Anello Poma
Figure dell'antifascismo militante
Eraldo Venezia
(Bianzè 27-12-1903 - fronte dell'Estremadura, Spagna, 16-2-1938)
"l'impegno", a. II, n. 4, dicembre 1982
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Sollecitazioni di comuni amici, oltre al desiderio a lungo rimandato, mi spingono a ricordare la breve
ma intensa vita (o perlomeno alcuni momenti a me noti, e che forse sono i più significativi), di Eraldo
Venezia, caduto nella guerra di Spagna, a Campillo, in Estremadura nel febbraio del 1938. Mi sembra un atto
riparatore togliere dall'oblio un uomo, un militante antifascista che tutto ha dato per gli ideali di libertà e
giustizia: giovinezza, affetti familiari, interessi personali, fino al sacrificio supremo.
Se è vero che la storia è fatta dagli uomini, è giusto parlare di loro ricordando non soltanto le
grandi personalità, ma anche coloro che, pur non essendo stati personaggi di primo piano, sono stati partecipi
di avvenimenti che hanno lasciato un segno incancellabile, hanno inciso nel profondo la storia e, a volte
in misura assai grande, l'hanno condizionata.
La guerra civile provocata dalla rivolta di generali ostili e nemici giurati del regime democratico che
il popolo spagnolo si era dato con libere elezioni nel febbraio del 1936, durata dal luglio di quell'anno
all'aprile del 1939, è stata un fatto di grande portata. Ancorché non tutti i risvolti siano venuti alla luce e in
Italia, soprattutto, sia un avvenimento scarsamente conosciuto e per lo più in modo distorto, essa costituisce
una delle pagine più tragiche, ma anche più belle ed esaltanti della storia europea di questo secolo.
Eraldo Venezia ne fu partecipe al pari di altre decine di migliaia (il numero esatto è controverso ma può
essere compreso tra i trentacinque i cinquantamila) di volontari di ben cinquantatré paesi di ogni continente,
che avevano costituito le Brigate internazionali.
La vita di militante di Eraldo Venezia non comincia però con la partecipazione alla guerra di Spagna,
nella quale purtroppo si concluse. Figlio di braccianti, nato a Bianzè, in provincia di Vercelli, intelligente,
dotato di temperamento combattivo, fu coinvolto, fin dalla prima giovinezza, nel grande movimento di lotte
sociali che investì la città e le campagne alla fine della prima guerra mondiale. Fu una parentesi breve, ché
subito si scontrò con la violenta reazione delle squadracce fasciste di Mussolini, assoldate dagli agrari prima
e dagli industriali poi.
Nel clima di violenza che si scatenò, soprattutto nelle campagne, era un'impresa disperata restare
sulla breccia e resistervi in un paese come Bianzè. Eraldo si trasferì a Biella all'inizio del 1922, in una
regione dove la forza di un movimento operaio ricco di tradizioni ed esperienza e dotato di una vasta rete
organizzativa gli permise di trovare un proprio posto. Non per molto però, infatti, dopo aver esercitato molti mestieri
e tentato anche di costruirsi una famiglia, dovette prendere la via dell'esilio, emigrando in Francia.
Stabilitosi a Billancourt, nel dipartimento della Senna, divenne parte di quella emigrazione politica
che, dopo l'avvento del fascismo, si formò in tutti i paesi dell'Europa e delle Americhe, ma che aveva il
suo punto di forza in Francia e particolarmente nella regione parigina.
Iscritto al Partito comunista fin dalla sua fondazione, Venezia arricchì la propria preparazione politica
ed esperienza di lavoro, acquistando i caratteri del militante che, secondo il concetto leninista, viene
definito "rivoluzionario di professione". Era questa una figura già molto discussa in quel tempo negli
ambienti dell'emigrazione politica italiana non comunista (e più tardi lo sarà dalla storiografia dell'antifascismo e
del movimento operaio) perché non priva dei difetti comuni a tutte le società segrete di ogni tempo e di
ogni ispirazione dottrinaria, quali si ritrovano dall'Ottocento in poi. Quale che sia però il giudizio, a volte
misurato ma non privo d'ammirazione, spesso sbrigativo quando non spregiativo, resta il fatto che senza quel tipo
di militanti certe imprese non sarebbero state possibili. Esse richiedono infatti militanti di una tempra
particolare, persone eccezionali che nascono o si formano in situazioni eccezionali. A questa militanza comunque
attinse per gran parte il Partito comunista per svolgere attività illegale in Italia, per tentare di
ricostruire l'organizzazione di partito e l'attività di opposizione al regime, ogni volta che la polizia politica istituita
dal governo fascista, riusciva a distruggerle. I vuoti che l'Ovra riuscì a provocare tra le file dell'antifascismo
più impegnato, specie sul finire degli anni venti, inizio anni trenta, furono grandissimi, da taluni
ambienti giudicati paurosi, a sostegno appunto della tesi che era assurdo, inumano sacrificare la libertà di
tante persone per un'azione che dava risultati giudicati men che modesti. Difficile esprimere un giudizio netto
su queste posizioni, ma non è facile neppure resistere alla tentazione di chiedersi se esse avevano, oppure
no, qualcosa in comune con il fenomeno dell'attendismo che si verificò durante la Resistenza.
Eraldo Venezia fece la conoscenza dell'Ovra nel 1932, quando il centro estero del Partito comunista decise
di inviarlo in Italia per svolgervi attività illegale.
Nel corso della campagna per la monda del riso, nella primavera del 1931, si erano verificati scioperi
ed agitazioni tra le mondariso della pianura padana e particolarmente nel Vercellese, Novarese e
Lomellina. L'agitazione, a cui non fu estranea l'opera dei militanti clandestini diretti da Teresa Noce, venne
ripresa nell'anno seguente. Ma anche la vigilanza dell'Ovra si era fatta più attenta e Venezia, il quale essendo
del luogo era stato scelto per svolgervi il lavoro politico, venne arrestato proprio alla vigilia dell'arrivo
delle mondine nelle cascine del Vercellese. Processato dal Tribunale speciale fascista assieme a Severo Mosca
di Occhieppo Superiore, venne condannato il 22 settembre 1933 a cinque anni di carcere.
Non conosco particolari degni di nota della sua vita nel carcere, tranne il fatto che, al pari di tanti altri,
seppe approfittare di quella parentesi forzatamente oziosa per accrescere le sue conoscenze culturali e politiche.
In virtù di un'amnistia ottenne al principio del 1937 la libertà con qualche mese di anticipo e fece ritorno
a Biella. Non era impossibile il reinserimento nella vita e nel lavoro e col tempo, anche nell'attività
politica clandestina che in città e nelle vallate era presente, sia pure in modo ristretto.
Tuttavia nell'orizzonte internazionale erano ben visibili i sinistri bagliori della guerra civile in Spagna
e giungevano anche in Italia, attraverso la stampa clandestina, notizie sulla presenza della Brigate
internazionali, tra le quali la brigata "Garibaldi" e, per un temperamento esuberante e combattivo come quello di Eraldo,
il richiamo era troppo forte per potervi resistere. Dopo parecchie insistenze, giacché il Partito non
incoraggiava coloro che ambivano a recarsi in Spagna, ritenendo a ragione che la loro opera fosse più necessaria in
Italia, Venezia riuscì in luglio a espatriare in Francia in compagnia di Giuseppe Fracasso di Tronzano Vercellese.
Raggiunse Parigi e poco tempo dopo partì per la Spagna: in agosto si trovava già sul fronte di
Farlete, nell'offensiva repubblicana in Aragona. Poco dopo giunsi anch'io in Spagna, lo cercai ma, pur essendo
in linea sullo stesso fronte, a Fuentes d'Ebro, non mi fu possibile rintracciarlo, essendo inquadrati in
battaglioni diversi. Soltanto al ritorno, nelle retrovie, avemmo occasione di incontrarci. Fu lui stesso a cercarmi
a Binefar vicino a Lerida, dove avremmo soggiornato nei mesi invernali, in un'attesa snervante che
non comprendevamo e che potrebbe essere spiegata solo con un discorso più lungo ed approfondito.
Conobbi così l'uomo che i compagni di Biella mi avevano descritto come persona simpatica e alla
mano, fermo nelle sue convinzioni e quindi degno di fiducia e di rispetto. Gli incontri si fecero frequenti e credo
di essere riuscito a conoscerlo, a penetrare la sua umanità semplice e paziente che a volte pareva
contrastare con una certa intransigenza nei principi. Ed invece non v'era contraddizione, ma piuttosto uno sforzo
per capire la realtà di quel paese, conoscere la sua gente, i giovani, soprattutto, chiamati alle armi come
militari di leva e inseriti nella brigata fino a costituirne la maggioranza. Molti di loro erano contadini
dell'Andalusia e dell'Estremadura e trovavano in Venezia uno che aveva le stesse origini sociali e con il quale era più
facile intendersi. Molti erano analfabeti, ma io stesso verificai quanto fossero avidi di conoscere e disponibili,
sia alla acquisizione delle ragioni profonde di quella guerra, sia delle esperienze trasmesse da militanti di
altre nazionalità con i quali venivano a contatto.
Con Eraldo parlavamo di tutto questo e ci scambiavamo opinioni, ma avevamo anche parecchi altri
argomenti di discussione: il nostro passato, le rispettive conoscenze. Dissertavamo, e qualche volta sognavamo, su
una possibile vittoria che avrebbe avvicinato il nostro rientro in Patria. Venezia non era un conversatore
brillante, ma era comunicativo e pieno di ottimismo. Credo sia giusto attribuire la sua immensa fiducia nella causa
per cui combatteva e la tenacia con cui sosteneva le opinioni politiche nelle quali credeva a quella sua carica
di ottimismo. Essendo più anziano di me e molto più esperto e maturo mi si affezionò e di questo ebbi
conferma più tardi, parlando con altri compagni dopo la sua morte. E già fin d'allora all'opinione personale che
mi feci di lui si aggiunsero considerazioni e giudizi dei compagni che gli vivevano a fianco. Egli godeva
di grande stima per il contegno coraggioso tenuto in combattimento e per il modo con cui sapeva legare con
la gente. Per questo era stato chiamato a far parte della sezione culturale nel commissariato del primo battaglione.
Con l'inizio del 1938 si cominciò a parlare del prossimo impiego della brigata "Garibaldi" (la "doxe"
come la chiamavano i militari di professione e in genere gli spagnoli). In dicembre c'era stata la battaglia e
la conquista di Teruel, città che rimase in mano ai repubblicani solo alcune settimane, scompaginando
però non poco i piani di Franco di una ennesima offensiva su Madrid. Avevamo chiesto di essere impiegati
nelle operazioni su Teruel, ma ci fu risposto che ben presto saremmo stati inviati a qualche altro fronte. Verso
la fine di gennaio venne infatti l'ordine di prepararsi per la partenza. Il viaggio fu lungo, dall'Aragona fino
in Estremadura, costeggiando tutta la riviera del Levante e passando per Valencia. Era il tempo della
raccolta delle arance e ad ogni fermata del treno le raccoglitrici, non appena sapevano che i soldati che lo
popolavano erano uomini delle Brigate internazionali, rovesciavano dai finestrini ceste colme di arance. Non
volevano essere pagate, e mal ne incolse alle poche che accettarono denaro. Quelle fiere popolazioni mostravano con
quel gesto e saluti entusiasti la loro simpatia ai volontari antifascisti di altri paesi, la cui presenza
nella guerra che si combatteva nella loro Patria era interpretata come il segno tangibile della vasta
solidarietà internazionale verso il popolo spagnolo.
Giungemmo a Ciudad Real in Estremadura e da
qui inviati, su camion, a Campillo e in altri paesi
nelle vicinanze del fronte. Si parlava inizialmente di un'offensiva a largo raggio con l'impiego di forze
consistenti, ma poi vennero le smentite e infatti le truppe fresche giunte in quelle località erano esigue: ricordo
la "Garibaldi" e la brigata polacca "Dombrowski". I commenti non erano certo entusiasti e il giudizio sugli
alti comandi non proprio rispettoso.
Ripresi gli incontri con Venezia e ci scambiammo le rispettive opinioni sulle perplessità che circolavano.
Le mie erano alquanto generiche e si limitavano al sentito dire. Il mio spirito critico era ancora molto
scarso, l'ingenuità e l'entusiasmo respingevano anche solo il sospetto che potessimo essere stati coinvolti in
manovre volute da gente che non desiderava la vittoria dei repubblicani. Sapevo della presenza della quinta
colonna che lavorava per Franco e la cui opera era da questi apertamente ostentata, ma ero lontano dal conoscere
la realtà con chiarezza e completezza di particolari. Che poi qualcosa si annidasse negli stati
maggiori dell'Esercito come del resto nella burocrazia statale, con la copertura di autorità politiche al vertice
dello Stato repubblicano, non l'avevo ancora capito e forse a quel tempo rifiutavo di ammetterlo. Venezia
doveva saperne di più, perché operava in ambienti dove certe indiscrezioni arrivavano, ma nei suoi commenti
fu prudente. Condivideva le espressioni di malcontento e delusione che circolavano nei reparti combattenti,
ma non andò oltre. Evidentemente evitava di accentuare i commenti critici per non smorzare il mio
entusiasmo ed alimentare l'allarmismo.
Il giorno dell'attacco tutti quanti ci accorgemmo che erano state impiegate soltanto le due
Brigate internazionali, ma, impegnati com'eravamo, non avemmo tempo di pensarci e trarne considerazioni di
alcun tipo. Sfondammo il fronte, occupando una serie di colline, e dilagammo in pianura in direzione dei
centri abitati, tra i quali un nodo ferroviario. Ma i franchisti non erano impreparati ed avevano fatto affluire
rinforzi e truppe scelte come i marocchini del "Tercio" (la legione straniera spagnola). Proprio in prossimità
della ferrovia scattò il loro contrattacco: il combattimento fu aspro e le perdite pesanti. Io stesso rimasi ferito
al braccio, all'altezza del gomito, e venni allontanato. Raggiunsi l'ospedale di Murcia e dopo una
rapida guarigione fui inviato in convalescenza ad Horiguela, splendida località balneare. Approfittai di
questo seppur forzato periodo di riposo. Non mi era mai successo di usufruire di vacanze, non essendo a quel
tempo in Italia contemplate le ferie per i lavoratori dell'industria: quelle furono le prime e, per lungo tempo
ancora, le uniche che potei assaporare.
Cercai già a Murcia e ancor più ad Horiguela di raccogliere notizie su Venezia e gli altri miei compagni,
ma non seppi nulla di preciso fino al rientro nella brigata, che avvenne di lì a poco in modo piuttosto
precipitoso a causa della piega che presero nel marzo del 1938 gli avvenimenti militari. Con tanta tristezza e
dolore appresi della morte di Eraldo Venezia in Estremadura ed ebbi alcune frammentarie informazioni sul
suo comportamento in quel combattimento ingaggiato dagli alti comandi senza scopo.
Venezia si trovava tra i reparti più avanzati che ruppero il fronte a Campillo e poi tra i più esposti al
subitaneo contrattacco del nemico. Prodigatosi con i reparti impegnati nel contenerlo, forse si attardò al di là del
giusto quando giunse l'ordine di ritirarsi, e vi lasciò la vita. Non venni a conoscenza di altri particolari,
raccolsi soltanto i commenti dolorosi e amari dei compagni che combatterono al suo fianco e che serbavano
un ricordo, fatto di considerazione e rispetto per un uomo che aveva avuto il tempo di dare prova della
sua tempra di combattente e di profonde convinzioni politiche che furono la ragione della sua vita.
Per queste ragioni che coincidevano con l'idea che mi ero fatto dell'uomo, per il legame affettivo che
ci aveva affratellato nei pochi mesi trascorsi insieme, ho conservato un ricordo che non si cancellerà mai e
che desidero ora consegnare quale testimonianza alla storia dell'antifascismo della nostra provincia. Egli
appartiene a pieno titolo alla schiera dei militanti operai che seppero in Italia mantenere fede al proprio ideale
di emancipazione sociale pagando sempre di persona, a quegli antifascisti che seppero dare al mondo
l'immagine di un'Italia che non era quella che propagandava il fascismo e che, soprattutto in terra di Spagna,
esaltarono il significato della solidarietà internazionale. In quella prova che è stata dura, difficile e a volte
terribile, Eraldo Venezia immolò a soli 35 anni la sua esistenza.
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