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La liberazione di Vercelli


La sera del 23 giunse l'informazione al Comando zona biellese che i comandi nazifascisti di Vercelli e Novara avevano impartito l'ordine ai presidi collocati nelle zone alte delle due province di ritirarsi verso i capoluoghi. Subito i comandi della divisione predisposero il blocco delle comunicazioni nella zona e circondarono i presidi di Cossato e Valle Mosso. Il comandante del presidio di Valle Mosso il 24 aprile, resosi conto che non avrebbe potuto ritirarsi se non esponendo i propri uomini alla eliminazione totale, chiese e ottenne la resa. I garibaldini della 109a e 110a brigata concessero l'onore delle armi agli ottanta uomini che avevano tenuto il presidio con indubbio coraggio in una situazione di permanente assedio. Restava in piedi solo il presidio di Cossato. Nello stesso giorno giunse l'ordine del comando di zona di applicare il piano 27. Mentre veniva proclamato lo sciopero insurrezionale e le Sap prendevano possesso degli stabilimenti, il grosso della divisione si metteva in movimento spostandosi verso il basso, nei pressi di Buronzo, dove le pattuglie della 50a da giorni ormai controllavano le rotabili. Nello stesso giorno i fascisti del "Pontida" abbandonarono Biella. La sera del 24 il Biellese era quindi completamente libero senza che alcun danno fosse stato arrecato al patrimonio industriale. Il giorno 25, mentre i centoventi uomini del presidio di Cossato si arrendevano, i primi distaccamenti partigiani entravano nella periferia di Vercelli, collegandosi con le forze della 182a brigata che era giunta da ovest.
Nella città, che era stata un caposaldo del potere della Rsi in Piemonte, restava un forte contingente tedesco, circa cinquecento uomini ben armati, e forze notevolmente superiori della Rsi gonfiate dagli uomini dei presidi sfuggiti alla cattura dei partigiani. A questa andavano aggiunti i funzionari fascisti delle città e le loro famiglie che si erano raccolte attorno al capo della provincia, Morsero. La preoccupazione dei comandi partigiani era quella di liberare la città prima che le colonne tedesche in ritirata da tutto il Piemonte giungessero a Vercelli. Nella riunione del comando piazza con quello garibaldino si decise di lasciare uscire la colonna fascista che si era preparata a muovere in direzione di Novara. Partita nel pomeriggio del 26, la colonna non giunse mai a destinazione perché, attaccata dai partigiani e decimata dalle mitragliere degli aerei alleati, si arrese. Nello stesso giorno i tedeschi, battuti dal fuoco partigiano, trattarono la resa prima rifiutata nella speranza dell'arrivo delle colonne tedesche. Il 26 sera Vercelli era libera, anche se restavano alcune decine di fascisti che condussero l'ultima resistenza personale sparando dalle case su chiunque passasse; a poco a poco furono tutti snidati ed eliminati. Tuttavia la tensione nel Biellese e nel Vercellese non si attenuò perché notevoli contingenti di truppe tedesche, fortemente armate, erano in movimento da Torino verso Milano. Per alcuni giorni rimase sospeso sul Biellese l'incubo di un epilogo sanguinoso e drammatico e i prodromi ci furono poiché nella pianura tra Cigliano e Santhià i tedeschi fecero vittime tra la popolazione civile e distrussero un intero distaccamento della 2a brigata. Accortisi che non avrebbero più potuto raggiungere Milano, perché i partigiani avevano nel frattempo bloccato e tagliato le vie di comunicazione, e risultando evidente che anche se vi fossero giunti, dato lo sviluppo della situazione generale, non sarebbe servito a nulla, le truppe tedesche piegarono verso il Canavese, dove, dopo lunghe trattative, il 2 maggio in Biella si arresero formalmente alle forze partigiane e ai rappresentanti degli Alleati. Gli Alleati non spararono un colpo.

Tratto da: Claudio Dellavalle, Operai, industriali e partito comunista nel Biellese 1940/1945, Milano, Feltrinelli, 1978, pp. 284-286.



La 50a brigata entrò per prima in Vercelli dal rione Canadà con il "Brina" e l' "Acquadro", mentre il "Lazzarotto" sfondava ai Cappuccini.
Accolti dalla popolazione in festa, a stretto contatto con la brigata Sap vercellese "Adriano Boero" di Carlo Bernabino "Spada" e Pietro Graglia "Piero", senza trovare resistenza, salvo sparuti fucilieri. Con Adrian e Pistola, Mosca e Gat, arrivammo alla stazione attraverso il cavalcavia ferroviario e ci portammo - questa era la prima tappa - all'albergo Vapore, dove improvvisammo il Comando operazioni. Aspettammo che l'intera XII divisione entrasse in città per procedere a circondare le caserme e il distretto militare. Narvik invece, con i suoi uomini, si impadronì dell'importante caserma dei Cappuccini, in tempo per catturare, tra l'altro, un grosso pezzo di artiglieria (un cannone da 149 mm) con i sei inservienti, tutti graduati tedeschi. Di militi sbandati se ne presero un po' dappertutto, mentre la 182a brigata era ferma nel comune di San Germano, allarmata dal Comando zona ed invitata a non proseguire perché era giunta notizia di colonne tedesche, provenienti dalla Valle d'Aosta, che si erano portate nell'Eporediese: i loro comandanti dichiaravano apertamente che le truppe tedesche si sarebbero consegnate solamente agli americani e mai ai partigiani italiani.
Nonostante la testardaggine teutonica hitleriana, questa colonna, che comprendeva migliaia di armati e un gran numero di grossi cingolati, alcuni giorni dopo, minacciata da bombardamenti aerei e dalla vicinanza delle truppe alleate, si decise ad arrendersi. Prima però i tedeschi sfogarono l'ultima bile, uccidendo partigiani e civili a Santhià e Cavaglià.
All'albergo Principe di Biella, a siglare la meritata disfatta, i nazisti non ebbero da arrendersi soltanto alle forze militari anglo-americane, ma anche, cedendo armi e arroganza, ai partigiani biellesi. Per loro, umiliante sconfitta e resa; per la Resistenza del Biellese, la medaglia d'oro al valor militare.
Dopo la nostra entrata in Vercelli seguirono giornate di euforia e fummo impiegati in normali operazioni di polizia. Doveva essere tutto semplice, ma qualche intoppo ci fu. Lamentavamo feriti da colpi d'arma da fuoco, fra i cittadini ed anche fra i partigiani. Correva voce che ci fossero indomabili fascisti non rassegnati alla sorte, che ancora intendevano ammazzare. In verità, alcuni fascisti, anche se in abiti civili, vennero catturati, altri addirittura sorpresi a spararci addosso, e portavano la fascia tricolore al braccio. Ma non mi pareva possibile che fossero così tanti, e mi seccai. Specie quando, io presente, venne ferito alla gamba un mio partigiano, da poco giunto con noi, Pietro Coppa. Cosa succedeva? Per un colpo di fucile che si udiva, si scatenavano scariche di moschetto da ogni parte. Chissà perché erano particolarmente presi di mira i campanili delle molte chiese di Vercelli. Ed a sparare erano sempre, pur in buona fede, i sappisti.
Non poteva durare. Convocai il comandante e il commissario di guerra della brigata Sap e, senza inutili giri di parole, minacciai di far disarmare tutti i loro uomini. Fui preso sul serio e i "cittadini insorti" vennero convinti a moderare il loro protagonismo. Analogamente si diedero severe disposizioni ai partigiani. Non si sparò più.
Il Comando di divisione, con Quinto e Gemisto, si era insediato nei palazzi del centro di Vercelli e il Comando piazza col Cln provvedeva ad istituire l'autorità civile e le cariche amministrative.
La 50a si radunò al completo nella caserma dei Cappuccini. Nello stesso luogo, i giorni seguenti, prese sede un reparto motorizzato di soldati americani (e la benzina per le nostre auto non mancò più).
Il 1 maggio, ridiventato festa grande, fu il giorno del trionfo per le formazioni partigiane che avevano liberato Vercelli.
La divisione "Piero Pajetta Nedo", con le sue tre brigate, e la vercellese 182a della V divisione, la polizia partigiana e la Sap, perfettamente inquadrate, sfilarono per le vie della città in festa e si portarono in una grande piazza, dove venne tributato grande onore alla Resistenza.

Tratto da: Annibale Giachetti "Danda", C'era una volta... la Resistenza. Partigiani e popolazione nel Biellese e nel Vercellese, Vercelli, Gallo Arti Grafiche, 2000, pp. 202-203.