Arturo Bianchetto Buccia
"Capii che non ero solo e che nel cuore degli operai vi era il desiderio di libertà e di giustizia"
"l'impegno", a. III, n. 3, settembre 1983
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Nel 1924, all'epoca dell'assassinio di Giacomo Matteotti, fui invitato dai comunisti Mario Graziola,
Albino Bianchetto e Luigi Graziola, a fare, per il 1 novembre, una dimostrazione nel cimitero di Lessona. Si
doveva affiggere una grande foto di Matteotti nel mezzo del cimitero, invitando il parroco a benedirla. Questi
non fece la minima obiezione e la benedì esattamente come le tombe degli altri defunti. Erano però
presenti alcuni fascisti, che fecero una denuncia con i nominativi di ventun persone. Fummo così arrestati e
processati dal Tribunale di Biella, ma fummo tutti assolti perché il fatto non costituiva reato.
Fino ad allora io avevo simpatizzato per il Psi, poiché però questo partito si mostrava fiacco e timoroso
di fronte all'arroganza fascista, avevo chiesto di potermi iscrivere al Pci. Da quel momento fui sempre
attivo, svolgendo tutte le mansioni che mi venivano ordinate: diffusione dell'Unità, dei volantini di
propaganda antifascista, affissione della bandiera rossa nei punti più visibili (e rischiosi) in occasione del primo
maggio e così via.
Nel 1936, quando scoppiò la guerra civile in Spagna, il partito si impegnò a fondo, affinché i giovani non
si lasciassero arruolare nella milizia fascista, aderendo invece alle brigate garibaldine, a fianco del
popolo spagnolo. In quel periodo, io lavoravo al lanificio Bertotto e Botto di Lessona, ricevevo i volantini di
propaganda dal compagno Mario Graziola e li diffondevo clandestinamente alle maestranze gettandoli ovunque
fossero ben visibili; nel frattempo, disegnai, con una lima, una falce e martello su una colonna e sul basamento
del self-acting. Con un gancio di ferro ne disegnai un'altra sul muro del gabinetto, con la scritta:
"non dimenticatela, sarà la vostra guida". Un bel giorno vidi che se ne erano aggiunte altre due e rimasi
soddisfatto perché capii che non ero solo e che nel cuore degli operai vi era il desiderio di libertà e di giustizia, anche
se non in tutti.
Il 15 giugno 1937 alle 16.30 entrarono nel reparto il maresciallo e due carabinieri della stazione di
Cossato. Si avviarono diritti verso la colonna e verso il basamento del self-acting dove c'erano i due emblemi
e, subito dopo, arrestarono me e Augusto Dallimonti, che lavorava sull'altro lato del self-acting.
Ci portarono in caserma a Cossato e ci misero uno per cella, dopodiché, cominciarono gli interrogatori:
"Sai il motivo per il quale ti abbiamo arrestato?". "Sì, perché ho disegnato falce e martello sulla colonna e
sul basamento del self-acting". "Perché li hai disegnati?". "Per vedere la reazione dei miei compagni di
lavoro". "E questi volantini dove li hai presi? Chi te li ha dati? Chi ha disegnato le due falce e martello sul muro
del gabinetto?". "Io dei volantini non so niente e neanche dei disegni nel gabinetto". Continuai a ripetere
la stessa cosa per due giorni.
Durante l'ora dei pasti, Dallimonti ed io ci mettemmo vicini e parlammo. Lui mi chiese che cosa mi
avevano chiesto e io glielo dissi, gli riferii anche quello che avevo risposto. Lui, allora, mi confidò di aver fatto i
due emblemi sul muro del gabinetto, ma di averlo sempre negato durante gli interrogatori. Io risposi che
era libero di fare come credeva ma che, da parte mia, avevo detto quello che avevo fatto; tuttavia, lo
rassicurai che non avrei mai detto nulla di ciò che lo riguardava. Probabilmente, un carabiniere vicino a noi ascoltò
il nostro dialogo e fu così che Dallimonti venne subito chiamato dal maresciallo di fronte al quale non poté
far altro che confessare a sua volta; siccome però dei volantini non sapeva niente, non poté dire nulla.
Ci portarono alle carceri del Piazzo a Biella e anche lì, per tre giorni, ci misero in isolamento, senza
mai interrogarci. Il 20 giugno ci trasferirono alle carceri di Vercelli: io fui messo in una cella con detenuti
per reati comuni, Dallimonti in una cella con detenuti politici.
Il mattino del 21, alle 9, ci trasportarono in Questura per l'interrogatorio. All'inizio mi presero alle
buone, dicendomi che ero stato sincero, che avevo fatto bene a confessare subito, ma che non avevo detto
tutto quello che sapevo a proposito dei volantini e della loro provenienza; mi dissero che se avessi rivelato ciò
che mi chiedevano sarei stato immediatamente liberato e avrei potuto tornare a casa dai miei figli, uno di tre
anni e l'altra di sei mesi, che avevano certamente bisogno di me. Continuai a ripetere ciò che avevo detto
al maresciallo dei carabinieri di Cossato e cioè che non sapevo niente; così si arrabbiarono e cominciarono
a minacciarmi con la pistola e a darmi calci e schiaffi. Fu così per otto giorni: la sera ci riportavano in
carcere e al mattino in questura, la musica era sempre la stessa e la risposta anche.
Verso la metà di luglio ci fu il processo davanti alla Commissione provinciale presieduta dal federale
di Vercelli: io fui condannato a due anni di confino e Dallimonti a tre, perché aveva confessato solo dopo
due giorni. Il 25 luglio fui inviato al confino a Tornimparte, in provincia di L'Aquila; anche Dallimonti fu
inviato in un paesino della stessa provincia.
A Natale, per un condono, Dallimonti fu mandato a casa ed io no. Quando lo seppi, tramite mia
moglie, scrissi al duce, allora anche ministro dell'Interno, chiedendogli perché due persone che erano state
condannate per lo stesso motivo, rispettivamente a due e tre anni di confino, fosse stata graziata quella che aveva
avuto la condanna più pesante. Scrissi anche che se c'era ancora un po' di giustizia avrei dovuto essere
liberato anch'io. L'8 febbraio 1938, il maresciallo di Tornimparte comunicò che, per volontà del duce, ero
stato graziato e potevo ritornare a casa.
Il 30 aprile 1938 ci fu ancora una perquisizione nella mia abitazione e fui arrestato con altri venti
compagni biellesi e trasferito presso le carceri di Vercelli, da cui fummo liberati, senza nemmeno essere stati
interrogati, il 16 maggio: ci dissero, poi, che eravamo stati arrestati in occasione della venuta di Hitler a Roma.
Difatti, quando venne Mussolini a Biella, dovetti per otto giorni presentarmi tutte le sere in caserma, la mia
abitazione fu perquisita e, due giorni prima e un giorno dopo la venuta del duce, fui rinchiuso con altri dodici
compagni nella caserma dei carabinieri di Cossato.
In seguito, siccome ero anche tessitore, mi occupai alla manifattura Gallo di Cossato, dove Graziola mi
fece conoscere due compagni con cui avrei dovuto svolgere attività antifascista. Io ero capocellula: ricevevo
e davo gli ordini che mi venivano impartiti da Graziola.
Quando scoppiò la guerra, il partito si impegnò attivamente nella propaganda antibellica: ogni tanto
arrivavano volantini da affiggere e noi, per non essere sorpresi, li affiggevamo nei gabinetti, anche perché prima o
poi lì ci andavano tutti ed eravamo così sicuri che venissero letti. Infatti poi si sentivano i commenti degli
operai, che erano quasi tutti positivi circa il contenuto dei volantini.
Arrivò il 25 luglio 1943 la caduta del fascismo: la notizia fu accolta da tutta la maestranza con
entusiasmo ed allegria, ad eccezione di qualche camicia nera sfegatata. Uscimmo dalla fabbrica cantando
"Bandiera rossa" e proseguimmo in corteo fino al centro di Cossato; una parte raggiunse anche Lessona, dove si
unì agli operai di altre fabbriche.
Il 18 agosto alle 14 la cognata di Lorenzo Bianchetto mi portò un pacco di volantini che invitavano
a scioperare, il giorno seguente, per la cacciata dei tedeschi dall'Italia, per sconfiggere definitivamente
i fascisti e per la fine della guerra. Avvicinai subito i due compagni, li informai della cosa e dissi loro
di trovarsi alle 5.30 del giorno dopo davanti al cancello della fabbrica in modo che, mentre tutti gli
altri sarebbero andati a timbrare la cartolina e a cambiarsi, noi avremmo potuto distribuire i volantini nei
vari reparti.
La mattina successiva, però, davanti al cancello della fabbrica mi trovai solo: non mi persi d'animo
e, accelerando i tempi, riuscii a mettere un volantino in ogni cestino della trama, almeno nel mio reparto.
Quando si cominciò a lavorare si vide subito che l'atmosfera era diversa rispetto agli altri giorni: i
volantini girarono da un telaio all'altro fino a quando uno arrivò alla fascista Noemi Gibba, addetta ai telai di
fianco ai miei, che, anziché farlo girare lo buttò sotto il telaio. Le andai vicino e la invitai a raccoglierlo e a
farlo proseguire ma lei si rifiutò; con tono deciso le ordinai di eseguire ciò che le avevo detto e lei, spaventata
dal mio tono, mi ubbidì.
Subito dopo, andai a cercare i due compagni che non si erano presentati, per sapere il motivo del
loro comportamento: entrambi mi dissero di essere rimasti addormentati. Non mi persi in commenti e mi
limitai a dire loro che, alle 9 in punto, noi tre avremmo dovuto fermare le macchine per primi, invitando tutti
gli altri a fare altrettanto.
Così fu fatto, alle 9 in punto tutto il reparto si fermò, alcuni operai degli altri reparti, sbirciando dai vetri
e vedendo tutto fermo, sparsero la voce e in breve tempo tutto lo stabilimento si fermò. Io, allora, andai
negli spogliatoi, mi cambiai, poi girai nei vari reparti: era tutto a posto e più nessuno lavorava.
Poco dopo arrivarono il maresciallo e due carabinieri, intimandoci di riprendere il lavoro, altrimenti
avrebbero lanciato in mezzo a noi delle bombe a mano, ma nessuno si spaventò. Furono arrestati tre operai:
Marcello Aglietti, Bruno Congro e Ivano Tromboni.
Nel frattempo, era arrivato anche il padrone, Mario Gallo, che ci implorò di riprendere il lavoro, ma
alcuni operai, a capo dei quali c'era il compagno Bruno Costa, risposero: "Se liberate i tre operai noi
lavoriamo, altrimenti no!". Il datore di lavoro andò dal maresciallo e fece liberare i tre, ma il lavoro non riprese, anzi,
la dimostrazione diventò più infuriata.
Alle 10, vedemmo aprire i cancelli ed entrare i soldati del
53o fanteria, comandati dal colonnello Maffei,
i quali scesero, piazzarono le mitragliatrici in portineria e in altri punti e ci intimarono di riprendere il
lavoro, altrimenti avrebbero fatto fuoco: ognuno si recò nel proprio reparto, senza però riprendere a lavorare.
Vista una resistenza così compatta, ufficiali e sottoufficiali entrarono a loro volta nei reparti con la pistola in
pugno, minacciando di sparare e arrestando coloro che tentarono di opporre resistenza. Siccome ero
vestito bene, non mi arrestarono, forse perché mi scambiarono per un assistente o un impiegato.
Pian piano il lavoro riprese, ma in mano ai soldati erano rimasti dieci operai; non ricordo il nome di tutti,
ma fra gli altri c'erano: Marcello Aglietti, Bruno Congro, Bruno Costa, Ivano Tromboni, Lorenzo Biolla.
Alle 14 i soldati erano ancora in fabbrica e Noemi Gibba fece la spia dicendo che l'avevo minacciata: venni
così arrestato anch'io e portato alla caserma dei carabinieri di Biella, vicino all'ospedale, mentre gli altri
dieci erano stati condotti alle carceri del Piazzo.
Il 20 agosto tutti legati e ammanettati insieme con catene, fummo condotti alla stazione della
Biella-Santhià, diretti alle carceri Nuove di Torino. Quando ci fecero scendere a Santhià per cambiare treno, tutti i
viaggiatori provenienti da Milano ci osservavano dai finestrini credendo che fossimo dei delinquenti; allora
Marcello Aglietti disse forte: "Non credeteci dei criminali, siamo solo operai che hanno scioperato perché cessi
la guerra!". I carabinieri lo ammonirono subito di tacere.
Alle Nuove fummo rinchiusi nelle celle a tre per tre, vestiti da lavoro, senza paglia né pagliericci,
obbligati a coricarci sul cemento; due volte al giorno ci davano pelli di patata e pelli di zucca, senza pane e senza
sale. Così fino al processo, che avvenne tre settimane dopo, presso il Tribunale militare di Torino, al termine
del quale fummo tutti condannati: io a due anni di reclusione, Costa e Aglietti a diciotto mesi e gli altri a otto
e dodici mesi, con la condizionale. Questi ultimi ritornarono a casa e rimanemmo in tre; fummo subito
trasferiti a Ivrea, dove ci fecero lavorare intrecciando paglia per fare scarpe e ceste. A Ivrea si stava meglio, si
dormiva sulla paglia e si mangiava due volte al giorno, pasta e fagioli o riso e fagioli con pane.
Il 14 ottobre 1943 io e Aglietti fummo liberati, Costa era già stato liberato prima, e facemmo ritorno a casa.
Subito dopo la costituzione della repubblica di Salò, fu ordinato che, nelle fabbriche, si costituissero
le Commissioni interne. Gli operai avrebbero voluto noi come loro rappresentanti, ma noi non
accettammo perché accettare avrebbe significato collaborare con i fascisti. In seguito, non mi recai più al lavoro e
mi aggregai al compagno Mario Graziola, facendo tutto quello che lui mi insegnava. Egli, poiché avevo
due figli piccoli e la moglie incinta, mi consigliò quando si costituirono le prime formazioni partigiane, di
non recarmi in montagna, ma di lavorare a loro sostegno restando in paese, evitando magari di pernottare a
casa. È quello che feci fino al 25 aprile 1945.
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