Asinari di San Marzano, Carlo Emanuele. Colonnello in 2a Dragoni della Regina.
Nato a Torino il 2-9-1791, da Filippo Antonio e da Polissena Della Chiesa di Cinzano; morto a Torino il 22-8-1841; fratello di Alessandro, Britannio ed Ermolao. Chiamato comunemente Asinari di Caraglio dal secondo predicato nobiliare della famiglia.
Ruolo matric. prec.: durante il periodo napoleonico prestò servizio nell'esercito francese, meritandosi la Legion D'Onore; dopo la Restaurazione divenne secondo scudiere e gentiluomo del Re di Sardegna, 30-12-1814; promosso maggiore aiutante di campo del Re, 17-4-1819; tenente colonnello di Cavalleria, 23-1-1819; colonnello in 2a Dragoni della Regina, 5-2-1821.
Partecipazione ai moti: l'A., figlio del Ministro degli Esteri piemontese, l'11-3-1821, al comando di due divisioni dei Dragoni della Regina, da Vercelli - sede del corpo - si diresse verso Alessandria, dove contribuì all'occupazione della Cittadella; due giorni dopo tornò a Vercelli e il 14 vi proclamò la Costituzione. Fu promosso colonnello da Santorre di Santa Rosa il 31-3-1821. Partecipò allo scontro con l'armata reale e, nella fuga verso Alessandria, perdette il portafoglio che fu successivamente ritrovato dalla polizia piemontese; i documenti in esso contenuti divennero uno dei maggiori elementi d'accusa contro di lui.
Misure adottate: condannato a morte in contumacia, 19-7-1821.
Eventi successivi: riuscì a fuggire in Svizzera; passato in Francia, nel 1822 si trovava a Bourges, insieme con Santa Rosa, Baronis, il marchese Priero e il conte Palma. Nel 1823 si trasferì a Londra ed il 17-6 di quell'anno firmò la Dichiarazione di principi di una vendita di carbonari italiani in Londra. Nel 1829 fece parte del "Comitato Italiano" costituitosi a Parigi sulla base di un programma unitario nazionale; insieme con Perrone, Ravina, Dal Pozzo ed il canonico Marentini, rappresentò la corrente filosabauda. Dal 1830 al 1835 abitò a Ginevra, perché vicina al Regno Sardo. Nel 1833 la pena di morte gli fu commutata con quella dell'esilio e, contemporaneamente, gli fu revocata la confisca dei beni. Nel 1835 poté rientrare per breve periodo in Piemonte, stabilendosi nel suo castello di Costigliole; un altro permesso gli venne concesso nel 1837, per quattro mesi. In quell'occasione però il Comando dei Carabinieri di Torino fece presente la sua situazione familiare, e soprattutto la "alquanto scandalosa" condotta del marchese: "il lungo esilio pare non lo abbia corretto, anzi sembrava facesse pompa di nutrire li sentimenti stessi che motivarono la sua condotta". Infatti A. "è unito sempre co' suoi antichi amici e alleati, frequentando sfacciatamente tutti li spettacoli o luoghi pubblici, insolente colle autorità che hanno seco lui a fare, ha voluto dimostrare quello che è sempre stato per lo passato, e vuole presagire che tale pure sarà per l'avvenire, per cui sarebbe desiderabile che non tornasse negli Stati Sardi". Il 7-6-1840 invece il Re permise il rimpatrio definitivo, ma gli impedì di restare a Torino per più di uno o due giorni. Ammalato, dal 12-8-1841 si stabilì nella capitale, ove morì dieci giorni più tardi.

Fonti: AST, Assenti rgt. Soppressi; BRT, Esercito... 1821; AST, A.P., Processi, II, IV, VI, IX, XIII; AST, Polizia, Mat. pol., 1821, II, 3; BRT, Sentenze R. Delegazione; AST, Polizia, 1841, Gab. part. Torino, III.
Bibliografia: BRESANO, Bonardi, 144-146, 148, 153, 222; GARDA, passim; GASPAROLO, Carte, 193, 201, 203, 204, 243; LEMMI, Processo, 52-53; MANNO, Inf., 145; ID., P.S., II, 97; NAGARI, Tadini-De Meester, 77; PATETTA, passim; ROSI, DRN, II, 121; SAULI D'IGLIANO, I, 494-5; SEGRE, Note, 298-99; SORIGA, S.Marzano.