Ugo Giono

La liberazione dei detenuti politici nell'estate del '43



Mi trovavo allora nella camerata numero 8 della quarta sezione politici del carcere di Castelfranco Emilia. Nella stessa camerata, si trovava il compagno Rodolfo Ursini (Rudy) di Trieste, il quale faceva parte della cosiddetta troika che dirigeva il collettivo dei politici della sezione. Nella camerata numero 10 era dirigente il compagno Vladimiro Kenda, pure di Trieste, che, più anziano di carcere, aveva anche più esperienza di tutti noi. Ursini era diventato maggiorenne nel periodo in cui si trovava con me nell'infermeria del carcere; scriveva molto e si protraeva nella scrittura fino alla terza visita di controllo che veniva effettuata verso le tre del mattino. Io, invece, mi addormentavo presto e mi svegliavo prima, potevo così nascondere il tutto in un apposito contenitore, in modo che risultasse introvabile in caso di perquisizioni.
Giunse così il mattino del 26 luglio 1943. Alle prime luci dell'alba sentii chiamare dall'infermeria: "Rudy! Rudy!". Era il compagno Danilo Conti che si trovava a quel tempo in infermeria (luogo in cui si potevano avere notizie e in cui, quindi, era sempre presente qualcuno di noi). Svegliai Ursini che si era appena addormentato e che a mala pena si portò alla finestra che si affacciava sul grande cortile di fronte all'infermeria. Si misero a conversare con le mani attraverso segni convenzionali. Un attimo dopo, Ursini si fregò gli occhi e fece segno di ripetere, poco dopo disse: "Ragazzi, oggi c'è una grande notizia, il fascismo è caduto ed ha preso il governo il maresciallo Badoglio!".
Scattammo tutti come molle per commentare il fatto, mentre i detenuti per spionaggio, che si trovavano nella nostra sezione, si misero a gridare e, all'intimidazione, fatta dalla guardia, di fare silenzio, risposero che era giunta l'ora di togliersi le mostrine col fascio littorio. Parlottando, ci venne il dubbio che la notizia ricevuta non fosse veritiera, oppure che si trattasse di una delle solite notizie sparse per creare nervosismo fra i detenuti. Decidemmo di segnare visita medica e, data la mia lunga permanenza in infermeria, fui scelto per questo compito.
Passata la prima visita con conta del mattino, segnai visita al capoposto. La conta era appena alla camerata numero 10, quando la nostra porta si aprì di nuovo e il mio numero di matricola, il 7019, risuonò nell'aria. Mi portarono all'infermeria e, giunto al pianerottolo fra le due rampe della scala d'accesso, l'agente di custodia addetto, Artioli, mi comunicò la notizia, confermando ciò che ci aveva detto il compagno Conti. Mi disse anche, in seguito, che ero stato chiamato in infermeria perché era stata disposta una visita medica per questione militare.
Ritornando in camerata, ebbi la sorpresa di trovare il compagno Zdenko Stambuk e altri slavi della nostra camerata che, alla finestra, cantavano a squarciagola "L'Internazionale". Mentre io ero in infermeria, c'era stata la distribuzione della misera spesa consentita in carcere a quel tempo e anche gli altri avevano avuto la conferma della caduta del fascismo dai detenuti addetti alla distribuzione. Era lunedì: il giorno in cui veniva concessa la corrispondenza con le nostre famiglie. Ci recammo nella camerata adibita alla scrittura e Zdenko Stambuk ci fece vedere un modello di lettera per l'occasione, la lettera della giornata era "arrivederci presto". Molti accettarono l'invito di inviare a casa questo tipo di lettere, mentre io ed altri conservammo il solito testo.
Verso le 10, il direttore del penitenziario, Augugliaro, venne nella camerata della scrittura e, dopo averci comunicato la notizia, ci avvisò che, trovandoci sotto un governo militare, al primo nostro tentativo di manifestare per la caduta del fascismo, avrebbe fatto intervenire le forze armate. Io dissi: "Signor direttore, con una notizia del genere e dopo anni di carcere, sarà molto difficile contenere l'entusiasmo!". Rispose: "Va bene, vedremo!". La nostra detenzione, fra l'altro, da quel momento diventava illegale perché, con la caduta del fascismo, cadevano anche le leggi per le quali eravamo stati condannati.
Quello stesso giorno, mentre ci trovavamo nel cortile per la quarta aria, cioè dalle 15 alle 16, gli slavi, che erano detenuti perché avevano lottato contro l'annessione fascista della Dalmazia e della Slovenia, si radunarono in un angolo e si misero a cantare l'inno del Comintern: le loro possenti voci davano l'impressione che anche i muri del carcere tremassero. Sempre quel giorno, all'infermeria, era arrivato il chirurgo per le operazioni che, ogni tanto, venivano effettuate, il quale, sentendo quei canti, con l'infermiere, detenuto Nicolino, si affacciò alla finestra che guardava verso il cortile: entrambi ci salutarono a pugno chiuso.
La troika aveva consigliato di non uscire dalla camerata, fatta eccezione per i dirigenti autorizzati e aveva già preso accordi con le altre sezioni: la prima, la quinta e con la sezione minorenni, circa le richieste da fare alla direzione dopo le recenti notizie.
Nel cortile si trovava un cancello che non veniva mai aperto, ma quel giorno, proprio da quel cancello, si affacciò un agente che chiamò il primo detenuto a caso e gli ordinò di seguirlo dal direttore perché voleva parlargli. L'interpellato era il compianto compagno Mario Foschiani di Udine, il quale andò a prendere la casacca da detenuto per recarsi dal direttore. Io, che avevo notato tutto, coprendomi con una mano il numero di matricola, dissi alla guardia che se il direttore voleva parlarci, doveva venire lui da noi. L'agente richiuse la porta e se ne andò, poco tempo dopo la porta si riaprì e comparve il direttore. Lo circondammo e facemmo le nostre proposte che riguardavano: miglioramento del vitto, giornali politici, costituzione di una commissione di detenuti di tutte le sezioni, al fine di mantenere fra le stesse un collegamento. Il direttore rispose che, per avere le agevolazioni citate, occorreva presentare istanza al Ministero di Grazia e Giustizia. Stambuk, che era il più alto di tutti, disse che, da parte nostra, avremmo preso provvedimenti. Il direttore se ne andò con le lacrime agli occhi per la sua impotenza di fronte alla nostra decisione.
Il giorno seguente, il 27 luglio, dopo accordi con le varie sezioni, la troika decise, dietro nostro consenso, che tutti i delegati delle varie sezioni avrebbero chiesto udienza al direttore alla stessa ora, cioè alle 17 di quello stesso giorno.
La mattina, in infermeria, ci avevano recapitato manifestini che invitavano la popolazione di Modena a manifestare alla sera, in favore della liberazione dei detenuti politici. Alle 17, mentre attendevamo che il direttore chiamasse all'udienza i compagni di tutte le sezioni, sentimmo vociare fortemente in lontananza; pensammo che la manifestazione indetta a Modena si fosse spinta nei pressi del penitenziario, poiché buona parte dei detenuti politici erano colà rinchiusi. Nel frattempo, nel sottopassaggio dell'infermeria, scorgemmo uno strano movimento di guardie che andavano verso la nostra sezione. Attraverso i muri ci accordammo con le altre camerate, riaffermando che nessuno avrebbe dovuto uscire, eccetto i dirigenti della troika; ci mettemmo quindi subito in allarme, sotto la guida di Ursini e Kenda.
Iniziò così una drammatica serata. Le guardie passavano silenziosamente nel corridoio marciando verso la quinta sezione politici, sfollati per bombardamento dal penitenziario di Civitavecchia, che era considerato molto più rigido di quello di Castelfranco; non avendo esperienza del nostro carcere, si erano lasciati trascinare alla quinta sezione, composta da celle per le grandi punizioni, poste sotto terra, con finestre a bocca di lupo e a fior di terra.
L'ottuso comandante del penitenziario intendeva, inoltre, vuotare una camerata ogni due nella nostra sezione, in modo da isolarci e poterci reprimere più facilmente, ma il suo proposito fallì, almeno in parte. Infatti, malgrado le chiare disposizioni di non uscire dalle camerate, riuscirono a portar via la camerata numero 14 e, in seguito, tentarono di portare via anche la camerata numero 10, dove c'era il compagno Kenda.
Mentre stavano per aprirla, però, un minorenne della cella numero 9, situata di fronte alla 10, si affacciò ed il comandante, vedendolo, lo ammonì con questi termini: "Giù di lì, delinquente!". La provocazione fu respinta energicamente dai suoi compagni, i quali ribatterono: "Deliquente sarà lei che viene a provocarci!". Il comandante, irritato, ordinò di aprire la camerata e intimò loro di uscire, al loro rifiuto, diede l'ordine di prenderli con la forza.
Successe il finimondo: in tutte le camerate si picchiò fortemente alle porte con le brande nell'intento di farle cadere. A questo punto, le guardie ed il comandante si ritirarono, chiudendo per la fretta anche una guardia nella cella dei detenuti minorenni che lo ospitarono civilmente, lo fecero sedere su una branda e non gli torsero un capello. Diverse porte non avevano resistito agli urti ed erano cadute.
In un batter d'occhio il carcere fu invaso dalle forze armate. Nel grande cortile dell'ex forte Urbano (così era chiamato il penitenziario), furono inviate le guardie che più ci erano amiche, armate di moschetto, le quali ci invitarono a desistere dall'agitazione perché, a giorni, saremmo stati liberati. Noi, dalle finestre, invitavamo le guardie a non sparare, mentre i Carabinieri, anch'essi armati di moschetto, puntavano le armi contro di noi dagli spioncini delle porte che non erano cadute. Li accogliemmo al grido di "Viva l'Italia ed abbasso il fascismo".
Molti compagni furono picchiati e, verso sera, la situazione era, purtroppo, grave. Dopo un breve consulto, la troika diede ordine di gridare alle guardie che erano nel cortile che tutta l'agitazione era da attribuirsi alla provocazione del comandante, si ribadiva, inoltre, che avrebbe dovuto essere il direttore a venire da noi per spiegare come erano andati i fatti.
Poco tempo dopo, giunse nel corridoio della nostra sezione il comandante, il quale, con fare demagogico, ci disse: "Ragazzi stati calmi perché tutto si accomoderà nel migliore dei modi". Il direttore, infatti, fece tornare alle loro camerate i detenuti della quinta sezione e diede ordine di aprire tutte le porte che avevano resistito: in tutta la sezione si fu così liberi di girare nelle varie camerate, anche se, all'inizio dei corridoi, c'erano uomini armati. Vi era un grande andirivieni da una camerata all'altra fra le varie categorie di detenuti; e pensare che prima, per un semplice gesto o parola a un detenuto di un'altra categoria si rischiava una punizione a pane e acqua per diversi giorni! La troika, tuttavia, non si rendeva conto della situazione creatasi e, dopo una breve discussione, diede ordine che tutti i comunisti rientrassero nelle loro celle: il che, disciplinatamente, fu fatto.
Il mattino dopo, tutte le sezioni dei detenuti politici furono inviate contemporaneamente nel cortile per l'ora d'aria e ricordo che il compianto compagno Francesco Moranino (Gemisto) lesse il giornale politico per tutti. Durante l'ora d'aria, il direttore, che ormai conosceva tutti i dirigenti del collettivo, li mandò a chiamare e comunicò loro che, per i fatti della sera prima, era necessario denunciare il fatto alla magistratura. I nostri dirigenti risposero che se lo avesse fatto, avrebbero denunciato il comandante per la grave provocazione. Inoltre, i dirigenti del collettivo, tramite il medico del carcere, inviarono un telegramma al maresciallo Badoglio, informandolo della situazione che si era venuta a creare nel penitenziario.
Frattanto, il compagno Negarville ci raccontò della sua permanenza nella quinta sezione e di come fosse di guardia un giovane militare cui egli rivolse la parola. Con stupore, il militare capì che parlava italiano e gli disse che i suoi superiori gli avevano detto trattarsi di una sommossa di spie inglesi detenute nel carcere. Negarville gli spiegò che, invece, si trattava di detenuti politici condannati per le loro opinioni e i militari fraternizzarono con loro.
Tramite i giornali politici, eravamo venuti a conoscenza del fatto che Badoglio aveva chiamato, per la ricostituzione della Cgil, i compagni Bruno Buozzi e Giovanni Roveda e che la loro accettazione era condizionata dalla liberazione dei detenuti politici; quando i giornali annunciarono che la condizione era stata accettata, pensammo subito alla nostra liberazione. Infatti, nel corso della prima decade di agosto, furono liberati i compagni Giorgio Privileggio ed alcuni altri istriani (forse Badoglio intendeva, con tali liberazioni, pacificare quelle popolazioni); in seguito, furono liberati i compagni di Bergamo fra cui l'avvocato Eugenio Bruni, il cui padre, molto influente a Bergamo, era intervenuto in Questura per ottenerne la liberazione.
Passarono così i giorni, sempre con la speranza di essere liberati da un momento all'altro. Ricordo che una domenica, all'inizio dell'ultima decade di agosto, nel corso della prima ora d'aria, dalle 9 alle 10, avevamo deciso di fare lo sciopero della fame, che, in carcere, rappresenta un preludio di agitazione. La direzione, che era venuta certamente a conoscenza delle nostre intenzioni (in carcere anche i muri parlano), mandò un brigadiere delle guardie carcerarie che, con fare misterioso, avvicinò i componenti della troika, dicendo che anche lui era "uno dei nostri", che aveva partecipato all'occupazione delle fabbriche a Torino e avvertendoci che, prima di sera, gran parte di noi sarebbe stata liberata. Rinunciammo allo sciopero della fame, almeno per quel giorno, e, verso le 16, sentimmo un gran movimento e saluti: si seppe in seguito che tutti quelli della provincia di Firenze erano stato liberati. Quella stessa sera, venne da noi un funzionario del Ministero di Grazia e Giustizia che ci interrogò sulla nostra situazione, sul vitto e sul trattamento: rispondemmo che la nostra detenzione era illegale e che aspettavamo la nostra liberazione.
Il giorno dopo, lunedì, rimanemmo tranquilli fino alle 10, dopodiché iniziammo lo sciopero della fame e fu così che a mezzogiorno non prendemmo il rancio. Verso le 14, il direttore venne nella nostra camerata e ci chiese la ragione del nostro rifiuto a nutrirsi; la nostra risposta fu che eravamo stanchi di aspettare la liberazione. Il direttore disse: "Giono, entro la giornata sarai liberato, anche tu Ragionieri Gino e anche tu Anzaloni".
Nel pomeriggio, mentre eravamo all'ora d'aria, vedemmo i compagni della provincia di Torino che, salutandoci, andavano verso la libertà. Ritornato in camerata dopo le 16 (raramente dopo le 16 avvenivano liberazioni), mi misi il cuore in pace e, con Lorenzo Cicognani, decisi di andare a fare visita ai compagni della quinta sezione che trovammo impegnati in una discussione circa la situazione esistente.
Passò circa mezz'ora, quando entrarono il compagno Ernesto Perucci e un altro compagno di Milano informandoci che, nella nostra camerata, c'era la guardia con il tabellone dei liberandi. Ritornai immediatamente alla mia camerata dove mi fu subito chiesto che numero di matricola avessi, risposi che avevo il numero 7019 e mi fu detto di prepararmi perché sarei stato liberato.
Ci portarono all'ufficio matricola, dove ci consegnarono le nostre povere cose e gli abiti e finalmente, dopo le formalità di legge, la porta del penitenziario si aprì. Appena fuori le mura, io e coloro che erano stati liberati con me fummo invitati da un uomo in bicicletta a seguirlo. Strada facendo, incontrammo una donna che invocava a squarciagola il nome del figlio, Schafranek: la informammo che suo figlio non era ancora stato liberato ma che, anche per lui, la liberazione non sarebbe tardata. Schafranek era figlio di un ingegnere ebreo riparato in America, condannato a morte dai tedeschi.
Il nostro accompagnatore ci portò all'ex dopolavoro di Castelfranco, dove i compagni ci avevano preparato cibo abbondante e buono: fu il primo segno di ritorno alla vita civile.
I compagni Ragionieri e Giuntoli partirono per la loro città la sera stessa, mentre per noi, che dovevamo raggiungere Torino, non c'erano più treni fino al mattino seguente. L'ospitalità dei compagni di Castelfranco resterà per noi indimenticabile: ci portarono a dormire nelle loro case (io dormii nella stessa casa con Luigi Grassi), al mattino ci svegliarono, ci diedero la colazione e ci accompagnarono alla stazione, al primo treno per Piacenza, dove avremmo dovuto cambiare per Torino. Attendemmo il treno seduti sul marciapiede della stazione e i passanti, saputo chi eravamo, esprimevano le loro congratulazioni, la loro gratitudine.
Giungemmo ad Alessandria verso sera e, seppure a malincuore, salutai i compagni che proseguivano per Torino: non avrei più incontrato molti di loro. Io presi il primo treno per Vercelli e giunsi a casa il mattino del giorno seguente.