Domenico Facelli

Vercelli, marzo 1943



La situazione alla fine del 1942

La situazione, verso la fine del 1942, per quanto riguardava i diversi gruppi comunisti della città (composti in stragrande maggioranza di operai della Chatillon) non era molto soddisfacente cosicché la spinta verso l'agitazione e la lotta era fiacca. Mutò rapidamente e decisamente al principio dell'anno successivo.
Un notevole contributo al superamento dell'impasse in cui ci si era venuti a trovare, fu dato a seguito delle sollecitazioni del "centro" del Partito al superamento di alcune diffidenze e dai parziali risultati ed esperienze positivi ottenuti nelle fabbriche torinesi e biellesi. Si ebbero - fatto fondamentale - i primi contatti fra i diversi responsabili di gruppo operanti nell'interno della Chatillon, per cui si poté organizzare e sviluppare un lavoro tale da costituire l'elemento propulsore, decisivo, dell'azione che si intendeva intraprendere.
Si doveva approfittare, sino in fondo, del malcontento vivissimo provocato dalla guerra, che ormai non era più nascosto e che affiorava non solo nello stabilimento, ma anche in città, ed in forme che, pur non essendo apertissime, erano tuttavia palesi e facevano schiumare di rabbia i fascisti sempre più impotenti ad arginarle. Le ragioni andavano dal fatto che i nostri soldati erano costretti a combattere una guerra non giusta in condizioni disastrose, alle notizie che giungevano dal fronte e che erano un susseguirsi di débacle, alla difficile condizione di vita della popolazione (chi non poteva rifornirsi a borsa nera soffriva la fame): mancavano i grassi, il pane era limitatissimo e di pessima qualità, di pessima qualità anche qualsiasi genere che si riusciva a reperire.
Non ultima, infine, fra le cause del malcontento, l'alterigia dei fascisti che, in certi casi, erano ritornati ai metodi squadristici per imporre la disciplina (olio di ricino, manganellate, richiamo del federale, ecc.), metodi che, nella fabbrica, erano rappresentati da una serie di soprusi consumati, uno dopo l'altro, a danno degli operai, dei tecnici, degli assistenti.
Si doveva dunque trasformare questa situazione di malcontento che cresceva come una marea, questa situazione di odio alla guerra, in avversione al regime; costituire l'unità di tutte le forze antifasciste innanzi tutto sui posti di lavoro.
I piccoli gruppi di compagni si fecero più sicuri, quindi più audaci, nel momento stesso in cui ebbero l'esatta sensazione delle possibilità, delle capacità proprie e di quelle degli altri gruppi che puntavano allo stesso obiettivo.

Si prepara lo sciopero

Verso la fine del mese di gennaio 1943, l'organizzazione ramificava in quasi tutti i reparti chimici, nell'officina, i reparti tessili, nel labotatorio chimico e nel reparto caldaie della centrale elettrica. Forti di queste nostre prime affermazioni, avvicinammo alcuni tecnici di reparto ed impiegati. In un primo tempo si esponevano le nostre ragioni in modo duro e deciso nei confronti della situazione, successivamente divennero degli autentici rapporti di collaborazione e di coordinamento per l'attività antifascista in fabbrica e la sua possibile estensione al di fuori. Fu proprio con il contributo di questi impiegati e di questi tecnici che si poterono produrre volantini dattiloscritti inneggianti alla fine della guerra, ad un più giusto trattamento economico; volantini che furono distribuiti dagli stessi impiegati e tecnici nei diversi uffici dello stabilimento, mentre noi ci incaricammo di portarli agli operai.
Il primo decisivo passo era fatto per dare alla lotta contro il fascismo nella fabbrica una sua fisionomia, una sua forza unitaria. Fu così che potemmo legarci strettamente a tutti i capi manovra di filtrazione, ai conduttori di bagni coagulo filatura, a diversi assistenti e capiturno di reparti chimici, ai conduttori di caldaie, agli elettricisti ed ai sellai (questi avevano maggiori possibilità di movimento poiché per il loro lavoro potevano in qualsiasi ora essere presenti in qualsiasi reparto).
Eravamo quindi in grado di orientare i lavoratori. Verso la fine di gennaio organizzammo una seconda riunione di responsabili di reparto. Ci trovammo una domenica mattina in una trattoria non molto lontana dalla Chatillon. Eravamo una decina. Concordammo sull'azione da svolgere entro febbraio o marzo, se non uno sciopero almeno una breve sospensione del lavoro, quando ciò si sarebbe verificato nelle altre località. Inoltre, si stabilirono le richieste da avanzare immediatamente alla direzione dello stabilimento: aumento dei salari, distribuzione straordinaria di generi alimentari, maggior rispetto delle maestranze da parte dei capi reparto. Inoltre concordammo di preparare quanto necessario per il materiale propagandistico di agitazione. Prelevammo la carta occorrente per i volantini in fabbrica, una dattilografa si prestò per battere il cliché. Incaricammo un compagno del reparto chimico di preparare un "poligrafo" per riprodurre le parole d'ordine e tutto ciò che poteva interessare la stampa del materiale; egli doveva essere conosciuto da un numero limitatissimo di altri compagni (stabilimmo in tre) e solo uno dei tre doveva recarsi a consegnare e ritirare il materiale prodotto. Infine decidemmo come avremmo dovuto diffondere il materiale. E inoltre prendemmo la importantissima decisione di mantenerci in contatto con i compagni di Torino e di seguire attentamente l'evolversi della situazione.
Alle 10 in punto d'ogni mattina si provavano le sirene che segnalavano l'avvicinarsi (ed i bombardamenti) degli aerei alleati e fra cui naturalmente figurava la sirena della Chatillon. Al suo fischio, contrariamente alla volontà della direzione dello stabilimento, i lavoratori cessavano sempre momentaneamente il lavoro. In quei brevi attimi qualcuno di noi ricordava a chi gli stava attorno, a quelli che lo potevano sentire, che quel segnale, un giorno non lontano, non sarebbe stato lanciato per l'approssimarsi di aerei carichi di bombe, ma avrebbe significato: smettere immediatamente il lavoro, radunarsi e portarsi tutti compatti dinnanzi alla direzione dello stabilimento per avanzare delle richieste.
Tali richieste, oltre all'esigenza di concreti miglioramenti salariali, avrebbero dovuto esprimere tutta la nostra avversione alla guerra, la necessità che finisse e che il regime fascista, responsabile della situazione, pagasse per le proprie colpe.
Qualche compagno era riuscito ad avere tutti i contatti necessari e a farsi cambiare di reparto. Quasi tutti i giorni era inoltre possibile avere i contatti con quei compagni che erano stati responsabilizzati dei vari reparti e ciò allo scopo di aggiornarci sulla situazione, di conoscere quale fosse il vero stato d'animo dei lavoratori, le loro necessità più avvertite, in modo da poterli portare alla lotta anche se la situazione poteva considerarsi scottante.
Oltre alle parole d'ordine: "pane, pace, libertà", i compagni torinesi e milanesi avevano avanzato la proposta di richiedere alla direzione 192 ore di salario quale indennità di guerra. Immediatamente facemmo correre la voce di questa richiesta che trovò la più completa adesione di tutta la maestranza anche perché i gerarchi fascisti che dirigevano la confederazione dei lavoratori dell'industria, su ordine del duce, avevano posto, tassativamente, il veto su ogni aumento di salario.
L'organizzazione nell'interno della fabbrica acquistava per via di questo e di continui contatti con Torino e Biella, una sempre maggiore robustezza e articolazione. Quando ricevemmo, il 15 marzo, il n. 5 de "l'Unità" (che leggemmo avidamente dalla prima all'ultima riga) che pubblicava la notizia dell'avvenuto, e riuscito, sciopero di 100.000 operai torinesi, anche noi prendemmo la decisione di fare altrettanto il giorno successivo, o quanto meno non più tardi del 17. Era quindi necessario riunirci immediatamente per decidere. Eravamo eccitati, ma di una eccitazione che rifletteva estrema decisione, piena consapevolezza della nostra situazione e degli obiettivi che ci proponevamo. Venne convenuto, come si è detto, che il segnale doveva essere la prova delle sirene. Si sarebbe quindi dovuto uscire dai reparti, portarsi in massa dinnanzi agli uffici della direzione e qualcuno di noi avrebbe avanzato le richieste: distribuzione di grassi, miglioramento della mensa aziendale, aumento della razione di pane, 192 ore di indennità di guerra, si sarebbe infine scandito in coro: "vogliamo la pace e la libertà". A muoversi per primi dovevano essere gli operai dell'officina, i quali dovevano rappresentare l'elemento trascinatore delle maestranze dei reparti edili e di quelli tessili. Se per una qualsiasi ragione le maestranze dell'officina non avessero potuto svolgere questo compito - che era evidentemente quello fondamentale - il via all'azione sarebbe venuto dai reparti tessili. Alcuni compagni dell'officina - che erano addetti però alla manutenzione di diversi reparti - ed il compagno Pinot Rosso, di turno all'officina elettrica, erano stati scelti per informare i vari reparti sull'andamento dell'azione.


Le minacce degli squadristi

Mattino del 16. Ore 8. Si aprirono le porte dello stabilimento ed entrarono a fiotti agenti e squadristi. Qualcuno doveva avere capito qualche cosa e stava cercando di prendere le contromisure che riteneva fossero sufficienti per liquidare sul nascere il movimento.
I fascisti, nel tentativo di scoprire il "complotto", non si peritarono di mostrare, ancora una volta, la loro alterigia. Carichi di rivoltelle e pugnali, e con fare sprezzante, dicevano agli operai che erano degli scemi a dare ascolto agli ordini della "cellula", di rimanere al loro posto, di non smettere il lavoro, di non incitare al disordine. Ne avrebbero guadagnato sotto tutti i punti di vista, compresa... la salute. Poiché i lavoratori continuavano la loro attività e sembravano non avvertire la loro presenza si infuriavano sempre di più. Diventavano lividi in volto, le mani tremavano, qualcuno accarezzava il calcio della rivoltella o l'impugnatura del pugnale: sprizzavano rabbia e furore da tutti i pori.
Poco dopo si sparse in un baleno la voce che l'officina - che avrebbe dovuto rappresentare il reparto trainante dello sciopero - era stata invasa dalla polizia. Era quindi assolutamente necessario che si muovessero, come era stato convenuto, gli altri reparti. Deciso? Deciso! Questa parola rimbalzò immediatamente di bocca in bocca: secca, schioccante come un ordine da eseguire fino in fondo.
Passano i minuti. Ci avviciniamo alle 10, al momento stabilito per il via. C'è un certo nervosismo nelle maestranze. È ovvio. La situazione è estremamente delicata e grave. Con i poliziotti ed i fascisti alle costole non c'è certo da stare particolarmente allegri. È possibile anche un conflitto. Comunque, fatto importante, nessuno dei lavoratori si lasciò cogliere dal panico. Nessuno rispose, fosse solo per scaricare la sua enorme tensione nervosa, alle provocazioni degli scagnozzi inviati dal federale.

Sciopero!

Un lungo lacerante urlo rompe il silenzio teso del momento. È la sirena delle 10. È il segnale dello sciopero. Il gruppetto degli operai addetto alla pulizia delle pompette cessa immediatamente il lavoro. Così quelli addetti ai torni, alle frese, ai trapani, alle fucine. È una catena inarrestabile. La fabbrica sembra un immane gigante colpito da paralisi progressiva che si accartoccia su se stesso. Nell'officina, cuore della lotta, arrivano gli operai addetti alla manutenzione con le loro cassette dei "ferri". Intanto i piombisti, che possono muoversi con una certa libertà e speditezza nei vari reparti per ragioni inerenti alla loro attività e sono quindi staffette portaordini ideali, vanno da un reparto all'altro e portano la notizia tanto attesa: "L'officina si è fermata! Fermatevi anche voi".
I fascisti sono come colpiti da una improvvisa mazzata e reagiscono incompostamente, istericamente. Cercano il capo officina: "Dov'è - si sente urlare uno squadrista - dov'è il capo officina. Si presenti subito qui da noi. Abbiamo bisogno di parlargli". Ma il capo officina non si presenta, non si trova. I fascisti allora perdono il lume della ragione. Urlano, si agitano, sono lividi, hanno gli occhi rossi. Si avvicinano un'altra volta agli operai e li minacciano: "Pazzi, sovversivi, comunisti - dicono - riprendete il vostro lavoro o vi daremo una lezione da vecchi tempi". Ma gli operai non li ascoltano. Sono sempre fermi ai loro posti di lavoro, orecchie tese per percepire il minimo rumore che provenga dal di fuori, che annunci che il fuoco dello sciopero è dilagato per tutto lo stabilimento, e che è ormai inarrestabile e che raggiungerà gli obiettivi prefissi.
Il silenzio esterno è lacerato, fragorosamente, da un urlo possente, da un coro di cento e cento voci: sono le donne dei reparti aspatura, dei reparti torcitura, dei reparti tessili che stanno invadendo, a massa, come una ondata irresistibile, il piazzale dinnanzi alla palazzina che ospita la direzione dello stabilimento, al grido: "Pane, pace, libertà, via il fascismo". Sono ora gli operai edili che rompono gli indugi e si uniscono alla manifestazione. Ecco muoversi quindi i meccanici dell'officina. Il momento è drammatico.

La reazione fascista

Gli squadristi, i poliziotti cercano di impedire che ciò avvenga, si buttano in mezzo agli operai, cercano in tutti i modi di fermarli, di impedire che escano dal reparto. Ma i loro sforzi sono vani. Sono letteralmente travolti: per loro è un momento delicatissimo. Se non succede nulla agli squadristi ed ai poliziotti lo si deve all'educazione, alla capacità di controllo degli operai.
Si muovono i dirigenti dello stabilimento. Si capisce che anche per loro la manifestazione non è una cosa molto piacevole. Da tempo erano stati disabituati a ricevere delegazioni di operai, e soprattutto nella forma in cui avveniva in quel momento. Naturalmente le loro prime parole sono: "Calma, calma... vedremo, esamineremo, certo, certo... Parli qualcuno di voi, gli altri ritornino al lavoro... C'è la guerra non bisogna perdere un minuto...". Queste ultime parole finirono in un gorgoglio nella gola del dirigente che le aveva pronunciate. Non parlò uno solo. Non si formò una delegazione. No. No. Parlammo, per l'eccitazione, la gioia della riuscita dello sciopero, in parecchi assieme: ma le richieste suonarono limpide, precise, nette, dette come furono con voce ferma, squillante, senza sbavature di sorta.
I dirigenti della Chatillon, ascoltavano pallidi le parole che uscivano dalla massa. I fascisti sembravano fuori di senno. C'era da temere una loro reazione. Ed una reazione di qualsiasi tipo, anche la più grave. Non si sarebbero rassegnati ad una clamorosa sconfitta senza fare qualche cosa. Che cosa avrebbero detto al federale che li aveva mandati a mantenere nella fabbrica l'ordine fascista? Sarebbero stati coperti di rimbrotti e quello che era peggio sarebbero diventati lo zimbello della fabbrica, lo zimbello della città che poche ore dopo avrebbe commentato, con il più largo favore, la decisa azione degli operai della Chatillon. I fascisti, per salvare in parte il loro "prestigio", fermarono due operai, due che ritenevano fossero i capi della manifestazione: Severino Rosso e Francesco Seccatore e si avviarono verso l'uscita. O meglio, tentarono di avviarsi verso l'uscita, perché non la raggiunsero. Gli operai, le operaie, passatasi parola l'uno all'altra si precipitarono con alte urla, a valanga, verso la portineria. I fascisti si fermarono di colpo come impietriti. Non si attendevano una reazione così pronta, così massiccia, così violenta. Una reazione che poteva - era fin troppo chiaro - avere per loro le più pesanti conseguenze qualora non avessero lasciati liberi i compagni Rosso e Seccatore. E così fecero. Accolti da grandi evviva, battimani, abbracci dei compagni di lavoro Rosso e Seccatore rientrarono nei loro reparti.
Ma non era finita. I fascisti e la polizia non potevano permettersi una così pesante sconfitta. E decisero di reagire. Attesero che tutti i reparti riprendessero a pulsare, che gli operai fossero di nuovo al loro posto, e si ripresentarono dinnanzi ai due: moto di sorpresa tanto del Seccatore che del Rosso e tentativo da parte degli operai del reparto di impedire il nuovo arresto. Ma non era possibile: erano troppo pochi. Non c'era altro da fare, stavolta, che accettare il fatto compiuto. I due vennero trasportati alla Questura di Vercelli dove non si era certamente molto teneri con gli antifascisti. Qui vennero sottoposti ad un lungo, estenuante interrogatorio: "Chi siete? cosa intendere fare? i complici? quali sono gli intendimenti futuri dei sovversivi? ecc. ecc." da parte di alcuni poliziotti, mentre il federale si manteneva direttamente in contatto con il questore per conoscere come stavano le cose, se c'erano delle novità da segnalare, quali provvedimenti le camicie nere potevano prendere per impedire il ripetersi di simili fatti che minavano alla base il regime. Telefonate lunghe, nervose, concitate. E quindi ritelefonate a Roma ai gerarchi che volevano sapere. Non ne ricavarono nulla. Rosso e Seccatore non dissero una sola parola che potesse servire ai fascisti e compromettere in qualsiasi modo la grande lotta intrapresa dal movimento democratico del Vercellese. I poliziotti cercarono anche di blandirli. Ma i risultati furono sempre gli stessi. Allora, poiché era come cozzare la testa contro il muro, trasportarono i due alle carceri. Vi rimasero otto giorni, quindi furono rilasciati, ma non riassunti in fabbrica: i dirigenti della Chatillon li avevano nel frattempo licenziati. Rientrarono in fabbrica solo nel mese di ottobre.
"Il nostro rammarico - ci disse Rosso - non fu tanto per il licenziamento in tronco o per la prigione, quanto per la nostra assenza nei giorni successivi: 17 e 18 marzo...". In questi due giorni la fabbrica fu infatti di nuovo bloccata da altri scioperi, massicci come il primo. Queste due giornate rappresentarono l'epopea delle operaie che furono le protagoniste delle altre "48 ore di fuoco" della Chatillon.
Le parole d'ordine: "pane, pace, libertà, via il fascismo" nuovamente risuonarono ritmate, all'unisono, da centinaia e centinaia di bocche di fronte alla palazzina della direzione, dinnanzi ai dirigenti dello stabilimento, pallidissimi, incapaci di un qualsiasi gesto di reazione. Ancora gli squadristi in azione, ancora la polizia. Furono arrestate alcune donne, poi rilasciate.
Ma la grande prova di forza era ormai vinta dai lavoratori. Da quei giorni il movimento nelle fabbriche vercellesi acquistò un prestigio maggiore e si rafforzò non poco dal punto di vista della organizzazione. I lavoratori e le lavoratrici acquisirono una fiducia superiore nelle proprie capacità, nelle proprie forze, capirono cosa avesse voluto significare l'unità.