Giovanni Zaninetti

"I carabinieri venivano di notte in casa"
Ricordi di lotta politica, carcere ed emigrazione*



Nato [il 20 febbraio 1903 a Crevacuore, in Valsessera] da una famiglia di contadini artigiani cattolici (mio padre era sacrestano di una chiesa del paese, carica ereditata dal nonno) a 13 anni cominciai a lavorare in un'officina della vallata che, durante la prima guerra mondiale, venne comprata da una famiglia di industriali di un paese vicino.
Qui avvenne un primo distacco dalle credenze religiose: operaio con altri operai, a contatto quindi colla situazione economica e le idee socialiste che si diffondevano tra le masse, i primi dubbi sulla religione cominciarono a farsi strada nella mia mente, anche perché la Chiesa cattolica, in tutte le manifestazioni sociali era sempre al fianco dei padroni.
Nel 1917, durante la prima guerra mondiale, si ebbero le prime manifestazioni sindacali: gli operai rivendicavano gli aumenti di salario corrispondenti all'aumento del costo della vita. I cortei degli scioperanti cominciavano ai piedi della montagna e, scendendo lungo la vallata, si ingrossavano delle masse che uscivano dalle fabbriche: erano centinaia e centinaia di operai che si concentravano nell'ultimo paese della valle, dove aveva luogo il comizio organizzato dai dirigenti sindacali. L'entusiasmo che sempre animava queste masse faceva sì che questo movimento diventasse più forte: gli operai avevano ottenuto dei salari che permettevano loro una vita più umana.
Nel 1918, poco prima della fine della guerra, caddi ammalato, colpito da una febbre artritica che per un po' mi tolse l'uso delle gambe. Fu un anno molto triste: la "spagnola" mieteva delle intere famiglie. Impossibilitato a muovermi, guardavo i funerali che passavano sotto il balcone della mia casa. In certi giorni il loro numero era così grande che, quando uno passava, un altro lo seguiva da vicino.
Inviato all'ospedale di Novara, accompagnato da un mio zio, vi rimasi circa due mesi. Quando ritornai al paese potevo camminare appoggiandomi su due bastoni, che furono poi eliminati, uno per volta, finché, seguendo il consiglio del medico, potei montare sulla mia bicicletta e fare così la ginnastica per ristabilirmi.
Nel 1919 fui assunto da un'officina meccanica di un paese vicino; lavorai circa un anno in questo stabilimento, dopodiché mi trasferii in città, non più come meccanico, ma come fonditore di ghisa. Iscritto al sindacato dei metallurgici, partecipai a tutte le manifestazioni operaie e agli scioperi per salari migliori.
L'entusiasmo che animava la massa era molto grande: in questi anni la classe operaia aveva raggiunto una situazione sociale migliore di quella degli anni precedenti. Questa euforia, che disgraziatamente non doveva durare molto, trovò nell'agosto del 1920 il suo punto più alto. Questo si rifletteva nelle particolarità della vita sociale, colla fondazione delle cooperative di consumo, il rafforzamento dei sindacati e del Partito socialista, colla fondazione di piccole orchestre che alimentavano e facilitavano l'unione di gruppi di amici che andavano alle feste dei dintorni; l'allegria invadeva la popolazione e provocava una sempre più grande fraternizzazione popolare.
Infelicemente il Partito socialista, e il popolo in generale, credeva che questo stato di cose sarebbe durato, che questo sviluppo avrebbe [avuto] uno svolgimento pacifico, sboccante in una forma di socialismo che realizzasse le necessità e le esigenze delle masse. Nell'ottobre del 1917 era scoppiata la Rivoluzione russa, ma la sua influenza sulle masse si manifestò soprattutto nel 1920: si cantava nelle strade, nelle manifestazioni e nelle osterie "Bandiera rossa trionferà, evviva il socialismo e la libertà" e anche "Lenin verrà che ci darà il nostro pane e la libertà".
Vissi questo periodo entusiasmante partecipando alle manifestazioni e alle lotte sociali, che mi confermarono le ragioni del mio distacco dalla religione, benché questa abbia dato luogo, specialmente nella pianura padana, a organizzazioni di contadini e alla fondazione del Partito popolare diretto da don Sturzo e da Miglioli. Si parlava all'epoca di "Soviet bianchi" per definire il movimento delle organizzazioni cattoliche.
Ho avuto l'occasione, nel carcere di Parma, di incontrare un professore cattolico praticante, di Verona, che mi diceva che l'unica differenza che lo separava da noi era la nostra a-religiosità, ma che non aveva nulla in contrario per ciò che riguardava le nostre rivendicazioni economiche.
Ma il fascismo oltre alle organizzazioni rosse distrusse anche quelle cattoliche, i loro sindacati e le loro organizzazioni politiche, manifestando apertamente il suo carattere reazionario e di difensore dei latifondisti e dei grandi industriali.
Lo studio delle questioni sociali e soprattutto quello della storia e della filosofia, dovevano portarmi, nel 1923, ad iscrivermi alla Gioventù comunista, l'unica organizzazione giovanile che continuava la lotta contro il fascismo, che aveva distrutto la socialità popolare che si era diffusa, almeno nei nostri paesi, dopo la prima guerra mondiale.
Il fascismo non solo distrusse le organizzazioni operaie e le cooperative, ma infierì anche contro i gruppi di amici che partecipavano alle feste e ai balli popolari.
Malgrado questa feroce reazione, nasceva e si sviluppava il movimento comunista, che sentiva la necessità di una ideologia rivoluzionaria che desse coscienza alle masse della loro funzione politica e sociale. Partecipai agli scioperi del 1920 e specialmente a quello organizzato dal gruppo dell'Ordine nuovo che si era costituito a Torino e che rappresentò il punto più alto del movimento operaio di quest'epoca.
In seguito la crisi economica e una certa demoralizzazione sopravvenuta permisero al fascismo di cominciare la distruzione degli organismi operai e dei partiti avversi. La classe operaia aveva pochissimi mezzi di difesa organizzata da opporre al fascismo, le cui squadre attaccavano e distruggevano con tutti i mezzi le istituzioni create dal popolo lavoratore che, infelicemente, non possedeva un partito all'altezza della situazione.
I fascisti ebbero così libero gioco nella vita politica italiana: era un movimento aiutato dalla polizia, dal grande padronato industriale e bancario, dalla direzione dell'esercito, dalla monarchia e dall'alleanza coll'alto clero: tutte le forze reazionarie si erano unite per abbattere anche fisicamente gli uomini e le istituzioni operaie e contadine che, purtroppo, manifestarono la loro impotenza nella loro difesa.
Nel 1921, dal Congresso socialista di Livorno, nacque il Partito comunista che, ispirato dagli ideali della Rivoluzione russa, non soltanto costituì una nuova organizzazione, ma elaborò anche una vera e propria ideologia. Si ritornava così alle fonti della lotta operaia e si prospettava una nuova concezione del mondo che faceva dei lavoratori la classe sociale egemonica di una nuova vita, di una nuova cultura.
La lotta contro il fascismo continuava; questo non [era] riuscito a spegnere nelle masse la loro volontà di lotta, rendendo così possibile l'organizzazione di un partito rivoluzionario che il fascismo non poté distruggere, malgrado i mezzi poderosi di cui disponeva.
Iscritto alla Gioventù comunista, continuai con altri compagni, tra i quali Secchia e Roasio, la lotta contro il fascismo, che si faceva sempre più dura.
Verso la fine del 1925 il compagno Longo venne a Biella per una riunione di compagni responsabili che aveva lo scopo di dare una base ideologica alla nostra azione; il fondamento teorico-pratico era tratto dai "Principi del leninismo" di Stalin, ciò che provocava in noi giovani un grande entusiasmo, perché così sapevamo perché lottavamo e ci dava allo stesso tempo un'ideologia precisa e comprensibile da tutti.
Al principio del 1926 il compagno Longo ritornò in città a procurare elementi che potessero formare un nucleo di giovani rivoluzionari di professione, incaricati di riorganizzare la Federazione giovanile, di cui era il dirigente. Questo lavoro era anche fatto fra gli elementi del partito in modo che si costituirono due organizzazioni, di giovani e adulti, che collaboravano tra di loro e rendevano più facile il lavoro politico. Fui scelto e feci il mio tirocinio, che durò tre mesi circa, col compagno Longo, in Lombardia: ne visitai le varie federazioni, diffondendo le parole d'ordine del partito, dopodiché fui inviato a Bologna per assumere la carica di funzionario interregionale della gioventù nell'Emilia e Romagna, inclusa la provincia di Ancona delle Marche, mentre il compagno Francesco Leone lavorava cogli adulti.
Era un lavoro che esigeva da me uno sforzo mentale e fisico estenuante perché, oltre al lavoro pratico, continuavo a studiare per formarmi ideologicamente.
Avevamo dei gruppi in tutte le province. In tutti i centri più importanti avevamo delle sezioni giovanili più o meno forti, in cui si propagavano i nostri ideali, la cui realizzazione mirava ad un avvenire migliore del nostro paese. Per ciò che concerneva le direttive del fronte unico antifascista, ero riuscito a prendere contatto con alcuni operai cattolici di Bologna, ai quali spiegavo che i comunisti non combattevano la religione in quanto tale, ma la direzione reazionaria dell'alto clero.
Oltre al lavoro organizzativo in seno alla gioventù, ci sforzavamo di riunire dei senza-partito per spiegare loro le rivendicazioni che il partito e la gioventù comunista diffondevano nelle masse lavoratrici. In questo senso organizzai alcune riunioni di simpatizzanti, specialmente a Parma. Devo dire però che nella Romagna il fronte unico coi repubblicani, molto forti in questa regione, non era assolutamente accetto dai nostri compagni. Il lavoro in questo senso non poteva dare dei risultati positivi perché i repubblicani si erano sovente alleati coi fascisti contro le istituzioni socialiste (non si deve dimenticare che Mussolini era romagnolo).
Malgrado tutta questa attività del partito e della Federazione giovanile, non eravamo attrezzati e organizzati in modo da poter rispondere efficacemente agli attacchi della polizia fascista: basti dire che il nostro abbonamento ferroviario era fatto col nostro nome, ciò che in seguito permise alla polizia di individuarci nei nostri movimenti da una provincia all'altra. La nostra lotta tendeva a una prospettiva democratica e legale, volevamo e ci illudevamo di poterci servire (almeno prima della creazione del Tribunale speciale) delle stesse leggi liberali. Fummo così facile preda della polizia fascista.
Lavorai quindi per quasi sei mesi come interregionale dell'Emilia-Romagna e Marche, organizzando e riorganizzando il nostro movimento.
Avevo scritto un articolo che fu pubblicato dall' "Unità", che riguardava il trattamento a cui erano sottoposti gli operai di una fabbrica a Ferrara. Il giornale fascista "Corriere Padano" mi invitò a presentarmi alla sede del fascio: ciò che non feci per ovvie ragioni.
In generale, il lavoro progrediva normalmente malgrado il Tribunale speciale e le leggi d'eccezione emanate dal fascismo: convocavo e organizzavo delle riunioni che avevano lo scopo di risolvere i problemi locali. Nelle Marche, e specialmente ad Ancona, il lavoro era particolarmente pericoloso perché si dubitava che in questa città la polizia fosse, per mezzo di provocatori, penetrata nell'organizzazione.
Avevo quindi stabilito la sede della Federazione giovanile a Fabriano, ma se non era accaduto nella città capoluogo e in quest'ultima città, la cosa divenne sudicia a Chiaravalle, dove un disgraziato che si diceva comunista e che era effettivamente iscritto alla Federazione giovanile, per vendicarsi del fatto che avevo stabilito la sede della federazione a Fabriano, anziché a Chiaravalle, in modo di essere lui il responsabile dell'organizzazione locale, mi indicò alla polizia e in un caffè di Ancona [il 26 agosto] fui arrestato e condotto alla delegazione, dove mi si spogliò del denaro, con accompagnamento di schiaffi e altre specialità poliziesche.
Dopo aver passato la notte in una cella, mi affidarono a due robusti poliziotti che dovevano condurmi al carcere, posto su di una collina. Vedendo la mia bassa statura e la mia apparente poca forza fisica, non mi avevano ammanettato: ero semplicemente tenuto per la manica della giubba. Arrivato ad un certo punto della collina diedi un forte strappo al poliziotto e, facendo un balzo indietro, mi infilai in un vicolo a gradini, che saltavo una mezza dozzina alla volta, ciò che mi permise di porre una certa distanza tra me e i poliziotti.
Siccome, come si dice, la fortuna arride sovente agli audaci, arrivato a un certo punto della discesa, la gradinata si biforcava: entrai in una che sboccava sul corso principale di Ancona, dove mi mescolai alla folla, della quale seguivo il passo colla massima calma (apparente), finché, ad un certo punto, attraversai il corso come una persona qualsiasi e salii una viuzza con passo piuttosto svelto e arrivai così in un orto in cima alla collina opposta da quella in cui ero venuto.
Con mio grande piacere vidi che la ferrovia era vicina e sapevo che, seguendola in direzione di Ancona, sarei arrivato a Chiaravalle, dove abitava quel disgraziato che mi aveva denunciato, ma che in quel momento ignoravo fosse l'autore della denuncia. Sapendo dove abitava, perché ero già stato a casa sua, picchiai alla sua porta; era il mattino presto, sua madre apparve tutta spaventata e voleva mandarmi via, finché suo figlio scese e mi offrì 25 lire, che mi furono molto utili.
La notte stessa presi il treno per Bologna e, coprendomi il viso con un giornale come se dormissi, riuscii ad arrivarci. Anche qui la fortuna non mi abbandonò, perché il treno si fermò prima di entrare in stazione, ciò che mi permise di saltare sui binari e raggiungere così una via della città, evitando di passare per la porta d'uscita della stazione, certo come ero che la polizia mi avrebbe riconosciuto e arrestato.
Quando arrivai alla stanza che affittavo, mi misi a letto. Mi risvegliai soltanto il giorno dopo verso le dieci del mattino: avevo dormito circa 24 ore. Quando mi alzai incontrai il padrone della stanza, che mi disse che la polizia era venuta a cercarmi il giorno prima. Questo fatto mi convinse che quel disgraziato di Chiaravalle aveva dato anche il mio indirizzo di Bologna, che lui conosceva, alla polizia.
Uscii più che in fretta colla mia valigetta e lessi nel "Resto del Carlino" un trafiletto in cui si diceva che la polizia di Ancona, venuta a Bologna alla ricerca di un pericoloso sovversivo, aveva arrestato Di Vittorio con un compagno (vennero però rilasciati quasi subito). Non mi restava altra via che prendere un autobus che mi portasse ad una stazione non molto lontana, al treno per Roma.
Arrivato nella capitale, mi incontrai con Secchia di cui avevo l'indirizzo. Dopo una settimana di riposo fui mandato nel Meridione come interregionale della gioventù, assieme a Lisa che lavorava per gli adulti.
Visitavo e organizzavo i giovani nelle numerose province dove era possibile costituire delle sezioni o prendere contatto con quelle già esistenti. Fui in Sicilia, a Messina, Catania e Palermo; nella Calabria, a Reggio e Catanzaro; nella Puglia, a Bari, Foggia, Lecce e Taranto; nella Campania a Napoli, Caserta, Benevento e Salerno.
Il mio lavoro in queste regioni durava già più di quattro mesi, quando in treno per Lecce assieme al compagno Lisa, un controllore avvisò della sua presenza due agenti di polizia (aveva, come me del resto, l'abbonamento ferroviario col proprio nome), che lo invitarono a seguirli1. Avendo compreso di che si trattava, discesi alla prima fermata del treno in piena Basilicata, perché sapevo benissimo che altrimenti mi avrebbero pescato alla stazione di Taranto o in quella di Lecce.
Comprai un biglietto ferroviario di terza classe in una cittadina di cui non mi ricordo il nome, e ritornai a Napoli. Il compagno Secchia veniva tutte le settimane per informarsi del lavoro fatto e darmi del denaro per vivere. Gli comunicai quindi l'arresto di Lisa, mettendolo anche al corrente della mia situazione.
Malgrado la lezione, qualche giorno dopo andai in un'agenzia per rinnovare l'abbonamento. Un impiegato mi comunicò che c'era una discrepanza nel mio documento: comprendendo di che si trattava, mi misi a protestare ad alta voce in quanto rappresentante di una importante ditta commerciale; dissi che avevo avuto una discussione con un controllore, ma che la ditta per cui lavoravo si sarebbe interessata della questione. Erano tre o quattro impiegati, ma furono tanto sorpresi dalla mia reazione che mentre parlavo potei avvicinarmi all'uscita e prendere, un poco più lontano, il primo tram che passava. Andai fino a Posillipo, dove rimasi per circa un'ora. Rientrato alla mia abitazione, presi la mia solita valigetta, noleggiai un taxi che mi condusse a Caserta, giusto in tempo per prendere il Napoli-Roma. Qui giunto andai a trovare il compagno Secchia, col quale rimasi qualche giorno, dopodiché fui inviato nel Veneto e nella Venezia Giulia, anche qui come interregionale della gioventù, con sede a Padova.
Avevamo delle sezioni a Verona, Vicenza, Udine, Gorizia, Monfalcone e Trieste. Qualche mese prima era avvenuto l'attentato a Mussolini a Bologna, che aveva dato il pretesto alla promulgazione delle leggi eccezionali e alla costituzione del Tribunale speciale per la sicurezza dello stato.
Dopo circa due mesi di lavoro fui denunciato da un provocatore al servizio della polizia di Verona in modo che, quando arrivai dove avevo organizzato una riunione, incontrai invece due poliziotti che mi intimarono di alzare le mani2. Con un salto mi liberai e tentai la fuga attraverso i campi, ma da tutte le parti uscivano degli agenti sparando colle loro rivoltelle: ero circondato e non mi restava che arrendermi, ciò che feci con molto dispiacere. Condotto alla delegazione, dopo tre settimane di tortura, fui condotto in carcere. Qualche tempo dopo fui portato alle carceri di Padova, dove la polizia aveva scoperto la nostra abitazione, grazie all'arresto di due compagni. Rimasi per qualche mese nel carcere di questa città coi detenuti comuni, dopodiché fui condotto ad Ancona, dove temevo le rappresaglie della polizia locale ma, malgrado le minacce, non mi fecero nulla. Però qui accadde un fatto molto doloroso: un compagno mi presentò un infermiere facendolo passare per un comunista; cascai nella rete e mandai un biglietto perché fosse recapitato al compagno [Valentino] Novaretti e alla compagna [Francesca] Corona, che vennero arrestati per questa mia imprudenza.
Quando lo stesso sedicente infermiere mi comunicò la notizia con l'evidente intenzione di demoralizzarmi, ebbi una vera crisi di disperazione, ma il male era fatto e non c'era più rimedio.
Qualche tempo dopo fui condotto a Regina Coeli e mi vennero dati dieci anni, come organizzatore di un partito sciolto dalle autorità fasciste, e tre anni di libertà sorvegliata3. In seguito fui condotto al penitenziario di Piacenza, dove dovevo scontare venti mesi di segregazione cellulare. Non mi restava quindi che organizzare i miei studi, continuando quelli intrapresi in libertà e durante il lavoro come interregionale della gioventù. Mi ricordo della mia passione per la collezione filosofica della casa editrice Laterza di Bari, della quale avevo comprato alcuni libri, specialmente le traduzioni dello Hegel.
In carcere, a Piacenza, col poco denaro che ricevevo e che economizzavo privandomi persino del necessario, continuai a comprare libri; volevo ricuperare il tempo perduto e feci un programma che avrei potuto realizzare in libertà, ma che fu molto nocivo per la mia salute. Volevo aggiornarmi sui risultati della cultura contemporanea; studiavo non soltanto le lingue come il francese, tedesco e inglese, ma anche il latino e il greco, delle quali ero riuscito a leggere i classici quasi correntemente.
Insistetti soprattutto nello studio del tedesco, che mi sembrò molto più difficile, ma tanto più necessario, perché sin d'allora volevo compenetrarmi il più profondamente possibile nella comprensione della filosofia cosiddetta classica, che sboccò nello Hegel e nell'interpretazione che il Marx fece della filosofia idealista in generale. Non pensavo che un tal programma di studi (che nondimeno riuscii a realizzare in buona parte) potesse essere troppo faticoso, date le condizioni di vita a cui ero soggetto.
Avevo già studiato a memoria la "Divina commedia" di Dante durante la mia permanenza al carcere di Ancona; a Piacenza avevo studiato il primo volume del "Capitale" di Marx, di cui potevo fare mentalmente un riassunto capitolo per capitolo. Gli effetti di tutto questo lavoro apparvero quando, finita la segregazione cellulare, fui condotto al penitenziario di Parma. Qui percepii che non potevo più continuare a leggere e ancora meno studiare: ero affetto da una grave debolezza fisica, eppure la mia intenzione era sempre quella di realizzare il programma che mi ero proposto a Piacenza.
La vista era tanto indebolita che non vedevo neanche le stelle più visibili: avevo persino chiesto ai compagni che erano con me se il cielo che si vedeva da una finestra era sempre nuvoloso. Con stupore mi si rispose che le stelle brillavano nel cielo, ciò che produsse in me una grande preoccupazione di diventare cieco.
Nella camerata coi "comuni" vi era anche un epilettico, dalle cui crisi rimanevo profondamente impressionato; però ad un certo momento venne condotto in infermeria, dove morì di broncopolmonite.
Separato dai condannati comuni e posto in una camerata assieme ai condannati politici, la mia salute non migliorò, anzi tendeva piuttosto a peggiorare. I compagni che erano con me, Leone, D'Onofrio, Oberti, ecc., mi tolsero tutti i libri.
Decisi di andare a lavorare, in una grande sala dell'ultimo piano, da cui si vedeva una buona parte della città di Parma, dove si facevano grandi sacchi di filo di ferro di varie dimensioni che servivano, riempiti di pietre, negli argini dei fiumi e dei canali.
Con l'aria pura e il lavoro fisico, riposando il cervello dallo sforzo fatto nella segregazione cellulare, cominciai a rimettermi lentamente, senza mai arrivare però a ristabilirmi completamente. Non riuscivo a fare il più piccolo sforzo cerebrale: non mi era possibile leggere più di una mezz'ora; del resto avevo abbandonato ogni studio serio che richiedesse un poco di attenzione.
Nel 1931 i condannati politici furono trasferiti e concentrati nel penitenziario di Civitavecchia, dove oltre ai compagni di Parma, feci la conoscenza di molti altri, fra i quali Sereni, Moscatelli ed altri. Qui ricominciai a studiare un poco, sempre tentando di completare il programma che mi ero fatto al principio della mia reclusione: riuscivo già a leggere per quasi un'ora, continuando lo studio dello Hegel e del Marx e di altri autori.
Ebbi però la sfortuna di essere stato condannato a dieci anni di carcere con una sola accusa e così, quando venne l'amnistia, nel '32, potei godere solo di tre anni di condono4.
A Civitavecchia ero stato sorpreso da una guardia mentre comunicavo coi compagni di un'altra camerata e punito con tre mesi di isolamento colla riduzione alimentare a pane e acqua. Per fortuna un pezzo grosso dell'amministrazione carceraria venne a visitare il carcere di Civitavecchia e amnistiò tutti i puniti; avevo già fatto quindici giorni con questo regime; tutto contribuiva a peggiorare le condizioni della mia salute.
Accadde anche un fatto grave che avrebbe potuto avere delle serie conseguenze; un individuo che si diceva comunista, aiutato da un bordighiano che tentava di dividere i compagni, aveva accusato Moscatelli, non ricordo di che cosa, e si voleva escluderlo dal partito. Avendo subodorato le losche intenzioni di questi due individui, mi opposi energicamente a qualsiasi azione contro questo nostro compagno, benché queste luride persone fossero riuscite a convincere una ventina di compagni che vivevano nella nostra camerata.
La lotta durò circa tre settimane; avevo minacciato di fare un rapporto al partito appena riacquistata la mia libertà. Alla fine, persuasi dell'ingiustizia che si sarebbe commessa, decisero di mettere una pietra su tutta la vicenda. Compiuti i sette anni di prigione, [il 4 maggio 1934] me ne ritornai a casa, colla speranza di rimettermi dall'esaurimento che mi aveva colpito nel penitenziario di Piacenza e che si era manifestato con tutta la sua gravità in quello di Parma.
Fu un'amara illusione perché quasi subito dopo la scarcerazione mi venne notificato che ero considerato un elemento pericoloso, così che non passava una settimana senza che fossi obbligato a presentarmi alla caserma dei carabinieri, dove restavo sovente per tre o quattro giorni.
Una volta, in occasione del 21 aprile, durante tre settimane, non potei fare una settimana intera di lavoro (lavoravo come fonditore in una officina del paese vicino).
Una sera, rientrando dopo il lavoro, ebbi la felice sorpresa di incontrarmi con Moscatelli che veniva in senso inverso. Fu un abbraccio caloroso; ci rivedemmo così tutte le sere. Una volta mi disse che qualcuno gli aveva offerto una macchina da scrivere dicendo che aveva organizzato una sezione comunista; gli consigliai di non abboccare all'amo, perché aveva tutta l'aria di essere una provocazione organizzata dalla polizia.
Io continuavo ad essere un cliente assiduo dei carabinieri. È facile comprendere che le mie condizioni fisiche non soltanto non potevano migliorare, ma peggioravano di giorno in giorno. Dopo quattro anni, negli ultimi tempi sentivo nettamente che non avrei sopportato di più e piuttosto di finire in una casa di salute, preferii emigrare all'estero.
Devo anche aggiungere che durante questi anni mi fu assolutamente impossibile lo studio: i carabinieri venivano di notte in casa per vedere se c'ero; ero sempre agitato dalla minaccia del confino, e ci sarebbero riusciti se non fossi andato all'estero. Infatti le mie condizioni di salute erano arrivate al punto estremo della mia resistenza: decisi quindi di raccogliere le forze che mi restavano, attraversai il monte Rosa e me ne andai in Svizzera, alla Pasqua del 1938. Coll'aiuto di Moscatelli che mi aveva procurato una guida di Alagna, assieme a mio fratello attraversai il confine, dopo aver pernottato nella capanna Gnifetti, nella quale avevamo incontrato i fascisti che mi domandarono che cosa stavamo facendo in quel luogo. Risposi che eravamo andati a passare le feste di Pasqua, in modo da non destare sospetti. Aspettammo che i fascisti scendessero coi loro sci in direzione della valle d'Aosta e di notte salimmo colla guida fino alla Balmenhorn, dove pernottammo. La guida rifiutò di condurci fino in Svizzera e fummo obbligati a fare il cammino da soli.
Avevo condotto con me mio fratello perché temevo che i fascisti si sarebbero vendicati su di lui per la mia fuga.
Il giorno dopo prendemmo il treno per Ginevra, dove avevamo l'indirizzo del compagno Bertoglio5, che mi fece attraversare la frontiera svizzera da un suo amico, indicandomi anche dove avrei potuto incontrare dei compagni a Parigi.
Il viaggio proseguì senza inconvenienti. A Parigi fui alla redazione del giornale italiano, dove incontrai i compagni Leone, Montagnana e Di Vittorio, che mi consigliarono di andare in Spagna o anche di ritornare in Italia per il lavoro politico clandestino. Rifiutai date le mie condizioni: sentivo l'impellente necessità di riposare un poco, perché dopo quindici anni di lotta in Italia credevo di averne diritto.
Non era questa l'opinione di Berti e di altri compagni dirigenti6 e, iscritto al Soccorso rosso francese, fui mandato a Clermont-Ferrand, regione infestata dai cosiddetti cagoulard (elementi dell'estrema destra), dove vissi quasi un mese relativamente tranquillo. Eravamo andati a lavorare in una cava di pietre per una quindicina di giorni, dopodiché, essendo scaduto il permesso di soggiorno in Francia, la Prefettura della polizia (che corrisponde alla nostra Questura) mi rifiutò il rinnovo.
I documenti che mi autorizzavano il rinnovo furono fatti sparire dall'ufficio dell'avvocato che doveva difendermi, così che venni condannato a tre mesi di prigione. Non mi restava che ritornare a Parigi e senza documenti mi trovavo nell'impossibilità di procurarmi un lavoro fisso. Mi è difficile raccontare la miseria e la fame sofferte durante questo periodo. Vivevo di piccoli lavori: fare le pulizie in certi uffici, lavare le scale, ma questo non solo non mi permetteva una vita regolare, ma nemmeno di soddisfare la fame che pareva perseguitarmi ovunque andassi. Passavo dei giorni interi senza toccare cibo. A un certo momento un italiano mi presentò a un cestinaio che avrebbe potuto darmi lavoro: imparai quindi a fare dei cestini e così almeno potevo mangiare qualche cosa ogni giorno. Era una cosa curiosa, a dir poco, vedermi andare nel metro e nelle vie di Parigi con un fascio di vimini sulle spalle, che doveva servirmi per fare dei cestini per vasi di fiori.
Quando però alcuni compagni che avevo conosciuto in carcere o in libertà, D'Onofrio, Roasio, ecc., ritornarono dalla Spagna, mi aiutarono, sperando forse che sarei rientrato a far parte dei quadri di partito. Roasio mi aveva detto che il primo posto vacante nell'organizzazione sarebbe stato per me, ma oramai avevo già preso la decisione di rientrare in officina, perché le umiliazioni che avevo subito non mi permettevano di far parte dei quadri.
Diffidato persino dai compagni (lo zampino di quel disgraziato di Berti non era certamente estraneo alla mia situazione), mi ricordo di avere vissuto una volta tre giorni con due chili di patate.
Malgrado tutto continuavo come potevo a studiare Marx: lessi con interesse la collezione di "Stato Operaio"; due articoli mi avevano particolarmente interessato: quello di Togliatti e il commento di Montagnana sulla democrazia popolare; il lato ideologico del partito, era, nelle mie condizioni, la sola attività politica che mi restava. Lessi in tedesco libri di Karl Marx e mi impressionò profondamente il "Che fare" di Lenin.
Ritornando alle condizioni della mia vita a Parigi, devo dire che il lavoro dei cestini mi permetteva appena di non morire di fame. La mia depressione fisica e psichica, unita al disgusto, non mi permetteva di riprendere il mio posto nell'organizzazione; ero ormai deciso a rientrare in officina appena ne avessi avuto la possibilità, ciò che feci dopo aver scontato i tre mesi di prigione a Frênes.
La guerra, frattanto, era già scoppiata. Regolarizzai il mio permesso di soggiorno e [trovai] lavoro in una fonderia alle porte di Vincennes. Nel maggio seguente, eravamo ormai nel 1940 e la Francia [era stata] invasa dai tedeschi, feci, per modo di dire, le mie valigie, che consistevano in un grande sacco colle cose più necessarie, e uscii da Parigi dalla Porte d'Orlèans, allo scopo di raggiungere mio fratello che era rimasto a Clermont-Ferrand.
Camminando un poco a piedi e un poco con altri mezzi di locomozione, arrivai a Étampes giusto un momento dopo che i tedeschi l'avevano bombardata; assistetti a delle scene strazianti: accostati agli alberi c'erano dei morti mitragliati, nelle piazze della città piena di auto in fuoco. Io stesso che andavo a piedi sulla strada avevo dovuto, con delle ragazze parigine, nascondermi in un fossato; una bomba scoppiò dall'altra parte della strada alla nostra altezza.
Da Étampes continuai il mio cammino: adesso lo scopo era di arrivare a Limoges, andando a piedi o su camions di soldati; infine con tutti i mezzi di locomozione che incontravo. Anche qui i tedeschi stavano bombardando la città; decisi quindi di rifugiarmi in una cittadina che distava una decina di chilometri. Qui mi rifugiai in un cascinale dove rimasi alcuni giorni, finché venne firmato l'armistizio e la costituzione di una linea di demarcazione tra la Francia occupata e quella del governo di Vichy.
Vissi così relativamente tranquillo, nel lavoro e nello studio, fin quando i tedeschi occuparono tutta la Francia. Cominciava per me una vita difficile, poiché mi ero messo, subito dopo il mio ritorno a Clermont-Ferrand, in rapporto coi compagni francesi. Subentrava quindi in me il timore di essere arrestato e inviato in Germania, o sommariamente fucilato. Fui fermato varie volte ma sempre riuscii a cavarmela. Dopo la Liberazione mi si disse che i funzionari francesi avevano nascosto il mio fascicolo evitando così che cadessi nelle mani della Gestapo.
Nondimeno ho dovuto varie volte fuggire attraverso i campi: la mia casa aveva un'uscita che dava in un'altra via e mi permetteva una certa possibilità di salvarmi; devo però dire che fui aiutato dalla fortuna, in caso contrario, avrei dovuto darmi alla macchia, ciò che volevo evitare per quanto mi fosse possibile. Naturalmente la mia salute non poteva migliorare.
Sfuggito alla Gestapo, alla Liberazione organizzai nella regione centrale della Francia nove sezioni dell' "Italia libera", organizzazione democratica di tutte le tendenze politiche, dai cattolici fino agli anarchici. Ottenni un certo successo, facevamo delle feste alle quali partecipavano più di cinquecento persone, italiani e francesi, ed ero considerato dalla direzione dell' "Italia libera" come un ottimo organizzatore. Ma questa mia attività non era molto buona per le mie finanze e anche per la mia salute a causa degli spostamenti frequenti e delle riunioni alle quali dovevo partecipare. Nell'inverno del 1948 fui a lavorare come manovale nelle costruzioni edilizie e poi dovetti accettare un posto di aiutante in certi lavori nelle strade ferrate nei dintorni di Clermont-Ferrand.
Alcuni anni dopo la Liberazione - lavoravo come giardiniere e agricoltore - si presentò per me un grave problema: quello della differenza sopravvenuta tra i prezzi industriali e quelli agricoli: il governo favoriva l'industria a scapito dell'agricoltura. I fiori e la frutta però mi permettevano di sopravvivere, sempre dirigendo l' "Italia libera", che venne poi sciolta dal governo francese assieme ad altre organizzazioni straniere, spagnole e polacche in particolare, per delle ragioni politiche e amministrative: esse rappresentavano dei corpi estranei nella vita sociale francese.
In questo periodo fui invitato da Moscatelli e Secchia (all'epoca segretario dell'organizzazione del partito) a ritornare in Italia: dovevo andare a Roma alla scuola del partito, ma ero veramente troppo demoralizzato per accettare un incarico qualsiasi.
In Italia dovetti subire ogni sorta di umiliazione. Questo fatto ebbe la sua influenza su di me. Così nel 1953 accettai l'invito di mia zia di andare in Brasile a lavorare nella fabbrica di mio zio, morto un anno prima. Quando arrivai la fabbrica era già stata venduta e fui assunto in un'officina meccanica, dove appresi, utilizzando le mie conoscenze, il mestiere, per me affatto nuovo, di tornitore meccanico. L'apprendistato fu rapido e divenni un operaio qualificato.
Devo aggiungere che il clima di qui era ottimo, e malgrado il lavoro abbastanza pesante, mi accorsi che le mie condizioni miglioravano, tanto che ero quasi deciso a ritornare in Italia, ma il timore di una ricaduta mi distolse dal realizzare questo progetto.
Disgraziatamente in questo paese vigeva il sistema nordamericano, che non permetteva, nelle grandi officine l'assunzione di operai con più di 35 anni, in modo che fui costretto a cercare lavoro nelle piccole fabbriche, dove, malgrado la mia abilità tecnica, dovevo accettare un salario molto inferiore alle mie capacità.
Dopo alcuni anni potei farmi assumere in una fabbrica di motori diesel come tornitore meccanico, dove fui incluso in una squadra che lavorava dalle 14 alle 22, avendo così tutto il mattino per studiare, scrivere e svolgere il programma che mi ero proposto, che non era che la continuazione di tutti gli studi precedenti. Bisogna anche dire che in tutte le fabbriche dove ho lavorato, ero sempre stato costretto, dopo un periodo di tempo più o meno lungo, ad andarmene, perché le pressioni degli omosessuali mi rendevano la vita impossibile, soprattutto perché protetti dalla direzione degli stabilimenti; nella stragrande maggioranza delle fabbriche di qui non si fa carriera senza l'umiliazione dell'individuo e questo specialmente quando queste fabbriche sono dirette dagli italiani.
Alle lotte sindacali si aggiungeva anche quella contro questa degenerazione. Questo fatto dura ancora oggi e sovente impedisce che degli elementi molto qualificati possano essere utilizzati negli stabilimenti industriali e commerciali7.


note