Partigiano con la Leica
Intervista a "Lucien" Giachetti
Ho fatto tutta la Resistenza sempre e sempre fotografando. Con la mia Leica, che mio padre mi aveva
comperato nel '38. Ho fatto una spesa, allora
Aveva solo un obiettivo da 3,5. Poi l'ho cambiato, ho preso l'1,2.
L'idea di fare fotografie durante la Resistenza è nata a te o a qualcuno del comando?
A me, è stata tutta una mia iniziativa, è sempre stato il mio istinto: io la fotografia la vedo come documento
Ma non c'erano problemi di sicurezza? Se tu fotografavi dei partigiani
Ho avuto dei problemi non indifferenti. L'unico è stato Gemisto che m'ha
Infatti posso dire grazie a lui se
sono riuscito a fare questo lavoro. Ma era un'incoscienza massima, bisogna ammetterlo.
I partigiani si lasciavano fotografare? Non avevano paura che se le fotografie fossero finite in mano ai fascisti
Per fortuna forse non tutti si sono resi conto che io fotografavo, ma nella maggior parte dei casi, il piacere di
avere una fotografia
non è che gli spiacesse, in fondo
Quindi ne hai fatte anche un po' di nascosto, soprattutto le prime
Ho delle foto in cui i partigiani sembrano messi in posa e invece le ho scattate di nascosto. La costruzione delle
armi, per esempio: ho fatto delle acrobazie: facevo finta di guardare con il binocolo e invece facevo le fotografie. E
anche l'addestramento al tiro: c'è l'istruttore che insegnava come si usava lo sten che sembra in posa ma non lo è.
Ma Gemisto era d'accordo
Ogni tanto: "Ti faccio fucilare", era un po' il suo dire, cercava sempre di impressionare. Però lasciava fare
Invece gli altri: proprio delle lotte
Poi, alla fine, portavo addirittura la macchina al collo.
Che pellicole usavi?
Ah, per il materiale era terribile allora: intanto perché la conoscenza della sensibilità della pellicola era
sempre relativa, poi, in tempo di guerra, il materiale era sempre un po' scaduto. Inoltre, per economia, noi comperavamo
le bobine di pellicola cinematografica, quindici o trenta metri, il minimo che potevamo. Naturalmente si provava
che sensibilità aveva, cioè facevamo delle prove. Usavamo pellicole Ferrania, ma anche di altre marche e, a volte,
non sapevamo neanche di che marca fossero
Le pellicole me le procurava mio padre, poi avevo fatto amicizia con dei farmacisti che mi davano i prodotti
chimici, facevo le miscele, facevo i bagni di sviluppo. Avevo anche una camera oscura a sacco per gli sviluppi: andavo
a sviluppare lungo i corsi d'acqua.
Allora c'era persino il problema di trovare del materiale adatto per involgere 'sti piccoli rotoli, che poi
mettevo in scatole, magari di metallo, e per aprirle è stato un disastro, perché s'erano arrugginite.
Quindi hai nascosto i rullini e le hai stampate tutte dopo la fine della guerra. Ma dove li nascondevi?
Nelle stalle, nei fienili, sotto a fascine, sotto a legname: avevo quattro o cinque di quei posti.
Quante foto avrai fatto in quel periodo?
Duemila le avrò fatte di sicuro.
I negativi li hai tutti?
Sì, solo che tanti si sono rovinati perché a volte purtroppo non avevi il tempo di fare la prova della pellicola,
azzardavi a fare le foto e poi non avevi
Ho tanta roba che era debole
E non s'è perso niente? Hai ritrovato tutto quello che avevi nascosto?
Sì, sì, dove ho nascosto ho trovato tutto. A parte le condizioni del materiale che potevano essere
Ad esempio
durante uno sganciamento, a Masserano, in mezzo alla neve, mi sono caduti dei rotoli, si sono bagnati e, una volta
asciugati, a qualcuno s'è strappata la gelatina. E pensare che erano foto formidabili: tutte in mezzo alla neve! Ricordo che
avevo fotografato una pianta che s'era incendiata: c'era il fuoco sulla pianta e la neve
Fotografavi perché era il tuo mestiere o perché era un momento storico che andava fotografato?
Io ho sempre avuto l'istinto di fotografare per realizzare un documento.
Quali sono le immagini a cui tieni di più?
Si potrebbe pensare quelle ad effetto: in realtà quelle a cui tengo di più sono quelle che documentano il
sacrificio, la collaborazione della popolazione: per esempio quelle delle staffette, quelle delle sartorie dove facevano le
divise. Naturalmente ci sono altre foto a cui tengo: ad esempio una cosa veramente interessante sono stati i lanci.
Quello famoso di Baltigati, particolarmente. Noi dicevamo Colma di Curino, ma la località era Baltigati, dove c'era anche
il comando. Era dicembre, verso le 5 di sera
E sei riuscito a fotografare a quell'ora in quella stagione?
Giocando col controluce: col controluce hai effetti
Per esempio ho fotografato i contenitori: addirittura ho fatto
un ottavo di secondo.
Invece le foto della Garella: eravate appostati per aspettare il camion?
Sì, lo sapevamo, c'era la segnalazione che 'sto camion andava a caricare roba nelle fabbriche
E la serie della costruzione delle baracche nella Baraggia
Ah, la costruzione delle baracche è una cosa interessantissima. La Fiat aveva questi capannoni, dove aveva
trasportato macchinari da Torino e aveva portato tutto 'sto legname, col treno, e han costruito tutte 'ste baracche.
Naturalmente ne abbiamo approfittato per prenderne un po' anche noi e abbiamo costruito tutti i magazzini, i dintorni: una
cosa veramente attrezzata, infatti la chiamavano la "città di legno".
L'intervista, di cui si pubblicano alcuni stralci, fu realizzata da Gladys Motta il
28 gennaio 1987; la cura redazionale è di Piero Ambrosio.
È stata pubblicata in "l'impegno", a. XIII, n. 2, agosto 1993
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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