Argante Bocchio (Massimo)

Gli scioperi dell'agosto '43 nel Biellese: un episodio di lotta contro la guerra



L'estate del '43 fu un'estate infuocata e non solo per il clima torrido. Il fascismo era caduto il 25 luglio. La gente aveva sempre identificato il crollo della dittatura con la fine della guerra, delle sofferenze, delle distruzioni, con il ritorno alla libertà. Invece non fu così. Dal proclama di Badoglio apprendemmo che la guerra sarebbe continuata e nei giorni seguenti capimmo il resto: che una dittatura militare aveva preso il posto di quella fascista e che avrebbe governato con lo stato d'assedio; che il Pnf era sciolto ma che ai partiti antifascisti non sarebbe stato permesso di riorganizzarsi; che la libertà di stampa era di là a venire; che la repressione di ogni manifestazione per la pace, la liberazione dei detenuti politici, la libertà, l'aumento delle paghe e delle razioni alimentari sarebbe stata senza esclusione di colpi; che i tribunali militari, sostitutivi del Tribunale speciale fascista non sarebbero stati meno duri.
In Piemonte capimmo che cosa volesse dire "repressione", quando il generale Adami Rossi, comandante militare della piazza di Torino, ordinò che fosse aperto il fuoco sui dimostranti "non sparando a terra, ma addosso ai riottosi" e con "raffiche a piccola distanza l'una dall'altra, sino ad ottenere lo scopo"1.
Ma nel travaglio di quei 45 giorni capimmo anche - non subito, bisogna dirlo - che, di fronte all'incapacità di Badoglio di fare uscire il paese dalla tragedia della guerra voluta dal fascismo, era essenziale la mobilitazione del popolo e delle forze disposte a battersi per la salvezza del paese.
Da qui lo sforzo, dei comunisti in primo luogo, di mobilitazione della forza più provata dalla guerra, dai sacrifici, dall'oppressione, della forza più disposta a battersi: i lavoratori delle fabbriche.
La prova dell'agosto '43 venne affrontata dai comunisti biellesi con una rete di collegamenti rimasta simile a quella della clandestinità. L'estensione e la combattività degli scioperi di marzo, il crollo del fascismo, la vittoria dell'esercito sovietico a Stalingrado avevano certo accresciuto di molto le simpatie verso i comunisti, ma i gruppi e la forza organizzata erano rimasti, fino al rientro dei quadri formati nella guerra di Spagna o di quelli che si trovavano in carcere o al confino, pressoché quelli di prima; il che peserà anche sugli esiti degli scioperi d'agosto.

Giovedì 19 agosto
Eravamo in pochi ma l'obiettivo era di ottenere che si fermassero le fabbriche dell'intera valle di Mosso. La prima ad entrare in lotta doveva essere la ditta Albino Botto di Campore. Scioperi erano già in corso a Milano e a Torino2. Toccò a Sola e a Santus, che avevano contatti con i centri del partito, organizzare l'estensione dell'agitazione a tutto il Biellese.
Il tempo per la preparazione era poco ed il gruppo comunista di Mezzana, diretto da Rapa (Secondino Ravetto) fece ciò che poté: mobilitò chi doveva recarsi di fronte ai cancelli della fabbrica, pensò ai volantini, che furono pochi, fissò gli appuntamenti con il gruppo di Strona.
Alle 4.30 del mattino ci mettemmo in moto, ma non tutto "girò" per il verso giusto. Avremmo dovuto essere in otto e ci trovammo appena in quattro; l'appuntamento era al Lanificio Botto Albino (Mulin Gros)3, prima dell'entrata del turno delle 6, ma arrivammo solo alle 6.30, quando tutti erano ormai entrati. Decidemmo di provare lo stesso, procedendo in modo un po' insolito: entrammo infatti in tessitura saltando dalle finestre, urlammo le ragioni dello sciopero. Cominciò a fermarsi qualche telaio, poi altri: c'era ancora molta incertezza perché scioperare faceva paura. Scattò però, a questo punto, la collaborazione di non si sa quanti sconosciuti operai, e i telai cessarono di battere. Lo sciopero era riuscito, non solo, la proposta di andare in corteo alla Successori Sella (Macchina növa) fu accolta.
In strada, adesso eravamo in centinaia. Era forse la prima manifestazione di piazza dopo 20 anni. Nell'entusiasmo si pensò di raggiungere, una dopo l'altra, tutte le fabbriche fino a Valle Mosso e di dare vita ad una grande dimostrazione. Non fu così. Alla Successori Sella arrivammo all'entrata del turno delle 8. Il cancello era sbarrato e un dirigente dell'azienda ci minacciò. Ci fu attenzione al violento battibecco fra noi e costui, ma gli operai non si aggregarono al corteo e la fabbrica non si fermò, benché all'interno di essa - lo sapemmo solo dopo - l'operaio comunista Alfonso Sassi svolgesse attiva opera di propaganda per la riuscita dello sciopero4. Proseguimmo verso il Lanificio Garlanda. Eravamo ancora in molti ma, a metà strada, i carabinieri di Valle Mosso avevano costituito un posto di blocco: fu lo sbandamento. La dimostrazione contro il governo Badoglio, contro la guerra che continuava, contro la fame per le razioni insufficienti, per le libertà non ancora riconosciute era finita; nondimeno le ripercussioni in valle furono enormi.
A Cossato, intanto - ma è questo un episodio conosciuto5 - lo sciopero che investì il Lanifício Gallo iniziò alle 9 ed ebbe uno svolgimento più drammatico a causa dell'intervento dei militari del 53o reggimento di fanteria di stanza a Biella. Fermate del lavoro si verificarono anche a Biella e a Tollegno. Dato questo inizio, nei giorni che seguirono, aspettammo con ansia l'estendersi dell'agitazione ad altre vallate. L'attesa, tuttavia, andò delusa ed inutile risultò la venuta a Biella, il 21 agosto, di due commissari sindacali torinesi, Carretto e Carmagnola, per richiedere la sospensione degli scioperi in seguito alla liberazione dei detenuti politici.

Lunedì 23 agosto
Per gli "organizzatori" dello sciopero signficò l'arresto6. Ad eseguirlo furono i militari del 53o fanteria; si presentarono di buon'ora e l'aspetto era guerresco: camion con soldati in assetto di guerra, mitragliatori sulla cabina, ufficiale incaricato di leggere l'ordine di arresto. Il comportamento verso di noi fu, però, di riguardo. I militari erano reduci dal fronte russo dove avevano vissuto il dramma della ritirata dal fronte del Don, costata decine di migliaia di morti: erano stufi della guerra e riluttanti a eseguire i feroci bandi del generale Adami Rossi.
Ci portarono a Valle Mosso dove fummo rinchiusi nella cella sotterranea della caserma dei carabinieri i quali ci comunicarono che saremmo stati deferiti al Tribunale militare di Torino e giudicati per direttissima con l'imputazione di "istigazione allo sciopero". Trascorremmo ancora una notte presso le carceri di Biella Piazzo ed il 25, di buon mattino, legati con altri ad una lunga catena, ci muovemmo alla volta delle "Nuove" di Torino, non senza avere cercato prima, alla stazione ferroviaria di Biella, di farci riconoscere, nel vano tentativo di suscitare qualche gesto di solidarietà. Non ottenemmo altro che qualche sguardo compassionevole: poco per chi, come noi, si considerava ormai già un po' eroe.
L'impatto con le "Nuove" fu duro. Cella, cimici, bugliolo, tanfo, sovraffollamento soffocante, urla, tetraggine del "braccio", sferragliare dei catenacci, fame, borsa nera, allarmi aerei: tutto sembrava fatto per schiacciarci, incuterci paura e senso di impotenza, ma il morale restava ugualmente alto. Non sapevamo che, in quegli stessi giorni, venivano liberati i detenuti politici e ritornavano dalle carceri i protagonisti del processo di Tollegno: Moranino, Quinto, Grillo ed alcuni combattenti della guerra di Spagna, poi internati al campo di Vernet, fra cui Poma; antifascisti che noi avremmo conosciuto solo in un secondo momento. Fu un vero peccato non esserne informati! Avremmo potuto salutare questo primo successo della lotta cui avevamo partecipato anche noi lavoratori biellesi.
Il processo si aprì il 1 settembre. Il Tribunale militare piemontese non si concedeva soste, tanto vero che, nel corso dei 45 giorni, giudicò ben 448 persone sotto l'accusa di manifestazioni sediziose, propaganda sovversiva, istigazione allo sciopero, comminando pene per 429 anni di reclusione7.
L'udienza per il nostro gruppo si svolse con rapidità: appena il tempo di leggere le imputazioni, accertare le pene - dai 3 ai 18 anni - che i reati comportavano, sentire il teste a carico (l'odiatissimo maresciallo dei carabinieri di Valle Mosso), dichiarare rinviato il processo a nuova data per insufficienze dell'atto istruttorio. Questo fu per noi la salvezza, perché il Tribunale cessò di funzionare il giorno 2: l'8 settembre era ormai alle porte. Andò peggio per gli arrestati di Cossato, che noi non incontrammo, e che, condannati e trasferiti al carcere di Ivrea, furono liberati solo il 14 ottobre8.

8 settembre
Alle 19.45 il maresciallo Badoglio parlò dai microfoni dell'Eiar, ma a noi la notizia arrivò solo dopo le 23. Per ore il "terzo braccio" era stato in preda ad una strana agitazione, vociare continuo, un parlottare fitto fra cella e cella. Chiedemmo al secondino che cosa stesse succedendo, ci rispose che sentiva parlare di una cosa che non riusciva a comprendere, di "ministizio" o giù di lì. Traducemmo intuitivamente in "armistizio". Possibile? Allora la guerra era finita e si sarebbe usciti! La notte trascorse nel frastuono generale e al mattino ci fu la conferma. Il giorno 9 trascorse però in snervante attesa: si parlava di scarcerazione, ma le ore passavano e non capitava niente. Non avevamo alcuna notizia di ciò che succedeva fuori, di che cosa facesse l'esercito, di che cosa facessero i tedeschi. Venimmo a sapere che, anche a Torino, il tentativo di organizzare la resistenza ai tedeschi era finito nel nulla (fallito, infatti, tanto un passo del Comitato del fronte nazionale verso il generale Adami Rossi, quanto l'iniziativa di costituire la Guardia nazionale). Sognammo quindi, dal chiuso delle "Nuove", un moto di popolo in armi che non c'era e una liberazione da quelle mura, che non arrivava.
Perché accadesse qualcosa dovemmo aspettare fino al mattino del 10. La notizia che i politici sarebbero stati scarcerati si diffuse in un baleno, si disse che la direzione del carcere non voleva correre il pericolo del ripetersi dell'episodio del 25 luglio, allorquando migliaia di dimostranti sfondarono con camion i cancelli delle carceri e cinquecento detenuti comuni poterono fuggire.
Infatti, fummo chiamati per le formalità di scarcerazione, ma non ce ne fu il tempo. Ci invitarono a salire su un cellulare e via; venimmo fatti scendere alla caserma dei carabinieri di via Cernaia e rinchiusi in un camerone. Quella sosta ci allarmò, quando, all'improvviso, si presentò un ufficiale a confermarci la nostra riottenuta libertà. Raggiungemmo di corsa Porta Susa e per strada avemmo la conferma che la sognata sollevazione di popolo ed esercito non era avvenuta e che, anzi, quest'ultimo - lo capimmo alla stazione - si stava sfasciando. Un caos indescrivibile di soldati e civili prendevano d'assalto i treni che, stranamente, partivano ancora. Riuscimmo a raggiungerne uno anche noi. Erano le 13: due ore dopo, alle 15 le truppe tedesche occuparono la città9.

Riflessioni sugli scioperi di agosto
Perché tali scioperi non ebbero l'ampiezza di quelli del marzo? Quali furono le cause? Senza dubbio molte e di natura diversa: alcune di carattere generale (speranza, rivelatasi poi vana, che il governo Badoglio decidesse la rottura con la Germania nazista e si appoggiasse alle forze antifasciste e al popolo per compiere tale difficile svolta), altre di carattere locale (debolezza dell'organizzazione comunista, ritardo nell'avvertire la necessità di mutare l'atteggiamento verso il governo Badoglio sollecitando una forte azione dal basso per la pace e la libertà, scarsa preparazione dell'agitazione di agosto, forse anche poca fiducia nella sua riuscita). Sarebbe forse bastato, per ottenere risultati diversi, come dimostrò l'andamento dello sciopero alla Albino Botto, unire un minimo di organizzazione alla forte spinta spontanea esistente fra i lavoratori, stanchi della guerra e di troppi sacrifici.
Al di là di questi limiti, resta tuttavia importante la partecipazione della classe operaia biellese alla grande ondata di scioperi che coinvolse i grandi centri industriali nel corso del mese di agosto; partecipazione che, per risonanza e contenuti, andò ben oltre la realtà delle fabbriche e delle zone coinvolte nella lotta10. Se è vero, infatti, che con questi scioperi le forze popolari non riuscirorio ad incidere molto sul corso degli avvenimenti e sul crollo dell'8 settembre, è altrettanto vero che questi scioperi segnarono una svolta in quanto misero la classe operaia alla testa del movimento che chiedeva la rottura con la Germania, l'armistizio con i Paesi dell'alleanza antinazista, la fine, quindi, della guerra e delle sofferenze, il ripristino della libertà.
Sul piano più immediato, con gli scioperi di agosto, i lavoratori non ottennero, come in seguito agli scioperi di marzo, benefici e miglioramenti delle loro difficili condizioni di vita, né tali scioperi determinarono, come altrove, la nascita di commissioni interne o di altri organismi di difesa operaia. Tali scioperi rappresentarono piuttosto, unitamente a quelli di marzo per il loro contenuto prettamente politico, un momento importante per la classe operaia verso la conquista di quell'egemonia che verrà sostanzialmente esercitata nel corso della Resistenza.


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