Marino Graziano

"Dove ho conosciuto Cino Moscatelli"



Il volume "Ricordo di Cino Moscatelli" che ho letto recentemente mi ha indotto ad inviarvi un mio ricordo vivo di Cino, che ho voluto collegare ai miei travagli di quei giorni in cui ci trovammo e facemmo, fugacemente, conoscenza in carcere.
L'anno 1937, per noi detenuti politici nelle galere fasciste, si iniziava pieno di speranze. Erano ormai trascorsi dieci anni da quando il Tribunale speciale per la difesa dello Stato aveva iniziato la sua attività, con migliaia di condannati e, benché l'amnistia del "decennale" nel 1932 ne avesse liberati un buon numero, parecchi se ne erano aggiunti e molti, come mia moglie ed io, avevano già scontato dieci anni di reclusione.
In quei giorni d'inizio dell'anno si parlava di un prossimo "lieto evento" in Casa Savoia, e siccome nel 1934 con la nascita di Maria Pia, anche i politici avevano avuto il condono della pena di due anni, si sperava di averne un altro con la prossima nascita di un altro principe. Quindi, salutavamo il 1937 come "un anno di grazia" che, per noi due, avrebbe anche significato la liberazione definitiva.
Infatti nel mese di febbraio nasceva il futuro principe ereditario Vittorio Emanuele figlio di Umberto e Maria Josè. Per tale evento, più che lieto per Casa Savoia, il regime fascista non poteva fare a meno di concedere un'amnistia ai detenuti, della quale venissero pure a beneficiarne, con discrezione, anche i detenuti politici.
Il regime fascista, sia per rendere omaggio alla monarchia dei Savoia che lo aveva sempre sorretto e coadiuvato, sia per dimostrare la sua forza di fronte all'estero, concesse un condono della pena anche ai detenuti politici, ma la maggior parte di quelli che uscirono dalle carceri non andarono neanche a casa e furono avviati nelle isole di confino e ciò era pienamente "giustificato" per il momento storico che si attraversava.
La guerra civile in Spagna proseguiva accanitamente con alterne vicende, ma i ribelli di Franco erano sempre più apertamente aiutati dal governo italiano che voleva impedire al "bolscevismo di installarsi nel Mediterraneo". L'Italia aveva mandato in Spagna più di 15.000 soldati, ufficiali e sottufficiali, specialisti e piloti; altrettanto faceva Hitler che inviava piloti e aerei da sperimentare contro i "rossi". Agli inizi del 1937 l'obiettivo principale dei franchisti era la battaglia per Madrid, già decisa fn dall'autunno del 1936. Madrid non si poteva prendere frontalmente e, perciò, nei primi mesi del 1937 avvennero tutta una serie di battaglie, sempre più cruente. Si ricordi Guadalajara, dove le truppe fasciste italiane subirono una grave sconfitta; si ricordi la distruzione della cittadina di Guernica, città sacra per i baschi, simbolo delle loro libertà.
Non c'è, quindi, da stupire se in quel tragico 1937 anche la nostra libertà tanto agognata dovesse subire ancora una notevole restrizione.
Così, dopo l'emanazione del decreto di amnistia, dopo la metà di febbraio, ci ritrovammo, mia moglie ed io, finalmente liberi a casa nostra. Ma la nostra gioia e quella dei nostri cari, fu di breve durata. Dopo ventiquattro ore venivo di nuovo arrestato e associato alle carceri del Piazzo di Biella, su mandato di cattura della Questura di Vercelli; mia moglie mi seguiva tre giorni dopo. Ci ritrovammo ripiombati in carcere senza alcuna motivazione, ma si capiva che l'intento era di toglierci dalla circolazione il più rapidamente possibile e mandarci al confino.
Fummo inviati a Vercelli in attesa della Commissione per il Confino. Mia moglie entrò fra le donne "comuni" del Carcere giudiziario di Vercelli ed io fui messo in isolamento nella "torre".
Inutile spiegare che quel periodo di oltre due mesi nelle carceri di Vercelli fu assai angoscioso per noi: completamente all'oscuro del perché della nuova carcerazione, appena rilasciati dopo dieci anni di reclusione e di nuovo separati senza avere l'idea per quanto tempo ancora. La Commissione per il Confino fu assai "magnanima": due anni per me e uno per mia moglie...
Tuttavia, quei mesi trascorsi nella "torre" delle carceri di Vercelli, furono assai interessanti per me. Ero "isolato", cioè non potevo avere contatto con nessun altro detenuto; ma spesse volte, il comandante delle guardie, mi permetteva di condividere il "passeggio" nell'ora di aria, con altri detenuti. In quei giorni era accaduto un orribile delitto al Crocicchio sulla strada da Biella a Vercelli e la polizia, che brancolava nel buio, aveva arrestato decine di persone di quella località, e spesso ne trovai diverse al passeggio con me. Era gente che non aveva niente a che fare con il delitto, ma era spaurita per quel contatto con la brutale vita carceraria. Cercavo di fare loro coraggio dicendo che tutto si sarebbe messo in chiaro e che sarebbero stati restituiti alle loro famiglie. E così avvenne.
Fu il 25 marzo 1937 che entrando nel vasto cortile del carcere dove si andava a prendere aria, mi incontrai con Cino Moscatelli. Eravamo noi due soli. Forse il comandante delle guardie ci aveva messi insieme appositamente. Non ci conoscevamo che di nome ma ognuno di noi conosceva l'altro avendone sentito parlare nelle nostre peregrinazioni per le galere fasciste. Cino era stato in case penali diverse dalle mie. Quando io andai a Civitavecchia lui era già uscito. Ci mettemmo a chiacchierare e familiarizzammo subito, raccontandoci a vicenda la nostra odissea. Cino era molto angustiato per il suo arresto. Alcune scritte antifasciste nello stabilimento dove lavorava, la Cartiera di Serravalle, avevano provocato il suo arresto. Forse era una provocazione per avere un motivo per toglierlo dalla circolazione. Ma egli temeva di essere di nuovo denunciato al Tribunale speciale oppure inviato al confino. Cercai di rincuorarlo dicendogli che forse tutto sarebbe andato bene e che al massimo poteva essere inviato al confino. Pensai anche che così fosse accaduto perché trovai anche il suo nome in un libro sui confinati. Soltanto ultimamente seppi che dopo sei mesi di carcere era ritornato a casa "diffidato". Bisogna dire che in quel momento fu fortunato; ma fu anche un bene grande per la prodigiosa attività futura di Moscatelli.
Ci lasciammo con un abbraccio fraterno e non ci rivedemmo che a Liberazione avvenuta.
Quest'incontro con Cino Moscatelli non l'ho mai dimenticato perché allora fu di grande aiuto morale per entrambi: ne ho già accennato in altro scritto, ma ho voluto che anche la sua rivista lo tramandasse alla storia.