Lucien il fotografo

Tratto da: Enrico Villa, Scriviamo un libro insieme, Vercelli, Cassa di Risparmio di Vercelli, vol. III, 1984


La Leica è stata il grande amore del fotografo Luciano Giachetti, detto Lucien. Specialmente prima dello scoppio del secondo conflitto mondiale, anche tanti altri usarono quel giocattolo dalla meccanica e dall'ottica perfette. Lucien se la portò dietro al reparto di cinematografia militare di Torino, al quale era stato assegnato. E anche dopo, durante la Resistenza, in Valsesia, nel Biellese, nella Baraggia di Masserano dove, nell'inverno del 1944, furono scattati alcuni fotogrammi che sarebbero poi diventati famosi e che da quarant'anni sono citati in quasi tutti i trattati di storia della fotografia, nei capitoli che riguardano i reportages di guerra.
Quando, all'indomani del 25 aprile 1945, i soggetti fotografici stavano mutando, la Leica mostrò forse i suoi anni. Nonostante il lungo stato di servizio, le caratteristiche principali di questa macchina ormai passata alla leggenda erano rimaste inalterate. Ma le esigenze della cronaca, della registrazione continua ed incalzante sulla pellicola della vita nei primi due anni di pace, aumentavano in modo preponderante. Occorreva passare dal formato 24 per 36 al formato 6 per 9 caratteristico della Rolleiflex. Tuttavia era anche necessario continuare a disporre di obiettivi di grande precisione e versatilità. Luciano Giachetti, nel frattempo stabilitosi a Vercelli, con l'aiuto dell'artigiano milanese Boniforti e con un anno di lavoro paziente, dal 1946 al 1947, mise a punto una macchina che rispondesse ai requisiti voluti.
"Il problema - rammenta - era di fondere la Leica con una delle macchine da fotocronaca che erano comunemente adoperate dagli americani e che durante la guerra erano state date in dotazione anche ai reparti specializzati degli eserciti italiano, tedesco, francese".
Il risultato di un lavoro fatto di innumerevoli viaggi fra Vercelli e Milano, di continue prove e di non poche delusioni, prese il nome di Kobell, mescolanza. Infatti, quel pezzo unico al mondo, oggi custodito gelosamente e che figurerebbe bene in un museo internazionale della fotografia, aveva gli obiettivi Zeiss, l'otturatore a tendina e il mirino propri della Leica. Però le altre parti erano della tedesca Plaubel, cosicché fu possibile ottenere fotogrammi 6 per 9 di alta resa. "Tutta la mia attività di fotocronista fino al 1957 - dice Giachetti - si basò sulla Kobell, mentre i miei colleghi usavano ormai quasi esclusivamente la Plaubel e la Rolleiflex. Poi venne la Speed Graphic, la macchina dei fotoreporters americani degli anni cinquanta, vera protagonista in tanti film e avvenimenti di ogni genere. Quella che acquistai io, era la ventesima che arrivava in Italia. Spesi un piccolo patrimonio".
In questa breve rievocazione è riassunto efficacemente il passaggio da un'epoca all'altra della fotografia: da una lunga fase durata almeno vent'anni e iniziata con la produzione industriale delle pellicole in piccolo formato, ad un'altra che porterà inesorabilmente all'odierna inflazione delle immagini.
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Quando, dopo l'8 settembre 1943, alcuni [...] fotografi [professionisti in mostrine e uniforme] lasciarono i loro reparti passando poi alla clandestinità, tornarono utili le tecniche di emergenza fondate su alcuni ritrovati semplici ma rivoluzionari, già usati durante la prima guerra mondiale e quindi diffusisi: il tubo Tank della Kodak per lo sviluppo e la camera oscura a sacco, una specie di grande manica dentro alla quale l'operatore armeggiava con le due mani fin tanto che la pellicola non era pronta alla stampa. "Però - dice Luciano Giachetti - non era possibile stampare. Quasi di nascosto fino all'arrivo degli inglesi, dal momento che la fotografia non era vista di buon occhio in situazioni per cui era richiesto il nome di battaglia dei partigiani, ho scattato in poco più di un anno tremila fotogrammi che fino alla Liberazione ho nascosto un po' dovunque. Il materiale mi era procurato avventurosamente da chi faceva la spola tra la città e le zone di operazione delle formazioni partigiane oppure, come nel caso delle sostanze chimiche, mi era dato dai farmacisti".
In mancanza d'altro erano adattati spezzoni di pellicola cinematografica. E di frequente rimanevano soltanto spezzoni di molti metri di celluloide sensibile adoperata per documentare tutti i lunghissimi attimi della Resistenza, nei principi e nell'impostazione tecnica anticipando i grandi servizi di Leonard Mc Combe (vita a New York di Gwyned Filling, una ragazza pubblicità, comparsa nel 1945 su 12 pagine di "Life") o di W. Eugene Smith (villaggio spagnolo, ugualmente pubblicato su "Life" nell'immediato dopoguerra). Il caso della battaglia nella Baraggia di Masserano, intorno al Natale del 1944, è emblematico. I partigiani, che poi si sarebbero sganciati servendosi di una provvidenziale roggia, erano circondati dai tedeschi e dai repubblichini. C'era anche Lucien che, con la Leica, fissò le alterne fasi della battaglia ma anche le crisi individuali e il dramma intenso che pochi uomini, ad un soffio dalla morte, vivevano in mezzo alla neve. Durante la fuga, dopo tre giorni di assedio, andò quasi tutto perduto: dei due rotoli utilizzati rimasero soltanto una decina di fotografie.
Gli alleati lavoravano, ovviamente, in condizioni ben diverse. E, come nel caso degli inglesi che furono paracadutati nel Biellese e fotografati da Luciano Giachetti, esprimevano meraviglia di fronte a quei grandi risultati ottenuti con mezzi così scarsi. I loro tecnici, infatti, sviluppavano e stampavano in avanzati laboratori mobili decine di migliaia di immagini destinate ai giornali e alle riviste d'oltreoceano e delle zone liberate.
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"C'era da rimanere sbalorditi - dice Luciano Giachetti poi diventato per tutti Fotobaita di Vercelli -: quando irruppe la fotografia a colori, la gente era disposta ad accettare tutto quello che gli veniva ammannito per cui fu più facile all'industrializzazione imporsi". Senza i paparazzi, non di rado assurti al livello di artisti geniali, probabilmente la vita degli ultimi quarant'anni sarebbe meno conosciuta o non sarebbe conosciuta affatto. Un giorno Robert Capa, inarrivabile fotoreporter, affermò: "Se le vostre foto non sono abbastanza buone, è perché non eravate abbastanza vicini". Tutto si potrà dire dei fotografi che hanno popolato o turbato le nostre giornate, ma non che siano stati lontani dalla realtà e, quindi, che non siano riusciti a scattare diecine di migliaia di belle fotografie. Lucien è uno di quelli.


Nella fotografia Luciano Giachetti, poco dopo la Liberazione, dirige una troupe cinematografica per le riprese di un film sulle risaie vercellesi