati all'interno della rivista "I viaggi di Erodoto", rispettivamente nel 1998 e nel 1999; "A chi appartiene l'Adriatico? L'Italia e i Balcani: gli stereotipi della realtà del Novecento" e, infine, nella rivista on line dell'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, "Novecento. Storie contemporanee. Didattica in cantiere", la sezione "L'Italia in guerra". Merito di queste opere è quello di affrontare il problema in modo completo, compiendo una panoramica sulla storia dei Balcani dal 1918 in poi, allo scopo di inquadrare storicamente i conflitti contemporanei e affrontando l'argomento anche dall'importante punto di vista geografico delle variazioni dei confini. Nonostante tutto, ciò che manca è un'attenzione per la totalità dell'area, indagata solo in quelle zone, quali Croazia, Slovenia, Bosnia, costa dalmata che, costituendo il confine orientale dell'Italia, sono in rapporto diretto col nostro paese. La validità delle opere è così inficiata da quella che Cecotti definisce una "visione italocentrica", su cui viene appiattita la complessità del problema.
Importante quindi per l'insegnante che affronta la questione balcanica, è innanzitutto avere una buona conoscenza della geografia e dei mutamenti cui l'area è stata sottoposta, cosa tutt'altro che semplice dato il moltiplicarsi dei confini e la difficoltà di reperimento di carte storico-geografiche. In secondo luogo è essenziale procedere alla contestualizzazione della storia balcanica, che non deve essere affrontata in sede separata, ma inserita all'interno del programma curricolare di storia e saldamente legata alla storia italiana ed europea. Le aree di progetto organizzate nelle scuole, a seguito dello scoppio dei conflitti, costituite da corsi incentrati su tutti gli aspetti storici e culturali dei Balcani, pur rappresentando una lodevole iniziativa, stimolante la curiosità e l'interesse dello studente, corrono il rischio di essere talmente ricche di informazioni da non lasciare un'impronta duratura.
Fondamentale è poi per Cecotti che l'insegnante sappia distanziarsi sia dalle superficiali interpretazioni delle guerre balcaniche fornite da molta cattiva stampa, che individua le cause dei conflitti in una genetica predisposizione alla violenza e in una incapacità di convivenza dei popoli slavi, assumendo in tal modo una posizione decisamente razzista, sia dalla parzialità dell'informazione, che deve essere invece il più possibile completa.
Per quanto infatti sia doveroso affrontare il tema della violenza compiuta da sloveni, croati e serbi alla fine della seconda guerra mondiale, il tema delle foibe e della deportazione delle popolazioni dell'Istria, non si può ignorare il contesto storico, come molti manuali scolastici fanno, non citando la dichiarazione di guerra fatta dall'Italia alla Jugoslavia, e occorre perciò sfatare il mito del "buon italiano", privato della responsabilità di azioni violente troppo spesso comodamente attribuite al "cattivo" alleato tedesco.
Come si evidenzia quindi dalla relazione di Cecotti, gli insegnanti di storia si muovono su un terreno estremamente insidioso e scivoloso, ragion per cui è essenziale che esercitino la massima attenzione e, soprattutto, che documentino e verifichino scrupolosamente ogni fonte di informazioni. (Raffaella Franzosi)