Dai sentieri della libertà a Vercelli liberata
La mostra propone immagini scattate durante i giorni della liberazione di Vercelli da
Luciano Giachetti e Adriano Ferraris, i partigiani "Lucien" e "Musik".
La Resistenza nel Vercellese aveva visto il coinvolgimento di un intero territorio, dalle regioni alpine, dove nacque con i partigiani di montagna e si consolidò con i giovani di tutta la provincia che sfuggivano ai bandi di arruolamento nell’esercito della Rsi, alle regioni collinari e di pianura, dove le formazioni partigiane si trasferirono nella seconda fase della guerra dei venti mesi, fino alle città, dove si consumò l’epilogo del conflitto con l’insurrezione e la liberazione di Vercelli il 26 aprile 1945.
Queste fotografie non si limitano, oggi,
a fornirci il racconto di un avvenimento storico. Segnano una svolta nella lunga parabola professionale
di Giachetti e, nel contempo, rendono esplicito un linguaggio fotografico ambito e meditato proprio
nei mesi della Resistenza.
Per comprendere meglio, occorre collocare il materiale realizzato a partire dall'ingresso
dei partigiani in città nel più ampio contesto della produzione avviata da "Lucien" fin dall'autunno del
1944: l'idea di fornire una documentazione capillare della vita in brigata lo portò a indagare ogni aspetto
della vicenda resistenziale servendosi di una fotografia versatile, capace di passare con agilità dal
ritratto all'istantanea, dalla messa in scena al realismo fotografico.
La diluizione del tempo - i lunghi mesi di clandestinità - nonché l'estensione geografica e le
diverse suggestioni paesistiche delle zone attraversate dai partigiani - dalla montagna biellese, alla baraggia,
fino alla pianura - consentirono a Giachetti la costruzione di un complesso fotografico
eterogeneo, sviluppatosi con lentezza e ricco di sottoinsiemi tematici.
L'ingresso in Vercelli scardinò tempistiche e scenari, obbligando il fotografo a misurarsi con
realtà inedite, condensate in una ridotta dimensione spazio-temporale: in due settimane, l'uscita
dalla clandestinità, il raggiungimento del capoluogo di provincia come traguardo finale, il
reinserimento repentino nella società civile. E, a mutare ulteriormente il quadro in cui era solito agire, la nascita
del sodalizio professionale con il cugino fotografo Adriano Ferraris (che durante la vicenda
resistenziale aveva "deposto" l'apparecchio per concentrarsi sul ruolo di partigiano combattente), con cui
fondò l'agenzia Fotocronisti Baita. In quei giorni si verificò quindi un vero e proprio ribaltamento: da
una pluralità di elementi narrativi dal sapore minimalista, penetrati da un singolo sguardo, si passò a un
unico evento corale e straordinario sondato da due personalità differenti.
Ciò che però stupisce, nell'analizzare le immagini, è la loro coerenza formale, la sensazione che
vi sia una sola regia dietro al lavoro di quei giorni, nessuna sconnessione nella sequenza,
nessuna discordanza tecnica. La motivazione deve allora essere ricercata nella volontà dei due professionisti
di esercitare una pratica espressiva che da troppo tempo premeva sulla coscienza fotografica
italiana, fondata sulla necessità di abbandonare i codici della retorica, abbattere le proibizioni di regime
e costruire finalmente una fotografia nuova.
"Lucien" e "Musik", fotografi e partigiani, condivisero quindi da protagonisti una sorta di
"doppia" liberazione dai connotati personalissimi e leggibili come un palindromo: all'affrancamento civile
dalla dittatura e dall'occupazione corrispose un'emancipazione intellettuale dai rigidi dettami stilistici
della retorica fascista, e viceversa. Ogni azione stimolò il partigiano a divenire fotografo. Ogni
scatto rammentò al fotografo di essere partigiano. Insieme approdarono a una fotografia vissuta più
che pensata, riconducibile essenzialmente alla cifra dell'immediatezza.
Certo una condizione tanto inusuale quanto esaltante non preservò i due giovani autori da sporadici
cedimenti all'autocelebrazione, ma il godimento assaporato nel fotografare tutto ciò che colpiva l'occhio, nel
poter camminare tra la folla in divisa partigiana e per di più con un apparecchio fotografico al collo, nel
poter legittimamente coltivare per se stessi il mito del fotogiornalista svincolato da ogni potere, riuscì a
permeare di vitalità e franchezza l'intera sequenza. Resistendo al tempo e regalandoci, ancora oggi, una bella
immagine di libertà.
La mostra è stata realizzata nell'ambito del progetto Interreg Italia-Svizzera III "La memoria delle Alpi -
I sentieri della libertà". Il progetto intende studiare, rappresentare e trasmettere, in particolare alle
giovani generazioni, la memoria collettiva riferita al territorio delle regioni alpine fra Italia, Francia e Svizzera,
nella sua dimensione transfrontaliera e nelle sue diverse declinazioni: memoria fisica del territorio,
memoria dell'insediamento umano con le sue opere più durature e gli effetti del lavoro sull'ambiente ed il
paesaggio, memoria storica di determinati periodi ed eventi che hanno lasciato un segno più profondo, sia nel
ricordo delle popolazioni locali, sia nel più vasto immaginario collettivo.
La mostra è costituita da 18 pannelli 70x100.
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