|
"Alle famiglie dei miei legionari [...] dedico questo nastro fotografico, che con indiscutibile verità,
documenta fasi ed episodi di vita intensamente vissuta durante la gloriosa Epopea Imperiale". Con queste parole, il
console comandante di Legione Italo Romegialli, introduce il volume celebrativo
"128a Legione Camicie Nere. Documentario fotografico dell'attività svolta durante la campagna per la conquista dell'Impero Fascista. Luglio
1935 XIII E.F. - giugno 1937 XV E.F.", edito nel 1937 dalla Alfieri e Lacroix di Milano; un
libro1 pensato sotto forma di album fotografico e realizzato secondo modelli della grafica editoriale di quegli anni, con accostamenti
di immagini e brevi didascalie che scorrono su sfondo nero.
Centinaia di pagine illustrate (corredate di mappe e relazioni) che raccontano la conquista dell'Etiopia
e intendono fornire alle famiglie la prova visiva del valore dei propri figli, definiti anche "un blocco
formidabile di cuori saldi e di
volontà"2 e ribadire con la fotografia la retorica del soldato italiano perfetto, specchio di
un regime perfetto, così tenace da rendere orgoglioso ogni padre, così ricco di buoni sentimenti da commuovere
ogni madre. Uno scopo abilmente raggiunto anche grazie a due scelte operate dai curatori del volume: utilizzare quasi esclusivamente le fotografie scattate dagli stessi soldati, veri protagonisti della campagna africana e organizzare il materiale fotografico in un oggetto che richiama esplicitamente l'album dei ricordi, ovvero "un prodotto formato famiglia, a uso interno, socialmente intimo […] la forma tipica della raccolta di immagini - grafiche e fotografiche - che illustra le campagne di guerra che interessano il globo nella seconda metà dell'Ottocento"3. Davanti alle immagini realizzate dai legionari, in cui si
ritrovano tutti i temi blanditi dall'iconografia
colonialista4, ogni reticenza nei confronti del valore documentaristico
della fotografia crolla inesorabilmente: nessun genitore e, di conseguenza, nessun italiano potrebbe mai dubitare
della veridicità delle fotografie scattate dai propri figli. Poco importa se poi, le stesse immagini, diventano lo
strumento utilizzato per trasformare una vicenda bellica in un romanzo esotico in cui solo i bianchi sono eroi.
"128a Legione Camicie Nere" si presenta ai suoi lettori con una copertina in similpelle nera che mostra
un paesaggio dominato da una baionetta, su cui è inciso il motto mussoliniano "Col cuore e col ferro alla meta"
e si apre con i ritratti ufficiali di Mussolini e dei condottieri della legione, per poi lasciare immediatamente
spazio alle istantanee che documentano le varie fasi di reclutamento,
addestramento e imbarco di ufficiali e soldati provenienti da Vercelli, Pallanza, Aosta, Torino e Messina. Tredici pagine in cui compaiono immagini di
militari in marcia, momenti di esaltazione collettiva, saluti e abbracci, supportate prima da brevi didascalie e, nella
parte riguardante l'imbarco, da slogan tesi a smorzare la malinconia degli addii e a sottolineare invece
l'eccitazione dei legionari che, "felici nella speranza", si avviano "verso la gloria".
In questa prima parte del libro le fotografie rispettano una sequenza cronologica che non si ritrova più
nella sezione dedicata alla vita dei soldati in Africa, dove solo l'accostamento (spesso reiterato)
delle immagini, disposte appunto "a nastro" e l'intervento mirato delle didascalie richiamano l'idea di racconto
e concorrono in maniera determinante al processo di mitizzazione del bravo legionario "maestro in tutto",
approdato a una terra lontana non per massacrare ma per civilizzare.
Il materiale fotografico scelto e organizzato nelle pagine che vanno dallo sbarco in Africa fino al rientro in patria
appare subito e non certo a caso, come l'espressione visiva di un colonialismo che lascia spazio anche ai buoni
sentimenti, in grado di ottenere un largo consenso popolare: la baionetta della copertina, esplicito richiamo
all'uso delle armi, compare poche volte nelle immagini scattate dai militari, maggiormente concentrati, come vuole la
tradizione fotoamatoriale, su una documentazione intimistica della vita quotidiana al campo.
La rimozione delle atrocità rappresenta anche una regressione ai primi esempi di reportages di guerra
che risalgono alla seconda metà dell'Ottocento, periodo in cui il compito di descrivere battaglie e massacri
non era affidato al fotografo ma a disegnatori e incisori che riproducevano epici scenari di battaglia capaci di suggestionare il pubblico, senza turbarlo. La scelta operata
dai curatori di "128a Legione Camicie
Nere" non è comunque isolata e si affianca, per citare un esempio, alla
linea editoriale decisa dalla "Domenica del Corriere", il settimanale più diffuso nella prima metà del secolo,
vera "pietra angolare" nella tradizione della pubblicistica nazionale di carattere popolare e piccolo borghese che,
nei servizi dedicati alla campagna colonialista, sceglie di diffondere "un'immagine 'najona' della guerra, fatta
di armi lucide, divertimenti casermecci, di situazioni grottesche e paradossali, di virtuosismi: tutte immagini
rassicuranti in cui il campo di battaglia, dove si muore e si soffre, è completamente rimosso. L'illustrazione
del 'campo dell'onore' è prerogativa infatti delle tavole di Beltrame che ne esalta le gesta in termini di epici
scontri guidati da eroi dai tratti
omerici"5.
"128a Legione Camicie Nere", quindi, mantiene costantemente l'aspetto del tradizionale album di
ricordi formato nazione, stipato di immagini che vanno dall'incontro con gli indigeni alla messa al campo, dai
lavori di calzoleria alle carnevalate, dall'attività sportiva alle battute di caccia grossa: una variegata visione
dell'Africa inframmezzata da documentazioni fotografiche di marce, costruzioni di strade e pozzi per l'acqua e da
sezioni dal vago sapore etnografico dedicate alla vita indigena, all'artigianato e alla fauna locale.
La documentazione fotografica delle azioni di guerra, dunque, è limitata a confuse riprese aeree di
attacchi contro postazioni avversarie e a immagini che descrivono le fasi preparatorie dell'assalto e la resa del
nemico. Sempre a proposito della rimozione di fotografie cruenti, merita una considerazione il modo in
cui viene trattata la caduta in battaglia dei legionari italiani, uno degli aspetti tragici della vicenda africana che,
non potendo essere evitato, viene risolto in modo da non interrompere il carattere
entusiasticamente celebrativo del volume.
La morte valorosa degli italiani è trattata nella parte conclusiva del libro (quella che precede il ritorno
in patria) ed è introdotta da una pagina commemorativa, aperta da un'illustrazione che rappresenta Mussolini davanti ai suoi legionari: un'immagine simbolica, un ideale
dialogo tra il duce e i suoi soldati suggerito da una didascalia in cui scorrono tutti i nomi dei caduti, che alla
chiamata "Camerati!" rispondono "Presente"! La risposta "Presente!", scritta sempre a lettere maiuscole, è ripetuta
anche sullo sfondo del taglio centrale (occupato dalle fotografie del sacrario della
V divisione, eretto in Adi Arcari) e ribadisce l'adesione positiva ed estrema all'appello lanciato da una patria che non li dimenticherà. Il taglio
basso chiude la pagina con tre fotografie scattate a un campo saccheggiato "dall'ira nemica", vero e proprio
incitamento alla vendetta, che giustifica, fra l'altro, ogni severa punizione inflitta dagli italiani agli avversari.
Le pagine successive fanno da corollario a questa composizione simbolica e offrono ai lettori una
carrellata fotografica, intitolata "necessità dello spirito", che va dalle immagini che descrivono "l'attività del nostro
venerato Padre Giovanni" - il cappellano - alla pubblicazione della preghiera per il duce, per poi chiudersi nuovamente con
un'ampia sezione commemorativa, intitolata "Riposo agli eroi" e composta ancora da fotografie di tombe e
celebrazioni religiose.
Come si diceva, un altro aspetto degli interventi bellici trattato dal libro e rappresentato da un discreto
numero di fotografie, è la resa del nemico. Fatta eccezione per le tre immagini del saccheggio e per cinque
fotografie che mostrano "esempi di resistenza punita", il volume propone quasi sempre l'immagine di un nemico
ingenuo e innocuo, che, intimorito dall'indiscussa superiorità degli italiani, prima depone sorridente le armi per
dedicarsi alla formazione di estemporanee "orchestrine" e all'intonazione di musiche tribali in onore dei vincitori e,
nelle pagine seguenti, si arrende simbolicamente all'avvento della civiltà deponendo gli stessi strumenti
musicali, espressione di una cultura primitiva destinata a scomparire.
Il rapporto tra colonizzatore e colonizzato, che qui si risolve in maniera tanto felice quanto improbabile,
è in effetti uno dei temi più ricorrenti e soggetti a interpretazioni mutevoli della fotografia coloniale. In Italia,
a partire dalla guerra di Libia fino ad arrivare alla politica espansionistica imperiale condotta da Mussolini,
l'immagine dell'africano oscilla continuamente tra quella del buon selvaggio e quella del barbaro capace di
efferatezze inenarrabili. "128a Legione Camicie Nere" propende per la rappresentazione di un indigeno ingenuo
e folcloristico, soggetto a bonarie prese in giro e docile al processo di civilizzazione occidentale, che viene
fotografato con le sue curiose acconciature, oppure mentre accoglie i soldati italiani con il saluto romano e si
sottopone fiducioso alle loro cure mediche.
L'incapacità del nemico di reagire agli attacchi sferzati dagli italiani, è sottolineata, questa volta con toni
più aspri, anche nella relazione del comandante Romegialli, che scrive : "Il nemico comprendeva o meglio
intuiva le nostre intenzioni e fuggiva, incendiando, opponendo solo scarsa ed isolata resistenza. Le tanto decantate
virtù guerriere di questo disgraziato popolo erano completamente sopraffatte dal terrore".
Fra i soggetti ricorrenti nell'iconografia colonialista rientra anche la donna, che in questo volume viene trattata in
maniera ampia ma inusuale.
La maggior parte delle pubblicazioni propagandistiche, anche quelle antecedenti al fascismo, presentano
ai lettori un alto numero di immagini intrise di erotismo ed esotismo, in cui viene esibita una donna nera calda, selvaggia e facilmente conquistabile come la sua terra, contrapposta alla donna bianca, ieratica custode della maternità e della fedeltà coniugale. Con sorrisi ammiccanti e seni nudi ostentati, le donne africane
"invitano" gli occidentali a raggiungerle, possederle con appassionata virilità e trasformarle da schiave frustrate in
prostitute appagate.
Anche i militari fotoamatori della
128a Legione catturano numerose immagini di donne, ma con occhio
diverso. Le loro sono fotografie in cui gli stereotipi donna nera-istinto, donna bianca-maternità convergono in
un altalenarsi di ritratti di "schiave", giovani donne e madri con figli, che danno origine a una nuova creatura: la
sensuale "negretta abbondante" che sa anche essere "una brava mamma". Il ricorso alle immagini e alle didascalie
che descrivono scene di maternità, svela ancora una volta l'intento dei curatori del volume di conquistare il
consenso di un pubblico appartenente ai ceti medio-bassi, attraverso fotografie che attestano la condivisione degli
stessi valori. In questo caso viene proposto l'inossidabile luogo comune secondo cui ogni pregiudizio razziale e
morale nei confronti della donna si ammorbidisce di fronte alla convinzione che "son tutte belle le mamme del mondo".
Fotografie e didascalie attestano così la gentilezza d'animo del soldato italiano, in grado di cogliere tutte
le sfumature della donna nera, di non superare mai il limite della decenza e, con il "cuore trafitto da Maria",
la fidanzata che lo aspetta in Italia, di sfogare il suo istinto virile solo con giocosi apprezzamenti che gli
valgono al massimo il titolo di "mattacchione".
Tra le doti del legionario, celebrate da
"128a Legione Camicie
Nere" sono inserite a pieno titolo anche
la tenacia e l'ardore con cui vengono affrontati due nemici ben più insidiosi degli attacchi avversari: il territorio
e il clima.
Alla conquista di un territorio ostile vengono dedicate due ampie sezioni fotografiche, corredate dalle
dettagliate relazioni di Italo Romegialli: la prima riguarda una vasta ricognizione fotografica delle principali vette
della catena dell'Amba Abier, mentre la seconda riprende le tappe salienti della scalata al massiccio di Ras
Dascian. In entrambe le sezioni, le fotografie vengono disposte secondo un particolare percorso visivo, che parte
dallo scontro con le asperità del paesaggio e si conclude con la scoperta della sua infinita fertilità.
Il lettore si imbatte subito nelle immagini che mostrano gli sforzi a cui sono sottoposti i soldati
italiani, continuamente insidiati dalla sete (definita anche il "terribile nemico") e costretti a muoversi in una terra
selvaggia e inesplorata, caratterizzata da un clima che oscilla tra giornate torride e notti
gelide. Il tono con cui vengono descritte le difficoltà incontrate dagli italiani nel corso delle spedizioni è naturalmente drammatico
e rafforzato dalle crude fotografie dei muli uccisi dalla tremenda siccità, ma risulta nuovamente funzionale
alla celebrazione dell'intrepido militare italiano che, dopo aver portato a termine la missione, fissa sulla pellicola
la stupefacente visione delle meraviglie offerte dai nuovi possedimenti imperiali. Le fotografie scattate ai
commilitoni tra il grano cresciuto sopra i quattromila metri o tra la rigogliosa vegetazione che sopravvive ad altitudini
elevate, testimoniano che l'Africa è realmente un forziere pieno di ricchezze in grado di offrire agli italiani quelle
possibilità di sviluppo economico promesse dal regime.
Anche questa sezione del libro, dunque, parla ai lettori con un linguaggio fotografico che non abbandona
mai la sua connotazione simbolica e stimola costantemente il lettore con una considerevole varietà di immagini
retoriche funzionali alla propaganda fascista.
Nelle stesse pagine, ad esempio, la sfruttata immagine del grano, simbolo di ricchezza e fertilità e
premio finale di una missione animata da nobili intenti, convive con una rappresentazione tipica della retorica
patriottistica: la bandiera. Le fotografie del tricolore, issato dai soldati sulle cime più alte appena conquistate, tracciano,
pagina dopo pagina, una sorta di mappatura del nuovo impero, proponendosi quale esaltante simbolo della
vittoria e del possesso.
La parte dedicata alla difficoltosa conquista delle ricche regioni inesplorate si conclude con una serie
di fotografie che mostrano i legionari impegnati nella realizzazione di opere pubbliche. I due nemici
insidiosi, territorio selvaggio e siccità, vengono sconfitti con la costruzione di strade e pozzi d'acqua: le forze umane
e naturali si sono arrese agli italiani, l'Etiopia è definitivamente sottomessa.
Le sezioni conclusive del libro comprendono una serie di fotografie riguardanti i festeggiamenti
organizzati all'Asmara per il primo anniversario dell'Impero, le pagine dedicate alla commemorazione dei legionari
caduti in guerra e le immagini del rientro in patria. In appendice, inoltre, sono pubblicate una relazione sul
territorio e sul bilancio della missione e l'insieme dei nomi e delle fotografie formato fototessera degli ufficiali e dei
soldati che hanno preso parte alla campagna: una sorta di indice fotografico degli eroi, ideale titolo di coda di un
documentario realizzato solo con attori protagonisti.
Al di là dell’appendice, l'epilogo ufficiale del "nastro fotografico" è affidato alla sezione che descrive il ritorno in patria (del tutto simile a quelle del reclutamento e dell'imbarco iniziali), articolata in nove pagine occupate da fotografie di marce, saluti e abbracci.
Il bravo legionario ha vinto ed è ritornato in Italia da eroe; ora può finalmente ricongiungersi alla sua fidanzata, sposarsi e diventare presto "un futuro papà". "L'Impero è fatto": un lieto fine a cui nessuno, oggi, crede più.
|