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Appena pervenutagli la notizia della caduta del regime fascista, il prefetto di Vercelli Giuseppe Mùrino
impartì "immediate precise disposizioni per tutela ordine pubblico" che - secondo quanto comunicò la sera stessa del 26
luglio alla Presidenza del Consiglio dei ministri e alla Direzione generale della Pubblica sicurezza - furono "seguite
prontamente con perfetta concorde intesa da parte forze esercito carabinieri et polizia".
A Vercelli ebbe luogo una "manifestazione patriottica inneggiante at Maestà Re imperatore". Ad essa
parteciparono anche operai della "Pettinatura Lane" che, al suono della sirena delle 10, lasciarono il lavoro "per manifestare la
loro simpatia" al re e a Badoglio.
Gruppi di persone si portarono "nei pressi di alcuni gruppi rionali per distruggere le insegne del Pnf" ma
furono "dispersi dalla forza pubblica prontamente intervenuta". Nonostante quest'intervento i simboli fascisti furono
però ugualmente rimossi, "successivamente".
Anche a Biella, al suono delle sirene delle 10, gli operai "di quasi tutti gli stabilimenti" uscirono dalle
fabbriche "per manifestare la loro simpatia al nuovo governo": si formarono "alcuni assembramenti" di persone che
fecero esporre il tricolore e distrussero emblemi fascisti e ritratti di Mussolini. Due sottufficiali della milizia in una mischia
riportarono lievi lesioni.
Un gruppo di "dimostranti" si recò nella sede del "Popolo Biellese", settimanale della Federazione fascista,
con l'intenzione di "occuparla et provvedere pubblicazione non autorizzata". La forza pubblica decise "at
titolo provvedimento conservativo" di presidiare i locali, ritirandone le chiavi, e di disporre la sospensione delle
pubblicazioni in attesa di disposizioni ministeriali.
Vi fu chi, nell'occasione, fece visita alle cantine del podestà Serralunga, del segretario del fascio Bubani e di
alcuni industriali, tra cui Giuseppe Rivetti, asportando "ingenti quantitativi di generi alimentari tesserati", che furono
in gran parte "versati istituto beneficenza".
Secondo i vari rapporti, i carabinieri intervennero anche a Biella, "sempre tempestivamente", ma è in questa
città che si verificò il primo di quegli incidenti che in linguaggio burocratico furono definiti "non di grave rilievo":
un certo Riccardo Crenno, non essendosi fermato all'intimazione di una sentinella del
53o reggimento di Fanteria, di stanza in città, fu ferito da un colpo di fucile alla schiena.
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Astensioni dal lavoro si ebbero anche a Valle Mosso, determinate - secondo il prefetto - dalla voce diffusasi
che il nuovo capo del governo avrebbe parlato alla radio.
Alle 12.30 ad Andorno Micca "circa cento persone, mentre inneggiavano Re Imperatore et Eccellenza
Badoglio, incontrato locale fiduciario fascista Re Giovanni, lo percossero con pugni colpendolo anche con una coltellata
gamba sinistra producendogli lesione guaribile giorni dodici". L'autore del ferimento, certo Andrea Burla, si rese irreperibile.
A Tollegno la folla "invase" la casa del fascio ed il municipio "asportando i ritratti del Duce e le insegne del littorio".
Nel pomeriggio a Trino un "folto gruppo persone" invase la casa del fascio, l'abitazione del segretario e i
locali del Consorzio irriguo, del Consorzio agrario, dei sindacati dell'agricoltura e del commercio nonché le carceri e
le abitazioni di due squadristi, "bruciando documenti mobili et masserizie e distruggendo emblema fascio".
Intervennero i carabinieri e truppa del locale presidio. Il maresciallo Mario Barberis, comandante interinale della Tenenza
dei carabinieri di Vercelli, comunicò che non si era verificato alcun "danno at persone".
La manifestazione evidentemente impressionò il podestà, Mario Vercellotti, che, nonostante l'avvertimento
del prefetto, abbandonò il suo posto per due giorni: non fu certamente l'unico, se il prefetto, nel segnalare
l'episodio, scrisse che i podestà nella "quasi totalità" erano rimasti "lodevolmente propria sede assicurando servizi istituto",
ma a lui toccò il provvedimento esemplare della sospensione dalla carica a tempo indeterminato (fu nominato
commissario prefettizio il vicesegretario Emilio Silvestri).
Nei giorni seguenti i carabinieri arresteranno il soldato Bruno Giordano, "nonché altre dodici persone del
luogo" ritenute responsabili delle "devastazioni e [dei] disordini". Gli arrestati saranno tradotti alle carceri giudiziarie
di Vercelli a disposizione del procuratore militare del Tribunale di guerra di Torino.
Anche a Crescentino nel pomeriggio "veniva tenuta una dimostrazione popolare giubilo inneggiante Sua
Maestà Re Imperatore et Capo Governo Eccellenza Badoglio". Alcuni dimostranti "invasero" i locali del fascio e le
scuole, asportando e distruggendo i ritratti di Mussolini. L'indomani i carabinieri arresteranno il cinquantaseienne
Pasquale Zanvercelli1 e il quarantaquattrenne Angelo Beltrame, "responsabili incitamento disordini et infrazioni bando
Capo Governo", ed il trentenne Silvio Rocca, ricercato torinese, "responsabile distruzione carteggio mobilitazione
civile esistente presso ex casa fascio". Anch'essi furono denunciati all'autorità giudiziaria militare e tradotti nelle
carceri del capoluogo.
Nel tardo pomeriggio a Santhià "circa mille persone fra uomini e donne appartenenti a squadre azione Italia
libera" invasero la casa littoria ed il municipio, asportando emblemi e ritratti del duce che bruciarono sulla pubblica
piazza. Qualcuno schiaffeggiò il podestà Luigi Ardizzone. In serata l'intervento dei carabinieri portò al ristabilimento
della calma e - secondo il capitano Santo Rennella, comandante la Compagnia dei carabinieri di Vercelli - "imped[ì]
più gravi disordini".
Nella notte furono arrestati e denunciati al Tribunale di guerra di Torino alcuni fra i responsabili dei fatti: il
trentottenne Angelo Magnone, esercente una ditta di autotrasporti, il quarantaquattrenne Bernardo Bugliano, negoziante,
il trentottenne Martino Ferro, pescatore, il ventinovenne
Luciano Vigliani, operaio, il trentasettenne Delfo Macchieraldo,
segantino, il quarantatreenne Giovanni Genonio, pescatore.
Il giorno seguente sarà arrestato anche il quarantaquattrenne Tommaso Monateri, soldato in licenza di
convalescenza "per aver partecipato a gravi disordini in contrasto bando Capo del Governo". I carabinieri procedettero alla
denuncia "con rapporto senso informativo".
Sempre il 26 furono arrestati a Vercelli ed in altre località della provincia non specificate: "Domenico
Buzzino, perché sprovvisto di documenti; Cesare Augusto Guilla perché trovato in possesso durante una manifestazione
contro il negozio di uno squadrista, di un coltello con lama di circa dieci centimetri; Carlo Sarasso, Danilo Crivellaro,
Giuseppe Fasanodi, Francesco Cazzolino, per misure di Ps; Osvaldo Chiodelli, Aldo Rosetta, Pietro Leva perché
cantavano Bandiera rossa".
A conclusione della prima giornata dopo la caduta del regime fascista il questore Rossi poteva informare la
Direzione generale della Ps che durante le "dimostrazioni di giubilo" si era verificato "solo qualche incidente di poca
entità et senza conseguenze verso persone ritenute ostili".
Secondo il rapporto del prefetto, la notte trascorse tranquilla in tutta la provincia. Unico fatto segnalato fu
l'arresto, da parte dei carabinieri, del diciannovenne Giuseppe Rosso, responsabile di aver partecipato il giorno precedente
"in Crova Vercellese a pubbliche manifestazione vietate dal bando del Capo del Governo".
L'indomani mattina il lavoro fu "ripreso da tutti gli operai" e la situazione ritornò - secondo il prefetto -
"normale". A mezzogiorno però, a Vercelli, un centinaio di persone "tentavano inscenare atti di danneggiamento ai locali
della Federazione Fascista".
Intervennero i carabinieri "disperdendo assembramento" e arrestando "il più scalmanato", che veniva
identificato per il trentunenne Aldo Graziano, parrucchiere, denunciato e tradotto al Tribunale di guerra di Torino.
Nella stessa giornata, sempre a Vercelli, furono operati "numerosi arresti" fra i quali quelli dell'anarchico
Giuseppe Palestro, sorpreso mentre distribuiva manifestini sovversivi "a firma sei partiti compreso quello comunista", e
Giuseppe Zarino, per resistenza e violenza alla forza pubblica.
Sempre il 27 "elementi locali penetrati sedi fascio comuni Ronsecco Tricerro Buronzo Lamporo Fontanetto
Po asportavano carteggio mobilio et uniformi Gil bruciandole". I carabinieri arrestarono "solo" quattro persone.
Il maresciallo Barberis comunicò che l'ordine pubblico era stato ristabilito "per intervento arma et truppa" e che
non era da segnalare alcun "danno persone et fabbricati".
Nel pomeriggio un gruppo di antifascisti penetrò nella casa del fascio di Borgosesia e distrusse ritratti di
Mussolini "e quasi tutte le carte e i registri in essa esistenti"2.
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Verso le ore 21 un altro gruppo si recò nella casa del fascio di Quarona "distruggendo tutte le carte e i registri
ivi esistenti".
Il tenente Luigi Drappero, comandante dei carabinieri di Varallo, comunicò che l' "arma prontamente
intervenuta, impedì che venissero danneggiati i mobili e gli immobili" ed aggiunse che "pure negli altri comuni della
giurisdizione durante detta giornata vi fu qualche scambio di schiaffi fra fascisti e antifascisti, ma senza gravi
conseguenze".
Il 28 i carabinieri di Vercelli rinvennero manifestini sovversivi "a firma partito di azione diffusi da ignoti".
Durante la giornata il lavoro continuò "regolarmente in tutti gli stabilimenti". In alcuni comuni si
verificarono ancora dimostrazioni "inscenate contro le cessate sedi dei fasci" e fu "operata una decina di arresti".
In serata la sede della Federazione fascista fu occupata dall'autorità militare.
Durante le ore serali e notturne i carabinieri arrestarono alcune persone "sorprese a circolare in città
durante coprifuoco" e le denunciarono al Tribunale di guerra di Torino: il quarantatreenne Eusebio Balocco, il
cinquantaseienne Antonio Audania, il ventitreenne Pietro
Boremide3, soldato in licenza di convalescenza.
Il 29 in tutti gli stabilimenti della provincia il lavoro continuò "normalmente seppure fra la massa operaia
perdur[asse] un certo stato di agitazione".
Durante la giornata furono arrestati a Vercelli "per misure preventive" alcuni "comunisti ed anarchici
schedati": Floriano Soggia, Felice Starda, Mario Serassi, Luigi Rosa, Espedito Rigolino, i fratelli Domenico e Pierino
Facelli, Giovanni Lazzarotti, Secondo
Negri4.
Durante la notte furono arrestate altre persone che non avevano rispettato il coprifuoco: il fattorino
trentottenne Virginio Corrini, l'infermiere trentanovenne Roberto Verri, il contadino sessantasettenne Dante Bianchini,
l'operaio quarantasettenne Primo Boraldo, il contadino quarantenne Giuseppe Uga, il magazziniere quarantaquattrenne
Giuseppe Bertoluzzi, l'operaio trentaduenne Pietro Stevano. Furono inoltre arrestati Maria Raina per motivi non precisati
e Guido Ruffini e Francesco Monteleone perché sorpresi mentre ascoltavano radio Londra.
Il 30 si radunarono al Palazzo di giustizia di Biella avvocati e procuratori per nominare un presidente
dell'assemblea "nella persona dell'avvocato Ronco quale decano del Foro Biellese".
Il prefetto segnalò alla Direzione della Ps che questi "interpellò il direttorio degli avvocati e procuratori per
sentire se detto direttorio non riteneva opportuno, in relazione alla nuova situazione politica, di rassegnare le dimissioni
" e che, avendo "il direttorio, in persona del suo presidente avvocato Bodo dichiar[ato] che, indipendentemente
da quelle che avrebbero potuto essere le disposizioni dell'autorità, rassegnava le proprie dimissioni",
l'assemblea all'unanimità aveva nominato una reggenza composta dagli avvocati Carpano, Ronco e Giacchetti. Il prefetto
comunicò che "appena conosciuta la notizia" aveva provveduto a diffidare l'avvocato Bodo "a rimanere al suo posto in
attesa degli ordini che [sarebbero stati] impartiti dalla autorità competente" e che questi era "pertanto rimasto in
carica".
Sempre il 30 i carabinieri di Arborio arrestarono alcuni operai borgosesiani (Ruggero Cattarelli, Pietro
Gorgiani, Tersilio Pagoli, Alfonso Paresto, Roberto Rais, Gaudenzio Sarpotti) perché cantavano "Bandiera rossa"
mentre transitavano su un autocarro. Furono tradotti a Torino a disposizione del Tribunale di
guerra5.
Poco dopo le 21 a Trino il soldato Salvatore Salvadori, appartenente
1o reggimento di Artiglieria contraerea
di stanza a Casale Monferrato, in servizio di pattuglia "per
osservanza norme coprifuoco" esplose un colpo di moschetto
all'indirizzo di un gruppo di giovani che non avevano eseguito l'ordine di ritirarsi, colpendo "con pallottola di
rimbalzo" il tredicenne Franco Manino, che riportò "lieve ferita palmo mano destra".
Secondo telegrammi inviati ogni sera dal questore al capo della polizia i giorni seguenti trascorsero
tranquillamente.
L'unico episodio di un certo rilievo fu segnalato dai carabinieri di Vercelli che alle 22.30 dell'8 agosto
arrestarono a Stroppiana i contadini Gioacchino
Carenzo6 e Pietro Sereno "poiché sorpresi circolare senza motivo durante
ore coprifuoco" e li denunciarono al Tribunale militare.
L'11 furono arrestate e denunciate al Tribunale militare alcune persone ritenute "responsabili di saccheggio
e danneggiamento" avvenuto a Biella il 26, di cui si è detto.
Le indagini "prontamente
(sic!) esperite" dalla polizia avevano infatti "portato alla identificazione" di
Angela Chiariglione, Camilla Maia, Ada Levi in Becchio e Pietro Scaglia, tutti residenti in
città7.
Il 19 iniziarono nuove agitazioni: in mattinata a Trino alcuni operai degli stabilimenti Victoria e Buzzi
entrarono in sciopero; nel pomeriggio l'"astensione dal lavoro divenne totale". Dieci fra i promotori furono arrestati e
denunciati al Tribunale militare.
Il reggente la Prefettura, Stefano Mastrogiacomo, comunicò con soddisfazione che, nonostante gli arresti, non
si era verificata alcuna manifestazione di protesta e che prevedeva la ripresa del lavoro l'indomani. Nel frattempo
"nulla da segnalare per altri comuni provincia".
L'indomani invece "operai diversi stabilimenti tessili biellesi non presentavansi lavoro senza dar luogo
altre manifestazioni interessanti ordine pubblico".
Nello stabilimento Fratelli Gallo, di Cossato, "mille operai incrociavano braccia" ma, a seguito dell'intervento
di carabinieri e di soldati che procedevano all'arresto di "sei istigatori deferiti Tribunale Guerra", ripresero il lavoro.
I carabinieri, d'accordo con il locale presidio militare disposero "adeguati servizi" nelle località più importanti
allo scopo di "reprimere eventuali disordini".
Il 21 il capitano Francesco Crimi, comunicando di aver proceduto all'arresto di "altri due istigatori deferiti
tribunale guerra", e precisando che non vi era alcun "perturbamento ordine pubblico", segnalò che "buona parte operai
stabilimenti tessili Biellese" aveva ripreso il lavoro: quindi è da presumere che vi fossero ancora operai in sciopero, in
aziende non specificate.
Che la ripresa del lavoro negli stabilimenti tessili biellesi fosse stata "graduale" lo conferma un telegramma
inviato quella sera dal reggente la Prefettura e dal questore al Ministero dell'Interno ed al capo della
polizia.
Giornate tranquille quelle seguenti, fino al 4, quando
furono rinvenuti affissi nell'abitato di Andorno Micca
due manifestini a stampa. Furono "disposte le consuete indagini", ma non vi è cenno dei risultati.
L'8 settembre era alle porte.
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