Franco Antonicelli
tra passione letteraria e passione politica


Per arrivare a Villa Cernigliaro, ex-villa Germano, a Sordevolo, si può percorrere, arrivando da Pollone, una strada che si snoda tra le Preapi che circondano Biella: in quello spettacolo di colline fiorite e ville colorate, visse Franco Antonicelli, dopo il matrimonio con Renata Germano, condividendo quella calma con gli intellettuali che rinnovarono la cultura e la politica di Torino e d'Italia in questo secolo.
E mentre il Novecento volge al termine, a Villa Cernigliaro, testimone silenziosa di tormenti interiori individuali e di passioni politiche e letterarie collettive, storici della politica e della letteratura, dell'editoria e dei mezzi di comunicazione si sono incontrati il 13 giugno 1999, nella giornata di studio da titolo "Franco Antonicelli tra passione letteraria e passione politica" organizzata dall'Istituto: a venticinque anni dalla scomparsa, hanno ricordato Antonicelli come maestro, come amico, come protagonista della stagione intellettuale che, dall'antifascismo agli anni settanta, ha reso Torino, come ha accennato Franco Sbarberi, dell'Università di Torino, città trainante il rinnovamento politico-sociale italiano.
La difficoltà di definire e tratteggiare il carattere complesso di un intellettuale dai molti interessi artistici, politici e dagli acuti e contrastanti pensieri è stata a più riprese sottolineata dai relatori. Ma, se è difficile disegnare a tutto tondo una figura poliedrica che, per definizione geometrica, tonda non è, si può almeno carcare di "sentirla": a villa Cernigliaro, Antonicelli fu un cultore del bello, ascoltò, da spirito raffinato qual era, la musicalità che le pagine di Guido Gozzano; ma fu anche l'antifascista "morale", che durante il ventennio fu tra gli organizzatori della cultura antifascista. Villa Germano, come ha ricordato Marco Neiretti, collaboratore dell'Istituto, non fu solo il salotto in cui si incontrarono intellettuali dai molteplici interessi culturali e antifascisti liberali piemontesi, perlopiù legati al Partito d'Azione, ma fu teatro di cospirazione vera e propria.
L'ansia, positivistica ma un po' provinciale, di definire, di ritagliare uno spazio limitato, di tratteggiare un ruolo preciso per un intellettuale, così tipica della nostra cultura ossessionata dalla mania di catalogazione, nel nostro paese di rossi-o-neri, si scontra con la vita e il senso della vita di Franco Antonicelli, che Oscar Mazzoleni ha ben definito, in apertura della giornata di studio, "intellettuale di frontiera". Fin dalle prime pagine della sua biografia di Antonicelli (Franco Antonicelli: cultura e politica 1925-1950, Torino, Rosenberg & Sellier, 1998, pp. 383), che dà largo spazio all'uomo, alla vita privata, alla corrispondenza con gli amici, ad appunti personali e scritti inediti, Mazzoleni inserisce il protagonista in un vortice di contrasti e di responsabilità, esprimendo il persistente senso di insoddisfazione che permea i suoi scritti, che esprimono l'incapacità di rispondere compiutamente alle aspettative che il fluire della storia e le scelte della vita lo costrinsero ad affrontare.
Furono molte le frontiere che Antonicelli oltrepassò, grazie alla versatilità che lo contraddistinse. Innanzitutto nella transizione dalla calda sicurezza del "pacifico uomo di cultura", che negli anni venti e trenta si segnalava come raffinato sperimentatore dell'editoria, alla presa di coscienza antifascista e all'esposizione in prima persona nella lotta resistenziale. Il contatto stretto con la Torino politica degli anni 1943-45 e, nell'imminienza della fine della guerra, la nomina a presidente del Comitato piemontese di Liberazione, "contaminarono" infatti la sua indole liberale, rendendolo un "moderato di sinistra" o, come è stato detto durante il convegno un "uomo di sinistra un po' a destra". Il fatto di sapersi allontanare dall'"anticomunismo viscerale delle forze moderate italiane" - ha sottolineato Sbarberi - gli consentì di intuire, nelle lotte sociali del '68-69, l'aspirazione all'autonomia e alla libertà di operai e studenti come "partecipazione dal basso": le riflessioni di Antonicelli dimostrano l'interesse "umanistico" attivo di Antonicelli agli sforzi di rinnovamento della borghesia italiana, che ebbero in Torino, data la matrice operaia della città in espansione e trasformazione, un picco rilevante.
Si direbbe quasi che in Antonicelli siano rivissuti gli artisti quattro-cinquecenteschi, che si occuparono ecletticamente di svariate discipline: non li ricordiamo (ad eccezione dei geni, naturalmente) perché eccelsero in un'arte, ma perché mostrarono un intelletto critico e aperto alle innovazioni, perché furono i metabolizzatori della modernizzazione, i "mediatori", nel senso etimologico del termine: in questo senso Gianni Isola, dell'Università di Padova, ha parlato dell'atteggiamento di rifiuto delle imposizioni, della rigidità del "ciascuno al suo posto", sia non consentendo mai di essere fagocitato dalle ideologie (Antonicelli fu eletto senatore della Repubblica nelle liste della sinistra indipendente), sia sperimentando i mezzi di comunicazione, avendo legami non occasionali con i media più "caldi", diretti e diffusi come il cinema o la radio, comprendendo non dogmaticamente, ma umanamente le aspirazioni sociali, che sfociarono poi nelle manifestazioni sessantottine.
Mazzoleni ha individuato nella volontà comunicativa del suo biografato, nell'amore per la trasmissione del sapere, un tratto d'unione tra le sue molteplici attività culturali: a questo proposito, come ha accennato Isola, l'elaborazione della canzone "Festa d'aprile", scritta da Antonicelli in collaborazione con Sergio Liberovici in occasione del quindicesimo anno dalla Liberazione, è simbolica, come l'esperienza dei "Cantacronache", dello sforzo di comprendere e sviluppare un filone musicale, tradizionalmente popolare, da parte di una borghesia che si faceva carico di manifestare istanze provenienti da più ampie fasce sociali. Marco Neiretti ha in proposito parlato di Antonicelli come "inviato speciale della propria curiosità per la gente", che egli manifestava nell'attenzione alla vita sociale e culturale della comunità: durante il soggiorno sordevolese, Antonicelli, oltre ad occuparsi di critica letteraria, di temi che avrebbe ripreso e ampliato su più importanti testate e durante le trasmissioni radiofoniche, si interessò ad esempio del teatro religioso e popolare locale. Anche la poesia dialettale, annoverata da Marziano Guglielminetti, dell'Università di Torino, tra i molteplici interessi letterari di Antonicelli, che se ne occupò come editore e critico, può essere interpretata come manifestazione della sua attenzione per ogni "genere" che sapesse comunicare e far condividere valori.
Antonicelli fu figura di spicco in vari settori della cultura: la sua attività primaria fu, negli anni precedenti la guerra, l'editoria. Vanni Scheiwiller, raffinato editore milanese recentemente scomparso, lo ha ricordato come "editore d'arte" per attenzione e abilità nella scelta dei tipi e delle illustrazioni, per l'amore, la dedizione, l'intelligenza con cui curava "libridinosamente" le pubblicazioni. La scelta dei libri raccolti nelle collane da lui curate, tra cui la "Biblioteca Europea", destinate a un pubblico colto e cosmopolita, fu criticata per la scarsa economicità, ma fu dimostrazione del sentimento di apertura alle influenze europee e nord-americane, che animava il circolo culturale gobettiano, in netto contrasto con la politica del fascismo. Nè durante il ventennio, né nel dopoguerra, Antonicelli editore accettò di essere imbavagliato da esigenze politiche.
Come ha testimoniato Scheiwiller, Antonicelli lavorò "di lima" sui propri scritti occasionali tutta la vita alla ricerca dell'opera importante, del capolavoro che non vide mai la luce. Una delle critiche mosse ad Antonicelli è proprio che la sua produzione letteraria si sia fermata a una specie di "fase preparatoria", cioè che, nonostante la sua indiscutbile raffinatezza, sensibilità ed eclettica preparazione culturale, al fermento intellettuale, alle suggestioni, non abbia fatto seguito uno scritto compiuto, "professionale": una critica di inconcludenza, insomma. Antonicelli stesso si dichiarò spesso scontento della propria mediocrità, ma è proprio la forte autocritica che lo contraddistinse l'espressione più eclatante della sua sensibilità e della sua modernità.
Quindi, se è sterile cercare di definire in modo statico la sua personalità, a tratti fortemente presente sulla scena letteraria e politica, a tratti solitaria e riflessiva, caratterizzarla, raccontarla e approfondire proprio gli apparenti contrasti, o come li ha definiti De Luna, dell'Università di Torino, gli "ossimori", significa ripercorrere la travagliata storia della cultura di questo secolo, che affonda le radici negli anni del fascismo e trovò negli antifascisti una critica di ampio respiro e un forte stimolo al rinnovamento.
Forse la passione letteraria di Franco Antonicelli, su cui Guglielminetti si è soffermato, il suo gusto personale, la sua predilezione per Guido Gozzano (Antonicelli ne studiò diffuse gli scritti editi e inediti) e la difficoltà a comprendere l'ermetismo e le avanguardie (Antonicelli non "si spinse" oltre Ungaretti) può far meglio comprendere quel tormentoso contrasto tra antico e moderno, vecchia e nuova borghesia, repulsione-attrazione per le innovazioni portate dal Novecento: il mondo crepuscolare, così pacato, caldo e sicuro, di fine Ottocento, si scontrò con la realtà di due guerre devastanti. Cambiarono i valori, cambiavrono i mezzi di comunicazione, cambiò l'uditorio: Antonicelli fu protagonista della rinnovata scena politica, seppe interpretare l'ansia di libertà democratica scaturita dalla lotta di Liberazione, percepì la necessità di organizzare la cultura in veste comprensibile ai lettori della Stampa e agli ascoltatori delle trasmissioni radiofoniche della Rai, ma continuò a sentire propria la poesia recitata con voce sommessa, che lo spirito raffinato ama incondizionatamente. (Monica Favaro)