Pietro Secchia:
un protagonista dell'antifascismo italiano
"l'impegno", a. III, n. 3, settembre 1983
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Nel 1983, nella ricorrenza di due anniversari relativi ad una delle figure più prestigiose
dell'antifascismo e del movimento operaio, non solo biellese ma italiano, Pietro Secchia (l'ottantesimo della
nascita, il 19 dicembre, e il decimo della scomparsa, il 7 luglio), ricordammo Pietro Secchia nelle pagine de "l'impegno". Ritenemmo significativo ed importante farlo attraverso le testimonianze di coloro che lo
conobbero personalmente e che potevano restituirci non solo lo spessore storico della figura di Secchia,
ma anche arricchire con il loro apporto, la conoscenza di aspetti sconosciuti, o meno conosciuti,
del personaggio.
A tale scopo, sottoponemmo loro alcune domande che intendevano fornire una traccia,
senza tuttavia vincolare l'ampiezza delle risposte o il flusso dei ricordi personali:
- Quando, dove e in quale occasione ha conosciuto Pietro Secchia?
- Da quale aspetto della sua personalità venne colpito in quell'occasione?
- Quali furono, in seguito, gli aspetti della personalità e dell'opera di Secchia che
influirono maggiormente sulla sua formazione di antifascista o quegli aspetti che, comunque,
ritiene particolarmente significativi?
- Quale episodio riguardante Secchia lo ha maggiormente interessato o colpito?
- Se esistono episodi vissuti unitamente da lei e da Secchia, quale ricorda maggiormente?
- Che ricordi ha dell'attività antifascista clandestina di Secchia nel Biellese e qual è il suo
giudizio su tale attività?
- Più in generale, che giudizio dà dell'attività antifascista di Secchia in Italia?
- Che ricordi ha e quali sono le sue valutazioni circa l'attività di Secchia durante la Resistenza?
- Quali collegamenti (rapporti, influenze, ecc.), ritiene abbia avuto con la Resistenza biellese
e valsesiana?
- Come valuta e quali considerazioni pensa possano essere fatte circa il personaggio di Secchia
nel dopoguerra?
Risultava particolarmente gradito, inoltre, l'inserimento di tutte le informazioni che le persone
cui ci siamo rivolti, in virtù del ruolo ricoperto nell'antifascismo e nella pratica politica, e grazie
alla conoscenza personale con Secchia, avrebbero ritenuto opportuno fornirci.
I testi delle risposte non si caratterizzarono quindi nell'essere la mera compilazione di un
questionario (non tutti i testimoni, tra l'altro, avevano di Secchia una conoscenza durata abbastanza a lungo
da consentire la risposta a tutte le domande) ma si trattava piuttosto di esposizioni estremamente
personali e utili.
Mario Spirito Coda
Sono trascorsi molti anni dal giorno in cui conobbi il compagno Pietro Secchia. Eravamo
giovanissimi e, per ragioni diverse e partendo da situazioni differenti, ci trovammo, subito dopo la prima
guerra mondiale, a partecipare alle lotte dei lavoratori biellesi, assumendo quasi subito
maggiori responsabilità politiche e aderendo al Circolo giovanile socialista. Si creò un gruppo
giovanile affiatato ed organizzato che doveva costituire un elemento determinante nella discussione e
nella preparazione del Congresso socialista del 1921 a Livorno, che doveva sfociare nella fondazione
del Partito comunista d'Italia, con l'adesione unanime della Federazione giovanile socialista
al costituendo Partito comunista nel Biellese.
Il Circolo giovanile socialista si riuniva normalmente ogni domenica pomeriggio nei locali
del "Corriere Biellese" di piazza Lamarmora. Benché tutti giovani e con poca preparazione politica,
si partecipava con fervore alle discussioni delle varie correnti che allora dividevano il partito socialista
e si prendevano iniziative per la propaganda e la partecipazione attiva dei giovani alle
rivendicazioni economiche dei lavoratori, particolarmente alla lotta per la conquista delle otto ore lavorative.
In una di queste riunioni, eravamo nell'autunno del 1919, Secchia prese la parola e con la
consueta calma, che avremmo poi ritrovato anche nei momenti difficili, espose con chiarezza il suo
pensiero circa la situazione politica del nostro Paese, che usciva stremato da una disastrosa guerra, le
giuste rivendicazioni dei lavoratori biellesi che ancora una volta si scontravano con un padronato gretto
ed arrogante e circa la necessità di avere un partito socialista unito, rivoluzionario, capace di guidare
le grandi masse operaie, battendo il riformismo interno ed il massimalismo parolaio.
Nel Partito socialista esisteva allora una vivace polemica politica fra le varie correnti, che
doveva poi portare alla scissione di Livorno. La maggioranza dei giovani compagni biellesi era
influenzata dal gruppo di Bordiga, altri erano vicini alla posizione del giornale di Gramsci e Terracini,
"Ordine Nuovo".
L'intervento del compagno Secchia, così ampio e documentato, anche se non totalmente
condiviso, mi fece un'ottima impressione. Aveva dimostrato di avere le idee chiare e, desideroso di
esporre certe mie riserve, mi avvicinai a lui dicendogli che avevo seguito con molto interesse il suo
intervento e che avrei avuto desiderio di continuare a discutere sugli argomenti che più ci stavano a
cuore. Secchia accettò volentieri e da allora diventammo amici e
compagni fraterni.
Secchia si dedicava con passione allo studio, era ansioso di conoscere nei dettagli la vita
politica, aveva una spiccata personalità, era gioviale e scherzoso, pronto alla risata, ma era anche
tenace, pieno di iniziative, sempre pronto alla lotta.
Un giorno ci propose di fare un giornalino clandestino come gruppo giovanile. Non avevamo
i mezzi tecnici di oggi, certamente, ma trovammo una vecchia macchina da scrivere e, con
pochi fogli dattiloscritti e la testata scritta a mano, cercavamo di fare la nostra propaganda. Il
titolo doveva essere ironico nei confronti della polizia che ci stava sempre alle calcagna, e, dopo
lunghe discussioni, venne scelto "L'uomo che ride"; titolo che, nella situazione di allora, significava
che, in ogni situazione, il combattente non si perde di coraggio. La redazione del giornalino era
presso la Biblioteca civica, col tacito consenso del direttore che, in cuor suo, ammirava quei ragazzi
così impegnati contro il fascismo. Il compagno Secchia dimostrò subito le sue capacità nello
scrivere, ma il giornalino ebbe vita breve perché tutta la redazione venne ripetutamente arrestata dalla polizia.
A fianco di Secchia si formò, quindi, quel gruppo di giovani compagni che sarebbero poi
diventati dirigenti della Federazione giovanile comunista biellese; parecchi contribuirono poi
attivamente alla costituzione della Federazione del partito a Biella. Eravamo tutti sui 18-20 anni, mancavamo
di esperienza, di preparazione politica, ma eravamo guidati da una forte carica ideale, pronti ai
sacrifici che avrebbe comportato la lotta contro il fascismo, per difendere la democrazia nel nostro
Paese. Tutti quei compagni, infatti, ebbero una vita difficile: furono perseguitati, incarcerati, privati
del lavoro, esuli in terre straniere, ma tutti rimasero al loro posto di battaglia durante i lunghi
anni dell'antifascismo, nella lotta partigiana e, dopo la liberazione, si impegnarono al massimo
nella costruzione del partito nuovo, lavorando e combattendo per l'Italia democratica.
Negli anni 1919-1922, il compagno Secchia svolse un ruolo importantissimo nei
confronti dell'organizzazione giovanile biellese e le sue capacità organizzative contribuirono fortemente
alla costruzione del partito, di cui sarebbe diventato un dirigente amato e stimato. Ben presto però
fu costretto alla clandestinità e venne chiamato al Centro del partito. Quando le condizioni
lo permettevano, non mancava di dare il suo aiuto ed il suo consiglio alla nostra organizzazione
che, nel periodo della reazione fascista, subì numerosi arresti.
Nel 1926, per sfuggire all'arresto, io stesso passai alla clandestinità e, nel 1927, mi incontrai
con Secchia, che allora si faceva chiamare Bottecchia, a Milano, dove dirigeva il Centro
interno. Partecipammo entrambi alla conferenza di organizzazione, nell'autunno del 1927, a Basilea;
rientrati in Italia, continuammo la lotta contro il fascismo e lavorammo insieme fino al gennaio 1928,
data del mio arresto.
Secchia dimostrò sempre un grande attaccamento al partito. Alcune volte esprimevamo opinioni
diverse sul partito e sulla situazione italiana, seguivano allora lunghe discussioni, nell'intento
di portare ognuno il proprio apporto per trovare la via più giusta. Egli, inoltre, pagò sempre di
persona con persecuzioni, carcere e confino e in tutte le circostanze diede sempre un contributo
determinante: nei lunghi anni della lotta clandestina, nella Resistenza, nella rinascita del partito, nelle
istituzioni repubblicane.
Personalmente, avendo vissuto molti anni in ottimi rapporti con lui, ritengo debba essere
considerato uno dei figli migliori della nostra terra, uno dei grandi dirigenti del movimento comunista
del nostro Paese. Al movimento operaio ha lasciato un grande patrimonio di lotte e di esperienze
che devono essere di incitamento ai giovani a continuare la battaglia per la democrazia e per un
avvenire migliore.
Domenico Facelli
Ho conosciuto Pietro Secchia nel febbraio 1921, a Novara, in occasione dei primi incontri per
la costituzione della Federazione giovanile comunista della provincia di Novara (in seguito, a
Vercelli e a Biella, fu costituito un comitato circondariale di propaganda).
La personalità di Secchia era già affermata nel Biellese, e non solo tra i giovani operai, per
la serietà del suo comportamento, per lo slancio che dimostrava nella diffusione degli ideali
comunisti, nelle lotte aperte che, tutti i giorni, i giovani comunisti affrontavano contro le prime
squadracce fasciste e nella battaglia che, fin dalla costituzione del nostro partito, fu necessario impostare
nei confronti dei dirigenti sindacali e del Psi, per il loro attesismo e per il loro adattamento alle
prepotenze che il padronato, attraverso il nascente fascismo, stava instaurando nei posti di lavoro.
Una delle cose che più mi colpì in questi nostri primi incontri, fu che, unito al distintivo del
partito, portava ben visibile un nastrino tricolore: ci spiegò infatti, che noi dovevamo sentirci
"giovani comunisti italiani".
I miei incontri con Secchia furono pochi e saltuari perché, anche se una parte di noi
vercellesi aderiva alla Federazione di Biella, tra Biella e il Biellese, zona completamente industriale, in cui
la forza del partito era quasi tutta operaia, a Vercelli, zona in gran parte agricola, in cui la
forza organizzata era in gran parte composta da braccianti, non esistevano praticamente contatti e
l'attività socio-politica era molto differente e slegata: altro che partito nazionale, eravamo
ultra-campanilisti! Secchia, infatti, si sforzò sempre, affinché il movimento comunista uscisse da questa ristretta
visione, ma per realizzare questo si dovette discutere molto.
Ebbi poi occasione di incontrare Secchia, nel 1924, a Milano, quando dirigeva con Leone
il movimento giovanile in alta Italia (ricordo che per vivere avevano dovuto improvvisarsi
garzoni muratori) e nel 1925, in autunno, quando, con un gruppo di lavoratori del Biellese della
valle Sessera e Ponzone, ci riunimmo all'alpe di Noveis. Ricordo anche un incontro a Cossato,
nell'estate 1926, quando, sorpresi dai fascisti, riuscimmo tutti a sfuggire alla cattura, grazie ad una tattica
che fu poi adottata nelle formazioni partigiane; Secchia attirò su di sé ed un altro compagno
biellese, l'attenzione dei fascisti, permettendo a tutti noi, una ventina tra uomini e donne, di ripiegare in
un posto sicuro, dopodiché anche loro riuscirono a sganciarsi dai fascisti.
A mia conoscenza, Secchia svolse attività antifascista e organizzativa, in modo particolare fra
il 1927 e il 1931, in Piemonte, Lombardia e Veneto fino a quando fu arrestato a Torino e
condannato dal Tribunale speciale a 17 anni e 9 mesi di reclusione.
Liberato dal confino nell'agosto 1943, subito dopo l'8 settembre, con Luigi Longo (Gallo)
organizzò e diresse, fino al 25 aprile 1945, le brigate d'assalto Garibaldi, dimostrando particolari
doti organizzative politico-militari.
Nel dopoguerra, la personalità di Secchia tra i lavoratori e nel partito, si affermò per la
sua intransigenza politica nella formazione dei quadri di partito.
A mio giudizio, il compagno Pietro Secchia era di carattere molto aperto, socievole, umano,
molto fiducioso nell'avvenire, persuaso che ogni singolo comunista non fosse mai in grado di tradire
l'ideale cui volontariamente aveva aderito.
Battista Santhià
Nel 1924-25, in fabbrica, subito dopo il delitto Matteotti, si rese indispensabile riorganizzare
il partito, nel periodo della ripresa della lotta sindacale e politica antifascista, per rafforzare i
contatti con la base del partito, con le cellule di fabbrica e di strada che si erano indebolite durante
l'illegalità dal '22 al '24.
Il compagno Secchia, dovendo abbandonare il Biellese, si trasferì a Torino lavorando alla
sezione Fiat materiale ferroviario. Venne fatto uscire dalla fabbrica e divenne funzionario della
Federazione torinese come rappresentante dei giovani comunisti, ma in particolare con il preciso incarico
di riattivare e mantenere i contatti con la base del partito, portando direttive, materiale di
propaganda e comunicazioni varie ai responsabili delle cellule e delle sezioni. Chi faceva questo lavoro
era chiamato allora "fenicottero". In realtà Secchia, con le sue note qualità già rivelate da
giovanissimo, era diventato il vice segretario della Federazione e non il solito portalettere. Si faceva
chiamare Bottecchia come nome di battaglia, nominativo che mantenne per molti anni nel periodo illegale.
Secchia era un giovane maturo, malgrado la giovane età; grandi capacità e intuito
organizzativo, rivelatesi da giovane, trovarono conferma e apprezzamenti nel corso della sua intensa attività,
prima, durante e dopo la Resistenza, quando fu responsabile della Commissione d'organizzazione
del Partito.
Con Secchia ebbi continui contatti durante il periodo illegale, anzi, se ben ricordo, ma la
memoria potrebbe tradirmi, fummo entrambi impegnati in lunghe permanenze in Italia svolgendo
attività illegale; fu una lunga e dura attività organizzativa per ricostruire ciò che la polizia fascista, con
i suoi arresti, riusciva a danneggiare; fu un lavoro faticoso e non facile per vincere le
preoccupazioni e la paura dei compagni sfuggiti all'arresto.
I collegamenti, i rapporti e le influenze di Secchia con la resistenza biellese e valsesiana sono
stati molti. Ebbe legami stretti con comandanti, rapporti di carattere personale. Da Milano Secchia
ebbe contatti soprattutto con Cino Moscatelli, meno con Guido Sola Titetto e altri compagni biellesi.
Sarebbe un errore sottovalutare la funzione di Secchia nel partito durante l'illegalità, in
particolare nel periodo della lotta interna per la svolta del 1929-30. Il suo voto è stato decisivo per
raggiungere la maggioranza nel comitato esecutivo del partito, garantendo la continuazione della lotta
e dell'attività del partito in Italia e all'estero, inoltre Secchia dette un grande contributo alla
continuità e alla precisazione della linea politica del partito sia a livello nazionale che internazionale.
D'accordo con Togliatti e Longo, si impegnò attivamente nell'orientamento di chi era stato influenzato
e disorientato da coloro che si erano schierati contro la svolta. Se costoro avessero avuto il
sopravvento, il partito non solo sarebbe stato indebolito ma, praticamente disarticolato, sarebbe stato liquidato
in poco tempo e, in parte, assorbito da un generico antifascismo senza principi e contenuti.
Dopo la liberazione, sempre sostenendo la linea politica della ricostruzione del nostro Paese,
sostenuta da Amendola e Sereni, strettamente legato a Togliatti, Longo e Scoccimarro, Secchia, con le
sue note qualità organizzative, oltre che politiche, diede impulso al reclutamento, alla rete
organizzativa del partito, rinforzò i quadri dirigenti. Questi sono i meriti e le qualità di un dirigente di
primo piano del partito.
Il tradimento del suo segretario, pur avendo offuscato la figura del compagno Secchia tra
coloro che non lo conoscevano bene, non altera le sue qualità di dirigente e soprattutto la figura morale
di militante onesto e modesto. Vi sono certo alcuni nei nella sua vita di militante e di dirigente, ma
in tutti noi esistono lati positivi e lati negativi. Secchia è stato vittima della sua contraddizione,
scaltrezza e ingenuità, soprattutto nella scelta dei suoi collaboratori. Egli non riusciva nemmeno a pensare
che potesse esistere tanta miseria morale.
Giacomo Grai
Conobbi Secchia nel 1928, a Esch-sur-Alzette, in Lussemburgo, dove mi trovavo in
seguito all'espulsione dalla Francia per motivi politici. Pur non avendo mai fatto il minatore, avevo
dovuto adattarmi a lavorare in miniera e facevo il manovale dei minatori. Ero riuscito a legare con i
miei compagni di partito che erano circa una sessantina (era forse una delle più forti sezioni di
emigranti esistente allora e comprendeva compagni provenienti da ogni parte d'Italia).
Secchia era di passaggio, probabilmente proveniente da Mosca, e si rivolse a noi affinché uno
di noi lo accompagnasse per un tratto del viaggio. Si trattava anche di portare un plico molto
importante, che mi consegnò non appena venni designato per quel compito. Non sapevo cosa contenesse
il plico e non glielo chiesi, ero al corrente del fatto che, in quel periodo, Secchia faceva parte
della direzione della III Internazionale e che, di conseguenza, il materiale con cui viaggiava era
certamente molto delicato e segreto.
Il viaggio, lungo la strada che conduceva a Parigi, durò circa due ore, non fu un tragitto lungo
e anche la conversazione fu breve. Ricordo bene di avergli chiesto come andavano le cose in
Unione Sovietica, perché avevo sempre avuto il desiderio di andarci, ma non ricordo altro. Ebbi
occasione di parlare con Secchia solo quella volta; andai a casa sua dopo il rientro in Italia, ma non lo trovai.
Ciò che maggiormente mi colpì della sua personalità fu il suo modo di essere estremamente
energico. Mi sembrò anche piuttosto nervoso e credo che, al di là della situazione in cui ci trovavamo in
quel momento, questo aspetto del suo carattere fosse abbastanza costante e abbia originato in lui
una certa forma di settarismo. Senza dubbio, però, la sua grande energia gli consentì di essere
combattivo di fronte al fascismo, affrontando ogni genere di violenza e di soprusi. Non va dimenticato,
infatti, che il fascismo colpiva particolarmente i comunisti che, negli stabilimenti, venivano
facilmente licenziati e che, in molti casi, dovettero emigrare perché ricercati.
In seguito, sentii parlare di lui da altri compagni, ma non ebbi più contatti diretti, nemmeno
durante la Resistenza o nel dopoguerra.
Ricordo che, allora, era considerato un po' "spinto" nelle convinzioni e nelle argomentazioni
politiche. Ad esempio, se facciamo un confronto fra lui e Togliatti, vediamo che quest'ultimo era
certamente più pratico, più aderente alla realtà, più adatto ad assumere la guida del partito. Certo,
anche Secchia era molto valido e faceva parte del gruppo dirigente, ma so che gli veniva rimproverato
di voler agire con troppa decisione, senza mediazioni, mentre in politica la moderazione è una
qualità importante, occorre saper realizzare ciò che è possibile in quel momento: a volte, senza
diplomazia, si possono commettere grossi errori.
Fra i vari aspetti dell'attività di Secchia, pur non sottovalutando il suo apporto alla vita
politica, ritengo di gran lunga più significativa la gran mole di lavoro intellettuale, il suo incessante
impegno come studioso e storico. Credo che gli scritti di Secchia, andrebbero ripresi, commentati,
approfonditi, anche perché Pietro Secchia, a mio giudizio, può essere annoverato fra i maggiori intellettuali
del Partito comunista.
Sen. Leo Valiani
Ho conosciuto Pietro Secchia all'inizio del 1932, nel penitenziario di Lucca. Sono stato con lui
in carcere a Lucca e poi nella casa di pena a Civitavecchia, ininterrottamente fino al febbraio
1936 ossia per quattro anni. Eravamo stati condannati, sia lui che io, dal Tribunale speciale, per
attività comunista. Io potei poi emigrare e rientrai in Italia solo nel '43, lui, scontata la pena, fu inviato
al confino.
Durante la Resistenza avevo sue notizie tramite Luigi Longo, od Emilio Sereni, che incontravo
nel Clnai, nel quale io, uscito dal partito comunista dopo il patto Hitler-Stalin del 1939,
rappresentavo il partito d'azione.
Rividi Secchia, con enorme gioia, dopo il 25 aprile e, malgrado la politica di partito ci
separasse, ridiventammo amici e restammo tali fino alla sua morte. Pochi giorni prima di spegnersi mi scrisse,
per raccomandarmi di andarlo a trovare, quando fossi capitato a Roma. Purtroppo, ci andai solo
il giorno dei suoi funerali. Rimpiango sempre di non esserci potuto andare prima, di non averlo
più rivisto in vita.
Quello che soprattutto mi colpiva in Secchia era il suo disinteresse personale e la sua tenace
fede nella lotta contro il fascismo, per il socialismo, quali che fossero le difficoltà, e anche le
delusioni, che ci aspettavano. Da lui ho imparato la tecnica della cospirazione clandestina e credo di dovere
al suo insegnamento una parte dell'esperienza e del rigore che, assieme alla fedeltà di tanti
miei compagni e alla fortuna, mi hanno consentito di non essere catturato durante la Resistenza.
Per ciò che riguarda Secchia in carcere, ne parlo, citando vari episodi, nel mio libro "Tutte le
strade conducono a Roma", uscito nel 1947 e che fra poche settimane sarà ristampato dalla casa
editrice "Il Mulino" di Bologna. Ne parlo anche nel mio recente libro "Sessant'anni di avventure e
battaglie", edito da Rizzoli. Non ho il tempo di rievocare adesso questi ed altri episodi, ma lo farò non
appena possibile.
I meriti di Secchia nella lotta antifascista, a cominciare dal Biellese, e da Novara, ove
combattè contro i fascisti con le armi in pugno nell'estate 1922, e poi nella Resistenza, sono immensi. Fu
il capo di migliaia di giovani comunisti, ed il loro educatore, in una lotta ventennale, prima
del carcere, in carcere, dopo il carcere. Senza l'impareggiabile contributo di Secchia, la
Resistenza difficilmente avrebbe avuto l'intensità che ebbe, la stessa mobilitazione dei "quadri" che
inquadrarono e diressero i sussulti delle masse. La sua intransigenza nella lotta fu di straordinaria efficacia.
Dopo la Liberazione, Secchia si è battuto, onestamente, con coerenza, anche se su posizioni che
io non condividevo, per il socialismo. Aveva ragione, nel 1945, a voler sostenere a fondo il
governo Parri, poteva avere, ed ebbe, torto in altre occasioni. Fu sempre fedele al movimento operaio e
alla causa della sua emancipazione.
Si illuse sull'Unione Sovietica, a mio giudizio, ma l'amicizia che serbò per me (eretico,
com'è noto) dimostra (la si può ricavare anche dalle lettere che mi scrisse) che non era quel
fanatico settario che taluni pretendevano fosse. Era un grande, autentico rivoluzionario e ben perciò
mi diceva, dopo il '68, di non condividere la rinascita degli estremismi massimalisti; il
massimalismo l'aveva superato, col leninismo, sin dal 1920. Non era colpa sua se i problemi della rivoluzione,
e quelli di tutto lo svolgimento sociale, sono diventati, nell'ultimo quarantennio, molto diversi
da come erano stati nel periodo della sua formazione. Egli stesso ne era, del resto, consapevole.
Un giorno trovai sul suo tavolo (eravamo negli anni '60) l'edizione francese degli scritti di Trotski,
egli mi disse che gli piacevano molto (il che prova che non era poi staliniano ottuso) ma che la
situazione era cambiata dal 1917 e Trotski non se n'era reso conto. Ad ognuno di noi, grandi o piccoli che
si sia, di regola capita così. Rimangono i valori intimi, morali, dell'uomo e Secchia, con la sua
grande forza d'animo, rimane un esempio per tutti coloro che credono nell'elevazione
dell'umanità, attraverso la lotta.
On. Alberto Jacometti
Incontrai Pietro Secchia per la prima volta nel marzo 1941, a Ventotene. Durante quel periodo
ebbi modo di constatare la sua profonda umanità, era affettuosissimo. Capitava, a Ventotene, di
fermarci per la strada e di fare lunghe chiacchierate. Si parlava un po' di tutto, salvo che di politica: era
come una specie di patto stipulato fra i comunisti e i socialisti confinati sull'isola.
Sempre a Ventotene, era riuscito a trovare una stanzetta, un buco più che altro, che aveva
trasformato in una specie di studio assolutamente spoglio, e là dipingeva.
Un altro ricordo legato alla sua umanità risale al dopo Liberazione: ogni Capodanno mi
mandava una cartolina di auguri. Una testa e un grande cuore.
L'aspetto della personalità e dell'opera di Secchia che mi colpì maggiormente è, senza dubbio,
la sua instancabile, intensa attività. Al confino, egli era certamente uno dei punti vivi, in tutti i
sensi, dalle attività materiali a quelle intellettuali e morali. Fu formatore, educatore, maestro per ogni
antifascista; per il fascismo fu un avversario intelligente e temibile.
È difficile indicare singoli episodi della vita di Secchia perché tutta la sua vita è degna di un
ricordo perenne, dagli anni della lotta di liberazione fino alla sua angosciosa scomparsa.
L'attività antifascista clandestina di Secchia nel Biellese, almeno per ciò che è di mia
conoscenza, consisté in scambi saltuari di informazioni tra Novara e Biella, volendo però dare un
giudizio globale della sua opera, sia per ciò che riguarda il periodo della clandestinità, sia per ciò
che riguarda la Resistenza, non si può che esprimere un parere favorevole per la sua multiforme
attività. Fu un lottatore integrale, completo e, ripeto, instancabile.
Pietro Secchia era una punta, un comandante senza stellette, che si mescolava con i lavoratori e
li comprendeva come se fosse stato uno di loro.
Alba Spina
Conobbi Pietro Secchia subito dopo il suo rientro a Biella nell'agosto 1943. Era appena
stato rilasciato dopo la condanna a 17 anni e 9 mesi comminatagli dal Tribunale speciale fascista
nel 1931 e aveva scontato, fino a quel momento, 5 anni di carcere e 7 anni di confino all'isola di
Ponza prima e di Ventotene poi.
Subito dopo la caduta del duce, infatti, gli antifascisti e i familiari di coloro che erano
ancora detenuti intervennero presso il governo Badoglio affinché si provvedesse alla loro scarcerazione.
A questo si aggiunse la pressione dei compagni Giovanni Roveda e Bruno Buozzi, chiamati da
Badoglio a ricostituire i sindacati, i quali si batterono affinché anche i comunisti e gli anarchici
godessero della scarcerazione come gli appartenenti a Giustizia e Libertà, i socialisti e gli antifascisti che
non facevano capo ad alcun partito.
Secchia avrebbe dovuto rimanere a Biella parecchi giorni, ma dopo due giorni ripartì per
Milano, dove era stato richiamato dalla direzione del partito per riprendere l'attività. Ebbe perciò appena
il tempo di rivedere, dopo venti anni di separazione: i genitori, la sorella Tina e gli anziani zii
Caterina e Battista. La casa di questi ultimi era una mansarda in via Italia che io avevo denominato
"il fortino" per la posizione strategica e in cui, molto spesso, avvenivano gli incontri fra antifascisti.
Fin dalle prime riunioni clandestine cui partecipai, nel settembre del '31, sentii parlare del
compagno Pietro Secchia che era stato arrestato mentre preparava il IV Congresso del Partito
comunista d'Italia; sapevo anche che, fin dal 1919, era stato segretario della gioventù socialista ed era
poi passato al Partito comunista nel 1921.
Il rientro di Secchia a Biella e la sua immediata partenza per riprendere l'attività direzionale
che avrebbe dovuto organizzare il partito nella nuova situazione creatasi nel Paese, fu per
me particolarmente significativo e, se ancora era possibile, accrebbe in me la fiducia nel
partito, rafforzando la mia scelta.
Ero entrata in fabbrica a 13 anni e avevo visto e sperimentato troppe ingiustizie e fin dal
primo momento avevo provato il desiderio di ribellarmi, di lottare contro la sopraffazione. Nel
partito avevo trovato persone che provavano i miei stessi sentimenti e i compagni come Secchia, che
hanno guidato il partito in tutte le burrasche, hanno saputo dirigere e allargare le fila di chi voleva
lottare per la dignità di tutti i lavoratori, contro l'asservimento, con l'orgoglio di essere uomini e
donne, indicavano la via giusta da seguire.
Per ciò che riguarda l'attività di Secchia devo dire di averla conosciuta solo
tramite altri compagni, attraverso i suoi scritti o attraverso le lettere, purtroppo soggette alla censura, che egli inviava
alla zia Caterina.
Durante la Resistenza, Secchia, come vice comandante delle formazioni garlibaldine,
unitamente al comandante generale Luigi Longo, fu il fulcro dell'organizzazione e della più tenace e
sensibile combattività. Ricordo che, non appena si cominciò ad organizzare la lotta armata, Secchia
aveva voluto subito mettersi in contatto con Cino Moscatelli e aveva cercato di rintracciare anche tutti
i compagni che erano stati liberati dal carcere o dal confino per impegnarli nella lotta partigiana.
Ciò che di Secchia mi è rimasto particolarmente impresso è che, pur essendo un dirigente dotato
di grande energia, spirito di iniziativa e capacità indiscusse, sapeva unire una estrema sensibilità
umana verso i compagni e le compagne con cui collaborava. Sapeva intervenire al momento giusto ed
era capace di delicatezze importanti, soprattutto in quei difficili anni. Ricordo che, una volta, mi
fece trovare un biglietto in cui mi comunicava di trovarmi in via Pirelli, dove avrei trovato una
cara amica, Ida Masserano, di Biella, anche lei staffetta partigiana presso il Comando generale
delle brigate Garibaldi, che non vedevo da molto tempo.
Altrettanto simpatico l'incontro con Secchia, nel dicembre 1944, quando ero stata chiamata a
Milano dopo la mia scarcerazione. Egli volle vedermi per ringraziarmi del comportamento che
avevo saputo mantenere.
Anello Poma
La mia conoscenza diretta di Pietro Secchia è preceduta da un episodio che può considerarsi
una conoscenza indiretta ma significativa, e che è importante ricordare in quanto relativa ad un
fatto interessante ma pressoché sconosciuto. Secchia, nonostante fosse stato condannato a 17 anni
di carcere, si vide ridotta notevolmente la pena in seguito alle numerose amnistie promulgate in
quegli anni: per il decennale del regime (e fu consistente, cinque anni, se ben ricordo), per la nascita
dei figli del principe ereditario e, ancora, per solennizzare con un atto di "magnanimità" la
conquista dell'impero. Cosicché la sua pena, come quella di tutti gli altri carcerati, si ridusse di molto e,
nel 1936, l'aveva scontata per intero con un condono di dodici anni.
Successe dunque, non saprei se per leggerezza o per un disguido burocratico della polizia
fascista, pur così efficiente e ben diretta, che Secchia venisse liberato dal carcere nel marzo-aprile di
quell'anno (ricordo con quasi certezza la data perché coincidente con il breve periodo di servizio militare
che prestai, tra fine marzo e la prima decade di aprile, prima di essere esonerato) e poté raggiungere
la sua famiglia ad Occhieppo Superiore. Rimase in condizione di libertà vigilata per sole
quarantotto ore, perché la polizia si accorse abbastanza presto dell'errore e corse immediatamente ai
ripari. Secchia fu quindi nuovamente tratto in arresto e tradotto direttamente al confino politico,
prima sull'isola di Ponza e poi di Ventotene, restandovi fino alla caduta del governo di Mussolini.
In quel brevissimo soggiorno a casa e nelle condizioni di stretta sorveglianza cui era soggetto,
non potè di sua iniziativa, non ne ebbe il tempo e non era nemmeno giusto farlo, cercare di
stabilire contatti con l'esterno della famiglia, su cui, fatta eccezione per l'anziana zia Caterina, non
poté fare affidamento, perché atterrita di vederselo in casa, sottoposto ad una vigilanza
asfissiante. Spettava ai compagni del Partito comunista provvedere, ma questi mancarono di tempestività
e decisione. Bisogna onestamente riconoscere che non era un'operazione facile e presentava
non pochi rischi, dato anche la rapidità con cui andava eseguita, ma si sarebbe dovuto correre
quei rischi.
Ho di questa vicenda ricordi diretti che sono ancora molto vivi. Quando feci ritorno a Biella,
dopo la breve parentesi militare, venni informato da Domenico Bricarello, militante del Pci che
mi impartì i primi rudimentali elementi della mia formazione politica, che, proprio nei giorni
precedenti, Secchia era stato liberato dal carcere ed aveva fatto ritorno in famiglia, ma solo per due giomi,
e nessuno aveva potuto avvicinarlo, né stabilire qualsiasi forma di contatto. Quella di
Bricarello, aveva tutto il sapore di un'amara e non molto convinta spiegazione, che trovò conferma in due
fatti successivi. Il primo dei quali fu una lettera scritta dallo stesso Secchia a sua zia Caterina Negro,
con cui manteneva una ininterrotta corrispondenza. In questa lettera, egli esprimeva il suo
rammarico per non aver potuto salutare gli amici, ma in ciò era implicito il rimprovero rivolto ai
compagni, trovò inoltre il modo di far capire che oggetto della sua critica era principalmente Bricarello.
Non ricordo se ebbi modo di riandare a quel fatto nelle conversazioni che ebbi in seguito con Secchia
al confino e anche dopo.
Il secondo fatto, sempre legato al fuggevole ritorno di Secchia a Biella nel 1936, successe alcuni
mesi dopo, quando accompagnai Bricarello ad un incontro con Ergenite Gili, ritornata
anch'essa da poco dal carcere di Perugia. Era stata funzionaria del Partito comunista subito dopo
la promulgazione delle leggi eccezionali e la messa al bando dei partiti politici di opposizione, poi
era stata qualche tempo all'estero, forse anche nell'Unione Sovietica, per rientrare in Italia a
svolgere lavoro illegale insieme a Camilla Ravera quando quest'ultima aveva assunto la direzione del
Centro interno del Partito e con lei fu arrestata nel 1930. Scontata la pena inflittale dal Tribunale
speciale, era ritornata in famiglia a Miagliano dove risiedeva. Io la conobbi all'uscita della fabbrica
dove aveva ripreso a lavorare nelle vicinanze di Andorno.
In quell'incontro si parlò subito del ritorno di Secchia e di quanto era accaduto in quei
giorni: segno che la questione bruciava ad entrambi. Ricordo bene che la Gili riferì a Bricarello di
un colloquio avuto con un compagno di San Giovanni di Andorno, Furio Risazza, il quale,
addolorato per quanto era successo, le aveva detto che a casa sua, o nelle vicinanze, ci sarebbe stata la
possibilità di ospitare Secchia senza pericolo, almeno per il tempo necessario a preparare il suo
espatrio, operazione del tutto possibile e quasi agevole anche attraverso le montagne, se si considera
la relativa vicinanza con i passi della frontiera, raggiungibili in una nottata di marcia.
In entrambe le occasioni sentii quanto gravasse su Bricarello il senso di colpa per non essere
stato in grado di strappare Pietro Secchia dalle mani della polizia fascista. Per ragioni di obiettività
credo sia però giusto precisare, che Bricarello non fu il solo responsabile dell'esitazione fatale,
imputabile a tutta l'organizzazione. Il riferimento fatto da Secchia alla sua persona era dovuto alla
confidenza e familiarità che intercorreva tra i due, quasi coetanei ed entrambi partecipi della costituzione
della Federazione giovanile comunista, delle battaglie politiche del primo dopoguerra e degli
scontri sostenuti con i fascisti.
La conoscenza diretta di Secchia avvenne nell'aprile del 1942, quando raggiunsi l'isola di
Ventotene per scontare i cinque anni di confino che mi erano stati comminati dalla Commissione
Provinciale di Vercelli, a causa dell'espatrio clandestino in Francia e della mia partecipazione alla guerra
di Spagna.
La notorietà di Secchia era vasta negli ambienti dell'antifascismo con i quali ero stato in contatto
in quegli anni e quindi la mia curiosità di farne conoscenza era più che legittima. Il primo
approccio avvenne in un locale dell'isola, una sorta di bottega che Secchia gestiva assieme ad un altro
confinato, Ciro Piccardi di Napoli, luogo in cui si dedicava alla pittura. Credo fosse più che altro un
passatempo, egli possedeva infatti una capacità di lavoro eccezionale, ma non eccelse doti di artista.
Mi resi conto subito che egli era un pilastro dell'organizzazione del Partito comunista nella
colonia e che quindi l'impegno a cui era stato chiamato, sarebbe stato più che sufficiente per qualsiasi
altro, tranne che per lui. Per capire il senso di quanto vado dicendo, si deve tener presente che
eravamo nel 1942, quando ormai era già in atto la svolta decisiva della guerra che divenne evidente per
tutti con l'esito della battaglia di Stalingrado; per noi antifascisti di lunga data ciò non fu che
una conferma di quanto, già da tempo, avevamo sperato e previsto.
La caratteristica o la qualità di Pietro Secchia che più mi colpí fu proprio quella sua
inesauribile capacità di lavoro che mi sembrò unica e che gli consentiva di fare tante cose insieme e di
farle bene. Lo verificai di persona quando propose a me e a Idelmo Mercandino di seguire un corso
di studio riservato a noi due e che egli avrebbe svolto personalmente. Devo precisare che la scelta
di due biellesi è certamente da mettere in relazione all'attaccamento che aveva per la sua terra,
ma anche al fatto che egli non avrebbe potuto conversare con più di due persone, perché il corso
si svolgeva passeggiando e il regolamento del confino stabiliva tassativamente che
non si poteva passeggiare e conversare con più di due persone. Fummo naturalmente lusingati della proposta,
ma né io né Idelmo ci perdemmo in inutili complimenti, il tema era avvincente seppure molto
impegnativo e consisteva in una serie di lezioni sul materialismo dialettico e sul materialismo storico:
ci affrettammo ad accettare. Il corso durò alcuni mesi ma non si concluse per il sopraggiungere del
25 luglio, e della caduta di Mussolini, ma certo non ce ne rammaricammo.
Affermo con convinzione che non mi era mai successo, né mi accadde in seguito, di seguire un
corso di studio così appassionante e producente per la mia formazione politico-culturale. Già
nei campi di concentramento francesi di Gurs e soprattutto di Vernet d'Ariège, poi a Ventotene,
avevo avuto modo di misurare la preparazione politica e il livello culturale di quelli che erano i
dirigenti più qualificati e autorevoli del Pci o gran parte di essi; non li conobbi tutti nella stessa misura
ma, ritengo, in modo sufficiente per esprimere un giudizio. Secchia mi si rivelò a quel tempo, e
vorrei che questa puntualizzazione venisse tenuta nel debito conto, tra i più preparati ed inoltre tra
quelli che si riusciva a seguire e a capire con maggiore facilità. Non era un espositore brillante e
avvincente, non lo è stato mai (altri furono dotati di maggiore abilità oratoria, penso ad esempio a Di Vittorio
o a Li Causi, per citare due esempi molto diversi l'uno dall'altro) ma Secchia possedeva una
capacità e una chiarezza espositiva tale da rendere comprensibili anche i concetti più complessi.
Non conobbi Secchia nella sua milizia antifascista prima del suo arresto, mentre per ciò che
riguarda la sua funzione nella Resistenza, posso affermare, come testimonia sempre più la ricerca
storica, che il suo ruolo primeggiò su ogni altro, fatta eccezione per Luigi Longo. I ricordi sono tanti,
diretti e, soprattutto, indiretti. Mi è rimasto maggiormente impresso un invito, ricevuto a fine
dicembre 1944, di recarmi a Milano. Era, di fatto, una convocazione del Comando generale del Corpo
volontari della libertà, per riferire sulla situazione delle formazioni e sulla loro capacità di tenuta
nell'inverno, in vista di un probabile rastrellamento tedesco. Partii infatti mentre eravamo in stato d'allarme
e, prima di farlo, mi consultai con gli altri comandanti. Mi trattenni a Milano alcuni giorni e,
nel frattempo, si dispiegò l'attacco tedesco che ci avrebbe impegnato per circa tre mesi.
Dopo la riunione con il Comando militare, ebbi il modo di incontrare Secchia e ancora una
volta rimasi impressionato dalla febbrile attività che svolgeva. Paolo Spriano ha saputo renderne
bene l'idea nel suo articolo comparso su "l'Unità" del 7 luglio, nel decennale della morte di Secchia.
Tra l'altro, proprio in quei giorni, si svolse la Conferenza costitutiva della Federazione
giovanile comunista ed io venni invitato a parteciparvi. Essa venne appunto presieduta da Pietro Secchia
che concluse i lavori, mentre Eugenio Curiel svolse la relazione introduttiva. Anche in quella
occasione Secchia non smentì la sua conosciuta e apprezzata attenzione ai problemi della gioventù e
rileggendo il suo intervento si può notare lo sforzo profuso per richiamare l'attenzione dei presenti sul
fatto che si trattava di una generazione cresciuta sotto il fascismo, che aveva, quindi, una
formazione politica imposta dall'ideologia del regime; parallelamente però, doveva essere considerato in
tutta la sua portata il fatto straordinario per cui, nonostante la insufficiente preparazione politica,
quella gioventù aveva saputo fare una scelta giusta e coraggiosa.
Pur essendo preso dai problemi generali della guerra di liberazione e dovendo prestare
particolare attenzione alle zone partigiane teatro degli avvenimenti più importanti, Pietro Secchia riuscì
a seguire con occhio attento e critico l'andamento della Resistenza nel Biellese. È noto, ad
esempio, che egli fece tempestivamente pervenire le sue osservazioni, piuttosto severe ma che coglievano
un punto cruciale e delicato, su certe clausole dell'accordo realizzato a Coggiola nell'agosto del
1944, tra rappresentanti degli operai e degli imprenditori della Valsessera.
Ricordo pure con chiarezza quanto ebbe a dirmi, nell'autunno del 1944, Giovanni Vogliolo
(Alfieri), l'allora segretario della Federazione comunista biellese, che era stato presente, a Milano,
alla Conferenza delle federazioni comuniste del triangolo industriale (non deve stupire, pur
essendo molto ristretto il numero degli invitati, la presenza di un rappresentante della Federazione di
Biella, perché il Pci, partito industriale, nella nostra zona era molto forte e influenzava largamente
un movimento partigiano e operaio, capace, tra l'altro, di realizzare, in periodo di occupazione
tedesca, contratti di lavoro liberamente pattuiti). Secchia volle incontrare Vogliolo per essere informato
su come andavano le cose nel Biellese e volle conoscere fatti anche minuti, mostrando interesse
sul comportamento degli uomini impegnati nel lavoro politico e militare. È fuori dubbio che
Secchia abbia influito con la sua grande personalità sugli avvenimenti del Biellese e il motivo
prevalente, secondo me, è da ricercarsi nel fatto che egli se ne sentiva partecipe.
Circa la possibilità di dare un giudizio sul personaggio Secchia nel dopoguerra, ritengo
che dovrebbero essere gli storici di domani a darlo, quando sarà possibile farlo con il distacco e la
freddezza necessaria, liberi da ogni influenza che gli interessi contingenti e la passione di parte
e non parte esercitano. Attualmente, il rischio di essere unilaterali e di mancare di obiettività è
ancora grande.
Azzardo perciò una sola considerazione, con tutte le riserve e i dubbi che s'impongono. Mi
riesce difficile capire perché il Pci non abbia saputo e voluto recuperare l'immenso contributo dato da
un uomo come Pietro Secchia, alla sua storia e a quella del movimento operaio e antifascista. È
vero che lo stesso vuoto si registra nella storiografia in generale, dove spesso l'opera di Secchia
viene considerata negativa per lo sviluppo della democrazia italiana e perciò liquidata
sbrigativamente, ciò nonostante sono convinto che gli storici di domani daranno a quest'uomo un posto ben
maggiore di quanto non abbia trovato fino ad oggi, per la parte che ebbe nelle vicende italiane di quella
parte del nostro secolo. Furono anni, è pur necessario ricordarlo, di tensione e di fuoco, segnati da
crisi acute e da guerre catastrofiche e in essi egli fu protagonista di tutto rispetto. È poi ancora tutto
da analizzare, e per gran parte da scoprire, il modo in cui Pietro Secchia seppe confrontarsi e
anche misurarsi con il movimento del 1968, non solo a livello italiano ma anche europeo.
Proprio dall'attenzione che prestò a quelle vicende, nelle quali cercava di capire se vi
fossero novità e quali fossero, sorge un interrogativo riguardante soprattutto l'ultimo periodo. Le
battaglie politiche combattute da Pietro Secchia con impegno e coraggio, per non parlare di coerenza
e disinteresse, e che lo videro alla fine perdente, erano soltanto battaglie di retroguardia, come
sembra emergere dall'insieme dei giudizi che vengono espressi, oppure rappresentano, soprattutto
nella parte terminale, la ostinata ricerca di strade nuove, di ipotesi e prospettive in cui poter
ancora credere?
On. Eraldo Gastone
Il 13 settembre 1943, Pietro Secchia ed io eravamo a Borgosesia per incontrare Moscatelli.
Io volevo dirgli di essere pronto ad unirmi alle prime "bande" ch'egli stava raccogliendo in
Valsesia, Secchia, invece, gli portava le direttive del partito. Cino, per ragioni di vigilanza, non ci
fece incontrare, ma mi parlò poi di lui con molto rispetto e ammirazione. Imparai così a conoscerlo,
fin da allora, anche se il primo incontro avvenne solo immediatamente dopo la Liberazione.
Per Moscatelli, Pietro era più che un dirigente di partito, era un fratello maggiore in cui aveva
la massima fiducia. Egli non venne più in Valsesia durante la lotta di liberazione ma tenne
rapporti epistolari regolari e frequenti con noi.
Pur essendo commissario politico delle brigate Garibaldi, nella sua corrispondenza non usava
mai carta intestata e si firmava "Piotr". Il tono delle sue lettere non era quello del capo che detta
ordini, ma quello dell'amico che ci dava consigli, dopo aver attentamente letto le nostre relazioni ed
aver colto acutamente gli aspetti positivi e quelli negativi della nostra attività.
Data la sua funzione di commissario politico aveva particolare riguardo
alla educazione politica e civica dei partigiani, alla propaganda, ai rapporti con le popolazioni e con i Comitati di
liberazione nazionale, ma non trascurava giudizi sull'attività più propriamente militare. Attraverso questi
rapporti noi avevamo la certezza che il partito ci seguiva con attenzione e con fiducia e ciò rappresentava
un importante supporto morale per tutta la nostra azione.
In una sola occasione sembrò che la fiducia di Secchia avesse subito una scossa. Eravamo
forse nell'agosto 1944, quando il segretario della Federazione del Pci di Novara inviò alla direzione
del partito, a Milano, una relazione piuttosto allarmata sull'efficienza del nostro Comando. Era
capitato in zona durante un rastrellamento tedesco, aveva dovuto sottoporsi a qualche disagio per
sottrarsi alla cattura e non aveva capito perché non avessimo attaccato. Noi avevamo cercato di
spiegargli che ciò non derivava da disorganizzazione o da paura, ma da una precisa tattica, che ci imponeva
di lasciare tranquilla una zona in cui il Comando potesse operare, senza spostarsi, neppure nei
momenti più critici. Non lo convincemmo e la sua relazione fece pensare a Secchia che avessimo, sino a
quel momento, ingannato la sua buona fede. Ci manifestò questa convinzione con una lettera molto dura
ed esplicita che, pur essendo indirizzata soprattutto a Moscatelli, colpiva profondamente anche
me. Mettemmo subitò giù una risposta che risultò convincente perché dell'episodio non se ne parlò più.
In realtà, la tattica adottata funzionò, tanto che, dall'agosto 1944 alla Liberazione, il nemico
non riuscì a stanare il nostro comando da Valduggia, malgrado i ripetuti tentativi destinati a
quello scopo.
Non credo che Secchia abbia potuto tenere rapporti diretti con tutti i comandi di zona
partigiani come faceva con la Valsesia. Forse ciò derivava dal fatto che le formazioni partigiane della
Valsesia e del Novarese non dipendevano da alcun comando regionale, ma direttamente dal Comando
generale del Corpo Volontari della Libertà e ciò si rifletteva anche nell'ambito delle brigate Garibaldi
o forse, invece, questo privilegio deve attribuirsi ad una spiccata simpatia che Secchia nutriva
per Moscatelli.
Certo io valuto in modo estremamente positivo l'apporto di esperienza che egli ci diede con
una corrispondenza che negli ultimi nove mesi mantenne una cadenza settimanale. Forse egli stesso
ne aveva la consapevolezza perché quando nel 1946 (o 1947) gli chiesi di frequentare una scuola
di partito, mi rispose che mi ero diplomato in quella partigiana della Valsesia e non riteneva
avessi bisogno di altri studi.
La concezione quasi idealizzata che mi ero formato di Secchia, dirigente di partito e delle
brigate Garibaldi estremamente capace, infaticabile, umano, fu ampiamente confermata dalla
conoscenza e dai rapporti personali avuti nel dopoguerra. La cosa che più colpiva in lui a prima vista era
la capacità di mettere l'interlocutore a proprio agio, qualità che non era di tutti i dirigenti di
partito che ho conosciuto. Cortese nel tratto, obiettivo e chiaro nei giudizi, sapeva ottenere il massimo dell'impegno col minimo di
autorità, usando tatto e tenacia nell'azione di convincimento.
Ricordo che negli anni del dopoguerra ebbi frequenti rapporti con Secchia. Non accadeva mai
che nel corso di un mio viaggio a Roma, per ragioni di partito o riguardanti il Comune di
Novara, l'organizzazione dell'Anpi o quella della Federazione delle Cooperative, io non cercassi, ed
ottenessi, un incontro con lui. In tutte le circostanze e su tutti gli aspetti del mio lavoro egli sapeva dare
un consiglio, sciogliere un dubbio, confermarmi in un proposito giusto. Ancora oggi non cessa
di stupirmi il fatto che un compagno che in quel momento, quale responsabile di organizzazione
del Pci aveva in mano saldamente e manovrava con abilità le più decisive leve di un grande
partito come il nostro, trovasse il tempo di contribuire alla formazione di un quadro di provincia come
il sottoscritto.
A proposito dei poteri concentrati da
Secchia nella Commissione di organizzazione da lui
diretta, molti autorevoli compagni hanno pronunciato critiche severe. Io non voglio contestare tali
giudizi. Rilevo tuttavia come Secchia abbia portato nella costruzione del partito, nella legalità,
tutto l'entusiasmo, il dinamismo e l'eclettismo che avevano animato il suo lavoro nella Resistenza.
Forse, come nel periodo clandestino, furono un po' trascurati gli organismi politici dirigenti, ma è
anche vero che in soli tre anni si costruì un partito capace di resistere vittoriosamente alla
offensiva restauratrice del 1948 e degli anni che seguirono.
Proprio nei meccanismi di un'organizzazione così efficiente e funzionante si introdusse, nel
1954, l'intoppo che cambiò la posizione di Secchia al vertice del Partito. Egli aveva un segretario
particolare, che era un ex partigiano, un amico al corrente delle cose più riservate. Costui sparì con
l'intera cassa del partito. Era stato partigiano nelle nostre formazioni e Secchia diede notizia del
tradimento a Moscatelli perché cercasse con me di raggiungerlo e di convincerlo al pentimento. La
nostra missione non ebbe esito favorevole e quando lo incontrammo a Roma per riferirgli l'esito,
trovammo un uomo moralmente distrutto. Egli non sapeva perdonarsi di essere venuto meno, sia
pure involontariamente, alla fiducia che il partito aveva riposto in lui. Cercammo di sollevare il
suo morale ma, come si può immaginare, l'esito fu molto modesto.
Il partito fu duro con lui. Dovette lasciare prima la segreteria e poi anche la direzione. Mi
parve allora, e ritengo ancora adesso, che troppo grandi erano stati i meriti di Secchia, il lavoro compiuto,
i sacrifici sopportati, i risultati ottenuti, perché tutto potesse essere cancellato per
l'infortunio occorsogli.
Ricordo ancora un momento di grave commozione vissuto personalmente a fianco di
Secchia. Eravamo nel 1972: avevo appreso dai giornali che Sccchia era stato ricoverato in clinica al
rientro da un viaggio in Sud America. Era affetto da un male sconosciuto che neppure i più grandi
specialisti italiani e stranieri di malattie tropicali avevano saputo diagnosticare. Erano persino state
avanzate ipotesi di avvelenamento. Un giorno Moscatelli ebbe notizia che le condizioni di Secchia si
erano aggravate in modo da sembrare irreversibili. Decidemmo di partire in serata per vederlo ancora
in vita. Quando giungemmo in clinica ci dissero che dopo una notte agitata aveva ripreso
qualche barlume di conoscenza. Ce lo fecero vedere dopo qualche ora, ci riconobbe, fu commosso
nel vederci e noi più di lui.
Io ritengo che Secchia abbia meritato nella storia del Partito comunista italiano un posto di
assoluto rilievo a fianco di Togliatti e Longo.
Per quanto riguarda la Resistenza il suo ruolo e quello di Longo furono determinanti, non solo
per l'apporto decisivo che dettero alla nascita e alla crescita politica e militare delle brigate
Garibaldi, ma anche per l'influenza che esercitarono sulle altre formazioni per combattere le tendenze
affioranti all'attendismo e al compromesso.
Certamente non ho condiviso le posizioni che Secchia ha espresso dopo il 1954, talvolta in
contrasto con la linea ufficiale del partito. Ritengo però che tale dissenso trovi la sua principale
matrice nell'isolamento in cui egli fu costretto dopo l'allontanamento dai massimi organi dirigenti
del partito. Può anche darsi che non sia così e che in ogni caso questa divaricazione si sarebbe
fatalmente verificata, indipendentemente dalle vicende che lo colpirono personalmente. Preferisco però
ancora la mia tesi, anche perché è quella che contrasta meno col giudizio che mi sono formato
sulle eccezionali doti politiche di Secchia. Un uomo della sua capacità, e così legato al suo partito,
che aveva tanto contribuito a fare grande e forte, non avrebbe mai potuto negare validità alle scelte
che negli anni sessanta ebbero tanto peso e dettero tanto prestigio all'immagine del Pci in Italia
e all'estero.
Negli ultimi anni si rivelò ricercatore e storico appassionato ma io preferisco ricodarlo quando
la storia non la scriveva ma contribuiva a "farla". Le sue eccezionali doti di organizzatore e le
sue grandi capacità di lavoro gli avevano meritatamente conquistato una posizione di protagonista
nel suo partito e di riflesso nella comunità nazionale. Sarebbe stato bene che non avesse perso
troppo presto tale posizione.
Questo è il parere di un comunista che l'ha conosciuto e gli ha voluto bene.
Sen. Ermenegildo Bertola
Devo purtroppo esordire dicendo che i miei rapporti con Pietro Secchia furono scarsi e molto
poco illuminante, quindi, il mio ricordo di lui.
Tenemmo insieme, molti anni orsono, un comizio a Serravalle Sesia, presso la Cartiera, a
sostegno degli operai in un momento estremamente difficile di scioperi e vertenze. Ciò che mi
rimase particolarmente impresso della sua personalità, fu la grande serietà con cui adempiva ogni
suo impegno politico e sociale.
Pietro Secchia era un uomo di poche parole: preferiva i fatti.
Sen. Irmo Sassone
Ho conosciuto Pietro Secchia nel 1952, in occasione della riunione allargata del Comitato
centrale della Federazione giovanile comunista italiana, a Roma.
La riunione si teneva in preparazione del XIII Congresso nazionale della Fgci e della
campagna elettorale della primavera 1953 e si aprì con una relazione di Enrico Berlinguer, allora segretario
della Federazione giovanile. Secchia intervenne a nome della delegazione del Pci.
Al primo punto, tra le iniziative principali da sviluppare, unitamente alla lotta per la pace e
la libertà, Secchia pose l'azione per la conquista dei giovani alla lotta e all'ideale patriottico. Di
quel discorso, le argomentazioni che più mi rimasero impresse furono quelle riferite alla concezione
del patriottismo, insieme alle altre, che se non possono più essere condivisibili oggi, furono certo
di estremo interesse, tenuto conto della realtà politica nazionale ed estera, in riferimento alle
quali vennero formulate.
Vorrei ricordare alcune frasi del discorso di Secchia riguardante i giovani e la patria. Egli,
fra l'altro, affermò che: "i giovani, noi tutti lo sappiamo, hanno sviluppate in modo particolare
alcune qualità che sono l'elemento comune di tutta la gioventù. Queste sono: l'amore ardente per la
libertà, l'amore per la lotta, per lo sforzo, per il sacrificio, l'entusiasmo del giovane per tutto ciò che
è bello, nuovo, grande, vitale e coraggioso. Questi sentimenti comuni a gran parte dei giovani
spiegano come la gioventù italiana sia sempre stata presente ogni volta che le lotte in difesa della patria,
per il lavoro e per l'indipendenza del Paese, hanno chiamato gli italiani ad agire, ad operare per
andare avanti, perché la giustizia e la libertà trionfassero".
Ancora a proposito del patriottismo, successivamente, affermò: "le lotte del Risorgimento noi
le dobbiamo saper collegare con le lotte per la libertà, con le lotte per il progresso del nostro
Paese che il nostro popolo ha sostenuto, le dobbiamo collegare con le lotte della guerra di
liberazione nazionale e con la lotta per la sua indipendenza che oggi il popolo italiano combatte... Gli ideali
di Garibaldi, Mameli e degli altri eroi del Risorgimento erano ideali di giustizia e di libertà. La
loro lotta per l'unità nazionale era nello stesso tempo lotta per la libertà, per l'indipendenza, per
il progresso del nostro popolo".
Tra le molteplici attività di Secchia, mi colpì la notevole produzione di studi e libri di
carattere storico, tra cui spiccano "Il Monte Rosa è sceso a Milano", riguardante la lotta partigiana e
scritto insieme a Cino Moscatelli e "Capitalismo e classe operaia nel centro laniero d'Italia",
riguardante lo sviluppo economico e sociale del Biellese e le storiche lotte degli operai tessili.
Ricordo che, a proposito della ricostruzione storica, Secchia, sempre in quella stessa
occasione, affermò: "Noi non dobbiamo avvicinarci alla storia di ieri come una scolaresca di ragazzi
si avvicinerebbe ad un bell'album di disegni a colori o di caricature. Lo studio della storia
dev'essere cosa viva che ci porta a scoprire ciò che le classi dirigenti hanno sempre cercato di nascondere.
La conoscenza del passato - scrisse Antonio Labriola - non è utile e non è interessante
praticamente che nella misura in cui essa chiarisce ed orienta la spiegazione del presente".
Per ciò che riguarda il mio giudizio circa l'opera svolta da Pietro Secchia nel periodo della
lotta antifascista clandestina, della Resistenza e del dopoguerra, ribadisco le parole che già espressi
in occasione della sua scomparsa, al Consiglio provinciale di Vercelli quando, a nome del
gruppo comunista, ricordai il compagno, senatore Pietro Secchia, comunista, antifascista, che sopportò
il carcere e l'emigrazione politica, che partecipò in posizioni di primo piano alla direzione della
lotta di liberazione.
Secchia fu non solo dirigente del movimento operaio e democratico biellese, ma nazionale,
dando contributi sul piano internazionale; è stato non solo protagonista e dirigente politico durante
mezzo secolo di lotte del nostro Paese, ma si è cimentato anche sul terreno storiografico.
Secchia è stato dunque non solo un dirigente politico e un combattente della classe operaia, ma
uno studioso delle lotte della classe operaia stessa e del movimento democratico della nostra
provincia e del nostro Paese.
Ricordiamo Secchia anche come parlamentare della nostra provincia, più volte eletto al Senato,
del quale fu anche vicepresidente per diversi anni.
On. Elvo Tempia
Di Secchia si è scritto molto, in occasione della sua scomparsa, dieci anni or sono, e ritengo se ne
parlerà ancora a lungo perché le sue esperienze e i suoi insegnamenti sono una lezione di
grande portata. Non a caso i giovani accorrevano ad ascoltarlo e chi scrive ebbe modo, partecipando
ad alcune manifestazioni, a Milano, Roma, Palermo, ecc., di constatare il vivo interesse per le
cose che diceva, soprattutto sulla storia della Resistenza. Su questi aspetti Secchia non concedeva
nulla alla retorica e, con cruda durezza, esponeva gli obiettivi della lotta di liberazione e i reali
rapporti di forza esistenti.
Era certo questo modo di parlare così franco, la sua sincerità a suscitare interesse tra i giovani
a orientarli e convincerli nelle scelte più difficili. Intorno a Secchia, certo a causa di una
discutibile storiografia, si è anche creata l'immagine di un "oppositore" del suo partito, che ha suscitato
non poche malignità.
La mia conoscenza di Secchia avvenne dapprima indirettamente, attraverso le parole di
altri compagni, quando iniziai a svolgere attività politica nel Pci dopo l'8 settembre 1943.
Ancor oggi, a distanza di quarant'anni e in una situazione completamente diversa, è
possibile capire come noi giovani di allora, in una situazione in cui tutto stava crollando, incontrando
persone che, per il loro ideale, avevano avuto il coraggio di opporsi al fascismo e di affrontare lunghi
anni di carcere, trasferissimo su di essi tutte le nostre speranze. Questi compagni, inoltre, avevano
una solida preparazione politica e una logica espositiva semplice, comprensibile a tutti, che
conquistava e infondeva fiducia nell'avvenire. Poteva anche succedere che la nostra fantasia creasse intorno
a loro un alone di leggenda.
Il primo di questi grandi personaggi che ebbi la fortuna di conoscere, fu Guido Sola, perché
abitavamo nello stesso paese, Mezzana Mortigliengo. Ammiravo la sua forza d'animo, la sua condotta
limpida e il fatto che, pur avento lasciato molto presto la scuola per diventare operaio tessile, avesse
saputo approfittare del carcere per formarsi una vasta e solida cultura. A questo proposito, ricordo
che Concetto Marchesi, venuto a Biella per una conferenza, mi esprimesse, mentre lo
accompagnavo ad Oropa, tutta la sua ammirazione per la preparazione culturale di Sola.
Subito dopo conobbi Benvenuto Santus, che mi aiutò come un amico fraterno,
insegnandomi, inoltre, a stendere i testi dei volantini e dei giornaletti clandestini. Dovendomi occupare
della formazione politica dei giovani, contattai (ricordo che il primo incontro avvenne presso il ponte
di Chiavazza) Pasquale Finotto, soprannominato il "Vecchio". Mi impressionò per la sua
profonda conoscenza della nostra gente, per la fiducia che nutriva nei giovani, per la sua saggezza e per i
suoi consigli.
Tramite Santus ebbi occasione di conoscere Piero Pajetta (Nedo), in un incontro che aveva lo
scopo di coordinare l'azione del Partito comunista con quella delle formazioni partigiane. Con
intensa emozione conobbi poi quello che consideravo il vero bolscevico, Battista Santhià (Antonio), che,
a sua volta, mi presentò Alba Spina, una combattente coerente, sprezzante del pericolo, che visse
con coraggio, senza mai rinunciare alla sua fierezza di militante rivoluzionaria e di donna. Superò
a testa alta l'atroce esperienza del braccio della morte nelle carceri Nuove di Torino, fino a quando
si riuscì ad ottenere la sua liberazione in cambio di un prigioniero tedesco.
Partecipando ad un corso di formazione per quadri dirigenti del partito, svoltosi al Bocchetto
Sessera, conobbi infine Aladino Bibolotti, altro simpatico, loquace "istruttore".
Fu proprio attraverso le parole di questi compagni di grande prestigio ed autorità morale che
conobbi indirettamente Pietro Secchia.
Anche Luigi Viana, col quale, insieme a Giovanni Vogliolo venuto da Asti, facevo parte
della segreteria della Federazione comunista biellese, mi parlava spesso di Secchia, delle sue
vicissitudini, della sua opera politica e come dirigente della guerra di liberazione. Pensavo che conoscere
un personaggio come Secchia, potergli parlare, fosse un avvenimento eccezionale, quasi impossibile.
Finalmente, nei giorni della liberazione, lo conobbi personalmente. Era venuto nel Biellese
con Palmiro Togliatti, ed in seguito ad una riunione di partigiani che si era svolta a Torino. Il
contatto diretto accentuò l'ammirazione sconfinata che provavo per lui e per gli altri dirigenti.
Non si può che considerare straordinario il suo lavoro per trasformare il Partito comunista in un
grande partito democratico di massa, grande la sua capacità di fondere la "vecchia guardia" con
le nuove generazioni, sia durante la Resistenza, sia nel dopoguerra, negli anni difficili della
guerra fredda, delle discriminazioni politiche ed ideologiche (lotta contro il Patto atlantico e per la
messa al bando delle armi atomiche, l'incontro fra i cinque grandi: Stalin, Truman, Mao, Churchill e
De Gaulle, lotta contro la legge truffa, ecc.).
Molto acutamente, Giorgio Amendola definì Secchia il Carnot della Resistenza italiana.
Ebbi occasione di assistere, a Montecitorio, ad alcune animate e franche discussioni fra i due,
certamente molto diversi per carattere e formazione, caratterizzate però sempre dalla stima reciproca.
Ricordo, a proposito dei miei incontri con Secchia, due episodi che mi colpirono profondamente
e furono molto importanti per la mia formazione umana e politica.
Nel 1946 o nel 1947, non ricordo esattamente, alla festa della Burcina, organizzata in quei
tempi dal Pci, mi trovai a chiacchierare con lui e, nel fervore di conoscere, felice di potergli porre
alcune domande, ad un certo punto gli chiesi un giudizio sul cristianesimo, problema che mi è
sempre stato a cuore.
Secchia, con l'indiscutibile capacità di educatore, acquisita al confino e perfezionata durante
la Resistenza, si dilungò in una risposta molto esauriente. Ma non si limitò a questo, tornato a
Roma, nonostante i numerosi impegni, trovò il tempo di scrivermi una lunga lettera (che
conservo gelosamente) approfondendo ulteriormente il tema. La cosa mi fece molto piacere: non mi
pareva vero che un tale dirigente mi dedicasse tanto del suo tempo. Negli anni successivi,
frequentandolo di più, mi resi conto di quanto fosse importante per lui la formazione dei giovani quadri e
con quanta passione e quanto slancio svolgesse questo suo compito.
Nel 1958, nel corso di una riunione del Comitato federale biellese del Partito comunista, di cui
ero segretario, avente come oggetto la scelta dei candidati per le elezioni politiche, essendo in
ballottaggio due compagni altrettanto quotati e degni ambedue di rappresentare il Biellese, quando la
discussione si fece animata, Secchia intervenne e, con una modestia che impressionò tutti, fece riferimento
al suo caso personale (da due anni era stato destituito dalla carica di vice segretario del partito
e allontanato dalla Direzione) sostenendo che l'importante era lavorare per il partito, qualsiasi
fosse l'incarico. Il suo intervento fu decisivo e rappresentò un grosso sostegno alla segreteria
della Federazione: il candidato prescelto fu Mario Coda.
Devo dire che mai, nei suoi interventi e nell'attività svolta in Federazione, Secchia fece pesare
la sua posizione personale. Se avesse voluto, avrebbe potuto influenzare fortemente i compagni, ma
i suoi interventi furono sempre di sostegno alla politica generale del partito; espresse anche
critiche, ma solo perché non si faceva tutto quanto egli considerava possibile per attuarla largamente.
Devo confessare che ho letto con molto stupore e sconcerto alcuni giudizi espressi da Secchia,
sul diario che iniziò a tenere dopo il 1954, successivamente al suo allontanamento dalla direzione
del Partito comunista e dall'incarico di vice segretario, riguardanti Togliatti, Longo e altri dirigenti
del Pci e su alcuni momenti della vita del partito. Si può tuttavia capire le amarezze che lo
tormentavano, dovute anche ad alcune ingenerosità verso la sua persona e ai tentativi di strumentalizzazione
da parte di "amici" che intendevano sfruttare la sua autorità e il suo prestigio per operazioni
politiche che non lo riguardavano. Manifestò il suo dispetto verso queste strumentalizzazioni nella
prefazione di un libro, scrivendo parole di fuoco per respingere quelle che definì "caricature" del
suo personaggio.
Aveva comportamenti peculiari, tipici della sua personalità, che lo distinsero da ogni altro.
Secchia era un energico assertore della mobilitazione delle masse popolari nella lotta politica e
nei suoi interventi poneva sempre costantemente l'accento sul peso decisivo dell'intervento dei
lavoratori. Forse in certe sottolineature finì per prevalere l'elemento rivendicativo, una concezione della
strategia unitaria, ancorché solida, fondata su un concetto di egemonia della classe operaia, proprio
quando lo sviluppo della elaborazione politica del Pci, andava sempre più affermando una
concezione unitaria che valorizzava gli apporti autonomi di ciascuna forza, partendo dal presupposto che
anche altre forze e strati sociali potessero lottare a fianco della classe operaia, per una nuova società
socialista, apportanto alla lotta i valori di cui erano portatori. Si trattava, in sostanza, di quel
pluralismo che in Cina veniva definito la politica dei cento fiori.
Così concepita, la via italiana al socialismo (ed oggi l'eurocomunismo - termine improprio
ormai entrato nell'uso comune -) non sopportava più la teoria del partito guida (Pcus) e dello stato
guida (Urss), ispirandosi ad un nuovo internazionalismo fondato su movimenti che affrontano i
grandi temi della nostra epoca: pace, totale liberazione dal colonialismo e affrancamento dei
popoli sottosviluppati, lotta contro la fame, nuovi rapporti tra nord e sud.
Uno dei limiti di Secchia, almeno da quanto appare sui diari, perché nei rapporti con i
compagni questo elemento non compariva, fu forse proprio quello di restare legato ad un'epoca e a
formulazioni che il corso della storia andava decisamente e rapidamente modificando.
Certamente Secchia rimane una delle figure più significative del Partito comunista e del
movimento di liberazione, uno dei dirigenti più qualificati ed apprezzati; una figura che ha lasciato un
marchio indelebile. Resta inoltre, il ricordo prezioso delle sue qualità: fermezza ideale, incrollabile
fiducia nella causa della libertà e del socialismo, attività incessante, senso profondo
dell'autodisciplina, straordinaria capacità di mantenere rapporti con i compagni, anche con i più umili,
senso dell'equilibrio (basti pensare alle energie che profuse verso i giovani e verso molti anziani,
per liberarli dalla nostalgia delle occasioni perdute o al suo atteggiamento in occasione dell'attentato
a Togliatti (di fronte alla legge truffa), puntualità negli orari, impegno e slancio profusi nella
difesa dei diritti delle masse popolari, nella difesa della Costituzione e della democrazia.
La sua lezione è ancora viva. Nell'attuale situazione del Paese, in cui si rende indispensabile
realizzare i postulati innovatori della Costituzione, sconfiggere la politica della corruzione e degli
scandali, creare una vera alternativa alla società del privilegio e dello sfruttamento, irridere alla
cocciutaggine di Secchia nel ribadire continuamente la necessità della mobilitazione popolare, dell'impegno
globale degli italiani, significa credere in una lotta politica astratta, in un puro esercizio dialettico,
mentre i fatti, ritengo, s'incaricano ogni giorno di smentire i propugnatori delle logiche formali.
Di Secchia si possono dire molte cose perché è stato un combattente eccezionale, un autentico
capo ed, infine, uno storico capace di trarre importanti insegnamenti dalle vicende umane e dalle
lotte sociali e politiche. Una cosa però, sovrasta tutte le altre: la sua onestà, in tutti i sensi.
Ritengo si possa considerare Secchia perfettamente rispecchiato nel giudizio che diede di
Togliatti, parlando a Trieste il 20 settembre 1964: "Non vi parlerò di Togliatti come uomo di stato,
come esperto parlamentare, come teorico e come uomo di cultura perché la forza della sua personalità
e del suo pensiero si è imposta a tutti. Amici e avversari, studiosi e uomini d'azione di ogni
corrente, pure nel contrasto delle opinioni, tutti si sono inchinati nel riconoscimento della genialità
dell'opera sua e delle sue eccezionali capacità... La sua elaborazione della via italiana al socialismo ha
richiamato su di lui l'attenzione dei comunisti e del movimento operaio di tutto il mondo, è viva davanti a
tutti voi che ne siete stati testimoni e anche protagonisti diretti. Vi parlerò del Togliatti precedente
gli anni 1944-45, perché i giovani conoscono meno l'opera, il pensiero e l'azione sua, appunto di
tutto il periodo che va dal 1921 al 1944-1945...". In questo passo è espressa in modo perfino
magniloquente la chiara convinzione di Secchia sulla strategia politica del Pci, ed un suo inequivocabile e
sereno giudizio su Togliatti.
Le speculazione e le strumentalizzazioni non potranno mutare la verità su Secchia, comunista
non solo per disciplina ma per convinzione. La sua vita, la sua militanza, indipendentemente
dagli incarichi che egli ricoprì nelle diverse fasi, è una lezione di costume e di intelligenza.
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